La distanza: commedia in tre atti
Part 3
Di altre sì, sapevo e tacevo; ma di questa....
S'interrompe.
È qui.
SCENA II.
DIANORA — MARINO — ISOLINA.
ISOLINA
bionda, fresca, graziosa nel suo vestitino da cameriera, saluta appena col capo Marino e rivolta a Dianora chiede.
Voleva?
DIANORA
Vieni avanti. Qui il professor Serralunga dice che il quadro che tuo padre ha venduto al marchese è falso.
ISOLINA
Quale quadro?
DIANORA
Non sai che il marchese ha comperato un quadretto di proprietà di tuo padre, un vecchio quadro che avevate in casa — dice lui — e lo ha pagato cinquemila lire?
ISOLINA
Io no. Non so nulla.
DIANORA
che diffida.
Questo qui. Guarda.
E le mostra il dipinto.
Lo conosci?
ISOLINA
Io non so nulla. La signora marchesa sa che io vedo mio padre, sì e no, due volte l'anno. Lui sta a Novara e fa i suoi affari; io sto qui e non me ne occupo.
MARINO
a Dianora.
Mi pare che non occorra altro.
DIANORA
Puoi andare.
Quando Isolina è sulla porta la richiama.
Eh! no! Isolina, senti un po'. Sai che cosa mi son venuti a raccontare? Bada, io non ci credo.
La fissa.
Che tu te la intendi con mio marito. — Esiti? Dunque è vero!
ISOLINA
fredda.
Ma allora perchè non ha cominciato a chiedermi del marito invece che del quadro?
MARINO
d'impeto.
Che maniere son queste?
ISOLINA
E lei che c'entra? Io non ho da renderle i conti.
DIANORA
A me, rispondi a me. Dunque di mio marito....
ISOLINA
Non son io che sono andata a cercarlo.
DIANORA
Io ti ho beneficata, ti ho accolta, e tu....
ISOLINA
Beneficata in che modo? Lei mi paga e io la servo. Dunque, benefici niente.
DIANORA
Ma è il tuo padrone, ma è mio marito!...
ISOLINA
Proprio per questo!
DIANORA
Ma tu fai i tuoi fagotti _sùbito_ e te ne vai: _sùbito_. La tua roba te la manderemo a Novara.
ISOLINA
Nossignora: no a Novara, a Torino, perchè non torno a casa. Lascio l'indirizzo alla Caterina.
Il fragore di un'automobile che si ferma.
Sente? Sono i signori. Vuol dire che al signor marchese glielo dice lei che non sono più al servizio. — Signora.
Esce tranquilla, sfrontata.
DIANORA
nauseata e furiosa.
E non ha vent'anni. Che schifo! Ah! Ma tutto ha un limite. Buona, sì, imbecille, no.
MARINO
Ma lasci diguazzar nel pantano chi è nel pantano, lei che è pulita!
SCENA III.
DIANORA — MARINO — IL PRINCIPE DI MELISANGRO — IL MARCHESE ANDREA — I SERVI.
Entra prima il Principe di Melisangro, poi Andrea, tutti e due polverosi. Il Principe sessantenne, ma valido, ancor bello. Andrea trentacinquenne, barbuto, naso aquilino, occhi lucenti, modi bruschi e recisi d'imperio. I servi passano dietro le invetriate con le maschere, gli spolverini dei padroni. Il servo gallonato che ha schiuso le porte per far entrare il Principe, attende che entri anche il marchese Andrea ed esce soltanto quando è entrato lui.
IL PRINCIPE
Ciao, Dianora.
E la bacia sulle guance senza troppo accostarsi a lei.
Buona sera, professore. La mano no: troppa polvere.
MARINO
Signor principe....
IL PRINCIPE
a Marino.
Ha pranzato colla marchesa?
A Dianora.
Hai avuto buona compagnia.
DIANORA
No, è venuto dopo.
IL PRINCIPE
a Marino.
Mi darà la rivincita a scacchi?
MARINO
Quando vuole!
IL PRINCIPE
Ma sono già rassegnato al mio destino. Troppo forte!
ANDREA
che entra solo adesso perchè si è intrattenuto a leggere un telegramma.
Dianora, noi non abbiamo pranzato.... Addio, professore....
Riprende.
Ma occorre aspettare Cappelli: lo abbiamo deposto a casa. Formalista, lui! Se non è in abito nero.... Ma io rimango così, se permetti. Andiamo a levarci la polvere.
