La Divina Commedia di Dante

Part 12

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e dirizza’mi a lui sì dimandando: «Che volse dir lo spirto di Romagna, e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».

Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna conosce il danno; e però non s’ammiri se ne riprende perché men si piagna.

Perché s’appuntano i vostri disiri dove per compagnia parte si scema, invidia move il mantaco a’ sospiri.

Ma se l’amor de la spera supprema torcesse in suso il disiderio vostro, non vi sarebbe al petto quella tema;

ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, tanto possiede più di ben ciascuno, e più di caritate arde in quel chiostro».

«Io son d’esser contento più digiuno», diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, e più di dubbio ne la mente aduno.

Com’ esser puote ch’un ben, distributo in più posseditor, faccia più ricchi di sé che se da pochi è posseduto?».

Ed elli a me: «Però che tu rificchi la mente pur a le cose terrene, di vera luce tenebre dispicchi.

Quello infinito e ineffabil bene che là sù è, così corre ad amore com’ a lucido corpo raggio vene.

Tanto si dà quanto trova d’ardore; sì che, quantunque carità si stende, cresce sovr’ essa l’etterno valore.

E quanta gente più là sù s’intende, più v’è da bene amare, e più vi s’ama, e come specchio l’uno a l’altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama, vedrai Beatrice, ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun’ altra brama.

Procaccia pur che tosto sieno spente, come son già le due, le cinque piaghe, che si richiudon per esser dolente».

Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, vidimi giunto in su l’altro girone, sì che tacer mi fer le luci vaghe.

Ivi mi parve in una visïone estatica di sùbito esser tratto, e vedere in un tempio più persone;

e una donna, in su l’entrar, con atto dolce di madre dicer: «Figliuol mio, perché hai tu così verso noi fatto?

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io ti cercavamo». E come qui si tacque, ciò che pareva prima, dispario.

Indi m’apparve un’altra con quell’ acque giù per le gote che ’l dolor distilla quando di gran dispetto in altrui nacque,

e dir: «Se tu se’ sire de la villa del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, e onde ogne scïenza disfavilla,

vendica te di quelle braccia ardite ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». E ’l segnor mi parea, benigno e mite,

risponder lei con viso temperato: «Che farem noi a chi mal ne disira, se quei che ci ama è per noi condannato?»,

Poi vidi genti accese in foco d’ira con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a sé pur: «Martira, martira!».

E lui vedea chinarsi, per la morte che l’aggravava già, inver’ la terra, ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando a l’alto Sire, in tanta guerra, che perdonasse a’ suoi persecutori, con quello aspetto che pietà diserra.

Quando l’anima mia tornò di fori a le cose che son fuor di lei vere, io riconobbi i miei non falsi errori.

Lo duca mio, che mi potea vedere far sì com’ om che dal sonno si slega, disse: «Che hai che non ti puoi tenere,

ma se’ venuto più che mezza lega velando li occhi e con le gambe avvolte, a guisa di cui vino o sonno piega?».

«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve quando le gambe mi furon sì tolte».

Ed ei: «Se tu avessi cento larve sovra la faccia, non mi sarian chiuse le tue cogitazion, quantunque parve.

Ciò che vedesti fu perché non scuse d’aprir lo core a l’acque de la pace che da l’etterno fonte son diffuse.

Non dimandai “Che hai?” per quel che face chi guarda pur con l’occhio che non vede, quando disanimato il corpo giace;

ma dimandai per darti forza al piede: così frugar conviensi i pigri, lenti ad usar lor vigilia quando riede».

Noi andavam per lo vespero, attenti oltre quanto potean li occhi allungarsi contra i raggi serotini e lucenti.

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi verso di noi come la notte oscuro; né da quello era loco da cansarsi.

Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

Purgatorio • Canto XVI

Buio d’inferno e di notte privata d’ogne pianeto, sotto pover cielo, quant’ esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo come quel fummo ch’ivi ci coperse, né a sentir di così aspro pelo,

che l’occhio stare aperto non sofferse; onde la scorta mia saputa e fida mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Sì come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

m’andava io per l’aere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca che diceva pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

Io sentia voci, e ciascuna pareva pregar per pace e per misericordia l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; una parola in tutte era e un modo, sì che parea tra esse ogne concordia.

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, e d’iracundia van solvendo il nodo».

«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, e di noi parli pur come se tue partissi ancor lo tempo per calendi?».

