La distanza: commedia in tre atti
Part 5
spalanca il terrazzo, ne trae, per portare nella stanza, due vasi di fiori. Uno dopo l'altro con le forbici ne taglia qualche foglia appassita, canticchiando. Poi leva di tasca una pipetta di radica, l'empie di tabacco, quando si suona all'uscio. Allora in fretta riporta i fiori in terrazza, ricaccia in tasca la pipa, va ad aprire e rientra col principe di Melisangro.
Entri, entri.
IL PRINCIPE
Il professore è in casa?
EMILIO
lo guarda, cerca di fissare la fisonomia, di riallacciare vecchi ricordi: chi è? eppure!
Nossignore. È uscito. Che gli ho a dire qualcosa?
IL PRINCIPE
Grazie: volevo proprio parlare con lui. Starà molto a tornare?
EMILIO
Non crederei. Mi ha detto di no, ma non ha precisato. Se si vuole accomodare.... o se crede di tornare più tardi....
IL PRINCIPE
Tornerò tra mezz'ora. Se intanto venisse gli direte che c'è stato il principe di Melisangro.
EMILIO
sorride soddisfatto.
Ah! ecco: il principe di Melisangro. Mi pareva e non mi pareva. Sono passati tanti anni, ma la memoria delle fisonomie mi serve ancòra.
IL PRINCIPE
l'osserva incerto.
Eppure!...
EMILIO
Ma sì, signor principe. Sono Emilio.
Gli si ricorda più precisamente.
Il bidello del Liceo Cavour.
IL PRINCIPE
sorpreso, lieto, quasi commosso.
Emilio?... Sei tu, Emilio!... Emilio.... ma guarda!
EMILIO
Dopo tanto tempo! Gli anni, poverini, anche loro lavorano, distruggono, ma qualche cosa, scava, scava, sotto sotto ci resta.
IL PRINCIPE
come ripetendo a sè.
Ma già: Emilio. Come son contento di rivederti!
EMILIO
Io tanto quanto non può credere! Se mi vuol far l'onore di accomodarsi....
Ridendo.
Come faceva allora, signor principe.
IL PRINCIPE
Sicuro che mi accomodo. Figurati se non voglio fare una chiacchierata con te dopo tanti anni! Emilio: quanti sono?
EMILIO
come per scacciarli col gesto.
Non li diciamo che è meglio.
IL PRINCIPE
Stai bene, sai. Non sei mai stato un colosso.... ma ti trovo in buona salute. Vecchierello, si capisce.
Canterella.
Siamo diventati vecchi.
EMILIO
Io son diventato vecchio.
IL PRINCIPE
E io no?
EMILIO
Ne ho tanti più di lei!
Sorride.
O', ne ho settantadue! Son molti. Allora ero giovane anch'io.
IL PRINCIPE
E come mai tu sei qui a Salduggio?
EMILIO
Ah! ci son venuto a trovare il figliolo.
IL PRINCIPE
Quale figliolo?
EMILIO
Eh! Il professore.
IL PRINCIPE
Ma sì, caro, scusa. Serralunga, Emilio Serralunga.... Ma tu per me, per tutti gli scolari del Liceo Cavour eri Emilio. Ti si chiamava per nome. E ci hai quel figliolo solo?
EMILIO
Quello solo.
IL PRINCIPE
Ma di quello lì te ne puoi contentare. È un bravo giovane.
EMILIO
Ah, sì, questo sì. Ringraziando Dio, sì. Lo sa, signor principe, che anche da ufficiale si fece tanto onore?
IL PRINCIPE
Lo so, lo so.
EMILIO
Bisognava sentire il suo colonnello, quando andai che gli diedero la medaglia, al mio Marino.
Con tenerezza e orgoglio.
Ah! il mio Marino....
Come spaventato, ridendo.
Uh! se torna e mi sente che faccio le sue lodi, mi mangia! Ma creda, signor principe, così bravo com'è non me lo meritavo.
IL PRINCIPE
Perchè non te lo meritavi? Anzi! Sei sempre stato un brav'uomo e avrai fatto tanti sacrifici per lui! Chissà con quanti stenti te lo sei tirato su!
EMILIO
Eh! sì. E tutti che mi dicevano: «Da' retta, mettilo a un mestiere, che tanto non ci arrivi a vederlo con la laurea». E io: «No, no, nemmeno per idea. Ogni anno che studia è uno di più che fa e uno di meno.... che gli manca a finire. Se non ci arrivo io a vederlo dottore, che importa? Purchè ci arrivi lui!» O lei signor principe — mi scusi l'ardire della domanda — o come mai è qui a Salduggio?
