Part 9
Passò almeno un'altra ora. Nello stanzino l'aria aveva un cattivo odore di cenci, perchè la piccola finestra non si apriva quasi mai; poi i suoi vetri sporchi lasciavano passare un lume triste. Giorgi non si muoveva. L'altro sempre intento nel suo volto si sentì salire improvvisamente dal fondo della coscienza quella inesprimibile verità della morte, contro la quale lo spirito non protesta più come dinanzi all'infinito.
Che ora era? Prinetti ebbe la violenta sensazione di questa domanda nell'ombra sempre più densa, che aveva già riempito tutto lo stanzino.
Giorgi rinvenne.
--Che hai?--chiese l'altro premurosamente.
--Muoio....
E rinchiuse da capo gli occhi. Prinetti rimase in piedi. L'altro era sempre così, col viso scheletrito, di quel giallo cinereo, che solo certi morti hanno. Teneva le mani sulle coperte, immobili.
--Mio Dio!--pregava mentalmente Prinetti vedendo le sue labbra agitarsi nello sforzo di un'ultima parola.
Giorgi mormorò:
--Bianco.... bianco!
Poi la visione del primo cielo gli si interruppe.
VI.
Nel mese di maggio Bice era a Roma con De Nittis e la zia Ginevra.
Altri dolorosi avvenimenti avevano dispersi i pochi amici di quel salotto. Prinetti aveva dovuto tornare a Bazzano come tutore dei nipoti dopo la morte improvvisa della loro madre e la fuga del padrigno, che l'aveva poco prima abbandonata, vuotandole la casa: ma vi rimanevano tre figli, due maschi e una bambina, il maggiore dei quali non toccava ancora i quindici anni. Prinetti, che si era già lasciato mungere dalla cognata più che mezzo il proprio patrimonio, pur non ingannandosi nel giudicarla, doveva adesso mutarsi in padre di quegli orfani per avviarli ad un mestiere. Senza esitare ritornò quindi a Bazzano, ove ella aveva finito coll'aprire una bottega di pizzicheria. Era un sacrificio di tutte le sue squisite spiritualità, senza nemmeno una speranza di risultato, perchè i ragazzi mostravano già una precoce perversità di carattere.
--Sarà la mia ultima campagna d'Africa, disse nell'accomiatarsi dalla contessa Ginevra.
--Ma non tornerete proprio più a Bologna?
--Mi pare difficile: la bambina e il fratello minore, hanno meno di dieci anni, io non posso vivere tanto da non essere più il loro tutore. Così non avranno il tempo di essere ingrati.
Fu l'unica lagnanza, sapendo che quegli orfani malgrado tutte le apparenze legali non erano suoi nipoti.
Poi la contessa Maria andata a Milano per assistervi l'unica sorella colpita da una paralisi progressiva, vi era rimasta per tre mesi, e vi ritornava spesso, vinta dalla tenerezza, appena in casa potesse disporre di qualche giorno.
Nel salotto della contessa Ginevra non venivano più che De Nittis ed Ambrosi. Tutto vi pareva invecchiato; la contessa, diventata più grassa, si appesantiva anche nello spirito: le sue stesse maniere in quel contagio della volgarità provinciale, e sopratutto nell'assenza di ogni più alta preoccupazione, ridivenivano quelle di un tempo, quando fanciulla non era ancora uscita di Bologna. Il mondo cominciava a scordarla senza che ella lo indovinasse più coi begli occhi limpidi ed acuti di una volta.
Quindi si abbandonava giorno per giorno alle tentazioni della gola malgrado i frizzi affettuosi di Bice e le rimostranze di Ambrosi; Bice invece era sempre così magra, ma di quella severa e fine eleganza, colla quale aveva spesso trionfato di tutte le compagne, non le rimaneva che l'abitudine di certi tagli più semplici, quasi senza alcuna femminilità d'intenzione. Solo a certi particolari, nella finezza delle scarpe e dei guanti, nel lusso quasi eccessivo delle biancherie e delle pelliccie, il suo gusto signorile rivelava ancora la donna.