Il Principe lo precede per uscire, Andrea lo segue, poi si ferma.
Di' tu a Dianora quel che ti è parso della Primaschina.
IL PRINCIPE
Superba! Un tenimento superbo. Ci avete speso, ma è raddoppiato di valore. Ci dovreste passare qualche mese, godervela.
ANDREA
Speso relativamente poco.
Guardando Marino.
Di versi non m'intendo, vero, professore? ma di affari....
DIANORA
che intanto ha preso il dipinto, lo mette quasi sotto gli occhi del marito e dice seccamente.
È falso.
ANDREA
Ah! sì?
Al Principe.
Va' intanto. Vengo sùbito.
Il Principe, che era già sulla porta, esce.
Chi lo dice?
A Marino.
Lei?... Ne è sicuro?
MARINO
Sicurissimo.
ANDREA
freddo.
Sarà. Ma io lo faccio vedere a un altro.
MARINO
Che se ne intenda più di me.
ANDREA
Si capisce.
MARINO
Non la consiglio. Ci scapiterà il suo buon nome d'intenditore.
ANDREA
Non occorre dire che l'ho già comperato. Se confermerà, butteremo sul fuoco. Ma anche il più esperto a volte ci casca.
DIANORA
Bell'imbroglione quel Barancola che te l'ha venduto!
ANDREA
Se credi che io ci perda l'appetito!
A Marino.
Venga ad assistere e vedrà.
Esce.
DIANORA
Ha visto? Imperturbabile! Quasi quasi mi piace più la serva del padrone.
MARINO
Ci pensa ancora? Non mi faccia pentire di aver parlato.
DIANORA
Lei? Le ho detto: lei mi ha dato una prova di amicizia.
Si volta.
Ecco Cappelli.
E gli va incontro.
Buona sera, Cappelli.
SCENA IV.
MARINO — DIANORA — CAPPELLI.
CAPPELLI
che entra.
Buona sera, marchesa.
Le bacia la mano.
MARINO
da lontano.
Ciao, Cappelli.
CAPPELLI
lo vede solo ora e ne è seccato.
Ah! sei qui anche tu? Ciao.
DIANORA
a Marino.
Magari sapeva anche Cappelli e non mi ha detto nulla.
CAPPELLI
Che cosa, marchesa? Mi dica.
DIANORA
Poi, poi, a suo tempo. Ci divertiremo un po' tutti.
CAPPELLI
Di cattivo umore anche lei?
DIANORA
Nuvoli. — Pare che le faccia piacere.
CAPPELLI
Che lei sia triste? Si figuri!... Posso almeno sapere?
DIANORA
A suo tempo. Perchè questa volta non sto zitta. Non ci pensi. Vado dar ordini anche per lei.
Ed esce.
SCENA V.
MARINO — CAPPELLI — ANDREA.
CAPPELLI
a Marino.
Mi dici dove ti cacci tu tutto il giorno? Al Ginnasio non c'eri, a casa non c'eri. Oramai per trovarti bisogna venir qui.
MARINO
Ho riportato il dipinto.
CAPPELLI
Tutti i pretesti son buoni.
MARINO
Pretesti di che?
CAPPELLI
Nulla. M'intendo da me.
MARINO
Caro il mio Cappelli, tu vaneggi....
CAPPELLI
altro tono.
Be'; tu sarai informato. Ormai se non sei tu al corrente, non lo è nessuno. Che cos'ha la Marchesa? Sì, che cosa dovevo sapere e non le ho detto, ma a suo tempo saprò?
MARINO
Hai sentito.... Nuvoli.... Ma forse le passano... E non volendo sono stato io.... Nel bel mondo, nel vostro mondo, si direbbe che ho fatto una gaffe.
CAPPELLI
Miracolo!
MARINO
Perchè? Ne ho fatte molte?
CAPPELLI
Qualcuna.
MARINO
indulgente.
Che tono!
Con un inchino.
Signor conte!
Cambiando.
Del resto lo so, la maggiore, per te — la sola anzi — lo sproposito che ti dà fastidio, è quel vedermi qui. Se mai, battiti il petto.... _mea culpa_. Sei tu che mi ci hai voluto. E posso fare al più degli spropositi se si guarda alle leggi eleganti del bel mondo: ma le azioni, no. E sulle regole eleganti del bel mondo io ci faccio una bella risata.
ANDREA
entrando, a Cappelli.
Hai fatto presto: bravo! Possiamo andare.