Si apre la porta. Marino non visto rimane fermo, stupito della presenza del principe, e più del tu confidenziale che delle parole del colloquio. Alcune delle quali lo abbattono, lo feriscono.
SCENA III.
IL PRINCIPE — EMILIO — MARINO.
IL PRINCIPE
O che non lo sai che ci ho qui una figliola maritata? Sicuro: la marchesa di Primasco.
EMILIO
stupido.
O senti! La signora marchesa è la sua figlia! Quella signora tanto bella che ne dicono tutti tanto bene? E che è tanto alla mano che non pare nemmeno d'una gran nascita? Ha avuto anche la gran finezza di ricevere in casa sua il mio Marino, come se fosse uno della sua condizione.
IL PRINCIPE
con una certa degnazione.
Che c'entra! Se uno dovesse badare a queste cose.... O lo sai che ci ho ancòra due libri legati da te? Sicuro! Un _Ariosto_ e una _Fisica_ del Ganot. Te lo ricordi quando venivo in portineria coi libri da legare?
Emilio è tutto umile e contento.
e che più di una volta — non mi ricordo se fosti tu.... o tuo padre.... o la tua mamma — mi nascondeste nel vostro sgabuzzino perchè il Preside non mi vedesse e capisse che il professore mi aveva messo fuori di classe? Ero un gran ragazzaccio!
EMILIO
Ma no, signor principe, che dice mai! Era un ragazzo. Il suo signor padre, che Dio l'abbia in gloria, una volta che mi seppe in strettezze e che volevo comprare una macchina per legatoria, mi dette trecento lire.... — gliele resi, sa.... gliele resi....
Ora vede Marino, tutto festoso.
Marino? Quando sei venuto?
MARINO
con la gola secca.
Adesso.
Si avanza e saluta col capo il principe.
IL PRINCIPE
Oh! bravo professore. Lo sa?
Battendo sulla spalla ad Emilio.
che ho conosciuto il suo babbo quando lei era «in mente dei»?
EMILIO
contento.
Sicuro! Da più di quarant'anni.
IL PRINCIPE
E il babbo del suo babbo. Quand'ero scolaro al Liceo Cavour.
EMILIO
quasi con orgoglio.
Ero il suo bidello.
IL PRINCIPE
Siamo vecchi amici, noi.
EMILIO
Lo vedi, Marino? Come se fossi un suo pari.
IL PRINCIPE
E che sei? Non sei un uomo come me, un brav'uomo come me, anzi più di me?
EMILIO
ridendo.
Sì, so appena leggere e scrivere! E poi sarà come vuole lei, signor principe, ma i signori son signori — specialmente i signori di nascita, vero, Marino? — e i poveri son poveri. E quando un signore come lei si degna....
IL PRINCIPE
Ma non dir così. Ci sono tanti signori che non valgono nulla. E invece, lo vedi il tuo figliolo....
S'interrompe.
Oh! scusi, professore, io seguito a dar del tu a suo padre.
EMILIO
vivacissimo.
Vorrei vedere che non mi desse del tu. Mi offenderei, vero, Marino?
MARINO
Lei, principe, voleva me, immagino. Se mi vuol dire....
EMILIO
Sì, caro, hai ragione.
Vuol prendere congedo.
Se il signor principe mi permette....
IL PRINCIPE
Ti permetto, ti permetto. Speriamo di rivederci. Addio, Emilio. Tanto tanto piacere di averti incontrato. Mi hai fatto tornar ragazzo.
E gli porge la mano.
EMILIO
gliela prende.
Signor principe....
E fa per baciarla.
IL PRINCIPE
Ma che fai?
E gliela batte sulla spalla.
E se m'incontri per strada e io non ti vedessi, non aver soggezione. Ciao, Emilio.
Emilio, di sulla porta della sua camera fa un inchino cerimonioso ed esce tutto ridente.
SCENA IV.
IL PRINCIPE — MARINO.
MARINO
rimane in piedi. Fa cenno al principe di sedersi e dice irrigidito.
Mi dica.
IL PRINCIPE
bonario.
Senta un po', professore. L'altra sera.... martedì sera, lei andò via da casa Primasco all'improvviso.... senza nemmeno prender congedo da me.
MARINO
Ma lei non sa....
IL PRINCIPE
bonario.
