Part 11
Come del suo voler li angeli tuoi fan sacrificio a te, cantando osanna, così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona, non spermentar con l’antico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro».
Così a sé e noi buona ramogna quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, simile a quel che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei c’hanno al voler buona radice?
Ben si de’ loro atar lavar le note che portar quinci, sì che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi tosto, sì che possiate muover l’ala, che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver’ la scala si va più corto; e se c’è più d’un varco, quel ne ’nsegnate che men erto cala;
ché questi che vien meco, per lo ’ncarco de la carne d’Adamo onde si veste, al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu’ io seguiva, non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: «A man destra per la riva con noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva.
E s’io non fossi impedito dal sasso che la cervice mia superba doma, onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch’ancor vive e non si noma, guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d’un gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
L’antico sangue e l’opere leggiadre d’i miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre,
ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno superbia fa, ché tutti miei consorti ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch’io questo peso porti per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
Ascoltando chinai in giù la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava.
«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare’ io stato sì cortese mentre ch’io vissi, per lo gran disio de l’eccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse! com’ poco verde in su la cima dura, se non è giunta da l’etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi da te la carne, che se fossi morto anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
pria che passin mill’ anni? ch’è più corto spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia al cerchio che più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco piglia dinanzi a me, Toscana sonò tutta; e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond’ era sire quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che superba fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
La vostra nominanza è color d’erba, che viene e va, e quei la discolora per cui ella esce de la terra acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir m’incora bona umiltà, e gran tumor m’appiani; ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntüoso a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito è così e va, sanza riposo, poi che morì; cotal moneta rende a sodisfar chi è di là troppo oso».
E io: «Se quello spirito ch’attende, pria che si penta, l’orlo de la vita, qua giù dimora e qua sù non ascende,
se buona orazïon lui non aita, prima che passi tempo quanto visse, come fu la venuta lui largita?».
«Quando vivea più glorïoso», disse, «liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s’affisse;
e lì, per trar l’amico suo di pena, ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena.
Più non dirò, e scuro so che parlo; ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini faranno sì che tu potrai chiosarlo.
Quest’ opera li tolse quei confini».
Purgatorio • Canto XII
Di pari, come buoi che vanno a giogo, m’andava io con quell’ anima carca, fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca; ché qui è buono con l’ali e coi remi, quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
dritto sì come andar vuolsi rife’mi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi.
Io m’era mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue già mostravam com’ eravam leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue».
Come, perché di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel ch’elli eran pria,
onde lì molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a’ pïi dà de le calcagne;
sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza secondo l’artificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza.
Vedea colui che fu nobil creato più ch’altra creatura, giù dal cielo folgoreggiando scender, da l’un lato.
Vedëa Brïareo fitto dal telo celestïal giacer, da l’altra parte, grave a la terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, armati ancora, intorno al padre loro, mirar le membra d’i Giganti sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le genti che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
O Nïobè, con che occhi dolenti vedea io te segnata in su la strada, tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
O Saùl, come in su la propria spada quivi parevi morto in Gelboè, che poi non sentì pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io te già mezza ragna, trista in su li stracci de l’opera che mal per te si fé.
O Roboàm, già non par che minacci quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento come Almeon a sua madre fé caro parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacherìb dentro dal tempio, e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava la ruina e ’l crudo scempio che fé Tamiri, quando disse a Ciro: «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro.
Vedeva Troia in cenere e in caverne; o Ilïón, come te basso e vile mostrava il segno che lì si discerne!
Qual di pennel fu maestro o di stile che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi mirar farieno uno ingegno sottile?
Morti li morti e i vivi parean vivi: non vide mei di me chi vide il vero, quant’ io calcai, fin che chinato givi.
Or superbite, e via col viso altero, figliuoli d’Eva, e non chinate il volto sì che veggiate il vostro mal sentero!