Per sei mesi aveva lavorato con De Nittis al compimento della grande edizione, abbandonata in ultimo dal povero Giorgi, trovando per essa in Germania il medesimo editore, che pubblicava finalmente le opere del Palestrina; poi quello studio musicale, sviluppandole una intensa passione per la primitiva arte cristiana, l'aveva trascinata anche più lungi dal mondo. Nell'ammirabile rinnovamento, operato dal cristianesimo su tutta l'arte antica, la sua anima di fanciulla era stata vivamente colpita dalla originalità dei due nuovi tipi, la vergine e il cavaliere. Come la prima Maria, quella accettava il sacrificio di sè stessa per la vita dell'uomo, ma la sua castità invece di essere una riserva, nella quale l'amore accumulasse i propri tesori per gioirne in una festa più intensa, era una ripugnanza a tutte le pretese della carne, che aveva già una altra volta perduta miseramente l'umanità. Come la vergine, il cavaliere doveva conservarsi puro per essere forte, e la sua milizia sotto l'insegna invincibile della croce era una vigilia continua nell'armi, aspettando che le fanfare della vittoria squillassero in cielo coi primi fuochi dell'alba. Egli poteva amare solamente come combatteva, perchè dal suo amore colla vergine altre vergini ed altri cavalieri nascessero a mantenere la vittoria di Dio.
Ma in questo concetto troppo tragico ed ideale della vita naturalmente ogni bellezza era perita. Solo il volto come rivelazione dell'anima aveva potuto rimanere bello, mentre il corpo ammalato della propria carne si era mutato per lo spirito in uno istrumento di redenzione contro il peccato. Nel suo inconsolabile dolore la primitiva arte cristiana aveva chiuso occhi ed orecchi alla natura: tutto vi aveva espresso la morte, le chiese erano sotterra, le cronache sanguinavano di martirii, i dogmi non minacciavano che dannazioni. Poi al rallentarsi delle persecuzioni il tempio salito sulla terra era rimasto egualmente chiuso alla bellezza. I santi incollati come cadaveri sulle sue pareti parlavano con una scritta fuori delle labbra, il crocifisso era il loro tipo, e la morte sola il perchè della loro rappresentazione, mentre le vergini sporgenti da un sacco, segnato con uno sgorbio, non mostravano che i piedi e i visi piatti del pari. Perchè sarebbero state belle?
Ma la bellezza tornò.
Invano il pessimismo cristiano vantandosi di farne a meno, poichè la verità stava nel mondo dello spirito, dal quale Cristo era disceso per morire, aveva permesso per molti secoli alla morte di spiegare tutta la pompa della propria magnificenza, mentre lentamente e mutamente, come passano l'aria e la luce, la bellezza rientrava giorno per giorno nella religione dietro al trionfo della Maddalena.
Quindi l'amore umano ricominciò fra la vergine e il cavaliere entro un quadro più giocondo, ma con tutte le nostalgie dell'amore divino, per diventare a poco a poco il nostro amore moderno nella tragedia anche più inconsolabile di non poter essere casto, e di pretendere dal contatto delle carni quella fusione, che solo lo spirito può realizzare in sè stesso.
Con analisi fine ed animatrice De Nittis spiegava a Bice il formarsi del romanticismo, la cavalleria e i suoi codici d'amore, i poeti solitari, il dramma immenso del monachismo, e quella idealità data dalla Chiesa a tutti gli atti della vita fra un mareggiare di invasioni e una tormenta di guerre, nelle quali si concepivano i sonetti più puri e si disegnavano i più immateriali profili. Però l'amore rimaneva sempre ideale: vergine e cavaliere potevano o non raggiungere o non mantenersi all'altezza del proprio tipo, senza che quella luce cessasse mai di risplendere anche nelle più depravate coscienze, come il Cristianesimo brilla ancora in fondo all'anima del popolo, che oggi si vanta così incredulo.
--La voluttà troverà sempre la propria ultima potenza nella castità.