Non è un rimprovero. Credo di sapere. Almeno in parte, so. Quando martedì sera richiesi di lei, mia figlia, muta, chiusa, il marchese ciarliero, gaio, ma di quella gaiezza insolente che mi piace poco. Fra ieri e oggi mi è parso d'intendere che lei, in seguito a qualche parola vivace di mio genero, avrebbe deciso di non tornar più a casa nostra.... Casa nostra finchè ci sono io. E anche quando non ci sono; casa di mia figlia, anche casa mia. Questo incidente mi dispiace, per lei che stimo.... e più ancòra.... Be', conosco mio genero e oramai dovrebbe conoscerlo anche lei: ogni tanto dà una sgroppata come un cavallo di sangue. Non è dunque il caso di dar troppo peso alle sue parole.
MARINO
stupito, vivacissimo.
Le conosce?
IL PRINCIPE
Le parole a volte saltano come i mortaretti: polvere e fumo.
MARINO
Ma le conosce?
IL PRINCIPE
Non precisamente, le ho detto, ma pure....
MARINO
Io sono stato messo alla porta.
IL PRINCIPE
Ma son qui io a invitarla a tornare.
MARINO
Lei: non suo genero.
IL PRINCIPE
Non le basta?
MARINO
Non mi basta.
IL PRINCIPE
Irremovibile?
MARINO
Irremovibile. E il signor marchese può essermi grato della mia discrezione. Non ho fatto nulla, non farò nulla contro di lui.
IL PRINCIPE
Già: ma non c'è solo lei in gioco. Se no, scusi, non sarei qui. Altre volte non sono mai intervenuto nei piccoli dissensi — inevitabili — tra la marchesa e mio genero: ho lasciato che si sbrigassero tra di loro, anche se presente: brevi contrasti coniugali che si accomodavano. Stavolta però la marchesa è irritata.... per lei.... e per altro. Il dissidio è più aspro; come tra potenza e potenza. Ho rilevato una frase: «O il professore ritorna o io vado da lui....» Esagerazioni. Esasperazioni. In altre circostanze, se anche la marchesa di Primasco avesse salito queste sue scale di pieno giorno, niente di meno che corretto; ma se fosse oggi, un atto troppo marcato, di voler prendere le sue parti contro il marito, potrebbe determinare una mezza catastrofe. A rompere si fa presto; saldare poi è difficile. E io contavo di poter tornare a palazzo con una sua promessa per gettare acqua sul fuoco. Ho detto fin troppo.
MARINO
La ringrazio della sua fiducia. E sono grato alla signora marchesa del suo sdegno e della sua difesa. Sono grato anche del pensiero espresso di una sua visita; ma che si fermi all'intenzione e non venga. Glielo può dire, se crede: non mi troverebbe.
IL PRINCIPE
sorpreso.
Noo?
MARINO
Oggi non mi troverebbe. E domani sarò in viaggio con mio padre.
IL PRINCIPE
Così presto?
MARINO
Anticipo.
IL PRINCIPE
rasserenato.
Forse è meglio. E la ringrazio. Se mio genero l'ha offesa si abbia da me le sue scuse; un giorno o l'altro forse riceverà le sue dirette.
MARINO
alzandosi.
Un giorno, se la signora marchesa me lo permetterà, le scriverò, spiegherò, mi scuserò anch'io se non prendo congedo da lei. Intanto me la riverisca. A Salduggio non torno.
IL PRINCIPE
si alza.
Nemmeno un altr'anno?
MARINO
Non credo. Domando al Ministero un'altra sede. Qui mi manca il materiale per i miei studi d'arte.
Breve silenzio. Non hanno più altro da dirsi.
IL PRINCIPE
Penso che lei abbia da fare.
MARINO
Molto.
IL PRINCIPE
Speriamo di rivederci. Se non qui, altrove.
MARINO
Grazie.
IL PRINCIPE
Buona fortuna.
MARINO
ringrazia col capo, e gli fa strada. Il principe esce. Marino richiude e torna pallido, livido, rigido.
Finito! Tutto finito! Tutto finito!
Poi si muove agitato, febbrile, si trova davanti alla porta della camera e chiama.
Babbo, babbo.
Emilio quasi non è ancòra apparso.
Partiamo domani. E partiamo insieme. Andiamo a Roma direttamente. Ho deciso.
SCENA V.
MARINO — EMILIO.
EMILIO
lo guarda.
Sì, Marino, sì.