Più era già per noi del monte vòlto e del cammin del sole assai più speso che non stimava l’animo non sciolto,
quando colui che sempre innanzi atteso andava, cominciò: «Drizza la testa; non è più tempo di gir sì sospeso.
Vedi colà un angel che s’appresta per venir verso noi; vedi che torna dal servigio del dì l’ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti addorna, sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; pensa che questo dì mai non raggiorna!».
Io era ben del suo ammonir uso pur di non perder tempo, sì che ’n quella materia non potea parlarmi chiuso.
A noi venìa la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; disse: «Venite: qui son presso i gradi, e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi: o gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?».
Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batté l’ali per la fronte; poi mi promise sicura l’andata.
Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l’ardita foga per le scalee che si fero ad etade ch’era sicuro il quaderno e la doga;
così s’allenta la ripa che cade quivi ben ratta da l’altro girone; ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone, ‘Beati pauperes spiritu!’ voci cantaron sì, che nol diria sermone.
Ahi quanto son diverse quelle foci da l’infernali! ché quivi per canti s’entra, e là giù per lamenti feroci.
Già montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo più lieve che per lo pian non mi parea davanti.
Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve levata s’è da me, che nulla quasi per me fatica, andando, si riceve?».
Rispuose: «Quando i P che son rimasi ancor nel volto tuo presso che stinti, saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, che non pur non fatica sentiranno, ma fia diletto loro esser sù pinti».
Allor fec’ io come color che vanno con cosa in capo non da lor saputa, se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
per che la mano ad accertar s’aiuta, e cerca e truova e quello officio adempie che non si può fornir per la veduta;
e con le dita de la destra scempie trovai pur sei le lettere che ’ncise quel da le chiavi a me sovra le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise.
Purgatorio • Canto XIII
Noi eravamo al sommo de la scala, dove secondamente si risega lo monte che salendo altrui dismala.
Ivi così una cornice lega dintorno il poggio, come la primaia; se non che l’arco suo più tosto piega.
Ombra non lì è né segno che si paia: parsi la ripa e parsi la via schietta col livido color de la petraia.
«Se qui per dimandar gente s’aspetta», ragionava il poeta, «io temo forse che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
Poi fisamente al sole li occhi porse; fece del destro lato a muover centro, e la sinistra parte di sé torse.
«O dolce lume a cui fidanza i’ entro per lo novo cammin, tu ne conduci», dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; s’altra ragione in contrario non ponta, esser dien sempre li tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un migliaio si conta, tanto di là eravam noi già iti, con poco tempo, per la voglia pronta;
e verso noi volar furon sentiti, non però visti, spiriti parlando a la mensa d’amor cortesi inviti.
La prima voce che passò volando ‘Vinum non habent’ altamente disse, e dietro a noi l’andò reïterando.
E prima che del tutto non si udisse per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ passò gridando, e anco non s’affisse.
«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». E com’ io domandai, ecco la terza dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza la colpa de la invidia, e però sono tratte d’amor le corde de la ferza.
Lo fren vuol esser del contrario suono; credo che l’udirai, per mio avviso, prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, e vedrai gente innanzi a noi sedersi, e ciascun è lungo la grotta assiso».
Allora più che prima li occhi apersi; guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti al color de la pietra non diversi.
E poi che fummo un poco più avanti, udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
Non credo che per terra vada ancoi omo sì duro, che non fosse punto per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
ché, quando fui sì presso di lor giunto, che li atti loro a me venivan certi, per li occhi fui di grave dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean coperti, e l’un sofferia l’altro con la spalla, e tutti da la ripa eran sofferti.
Così li ciechi a cui la roba falla, stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
perché ’n altrui pietà tosto si pogna, non pur per lo sonar de le parole, ma per la vista che non meno agogna.
E come a li orbi non approda il sole, così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, luce del ciel di sé largir non vole;
ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra e cusce sì, come a sparvier selvaggio si fa però che queto non dimora.