A Marino.
Venga anche lei ad assistere.
Cappelli e Marino si avviano. Andrea vorrebbe seguirli, ma sopraggiunge Dianora.
SCENA VI.
DIANORA — ANDREA.
DIANORA
ad Andrea
Ho bisogno di te....
A Marino e Cappelli.
Andate pure voi, ve lo mando sùbito.
ANDREA
Adesso? Mica una storia lunga?
DIANORA
No, no.
ANDREA
Un qualche baloss da mettere a posto? Asili infantili? Sussidii di latte alle gestanti?
DIANORA
sempre fredda.
No, no. Altra roba.
ANDREA
Che non si può rimandare?
A Cappelli.
Allora andate voi, il principe è già a tavola.
Marino e Cappelli escono.
DIANORA
Siedi.
ANDREA
Ahi! si comincia male.
Siede.
Siedo perchè son stanco, ma breve, eh?
DIANORA
in piedi vicino a lui, calma.
Prima che te lo dica lei, se la incontri, te lo dico io, anche per incarico suo, anche perchè tu non ne chieda agli altri della servitù: ho messo fuori di casa l'Isolina.
ANDREA
freddo.
Ah!
DIANORA
Proprio adesso: sarà un quarto d'ora.
ANDREA
Bene. C'è altro?
DIANORA
Sei un ingrato. Nemmeno una parola di rimpianto.
ANDREA
Isolina: personale tuo, affare tuo.
DIANORA
Ah! no: personale tuo, molto più tuo che mio, perchè veniva a letto con te.
ANDREA
alza le spalle.
Storie.
E si leva.
DIANORA
No, storia. E se n'è anche vantata.
ANDREA
Anche!
DIANORA
Domanda a Serralunga. C'era anche lui....
ANDREA
aggrotta le ciglia.
E tu, davanti a Serralunga...?
DIANORA
Era già informato. Sicuro! Tutti informati prima di me.
ANDREA
E Serralunga ha riferito a te. Bella canaglia!
DIANORA
Perchè?
ANDREA
Perchè è una canaglia, che ti sta attorno e cerca di profittare di malumori....
DIANORA
interrompendo.
No, sai. Non deviare perchè non attacca. Niente alibi. Rispondi a me.
ANDREA
Che cosa ho da rispondere? Te l'ha detto lei, se n'è anche vantata.... tu l'hai messa fuori: partita chiusa. Ora mi lasci andare a pranzo.
DIANORA
No, eh! Così no. Come se fosse una cosa da nulla, come se dovessi rifarti un tanto, no. Non è la prima volta, verissimo. Tu sai che lo so. Ma non è una ragione perchè tu debba passarla liscia, senza rivalse da parte mia. Sì, anche delle altre a suo tempo ho saputo, ma almeno le altre valevan qualche cosa, con quelle altre rischiavi qualche cosa, dietro le altre c'era qualcuno, non un padre che specula vendendoti, per pitture antiche, modernissime croste; un ricattino sudicio e dissimulato. Sì, capisco: aver la donnetta in casa per i bassi servizi era comodo, ma vergognoso anche per te; perchè non devi credere che lei ti voglia bene, che tu le piaccia. No; per avvilirti.... e per avvilirmi. Di questo s'è vantata: non d'altro. Per essere alla pari con una gran dama, per dividere con me, me, per fare un dispregio a me....
Minacciosa.
Ma non finisce qui. Stavolta non finisce qui. Balleremo tutti, stavolta.
ANDREA
Tu che vuoi? Parla chiaro. Vuoi denunziarmi a tuo padre?
DIANORA
Niente mio padre. Fra me e te. Da un pezzo non siamo più marito e moglie, ma non mi basta. Me ne voglio andare.
ANDREA
impetuoso.
Ah! senti, veh! Ho sgobbato tutta la mattina a scriver lettere, a dar ordini, a far verifiche. Sono stato quattr'ore al volante. Ho discusso con appaltatori e fittavoli tutto il pomeriggio. Sono più delle nove e quasi non ho preso un boccone dacchè mi sono alzato. E tutto il giorno e tutti i giorni lavoro e giro come un facchino e come un fattorino di banca. Altro che chiacchiere di letteratura e comitati di beneficenza! E dunque lasciami in pace. E non diventar ridicola. Dopo sei anni di matrimonio!