Così per una voce detto fue; onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, e domanda se quinci si va sùe».

E io: «O creatura che ti mondi per tornar bella a colui che ti fece, maraviglia udirai, se mi secondi».

«Io ti seguiterò quanto mi lece», rispuose; «e se veder fummo non lascia, l’udir ci terrà giunti in quella vece».

Allora incominciai: «Con quella fascia che la morte dissolve men vo suso, e venni qui per l’infernale ambascia.

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte, ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; e tue parole fier le nostre scorte».

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; del mondo seppi, e quel valore amai al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Per montar sù dirittamente vai». Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego che per me prieghi quando sù sarai».

E io a lui: «Per fede mi ti lego di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio ne la sentenza tua, che mi fa certo qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.

Lo mondo è ben così tutto diserto d’ogne virtute, come tu mi sone, e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione, sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate pur suso al cielo, pur come se tutto movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia; non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, lume v’è dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica ne le prime battaglie col ciel dura, poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete; e quella cria la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

Però, se ’l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia; e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla, salvo che, mossa da lieto fattore, volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore; quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre; convenne rege aver, che discernesse de la vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che ’l pastor che procede, rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, e non natura che ’n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, due soli aver, che l’una e l’altra strada facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada col pasturale, e l’un con l’altro insieme per viva forza mal convien che vada;

però che, giunti, l’un l’altro non teme: se non mi credi, pon mente a la spiga, ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch’Adice e Po riga, solea valore e cortesia trovarsi, prima che Federigo avesse briga;

or può sicuramente indi passarsi per qualunque lasciasse, per vergogna di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna l’antica età la nova, e par lor tardo che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo e Guido da Castel, che mei si noma, francescamente, il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma, per confondere in sé due reggimenti, cade nel fango, e sé brutta e la soma».

«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; e or discerno perché dal retaggio li figli di Levì furono essenti.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio di’ ch’è rimaso de la gente spenta, in rimprovèro del secol selvaggio?».

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco, s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Vedi l’albor che per lo fummo raia già biancheggiare, e me convien partirmi (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».

Così tornò, e più non volle udirmi.

Purgatorio • Canto XVII

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe,

come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi;

e fia la tua imagine leggera in giugnere a veder com’ io rividi lo sole in pria, che già nel corcar era.

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi del mio maestro, usci’ fuor di tal nube ai raggi morti già ne’ bassi lidi.

O imaginativa che ne rube talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge perché dintorno suonin mille tube,

chi move te, se ’l senso non ti porge? Moveti lume che nel ciel s’informa, per sé o per voler che giù lo scorge.

De l’empiezza di lei che mutò forma ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, ne l’imagine mia apparve l’orma;

e qui fu la mia mente sì ristretta dentro da sé, che di fuor non venìa cosa che fosse allor da lei ricetta.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia un crucifisso, dispettoso e fero ne la sua vista, e cotal si moria;

intorno ad esso era il grande Assüero, Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far così intero.

E come questa imagine rompeo sé per sé stessa, a guisa d’una bulla cui manca l’acqua sotto qual si feo,

surse in mia visïone una fanciulla piangendo forte, e dicea: «O regina, perché per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t’hai per non perder Lavina; or m’hai perduta! Io son essa che lutto, madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».

Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto;

così l’imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, quando una voce disse «Qui si monta», che da ogne altro intento mi rimosse;

e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che parlava, che mai non posa, se non si raffronta.

Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, così la mia virtù quivi mancava.

«Questo è divino spirito, che ne la via da ir sù ne drizza sanza prego, e col suo lume sé medesmo cela.

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; ché quale aspetta prego e l’uopo vede, malignamente già si mette al nego.

Or accordiamo a tanto invito il piede; procacciam di salir pria che s’abbui, ché poi non si poria, se ’l dì non riede».

Così disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto ch’io al primo grado fui,

senti’mi presso quasi un muover d’ala e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati pacifici, che son sanz’ ira mala!’.

Già eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da più lati.

‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, fra me stesso dicea, ché mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue.

Noi eravam dove più non saliva la scala sù, ed eravamo affissi, pur come nave ch’a la piaggia arriva.

E io attesi un poco, s’io udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

«Dolce mio padre, dì, quale offensione si purga qui nel giro dove semo? Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo del suo dover, quiritta si ristora; qui si ribatte il mal tardato remo.