A me pareva, andando, fare oltraggio, veggendo altrui, non essendo veduto: per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; e però non attese mia dimanda, ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
Virgilio mi venìa da quella banda de la cornice onde cader si puote, perché da nulla sponda s’inghirlanda;
da l’altra parte m’eran le divote ombre, che per l’orribile costura premevan sì, che bagnavan le gote.
Volsimi a loro e: «O gente sicura», incominciai, «di veder l’alto lume che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva le schiume di vostra coscïenza sì che chiaro per essa scenda de la mente il fiume,
ditemi, ché mi fia grazioso e caro, s’anima è qui tra voi che sia latina; e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
«O frate mio, ciascuna è cittadina d’una vera città; ma tu vuo’ dire che vivesse in Italia peregrina».
Questo mi parve per risposta udire più innanzi alquanto che là dov’ io stava, ond’ io mi feci ancor più là sentire.
Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, se tu se’ quelli che mi rispondesti, fammiti conto o per luogo o per nome».
«Io fui sanese», rispuose, «e con questi altri rimendo qui la vita ria, lagrimando a colui che sé ne presti.
Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia.
E perché tu non creda ch’io t’inganni, odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, già discendendo l’arco d’i miei anni.
Eran li cittadin miei presso a Colle in campo giunti co’ loro avversari, e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari passi di fuga; e veggendo la caccia, letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, come fé ’l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo de la mia vita; e ancor non sarebbe lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe Pier Pettinaio in sue sante orazioni, a cui di me per caritate increbbe.
Ma tu chi se’, che nostre condizioni vai dimandando, e porti li occhi sciolti, sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, ma picciol tempo, ché poca è l’offesa fatta per esser con invidia vòlti.
Troppa è più la paura ond’ è sospesa l’anima mia del tormento di sotto, che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
E vivo sono; e però mi richiedi, spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova di là per te ancor li mortai piedi».
«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; però col priego tuo talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu più brami, se mai calchi la terra di Toscana, che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente vana che spera in Talamone, e perderagli più di speranza ch’a trovar la Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli».
Purgatorio • Canto XIV
«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia prima che morte li abbia dato il volo, e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; domandal tu che più li t’avvicini, e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
Così due spirti, l’uno a l’altro chini, ragionavan di me ivi a man dritta; poi fer li visi, per dirmi, supini;
e disse l’uno: «O anima che fitta nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, per carità ne consola e ne ditta
onde vieni e chi se’; ché tu ne fai tanto maravigliar de la tua grazia, quanto vuol cosa che non fu più mai».
E io: «Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia.
Di sovr’ esso rech’ io questa persona: dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, ché ’l nome mio ancor molto non suona».
«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno con lo ’ntelletto», allora mi rispuose quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
E l’altro disse lui: «Perché nascose questi il vocabol di quella riviera, pur com’ om fa de l’orribili cose?».
E l’ombra che di ciò domandata era, si sdebitò così: «Non so; ma degno ben è che ’l nome di tal valle pèra;
ché dal principio suo, ov’ è sì pregno l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
infin là ’ve si rende per ristoro di quel che ’l ciel de la marina asciuga, ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
vertù così per nimica si fuga da tutti come biscia, o per sventura del luogo, o per mal uso che li fruga:
ond’ hanno sì mutata lor natura li abitator de la misera valle, che par che Circe li avesse in pastura.
Tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo fatto in uman uso, dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lor disdegnosa torce il muso.
Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, tanto più trova di can farsi lupi la maladetta e sventurata fossa.
Discesa poi per più pelaghi cupi, trova le volpi sì piene di froda, che non temono ingegno che le occùpi.
Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta di ciò che vero spirto mi disnoda.
Io veggio tuo nepote che diventa cacciator di quei lupi in su la riva del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva; poscia li ancide come antica belva; molti di vita e sé di pregio priva.