DIANORA
No, non sei anni: sei mesi. Nemmeno. Non eran sei mesi che già ti sapevo con un'altra. — Ma perchè mi hai sposato? Perchè mi hai sposato?
ANDREA
Anche il perchè? Non possiamo rimandare a domani?
DIANORA
Noo.
ANDREA
Perchè? o bella, perchè mi piacevi. Per averti. E con te non c'era altro modo. Perchè ridevi bene con una bella bocca, e io ti speravo meno romantica, meno nelle nuvole e più di questo mondo, dove i maschi sono maschi e le femmine sono femmine, e non angioletti di bambagia o caprette di cartapesta!
Più marcato.
E sopratutto per aver dei figlioli che non mi hai saputo fare. Almeno, quando le donne hanno un marmocchio si acquietano!
DIANORA
E quando non ne hanno, marmocchi?
ANDREA
Quando non ne hanno, se sono sgualdrine si pigliano un amante.... o due.... o tre.... e se no, si rassegnano agli scappucci del marito. E se no, diventano un castigo di Dio.... e non riparano a niente. È questione di temperamento: io mangio a tutte le tavole e a tutte le ore: senza guardare se chi mi dà da mangiare son padrone o son serve, grandi dame o piccole borghesi. Ho l'amore allegro, io!
DIANORA
Anch'io sarei allegra. Allegra no, serena. Ma con te! Lascia l'amore: la compagnia. Chi ti vede te, tutto il giorno? Lavori come un facchino: chi ti obbliga? Io no. Anzi.... — non ora, ora ci sono avvezza e preferisco — ma prima, io pensavo che lavorare per te era il modo per stare il più possibile lontano da me. E avevo vent'anni.... avevo il diritto di pretendere che tu fossi solo per me. Tu invece non hai mai cercato che donne e denaro: sudice donne e sudicio denaro.
ANDREA
sarcastico.
Perchè sudicio? Perchè guadagno? Da quando in qua si lavora per rimettere?
DIANORA
Ma tu spendi cento per aver mille, tu lesini sulle paghe....
ANDREA
Te l'ha detto Serralunga anche questo?
DIANORA
Nessuno. Non me l'ha detto nessuno. So che tu dovresti dare: dare e non prendere.
ANDREA
Sicuro! Regalare il palazzo al Municipio, il podere ai contadini, e campar di sospiri. Soprattutto quello: tu sull'albero a cantare e io in basso a guardarti. Tu un cicì e io un madrigale: tu una strofetta e io un sospiro. Ci hai pur avuto sempre qualcuno a sospirare: non ti basta? Perchè guarda che a tuo modo l'amore lo fai anche tu.
DIANORA
Io?!
ANDREA
Anche tu. Diverso da me, ma lo fai. Al modo che ti piace: guardarsi e non toccarsi. Ma guardarsi, guardarsi molto.
DIANORA
L'alibi. Tu cerchi un alibi e una rivalsa.
ANDREA
Noo. Serralunga ti piace. Cappelli meno, e quello è in ribasso. Serralunga è in auge.
DIANORA
Non è vero. Lo dici per vendicarti del quadro....
ANDREA
ride forte.
Che ha detto che è falso? Lo sapevo prima di lui.
DIANORA
Che mi ha detto dell'Isolina.
ANDREA
Figurarsi! me ne ha liberato. — Ma non si deve permettere di ficcare il naso nelle faccende di casa mia. Sospirare, sospiri pure; ma che mi venga a fare il pedagogo e il moralista, no, non è tollerabile. Maestrino da cinque lire a lezione! Ma ora vedi: un po' per uno a mettere la gente alla porta.
Suona.
DIANORA
pronta, violenta.
Che fai?
ANDREA
Gli insegno come si sta al mondo. Un po' per uno a insegnare.
Al servo che entra.
Dì al professore Serralunga, che è in sala da pranzo, che passi un minuto di qua. Gli ho da parlare.
Il servo esce.
DIANORA
Bada che non mi vedi più.
ANDREA
Ho sentito. L'hai detto ogni volta.
DIANORA
Ma guardami bene: stavolta lo faccio.
ANDREA
Figli non ce n'è, per grazia di Dio: più aria, più respiro, più largo: buon viaggio.
E poichè Dianora accenna a restare.
Eh! no. Le donne a certi discorsi non hanno a restare.
DIANORA
Come vuoi!
Ed esce a testa alta. Quando Andrea si volta Marino è già apparso.
SCENA VII.
ANDREA — MARINO.
MARINO
si è fermato sulla porta.
