# La Divina Commedia di Dante

## Part 13

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e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: ond’ elli m’assentì con lieto cenno ciò che chiedea la vista del disio.

Poi ch’io potei di me fare a mio senno, trassimi sovra quella creatura le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: «Spirto in cui pianger matura quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri cosa di là ond’ io vivendo mossi».

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima scias quod ego fui successor Petri.

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella, e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e poco più prova’ io come pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, che piuma sembran tutte l’altre some.

La mia conversïone, omè!, fu tarda; ma, come fatto fui roman pastore, così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s’acquetava il core, né più salir potiesi in quella vita; per che di questa in me s’accese amore.

Fino a quel punto misera e partita da Dio anima fui, del tutto avara; or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara in purgazion de l’anime converse; e nulla pena il monte ha più amara.

Sì come l’occhio nostro non s’aderse in alto, fisso a le cose terrene, così giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene lo nostro amore, onde operar perdési, così giustizia qui stretti ne tene,

ne’ piedi e ne le man legati e presi; e quanto fia piacer del giusto Sire, tanto staremo immobili e distesi».

Io m’era inginocchiato e volea dire; ma com’ io cominciai ed el s’accorse, solo ascoltando, del mio reverire,

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». E io a lui: «Per vostra dignitate mia coscïenza dritto mi rimorse».

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», rispuose; «non errar: conservo sono teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono che dice ‘Neque nubent’ intendesti, ben puoi veder perch’ io così ragiono.

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; ché la tua stanza mio pianger disagia, col qual maturo ciò che tu dicesti.

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, buona da sé, pur che la nostra casa non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di là m’è rimasa».

Purgatorio • Canto XX

Contra miglior voler voler mal pugna; onde contra ’l piacer mio, per piacerli, trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li luoghi spediti pur lungo la roccia, come si va per muro stretto a’ merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa, che più che tutte l’altre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di qua giù trasmutarsi, quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi, e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ «Dolce Maria!» dinanzi a noi chiamar così nel pianto come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto, quanto veder si può per quello ospizio dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, con povertà volesti anzi virtute che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m’eran sì piaciute, ch’io mi trassi oltre per aver contezza di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza che fece Niccolò a le pulcelle, per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle, dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola, s’io ritorno a compiér lo cammin corto di quella vita ch’al termine vola».

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto ch’io attenda di là, ma perché tanta grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia, sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia potesser, tosto ne saria vendetta; e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; di me son nati i Filippi e i Luigi per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: quando li regi antichi venner meno tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno del governo del regno, e tanta possa di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa la testa di mio figlio fu, dal quale cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale al sangue mio non tolse la vergogna, poco valea, ma pur non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna la sua rapina; e poscia, per ammenda, Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fé di Curradino; e poi ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, che tragge un altro Carlo fuor di Francia, per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.

Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia con la qual giostrò Giuda, e quella ponta sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta guadagnerà, per sé tanto più grave, quanto più lieve simil danno conta.

L’altro, che già uscì preso di nave, veggio vender sua figlia e patteggiarne come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne, poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso; veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele, che ciò nol sazia, ma sanza decreto portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto a veder la vendetta che, nascosa, fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa de lo Spirito Santo e che ti fece verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalïon allotta, cui traditore e ladro e paricida fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida, che seguì a la sua dimanda gorda, per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, come furò le spoglie, sì che l’ira di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira; lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; e in infamia tutto ’l monte gira

Polinestòr ch’ancise Polidoro; ultimamente ci si grida: “Crasso, dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso, secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che ’l dì ci si ragiona, dianzi non era io sol; ma qui da presso non alzava la voce altra persona».

Noi eravam partiti già da esso, e brigavam di soverchiar la strada tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’ io senti’, come cosa che cada, tremar lo monte; onde mi prese un gelo qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo, pria che Latona in lei facesse ’l nido a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido tal, che ’l maestro inverso me si feo, dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».

‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi come i pastor che prima udir quel canto, fin che ’l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo, guardando l’ombre che giacean per terra, tornate già in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra mi fé desideroso di sapere, se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere; né per la fretta dimandare er’ oso, né per me lì potea cosa vedere:

così m’andava timido e pensoso.

Purgatorio • Canto XXI

La sete natural che mai non sazia se non con l’acqua onde la femminetta samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta per la ’mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, dal piè guardando la turba che giace; né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.

Poi cominciò: «Nel beato concilio ti ponga in pace la verace corte che me rilega ne l’etterno essilio».

