# La Divina Commedia di Dante

## Part 16

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Così dintorno a l’albero robusto gridaron li altri; e l’animal binato: «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».

E vòlto al temo ch’elli avea tirato, trasselo al piè de la vedova frasca, e quel di lei a lei lasciò legato.

Come le nostre piante, quando casca giù la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca,

turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che ’l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella;

men che di rose e più che di vïole colore aprendo, s’innovò la pianta, che prima avea le ramora sì sole.

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta l’inno che quella gente allor cantaro, né la nota soffersi tutta quanta.

S’io potessi ritrar come assonnaro li occhi spietati udendo di Siringa, li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

come pintor che con essempro pinga, disegnerei com’ io m’addormentai; ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

Però trascorro a quando mi svegliai, e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».

Quali a veder de’ fioretti del melo che del suo pome li angeli fa ghiotti e perpetüe nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti e vinti, ritornaro a la parola da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola così di Moïsè come d’Elia, e al maestro suo cangiata stola;

tal torna’ io, e vidi quella pia sovra me starsi che conducitrice fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda nova sedere in su la sua radice.

Vedi la compagnia che la circonda: li altri dopo ’l grifon sen vanno suso con più dolce canzone e più profonda».

E se più fu lo suo parlar diffuso, non so, però che già ne li occhi m’era quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

Sola sedeasi in su la terra vera, come guardia lasciata lì del plaustro che legar vidi a la biforme fera.

In cerchio le facevan di sé claustro le sette ninfe, con quei lumi in mano che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

«Qui sarai tu poco tempo silvano; e sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano.

Però, in pro del mondo che mal vive, al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, ritornato di là, fa che tu scrive».

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi d’i suoi comandamenti era divoto, la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.

Non scese mai con sì veloce moto foco di spessa nube, quando piove da quel confine che più va remoto,

com’ io vidi calar l’uccel di Giove per l’alber giù, rompendo de la scorza, non che d’i fiori e de le foglie nove;

e ferì ’l carro di tutta sua forza; ond’ el piegò come nave in fortuna, vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.

Poscia vidi avventarsi ne la cuna del trïunfal veiculo una volpe che d’ogne pasto buon parea digiuna;

ma, riprendendo lei di laide colpe, la donna mia la volse in tanta futa quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

Poscia per indi ond’ era pria venuta, l’aguglia vidi scender giù ne l’arca del carro e lasciar lei di sé pennuta;

e qual esce di cuor che si rammarca, tal voce uscì del cielo e cotal disse: «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».

Poi parve a me che la terra s’aprisse tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago che per lo carro sù la coda fisse;

e come vespa che ritragge l’ago, a sé traendo la coda maligna, trasse del fondo, e gissen vago vago.

Quel che rimase, come da gramigna vivace terra, da la piuma, offerta forse con intenzion sana e benigna,

si ricoperse, e funne ricoperta e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto che più tiene un sospir la bocca aperta.

Trasformato così ’l dificio santo mise fuor teste per le parti sue, tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue, ma le quattro un sol corno avean per fronte: simile mostro visto ancor non fue.

Sicura, quasi rocca in alto monte, seder sovresso una puttana sciolta m’apparve con le ciglia intorno pronte;

e come perché non li fosse tolta, vidi di costa a lei dritto un gigante; e basciavansi insieme alcuna volta.

Ma perché l’occhio cupido e vagante a me rivolse, quel feroce drudo la flagellò dal capo infin le piante;

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, disciolse il mostro, e trassel per la selva, tanto che sol di lei mi fece scudo

a la puttana e a la nova belva.

Purgatorio • Canto XXXIII

‘Deus, venerunt gentes’, alternando or tre or quattro dolce salmodia, le donne incominciaro, e lagrimando;

e Bëatrice, sospirosa e pia, quelle ascoltava sì fatta, che poco più a la croce si cambiò Maria.

Ma poi che l’altre vergini dier loco a lei di dir, levata dritta in pè, rispuose, colorata come foco:

‘Modicum, et non videbitis me; et iterum, sorelle mie dilette, modicum, et vos videbitis me’.

Poi le si mise innanzi tutte e sette, e dopo sé, solo accennando, mosse me e la donna e ’l savio che ristette.

Così sen giva; e non credo che fosse lo decimo suo passo in terra posto, quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, ad ascoltarmi tu sie ben disposto».

Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, dissemi: «Frate, perché non t’attenti a domandarmi omai venendo meco?».

Come a color che troppo reverenti dinanzi a suo maggior parlando sono, che non traggon la voce viva ai denti,

avvenne a me, che sanza intero suono incominciai: «Madonna, mia bisogna voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna voglio che tu omai ti disviluppe, sì che non parli più com’ om che sogna.