Vuole me?
ANDREA
sarcastico.
Venga, venga, professore! Si accomodi.
E poichè Marino non siede.
Vuol Stare in piedi? stia in piedi. «Patti chiari e amicizia lunga....»
Ma si corregge.
No, non è il caso. «Cosa fatta capo ha....» Ecco, così va bene: quand'è che parte lei?
MARINO
altero.
Perchè?
ANDREA
Presto, vero? E siccome non credo che avrò l'occasione di rivederla un'altra volta, le do stasera un consiglio: quando passa da Roma chieda il trasloco, perchè questa di Salduggio non è più aria per lei.
MARINO
fa un passo avanti, freddo, contenuto.
Consiglio per consiglio. C'è mica il caso che lei?
Col gesto indica la pazzia.
Si curi. Se mai conosco a Torino un alienista famoso.
ANDREA
fa un grande sforzo e si frena.
La ringrazio, ma ho la testa solida e le spalle quadrate. Tanto è vero che....
S'interrompe.
Eh! no: mi correggo anche questa volta. Il tono è troppo alto, poichè nè lei nè io vogliamo finire con un duello rusticano. Io le posso dire quel che preme con sufficiente chiarezza, ma senz'ira. — Dunque. Io non sono un frate, un prete, un santo.... — e la Marchesa lo sa da un pezzo — sicchè gazzettieri, predicatori, battistrada, non occorrono. Se lei crede — come stasera ha mostrato di credere — di dover ripagare qualche tè o qualche invito a pranzo con qualche informazione di carattere privato, si sbaglia. E non occorre aver commentato i classici latini per sapere di queste cose. Mi sono spiegato?
MARINO
calmo.
Oh, si è spiegato benissimo. E rispondo. Prendo di lontano. Venni la prima volta qui dentro perchè la signora graziosamente mi c'invitò e mi ci volle. Ci tornai perchè alla signora fui gradito. Mi sono sempre considerato ospite della signora: della signora, non d'altri. Per lei, signor marchese, non mi sarei disturbato nè distratto dai miei studi e dalle mie occupazioni, e lei, per mia buona o cattiva sorte, ho incontrato cinque o sei volte in tutto, scambiando parole di cerimonia o chiacchiere da caffè. Dunque lei per me un amico, no: nè consuetudine, nè affinità di sentimenti, nè comunanza d'idee. Se lei, poniamo, fosse per rompersi il collo, direi: «Faccia pure». Per la signora no, è diverso.
ANDREA
Lo so.
MARINO
Tanto meglio. Perciò, veda, se io avessi saputo di poter giovare alla signora, con avvertimenti, anche di carattere privato, l'avrei fatto senza cercare se la cosa sarebbe gradita o no a Vostra Signoria. Vero è che io parlando stasera non sapevo di giovare o di nuocere alla signora: riferii semplicemente quel che era «di pubblico dominio» come dicono i «gazzettieri». Questo per il passato, recente o lontano. Per quel che tocca il futuro, abbia io o no a tornare a Salduggio — non è nato ancora chi mi possa dar permessi o imporre veti di stare o di andare, di dire o non dire — il signor marchese di Primasco non avrà più il fastidio di vedermi in casa sua. E questo, s'io ho ben inteso, è quel che le preme.
ANDREA
Esatto.
Brevissimo silenzio. Suona e al servo che apparisce.
Accompagna il professore che vuole andarsene.
IL SERVO
Mi scusi, signor marchese: la signora marchesa la fa avvertire che vuol parlare col professore. Che si fermi e verrà.
ANDREA
interroga prima col viso poi con la parola Marino.
Dica lei.
MARINO
Sono agli ordini della Signora.
ANDREA
al servo.
Riferisci.
Il servo esce.
Se è possibile discorso breve. La saluto.
MARINO
Riverisco.
Andrea esce. È appena scomparso quando rientra Dianora.
SCENA VIII.
MARINO — DIANORA.
DIANORA
Che cosa le ha detto mio marito? Che accade? Che sta per accadere? Non mi tenga in pena.
MARINO
calmo.
Oh! semplicissimo. E pacifico. Il suo signor marito mi ha messo alla porta. Quindi se lei mi dà licenza....
E quasi si avvia.
DIANORA
Nessuna licenza! Questa è casa mia. Lei vorrà riconoscere che io rimango padrona di ricevere, di trattenere chi voglio e quanto voglio.