«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: «se voi siete ombre che Dio sù non degni, chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».

E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni che questi porta e che l’angel profila, ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila non li avea tratta ancora la conocchia che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, venendo sù, non potea venir sola, però ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola d’inferno per mostrarli, e mosterrolli oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una parve gridare infino a’ suoi piè molli».

Sì mi diè, dimandando, per la cruna del mio disio, che pur con la speranza si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza ordine senta la religïone de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero è qui da ogne alterazione: di quel che ’l ciel da sé in sé riceve esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina più sù cade che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade, né coruscar, né figlia di Taumante, che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai; ma per vento che ’n terra si nasconda, non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda sentesi, sì che surga o che si mova per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova, che, tutto libero a mutar convento, l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento che divina giustizia, contra voglia, come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia cinquecent’ anni e più, pur mo sentii libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii spiriti per lo monte render lode a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».

Così ne disse; e però ch’el si gode tanto del ber quant’ è grande la sete, non saprei dir quant’ el mi fece prode.

E ’l savio duca: «Omai veggio la rete che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, e perché tanti secoli giaciuto qui se’, ne le parole tue mi cappia».

«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto del sommo rege, vendicò le fóra ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora era io di là», rispuose quello spirto, «famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto, che, tolosano, a sé mi trasse Roma, dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville, che mi scaldar, de la divina fiamma onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma fummi, e fummi nutrice, poetando: sanz’ essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando visse Virgilio, assentirei un sole più che non deggio al mio uscir di bando».

Volser Virgilio a me queste parole con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci a la passion di che ciascun si spicca, che men seguon voler ne’ più veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; per che l’ombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;

e «Se tanto labore in bene assommi», disse, «perché la tua faccia testeso un lampeggiar di riso dimostrommi?».

Or son io d’una parte e d’altra preso: l’una mi fa tacer, l’altra scongiura ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e «Non aver paura», mi dice, «di parlar; ma parla e digli quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».

Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, antico spirto, del rider ch’io fei; ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei, è quel Virgilio dal qual tu togliesti forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti, lasciala per non vera, ed esser credi quelle parole che di lui dicesti».

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi al mio dottor, ma el li disse: «Frate, non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate comprender de l’amor ch’a te mi scalda, quand’ io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda».

Purgatorio • Canto XXII

Già era l’angel dietro a noi rimaso, l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’hanno a giustizia lor disiro detto n’avea beati, e le sue voci con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l’altre foci m’andava, sì che sanz’ alcun labore seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò: «Amore, acceso di virtù, sempre altro accese, pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese nel limbo de lo ’nferno Giovenale, che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale più strinse mai di non vista persona, sì ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona se troppa sicurtà m’allarga il freno, e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno loco avarizia, tra cotanto senno di quanto per tua cura fosti pieno?».

Queste parole Stazio mover fenno un poco a riso pria; poscia rispuose: «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose che danno a dubitar falsa matera per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, forse per quella cerchia dov’ io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita troppo da me, e questa dismisura migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura, quand’ io intesi là dove tu chiame, crucciato quasi a l’umana natura:

‘Per che non reggi tu, o sacra fame de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali potean le mani a spendere, e pente’mi così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi per ignoranza, che di questa pecca toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca per dritta opposizione alcun peccato, con esso insieme qui suo verde secca;

però, s’io son tra quella gente stato che piange l’avarizia, per purgarmi, per lo contrario suo m’è incontrato».

«Or quando tu cantasti le crude armi de la doppia trestizia di Giocasta», disse ’l cantor de’ buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta, non par che ti facesse ancor fedele la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele ti stenebraron sì, che tu drizzasti poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti verso Parnaso a ber ne le sue grotte, e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova; torna giustizia e primo tempo umano, e progenïe scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano: ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, a colorare stenderò la mano.

Già era ’l mondo tutto quanto pregno de la vera credenza, seminata per li messaggi de l’etterno regno;

e la parola tua sopra toccata si consonava a’ nuovi predicanti; ond’ io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi, che, quando Domizian li perseguette, sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette, io li sovvenni, e i lor dritti costumi fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; ma per paura chiuso cristian fu’mi,

lungamente mostrando paganesmo; e questa tepidezza il quarto cerchio cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio che m’ascondeva quanto bene io dico, mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai», rispuose il duca mio, «siam con quel Greco che le Muse lattar più ch’altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco; spesse fïate ragioniam del monte che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v’è nosco e Antifonte, Simonide, Agatone e altri piùe Greci che già di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue Antigone, Deïfile e Argia, e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia; èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, e con le suore sue Deïdamia».