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sarà tutto tempo sanza reda l’aguglia che lasciò le penne al carro, per che divenne mostro e poscia preda;

ch’io veggio certamente, e però il narro, a darne tempo già stelle propinque, secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque, messo di Dio, anciderà la fuia con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia, qual Temi e Sfinge, men ti persuade, perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade, che solveranno questo enigma forte sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e sì come da me son porte, così queste parole segna a’ vivi del viver ch’è un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi, di non celar qual hai vista la pianta ch’è or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta, con bestemmia di fatto offende a Dio, che solo a l’uso suo la creò santa.

Per morder quella, in pena e in disio cinquemilia anni e più l’anima prima bramò colui che ’l morso in sé punio.

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima per singular cagione esser eccelsa lei tanto e sì travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua d’Elsa li pensier vani intorno a la tua mente, e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente la giustizia di Dio, ne l’interdetto, conosceresti a l’arbor moralmente.

Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto fatto di pietra e, impetrato, tinto, sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, che ’l te ne porti dentro a te per quello che si reca il bordon di palma cinto».

E io: «Sì come cera da suggello, che la figura impressa non trasmuta, segnato è or da voi lo mio cervello.

Ma perché tanto sovra mia veduta vostra parola disïata vola, che più la perde quanto più s’aiuta?».

«Perché conoschi», disse, «quella scuola c’hai seguitata, e veggi sua dottrina come può seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina distar cotanto, quanto si discorda da terra il ciel che più alto festina».

Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda ch’i’ stranïasse me già mai da voi, né honne coscïenza che rimorda».

«E se tu ricordar non te ne puoi», sorridendo rispuose, «or ti rammenta come bevesti di Letè ancoi;

e se dal fummo foco s’argomenta, cotesta oblivïon chiaro conchiude colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude le mie parole, quanto converrassi quelle scovrire a la tua vista rude».

E più corusco e con più lenti passi teneva il sole il cerchio di merigge, che qua e là, come li aspetti, fassi,

quando s’affisser, sì come s’affigge chi va dinanzi a gente per iscorta se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin d’un’ombra smorta, qual sotto foglie verdi e rami nigri sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri veder mi parve uscir d’una fontana, e, quasi amici, dipartirsi pigri.

«O luce, o gloria de la gente umana, che acqua è questa che qui si dispiega da un principio e sé da sé lontana?».

Per cotal priego detto mi fu: «Priega Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: «Questo e altre cose dette li son per me; e son sicura che l’acqua di Letè non gliel nascose».

E Bëatrice: «Forse maggior cura, che spesse volte la memoria priva, fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi Eünoè che là diriva: menalo ad esso, e come tu se’ usa, la tramortita sua virtù ravviva».

Come anima gentil, che non fa scusa, ma fa sua voglia de la voglia altrui tosto che è per segno fuor dischiusa;

così, poi che da essa preso fui, la bella donna mossesi, e a Stazio donnescamente disse: «Vien con lui».

S’io avessi, lettor, più lungo spazio da scrivere, i’ pur cantere’ in parte lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte ordite a questa cantica seconda, non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda rifatto sì come piante novelle rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.

PARADISO

Paradiso • Canto I

La gloria di colui che tutto move per l’universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende fu’ io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant’ io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi a dar l’amato alloro.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso assai mi fu; ma or con amendue m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue sì come quando Marsïa traesti de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti tanto che l’ombra del beato regno segnata nel mio capo io manifesti,

vedra’mi al piè del tuo diletto legno venire, e coronarmi de le foglie che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie per trïunfare o cesare o poeta, colpa e vergogna de l’umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta delfica deïtà dovria la fronda peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda: forse di retro a me con miglior voci si pregherà perché Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci la lucerna del mondo; ma da quella che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella esce congiunta, e la mondana cera più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera tal foce, e quasi tutto era là bianco quello emisperio, e l’altra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco vidi rivolta e riguardar nel sole: aguglia sì non li s’affisse unquanco.

E sì come secondo raggio suole uscir del primo e risalire in suso, pur come pelegrin che tornar vuole,

così de l’atto suo, per li occhi infuso ne l’imagine mia, il mio si fece, e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.

Molto è licito là, che qui non lece a le nostre virtù, mercé del loco fatto per proprio de l’umana spece.

Io nol soffersi molto, né sì poco, ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, com’ ferro che bogliente esce del foco;

e di sùbito parve giorno a giorno essere aggiunto, come quei che puote avesse il ciel d’un altro sole addorno.