Ma perché più aperto intendi ancora, volgi la mente a me, e prenderai alcun buon frutto di nostra dimora».

«Né creator né creatura mai», cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, o naturale o d’animo; e tu ’l sai.

Lo naturale è sempre sanza errore, ma l’altro puote errar per malo obietto o per troppo o per poco di vigore.

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, e ne’ secondi sé stesso misura, esser non può cagion di mal diletto;

ma quando al mal si torce, o con più cura o con men che non dee corre nel bene, contra ’l fattore adovra sua fattura.

Quinci comprender puoi ch’esser convene amor sementa in voi d’ogne virtute e d’ogne operazion che merta pene.

Or, perché mai non può da la salute amor del suo subietto volger viso, da l’odio proprio son le cose tute;

e perché intender non si può diviso, e per sé stante, alcuno esser dal primo, da quello odiare ogne effetto è deciso.

Resta, se dividendo bene stimo, che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso amor nasce in tre modi in vostro limo.

È chi, per esser suo vicin soppresso, spera eccellenza, e sol per questo brama ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e fama teme di perder perch’ altri sormonti, onde s’attrista sì che ’l contrario ama;

ed è chi per ingiuria par ch’aonti, sì che si fa de la vendetta ghiotto, e tal convien che ’l male altrui impronti.

Questo triforme amor qua giù di sotto si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l’animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira o a lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben è che non fa l’uom felice; non è felicità, non è la buona essenza, d’ogne ben frutto e radice.

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».

Purgatorio • Canto XVIII

Posto avea fine al suo ragionamento l’alto dottore, e attento guardava ne la mia vista s’io parea contento;

e io, cui nova sete ancor frugava, di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

Ma quel padre verace, che s’accorse del timido voler che non s’apriva, parlando, di parlare ardir mi porse.

Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro quanto la tua ragion parta o descriva.

Però ti prego, dolce padre caro, che mi dimostri amore, a cui reduci ogne buono operare e ’l suo contraro».

«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci de lo ’ntelletto, e fieti manifesto l’error de’ ciechi che si fanno duci.

L’animo, ch’è creato ad amar presto, ad ogne cosa è mobile che piace, tosto che dal piacere in atto è desto.

Vostra apprensiva da esser verace tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, sì che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega, quel piegare è amor, quell’ è natura che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ’l foco movesi in altura per la sua forma ch’è nata a salire là dove più in sua matera dura,

così l’animo preso entra in disire, ch’è moto spiritale, e mai non posa fin che la cosa amata il fa gioire.

Or ti puote apparer quant’ è nascosa la veritate a la gente ch’avvera ciascun amore in sé laudabil cosa;

però che forse appar la sua matera sempre esser buona, ma non ciascun segno è buono, ancor che buona sia la cera».

«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;

ché, s’amore è di fuori a noi offerto e l’anima non va con altro piede, se dritta o torta va, non è suo merto».

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta pur a Beatrice, ch’è opra di fede.

Ogne forma sustanzïal, che setta è da matera ed è con lei unita, specifica vertute ha in sé colletta,

la qual sanza operar non è sentita, né si dimostra mai che per effetto, come per verdi fronde in pianta vita.

Però, là onde vegna lo ’ntelletto de le prime notizie, omo non sape, e de’ primi appetibili l’affetto,

che sono in voi sì come studio in ape di far lo mele; e questa prima voglia merto di lode o di biasmo non cape.

Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, innata v’è la virtù che consiglia, e de l’assenso de’ tener la soglia.

Quest’ è ’l principio là onde si piglia ragion di meritare in voi, secondo che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo, s’accorser d’esta innata libertate; però moralità lasciaro al mondo.

Onde, poniam che di necessitate surga ogne amor che dentro a voi s’accende, di ritenerlo è in voi la podestate.

La nobile virtù Beatrice intende per lo libero arbitrio, e però guarda che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».

La luna, quasi a mezza notte tarda, facea le stelle a noi parer più rade, fatta com’ un secchion che tuttor arda;

e correa contro ’l ciel per quelle strade che ’l sole infiamma allor che quel da Roma tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.

E quell’ ombra gentil per cui si noma Pietola più che villa mantoana, del mio carcar diposta avea la soma;

per ch’io, che la ragione aperta e piana sovra le mie quistioni avea ricolta, stava com’ om che sonnolento vana.