Tacevansi ambedue già li poeti, di novo attenti a riguardar dintorno, liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno rimase a dietro, e la quinta era al temo, drizzando pur in sù l’ardente corno,

quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo le destre spalle volger ne convegna, girando il monte come far solemo».

Così l’usanza fu lì nostra insegna, e prendemmo la via con men sospetto per l’assentir di quell’ anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto di retro, e ascoltava i lor sermoni, ch’a poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni un alber che trovammo in mezza strada, con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada di ramo in ramo, così quello in giuso, cred’ io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, cadea de l’alta roccia un liquor chiaro e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l’alber s’appressaro; e una voce per entro le fronde gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde fosser le nozze orrevoli e intere, ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere, contente furon d’acqua; e Danïello dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant’ oro fu bello, fé savorose con fame le ghiande, e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande che nodriro il Batista nel diserto; per ch’elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v’è aperto».

Purgatorio • Canto XXIII

Mentre che li occhi per la fronda verde ficcava ïo sì come far suole chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo più che padre mi dicea: «Figliuole, vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto più utilmente compartir si vuole».

Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, appresso i savi, che parlavan sìe, che l’andar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar s’udìe ‘Labïa mëa, Domine’ per modo tal, che diletto e doglia parturìe.

«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno forse di lor dover solvendo il nodo».

Sì come i peregrin pensosi fanno, giugnendo per cammin gente non nota, che si volgono ad essa e non restanno,

così di retro a noi, più tosto mota, venendo e trapassando ci ammirava d’anime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, palida ne la faccia, e tanto scema che da l’ossa la pelle s’informava.

Non credo che così a buccia strema Erisittone fosse fatto secco, per digiunar, quando più n’ebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco la gente che perdé Ierusalemme, quando Maria nel figlio diè di becco!’

Parean l’occhiaie anella sanza gemme: chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ ben avria quivi conosciuta l’emme.

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo sì governasse, generando brama, e quel d’un’acqua, non sappiendo como?

Già era in ammirar che sì li affama, per la cagione ancor non manifesta di lor magrezza e di lor trista squama,

ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».

Mai non l’avrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.

Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese.

«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia che mi scolora», pregava, «la pelle, né a difetto di carne ch’io abbia;

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle due anime che là ti fanno scorta; non rimaner che tu non mi favelle!».

«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, mi dà di pianger mo non minor doglia», rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».

Ed elli a me: «De l’etterno consiglio cade vertù ne l’acqua e ne la pianta rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.

Tutta esta gente che piangendo canta per seguitar la gola oltra misura, in fame e ’n sete qui si rifà santa.

Di bere e di mangiar n’accende cura l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo che si distende su per sua verdura.

E non pur una volta, questo spazzo girando, si rinfresca nostra pena: io dico pena, e dovria dir sollazzo,

ché quella voglia a li alberi ci mena che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, quando ne liberò con la sua vena».

E io a lui: «Forese, da quel dì nel qual mutasti mondo a miglior vita, cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.

Se prima fu la possa in te finita di peccar più, che sovvenisse l’ora del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,

come se’ tu qua sù venuto ancora? Io ti credea trovar là giù di sotto, dove tempo per tempo si ristora».

Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto a ber lo dolce assenzo d’i martìri la Nella mia con suo pianger dirotto.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, e liberato m’ha de li altri giri.

Tanto è a Dio più cara e più diletta la vedovella mia, che molto amai, quanto in bene operare è più soletta;

ché la Barbagia di Sardigna assai ne le femmine sue più è pudica che la Barbagia dov’ io la lasciai.

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? Tempo futuro m’è già nel cospetto, cui non sarà quest’ ora molto antica,

nel qual sarà in pergamo interdetto a le sfacciate donne fiorentine l’andar mostrando con le poppe il petto.

Quai barbare fuor mai, quai saracine, cui bisognasse, per farle ir coperte, o spiritali o altre discipline?

Ma se le svergognate fosser certe di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, già per urlare avrian le bocche aperte;

ché, se l’antiveder qui non m’inganna, prima fien triste che le guance impeli colui che mo si consola con nanna.

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! vedi che non pur io, ma questa gente tutta rimira là dove ’l sol veli».

Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente qual fosti meco, e qual io teco fui, ancor fia grave il memorar presente.