Beatrice tutta ne l’etterne rote fissa con li occhi stava; e io in lei le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei, qual si fé Glauco nel gustar de l’erba che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

Trasumanar significar per verba non si poria; però l’essemplo basti a cui esperïenza grazia serba.

S’i’ era sol di me quel che creasti novellamente, amor che ’l ciel governi, tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni desiderato, a sé mi fece atteso con l’armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso de la fiamma del sol, che pioggia o fiume lago non fece alcun tanto disteso.

La novità del suono e ’l grande lume di lor cagion m’accesero un disio mai non sentito di cotanto acume.

Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, a quïetarmi l’animo commosso, pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso col falso imaginar, sì che non vedi ciò che vedresti se l’avessi scosso.

Tu non se’ in terra, sì come tu credi; ma folgore, fuggendo il proprio sito, non corse come tu ch’ad esso riedi».

S’io fui del primo dubbio disvestito per le sorrise parolette brevi, dentro ad un nuovo più fu’ inretito

e dissi: «Già contento requïevi di grande ammirazion; ma ora ammiro com’ io trascenda questi corpi levi».

Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante che madre fa sovra figlio deliro,

e cominciò: «Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo è forma che l’universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l’alte creature l’orma de l’etterno valore, il qual è fine al quale è fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline tutte nature, per diverse sorti, più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti per lo gran mar de l’essere, e ciascuna con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna; questi ne’ cor mortali è permotore; questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore d’intelligenza quest’ arco saetta, ma quelle c’hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta, del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto, cen porta la virtù di quella corda che ciò che scocca drizza in segno lieto.

Vero è che, come forma non s’accorda molte fïate a l’intenzion de l’arte, perch’ a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte talor la creatura, c’ha podere di piegar, così pinta, in altra parte;

e sì come veder si può cadere foco di nube, sì l’impeto primo l’atterra torto da falso piacere.

Non dei più ammirar, se bene stimo, lo tuo salir, se non come d’un rivo se d’alto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo d’impedimento, giù ti fossi assiso, com’ a terra quïete in foco vivo».

Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

Paradiso • Canto II

O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti: non vi mettete in pelago, ché forse, perdendo me, rimarreste smarriti.

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; Minerva spira, e conducemi Appollo, e nove Muse mi dimostran l’Orse.

Voialtri pochi che drizzaste il collo per tempo al pan de li angeli, del quale vivesi qui ma non sen vien satollo,

metter potete ben per l’alto sale vostro navigio, servando mio solco dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

Que’ glorïosi che passaro al Colco non s’ammiraron come voi farete, quando Iasón vider fatto bifolco.

La concreata e perpetüa sete del deïforme regno cen portava veloci quasi come ’l ciel vedete.

Beatrice in suso, e io in lei guardava; e forse in tanto in quanto un quadrel posa e vola e da la noce si dischiava,

giunto mi vidi ove mirabil cosa mi torse il viso a sé; e però quella cui non potea mia cura essere ascosa,

volta ver’ me, sì lieta come bella, «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, «che n’ha congiunti con la prima stella».

Parev’ a me che nube ne coprisse lucida, spessa, solida e pulita, quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro sé l’etterna margarita ne ricevette, com’ acqua recepe raggio di luce permanendo unita.

S’io era corpo, e qui non si concepe com’ una dimensione altra patio, ch’esser convien se corpo in corpo repe,

accender ne dovria più il disio di veder quella essenza in che si vede come nostra natura e Dio s’unio.

Lì si vedrà ciò che tenem per fede, non dimostrato, ma fia per sé noto a guisa del ver primo che l’uom crede.

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto com’ esser posso più, ringrazio lui lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.

Ma ditemi: che son li segni bui di questo corpo, che là giuso in terra fan di Cain favoleggiare altrui?».

Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali dove chiave di senso non diserra,

certo non ti dovrien punger li strali d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi vedi che la ragione ha corte l’ali.

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso credo che fanno i corpi rari e densi».

Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso nel falso il creder tuo, se bene ascolti l’argomentar ch’io li farò avverso.

La spera ottava vi dimostra molti lumi, li quali e nel quale e nel quanto notar si posson di diversi volti.

Se raro e denso ciò facesser tanto, una sola virtù sarebbe in tutti, più e men distributa e altrettanto.

Virtù diverse esser convegnon frutti di princìpi formali, e quei, for ch’uno, seguiterieno a tua ragion distrutti.

Ancor, se raro fosse di quel bruno cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte fora di sua materia sì digiuno

esto pianeto, o, sì come comparte lo grasso e ’l magro un corpo, così questo nel suo volume cangerebbe carte.

Se ’l primo fosse, fora manifesto ne l’eclissi del sol, per trasparere lo lume come in altro raro ingesto.