MARINO
La tua roba è pronta? Se no ammucchiala: e non ti curvare, non ti stancare. Penso io a mettere tutto nei bauli, a chiudere, a spedire. Faccio tutto io. Tutto io. E un altr'anno vieni con me. Tutto l'anno con me, dovunque mi destinano.
Piantandoglisi in faccia, sollevandogli il capo.
Hai capito? sempre con te, solo con te.
Poi d'improvviso, desolato.
Ah! perchè mi hai fatto studiare? Eravamo poveri e ignoranti: dovevamo restar poveri e ignoranti. Non avrei guardato in alto e non soffrirei.
EMILIO
Marino! Che hai? Marino! Che hai?
MARINO
si ricompone.
Niente, babbo, niente. Hai avuto piacere, vero, di ritrovare il principe?
EMILIO
Tanto! Hai visto come mi ha trattato? Un signore come lui.
MARINO
Ho visto.
EMILIO
È stato affabile anche con te?
MARINO
Anche con me.
EMILIO
Ti ha forse detto qualche cosa che ti ha fatto dispiacere? Perchè ti vedo turbato.
MARINO
No, babbo. Niente. Mi doveva riferire per incarico della signora marchesa. Anzi.... senti, se venisse la signora marchesa....
EMILIO
Ha da venire?
MARINO
Non credo! Ma potrebbe darsi.... Se suonano alla porta, tu non ti muovere, ecco. Scusa. Io ho da scrivere una lettera di premura.... tu intanto prepara di là.... Lasciami solo. Scusa.
E lo accarezza. Emilio lo guarda ansioso, muto.
Ognuno al suo posto, vero? Al suo grado e al suo posto. — Ciao, babbo.
Emilio esce. Rimasto solo Marino accatasta dei libri, poi lascia a mezzo.
Eh! no: prima scrivere. Scrivere. Scrivere. Pregherò Cappelli. Figurarsi!
Ed ha un triste sorriso.
O lasciare al portone? Intanto scrivere.
Siede alla scrivania, prende carta da lettere e scrive velocemente le prime parole, ma poichè si suona alla porta, straccia il foglio e va ad aprire. Si sente di dentro la sua voce stupita.
Lei?
Poi rientra con Dianora.
SCENA VI.
MARINO — DIANORA.
DIANORA
Non mi aspettava?
MARINO
Ma perchè? Che ha fatto mai!
DIANORA
Ha paura?
MARINO
L'hanno vista entrare?
DIANORA
Ha paura? O non mi vuol più vedere?
MARINO
Ma ha incontrato suo padre? Le ha detto che è venuto qui?
DIANORA
Me l'ha detto. Se no non sarei qui da lei: io e lei ci eravamo intesi. La mia visita a lei non era che una minaccia di rappresaglia: non sarei venuta. Giorno prima, giorno dopo non importava: il nostro destino era segnato. Si pensava che sarebbe stato per tutta la vita. Io almeno pensavo così.
MARINO
Anch'io. Sposi o con la legge, o senza la legge, o contro la legge.
DIANORA
Ma le parole di mio padre, se non ha voluto metterlo fuori di strada — e il suo contegno, e il suo viso — mi fanno sospettare che lei ha mutato parere: che si è pentito. Mi spieghi. Credo di averne il diritto.
MARINO
Sì, ne ha il diritto. Le scrivevo: parlerò. Il signor principe si è incontrato con mio padre: si sono riconosciuti. Mio padre è stato bidello nel Liceo dove il signor principe ha fatto i suoi primi studi. Li ho visti insieme, li ho intesi parlare: ho sentito che non è possibile.... Io e lei non è possibile! La frode, l'abbrutimento, il possesso di un'ora, sì, si potrebbe: ma fare la strada insieme, convivere, sposarci, col prete o senza prete, col sindaco o senza sindaco, sposarci non si può. Siamo troppo distanti: non si può.
DIANORA
Perchè dice questo? Forse che io non l'ho sempre considerato come un uomo della mia stessa classe. Forse che l'ho trattato come se fosse di un'altra razza, di una razza inferiore?
MARINO
No, ma da ospite, in casa sua. Io non le sono apparso inferiore in casa sua; le apparirei inferiore in casa nostra. Io stesso non ho avvertito questa distanza fintanto che venivo un'ora da lei: mi pareva che i miei studi, il mio ingegno superassero di gran lunga la sua nobiltà. Ma qui no. In questa cameretta, no. Io vedo il povero padrone di casa che sono. Io mi sento umiliato della mia miseria, della mia goffaggine. Ora che il principe e lei sono passati di qua, avverto che io sono in un certo senso da più di voi, ma sono anche da meno di voi: son diverso, come d'un'altra gente.