Sanguinoso esce de la trista selva; lasciala tal, che di qui a mille anni ne lo stato primaio non si rinselva».
Com’ a l’annunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui ch’ascolta, da qual che parte il periglio l’assanni,
così vid’ io l’altr’ anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
Lo dir de l’una e de l’altra la vista mi fer voglioso di saper lor nomi, e dimanda ne fei con prieghi mista;
per che lo spirto che di pria parlòmi ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
Ma da che Dio in te vuol che traluca tanto sua grazia, non ti sarò scarso; però sappi ch’io fui Guido del Duca.
Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, che se veduto avesse uom farsi lieto, visto m’avresti di livore sparso.
Di mia semente cotal paglia mieto; o gente umana, perché poni ’l core là ’v’ è mestier di consorte divieto?
Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore de la casa da Calboli, ove nullo fatto s’è reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullo, tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, del ben richesto al vero e al trastullo;
ché dentro a questi termini è ripieno di venenosi sterpi, sì che tardi per coltivare omai verrebber meno.
Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? Pier Traversaro e Guido di Carpigna? Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? quando in Faenza un Bernardin di Fosco, verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, quando rimembro, con Guido da Prata, Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
Federigo Tignoso e sua brigata, la casa Traversara e li Anastagi (e l’una gente e l’altra è diretata),
le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi che ne ’nvogliava amore e cortesia là dove i cuor son fatti sì malvagi.
O Bretinoro, ché non fuggi via, poi che gita se n’è la tua famiglia e molta gente per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, che di figliar tai conti più s’impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio lor sen girà; ma non però che puro già mai rimagna d’essi testimonio.
O Ugolin de’ Fantolin, sicuro è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta chi far lo possa, tralignando, scuro.
Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta troppo di pianger più che di parlare, sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
Noi sapavam che quell’ anime care ci sentivano andar; però, tacendo, facëan noi del cammin confidare.
Poi fummo fatti soli procedendo, folgore parve quando l’aere fende, voce che giunse di contra dicendo:
‘Anciderammi qualunque m’apprende’; e fuggì come tuon che si dilegua, se sùbito la nuvola scoscende.
Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, ed ecco l’altra con sì gran fracasso, che somigliò tonar che tosto segua:
«Io sono Aglauro che divenni sasso»; e allor, per ristrignermi al poeta, in destro feci, e non innanzi, il passo.
Già era l’aura d’ogne parte queta; ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo de l’antico avversaro a sé vi tira; e però poco val freno o richiamo.
Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, mostrandovi le sue bellezze etterne, e l’occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne».
Purgatorio • Canto XV
Quanto tra l’ultimar de l’ora terza e ’l principio del dì par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza,
tanto pareva già inver’ la sera essere al sol del suo corso rimaso; vespero là, e qui mezza notte era.
E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, perché per noi girato era sì ’l monte, che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
quand’ io senti’ a me gravar la fronte a lo splendore assai più che di prima, e stupor m’eran le cose non conte;
ond’ io levai le mani inver’ la cima de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, che del soverchio visibile lima.
Come quando da l’acqua o da lo specchio salta lo raggio a l’opposita parte, salendo su per lo modo parecchio
a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, sì come mostra esperïenza e arte;
così mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso; per che a fuggir la mia vista fu ratta.
«Che è quel, dolce padre, a che non posso schermar lo viso tanto che mi vaglia», diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia la famiglia del cielo», a me rispuose: «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
Tosto sarà ch’a veder queste cose non ti fia grave, ma fieti diletto quanto natura a sentir ti dispuose».
Poi giunti fummo a l’angel benedetto, con lieta voce disse: «Intrate quinci ad un scaleo vie men che li altri eretto».
Noi montavam, già partiti di linci, e ‘Beati misericordes!’ fue cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
Lo mio maestro e io soli amendue suso andavamo; e io pensai, andando, prode acquistar ne le parole sue;