Questo non è: però è da vedere de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, falsificato fia lo tuo parere.

S’elli è che questo raro non trapassi, esser conviene un termine da onde lo suo contrario più passar non lassi;

e indi l’altrui raggio si rifonde così come color torna per vetro lo qual di retro a sé piombo nasconde.

Or dirai tu ch’el si dimostra tetro ivi lo raggio più che in altre parti, per esser lì refratto più a retro.

Da questa instanza può deliberarti esperïenza, se già mai la provi, ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso ti stea un lume che i tre specchi accenda e torni a te da tutti ripercosso.

Ben che nel quanto tanto non si stenda la vista più lontana, lì vedrai come convien ch’igualmente risplenda.

Or, come ai colpi de li caldi rai de la neve riman nudo il suggetto e dal colore e dal freddo primai,

così rimaso te ne l’intelletto voglio informar di luce sì vivace, che ti tremolerà nel suo aspetto.

Dentro dal ciel de la divina pace si gira un corpo ne la cui virtute l’esser di tutto suo contento giace.

Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, quell’ esser parte per diverse essenze, da lui distratte e da lui contenute.

Li altri giron per varie differenze le distinzion che dentro da sé hanno dispongono a lor fini e lor semenze.

Questi organi del mondo così vanno, come tu vedi omai, di grado in grado, che di sù prendono e di sotto fanno.

Riguarda bene omai sì com’ io vado per questo loco al vero che disiri, sì che poi sappi sol tener lo guado.

Lo moto e la virtù d’i santi giri, come dal fabbro l’arte del martello, da’ beati motor convien che spiri;

e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, de la mente profonda che lui volve prende l’image e fassene suggello.

E come l’alma dentro a vostra polve per differenti membra e conformate a diverse potenze si risolve,

così l’intelligenza sua bontate multiplicata per le stelle spiega, girando sé sovra sua unitate.

Virtù diversa fa diversa lega col prezïoso corpo ch’ella avviva, nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Per la natura lieta onde deriva, la virtù mista per lo corpo luce come letizia per pupilla viva.

Da essa vien ciò che da luce a luce par differente, non da denso e raro; essa è formal principio che produce,

conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».

Paradiso • Canto III

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, di bella verità m’avea scoverto, provando e riprovando, il dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo me stesso, tanto quanto si convenne leva’ il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne a sé me tanto stretto, per vedersi, che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi, o ver per acque nitide e tranquille, non sì profonde che i fondi sien persi,

tornan d’i nostri visi le postille debili sì, che perla in bianca fronte non vien men forte a le nostre pupille;

tali vid’ io più facce a parlar pronte; per ch’io dentro a l’error contrario corsi a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.

Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, quelle stimando specchiati sembianti, per veder di cui fosser, li occhi torsi;

e nulla vidi, e ritorsili avanti dritti nel lume de la dolce guida, che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

«Non ti maravigliar perch’ io sorrida», mi disse, «appresso il tuo püeril coto, poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,

ma te rivolve, come suole, a vòto: vere sustanze son ciò che tu vedi, qui rilegate per manco di voto.

Però parla con esse e odi e credi; ché la verace luce che le appaga da sé non lascia lor torcer li piedi».

E io a l’ombra che parea più vaga di ragionar, drizza’mi, e cominciai, quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:

«O ben creato spirito, che a’ rai di vita etterna la dolcezza senti che, non gustata, non s’intende mai,

grazïoso mi fia se mi contenti del nome tuo e de la vostra sorte». Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:

«La nostra carità non serra porte a giusta voglia, se non come quella che vuol simile a sé tutta sua corte.

I’ fui nel mondo vergine sorella; e se la mente tua ben sé riguarda, non mi ti celerà l’esser più bella,

ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, che, posta qui con questi altri beati, beata sono in la spera più tarda.

Li nostri affetti, che solo infiammati son nel piacer de lo Spirito Santo, letizian del suo ordine formati.

E questa sorte che par giù cotanto, però n’è data, perché fuor negletti li nostri voti, e vòti in alcun canto».

Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti vostri risplende non so che divino che vi trasmuta da’ primi concetti:

però non fui a rimembrar festino; ma or m’aiuta ciò che tu mi dici, sì che raffigurar m’è più latino.

Ma dimmi: voi che siete qui felici, disiderate voi più alto loco per più vedere e per più farvi amici?».

Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; da indi mi rispuose tanto lieta, ch’arder parea d’amor nel primo foco:

«Frate, la nostra volontà quïeta virtù di carità, che fa volerne sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

Se disïassimo esser più superne, foran discordi li nostri disiri dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri, s’essere in carità è qui necesse, e se la sua natura ben rimiri.