Ma questa sonnolenza mi fu tolta subitamente da gente che dopo le nostre spalle a noi era già volta.

E quale Ismeno già vide e Asopo lungo di sè di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

cotal per quel giron suo passo falca, per quel ch’io vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca.

Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo si movea tutta quella turba magna; e due dinanzi gridavan piangendo:

«Maria corse con fretta a la montagna; e Cesare, per soggiogare Ilerda, punse Marsilia e poi corse in Ispagna».

«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda per poco amor», gridavan li altri appresso, «che studio di ben far grazia rinverda».

«O gente in cui fervore aguto adesso ricompie forse negligenza e indugio da voi per tepidezza in ben far messo,

questi che vive, e certo i’ non vi bugio, vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; però ne dite ond’ è presso il pertugio».

Parole furon queste del mio duca; e un di quelli spirti disse: «Vieni di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, che restar non potem; però perdona, se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l’un piè dentro la fossa, che tosto piangerà quel monastero, e tristo fia d’avere avuta possa;

perché suo figlio, mal del corpo intero, e de la mente peggio, e che mal nacque, ha posto in loco di suo pastor vero».

Io non so se più disse o s’ei si tacque, tant’ era già di là da noi trascorso; ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m’era ad ogne uopo soccorso disse: «Volgiti qua: vedine due venir dando a l’accidïa di morso».

Di retro a tutti dicean: «Prima fue morta la gente a cui il mar s’aperse, che vedesse Iordan le rede sue.

E quella che l’affanno non sofferse fino a la fine col figlio d’Anchise, sé stessa a vita sanza gloria offerse».

Poi quando fuor da noi tanto divise quell’ ombre, che veder più non potiersi, novo pensiero dentro a me si mise,

del qual più altri nacquero e diversi; e tanto d’uno in altro vaneggiai, che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ’l pensamento in sogno trasmutai.

Purgatorio • Canto XIX

Ne l’ora che non può ’l calor dïurno intepidar più ’l freddo de la luna, vinto da terra, e talor da Saturno

—quando i geomanti lor Maggior Fortuna veggiono in orïente, innanzi a l’alba, surger per via che poco le sta bruna—,

mi venne in sogno una femmina balba, ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come ’l sol conforta le fredde membra che la notte aggrava, così lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava in poco d’ora, e lo smarrito volto, com’ amor vuol, così le colorava.

Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, cominciava a cantar sì, che con pena da lei avrei mio intento rivolto.

«Io son», cantava, «io son dolce serena, che ’ marinari in mezzo mar dismago; tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago al canto mio; e qual meco s’ausa, rado sen parte; sì tutto l’appago!».

Ancor non era sua bocca richiusa, quand’ una donna apparve santa e presta lunghesso me per far colei confusa.

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», fieramente dicea; ed el venìa con li occhi fitti pur in quella onesta.

L’altra prendea, e dinanzi l’apria fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.

Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; troviam l’aperta per la qual tu entre».

Sù mi levai, e tutti eran già pieni de l’alto dì i giron del sacro monte, e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che l’ha di pensier carca, che fa di sé un mezzo arco di ponte;

quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca.

Con l’ali aperte, che parean di cigno, volseci in sù colui che sì parlonne tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne, ‘Qui lugent’ affermando esser beati, ch’avran di consolar l’anime donne.

«Che hai che pur inver’ la terra guati?», la guida mia incominciò a dirmi, poco amendue da l’angel sormontati.

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi novella visïon ch’a sé mi piega, sì ch’io non posso dal pensar partirmi».

«Vedesti», disse, «quell’antica strega che sola sovr’ a noi omai si piagne; vedesti come l’uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne; li occhi rivolgi al logoro che gira lo rege etterno con le rote magne».

Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, indi si volge al grido e si protende per lo disio del pasto che là il tira,

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso, n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.

Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, vidi gente per esso che piangea, giacendo a terra tutta volta in giuso.

‘Adhaesit pavimento anima mea’ sentia dir lor con sì alti sospiri, che la parola a pena s’intendea.

«O eletti di Dio, li cui soffriri e giustizia e speranza fa men duri, drizzate noi verso li alti saliri».

«Se voi venite dal giacer sicuri, e volete trovar la via più tosto, le vostre destre sien sempre di fori».

Così pregò ’l poeta, e sì risposto poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io nel parlare avvisai l’altro nascosto,