DIANORA
Perchè lei non mi ama. Se lei mi amasse sentirebbe che l'amore distrugge ogni differenza di condizione e di casta.
MARINO
quasi gridandolo con spasimo.
Non è vero, non è vero! Un'ora fa lo dicevo anch'io, lo gridavo, anzi, forse per persuadermene: adesso non lo dico più perchè sento che non è vero. Le bestie sì, non ragionano: si desiderano e si allacciano dovunque, comunque. Le persone no. Per un'ora sì; sì se potessimo abbracciarci e morirne, romanticamente morirne, sì. Ma morirne non si può: anche se non fosse ridicolo o pazzesco, anche se non fosse inumano non si può: morire quando voglio non posso.... Ho mio padre.... mio padre, di cui senza saperlo
A mezza voce.
mi vergogno. Vede a che punto si discende? Io credevo di esser grande, di esser forte dicendo: è un piccolo impiegato dello Stato in pensione. Questo sì, lo dicevo, perchè mi pareva che accrescesse il mio merito: ma l'umiltà del suo ufficio non l'ho mai precisata innanzi a lei. E anche lei, lei non sa, ma non è più di me. Lei che aveva sopportato le cento amanti di suo marito non gli ha perdonato quest'ultima perchè era una serva.
DIANORA
Perchè l'amavo e soffrivo di più.
MARINO
No, ancòra non sapeva d'amarmi, e se mai il suo amore per me l'avrebbe aiutata a tollerare. L'orgoglio, l'orgoglio, l'orgoglio che sopravvive.
DIANORA
È lei, è lei che è impastato d'orgoglio, non io. Lei che non sente che la sua voce....
MARINO
Perchè mi dice così? Crede che io non senta a che cosa rinunzio? Non sa che mi par di morire a strapparmela dalla carne? dal cuore? E lo devo fare! Ma non per la gente, per il mondo, sa! Che crede?... Son tutto un tremito, tutto una piaga e crede che m'importi del mondo! Me ne rido! Non è il fuori di me, di te che mi spaventa. E nemmeno la voce della mia coscienza che mi fa paura. Capisco la rapina per me che sono uomo, anche se fosse una rapina. E non è: è un consenso. E capisco il diritto all'amore per te che sei stata disamata, disconosciuta. Ma tu sei nata vicino a un trono, io dentro una portineria: è dentro di me, dentro di te che ho paura; di me che ti serberei rancore della tua superiorità, di te che tra un mese, tra due, forse prima, troveresti in me qualche cosa d'inferiore, di goffo e non mi ameresti più, o mi ameresti con umiliazione, con vergogna. E non voglio.
Con un grido.
Non voglio. Non voglio che tu ti dia a me, ora o più tardi, come a un povero. Non saremmo pari, non saremmo pari. E io vorrei essere come te.... più di te, più in alto di te, perchè sono l'uomo io. Non voglio che tu sii la principessa, la regina, e io il borghesuccio, perchè io dovrei essere il re, io il re, per essere amato sempre, sempre, sempre, perchè ti amo, perchè ti amo, perchè ti amo!
L'afferra, e poichè ella investita e quasi atterrita dalla sua violenza è ormai alla porta, tra la preghiera e il pianto le dice.
Va' via!
E la bacia.
Va' via!
E la bacia.
Va' via!
E con un ultimo bacio la sospinge fuori della porta.
FINE.
OPERE DI SABATINO LOPEZ
(Edizioni Treves).
_La buona figliola_, commedia in tre atti L. 5 — _Bufere_, commedia in tre atti 5 — _Il brutto e le belle; La nostra pelle_, commedie 5 — _Ninetta; Il terzo marito_, commedie 5 — _Mario e Maria_, commedia in tre atti 5 — _Il passerotto; Sole d'ottobre_, commedie 6 — _Teatro color di rosa._ (A-E-I. — Schiccheri è grande. — L'ultimo romanzo. — La fondùa di Natale. — Fatica) 7 — _La distanza_, commedia in tre atti 7 — _Il Teatro_ (Fra un atto e l'altro. — Il segreto. — Daccapo. — La guerra. — Il punto d'appoggio) 2 25
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (ancora/ancòra, danno/dànno e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.