MARINO
Lei sì. Giusto: chi vuole e quanto vuole. Ma è anche la casa del suo signor marito che mi ha congedato. E contentarsi! In altri tempi il signor marchese di Primasco mi avrebbe fatto impiccare.
DIANORA
Ma lei, lei.... che intende di fare?
E poichè Marino tace.
Mi vede in che stato sono? Lei che fa?
MARINO
con un riso amaro.
Signora mia, che vuole ch'io faccia? Tanti saluti alla nobil casata dei Primasco e me ne vado.
DIANORA
quasi umile.
È in collera anche con me?
MARINO
affettuoso.
Con lei? Le pare?! Rancore contro di lei? Buonanotte, ecco.
E le tende la mano che Dianora non prende.
Diamoci la buona notte.
DIANORA
Ma.... domani?
MARINO
Domani?
Amaro.
Se si ha da giudicare dallo stellato ha da essere una bella giornata.
DIANORA
ora gli pone le mani sulle spalle e l'obbliga a guardarla.
No, eh?
MARINO
che ora soltanto capisce la sua paura.
Battermi?
Una gran risata.
No, no, non ci penso nemmeno. Mai pensato. Io non ho da tenere alto il blasone. Io sono plebeo, e me ne glorio. E, ringraziando Iddio, ci ho mio padre cui provvedere. E non sono nemmeno cavaliere, io: sono fante. E battermi, d'altronde, non sarebbe difenderla, sarebbe recarle danno e offesa. Se è per questo riguardo, non abbia pensiero.
DIANORA
Grazie, Serra. Lei non sa quanto io l'apprezzi, quanto la stimi, quanto sono addolorata.... — più, peggio — avvilita, vergognosa, di quel che è accaduto. Se fossi stata più calma, più accorta, avrei potuto evitare.
MARINO
La prego, signora. Non ci perdiamo in recriminazioni: anch'io se mai, avrei dovuto esser più prudente con lei. Ora mi lasci andare.
Vuol congedarsi.
Buona fortuna, signora.
DIANORA
E i suoi libri, dove glieli rimando? Sono due, salvo errore.
MARINO
sùbito.
Se li vuol tenere per mio ricordo....
Si ritrae.
Non ci badi a questo che dico: a certe ore nei cervelli nasce e vegeta il bacillo del tenero. Me li rimandi a casa. E mi riverisca il suo signor padre, dato che io non lo incontri per istrada prima ch'io parta.
DIANORA
accorata
Quando partirà?
MARINO
Presto, presto.
Ride sarcastico.
DIANORA
Ma me ne vado anch'io!...
MARINO
Lei!?
DIANORA
Qui con mio marito non ci posso più vivere.... Mi sento tutta livida e pesta come se mi fossero passati sopra coi piedi. In casa mia! senza il più elementare riserbo! con una donna come quella.... sicchè mi potesse trattare da pari a pari.... peggio, lei da padrona io da serva.... ha sentito?
Quasi con un grido di liberazione.
Ah! non ci sto più!
MARINO
come se la richiamasse alla realtà.
Sì: e dove va?
DIANORA
Dovunque, purchè non qui.
MARINO
quasi affermando.
Da suo padre?
DIANORA
No, da lui no. Ossia andrò qualche volta, qualche mese anche da lui; ma ora no, tutta la vita, come una ripudiata, no. No, perchè lui troverà eccessiva la mia reazione. Oh! ci son preparata. È uomo, e uomo di mondo. Senza saperlo, con tutte le possibili limitazioni, ma sarà solidale con lui.
Quasi ripetesse probabili frasi, con amarezza.
Siamo in alto noi, dobbiamo dare l'esempio! Quando si ha la gloria di aver avuto tra i lontani ascendenti qualche cardinale e perfino un papa, _noblesse oblige_. E in massima non gli do torto. Ma quando si può. Io non posso.
Riprende.
Non so ancora dove andrò: troppo presto per veder chiaro. Farò un po' di bene, lavorerò, studierò. Mi potrà consigliare anche lei, più in qua. Perchè mi scriverà, vero? Mi vorrà aiutare? Io non la voglio perdere. Vede? tutto questo tempo, lei non mi dava propriamente consigli, ma pure era come una mia guida spirituale: io sentivo la sua presenza, e quel fatto di vedermela accanto, di pensare: «Serralunga si regolerebbe a questo modo» mi sosteneva, mi segnava il cammino più che lei non creda.
Quasi solenne, per impegnarlo.