A questa formula Bice lo aveva guardato, ma De Nittis quasi pentito si affrettò a soggiungere:
--Nemmeno il Cristianesimo soccombendo all'antitesi della carne collo spirito, fra il mondo dell'uomo e quello di Dio, ha potuto risolvere il problema dell'amore. Il tuo Lamberto, ecco l'ultima trasformazione del cavaliere.
Bice fu punta da questa ironia.
--Perchè non dite anche, che io sono l'ultima vergine bizantina?
--La piaga del tuo cuore non è ancora rimarginata.
--Non capite niente,--esclamò alzandosi per uscire.
De Nittis rimase interdetto da questa brusca violenza. Poi avendo ricondotto il discorso sull'editore tedesco, il quale esigeva un'altra cerna di tutte le musiche di Giorgi per non presentarne al pubblico che le più tipiche e le migliori, Bice l'interruppe ancora per chiedergli se avesse finito di scrivere quella prefazione. L'altro sorrise scusandosi: allora ella si offerse di aiutarlo.
--Non sarà troppo difficile?--domandò con accento umile di bambina.
--Nemmeno io so dirtelo. Vi sono ricerche, nelle quali certo potresti aiutarmi, ma ti stancherebbero senza divertirti.
--No, no: lasciatemi venire col mio abito da mattino come un'operaia, poi mi darete il cómpito per tutti i giorni.
--Tutti i giorni!--egli esclamò.
Bice fece una moina di sommissione.
De Nittis rimaneva perplesso: Bice tornò a rannuvolarsi, le lagrime le gonfiavano nuovamente gli occhi.
--Lo vuoi proprio?
--Non posso volere con voi.
La mattina seguente Bice arrivò in casa di De Nittis alle dieci e mezzo; egli stava ancora nella saletta da pranzo, a tavola, leggendo il giornale. La fanciulla, che aveva rimandato il servitore alla porta, diede subito con un sorriso la mano alla governante.
--Margherita, vengo anch'io a lavorare con voi.
--Lei, signorina!--proruppe l'altra sgranando gli occhi, mentre l'aiutava a cavarsi il cappellino.
La fanciulla si guardava attorno con aria ilare. Nella saletta non v'erano che la tavola ed una credenziera, piena di piatti e di bicchieri, con alcune seggiole: presso alla finestra un treppiede di vimini sosteneva il cestino da lavoro di Margherita. De Nittis, che doveva ancora prendere il caffè, ne ordinò un'altra tazza per Bice.
--Oggi, che avevo vacanza all'università, dovrò dunque lavorare con te?
--Ne sareste già pentito, maestro?
--Tu stessa te ne pentirai.
Ella ebbe un sorriso di sfida.
Poco dopo entrò anche Tonina, la cuoca. Le due donne avevano quasi la stessa età e il medesimo tipo, solamente Tonina era più secca; ma il loro viso di bionde, una volta senza bellezza, aveva già quella calma speciale delle zitellone, cui nulla turba più da molto tempo in una vita ridotta al minimo delle funzioni. Tonina cucinava, Margherita teneva in ordine la casa composta di poche stanze, un salotto da ricevere, la saletta da pranzo, lo studio e la camera del professore. Esse dormivano assieme, sul medesimo letto, come due sorelle, in una stanza attigua alla cucina. Ma Tonina ubbidiva in tutto a Margherita. Infatti questa aveva maniere più distinte, tutte due erano devote.
Tonina s'avanzò con una certa titubanza, ma l'altra chiese disinvoltamente a Bice se sarebbe rimasta a pranzo.
Bice non sapeva come rispondere.
--Non creda, signorina, che sarà un pranzo come a casa sua.
--Mia cara Bice,--disse il professore,--dal momento che vi si invita potete farle l'onore di accettare: qualche volta che io mi sono permesso di condurle un collega a pranzo, sono stato invece sgridato.
--Perchè lei fa sempre così,--ribattè Margherita:--i pranzi non s'improvvisano mica.
Ma sibbene la risposta fosse quasi rude, si sentiva nella voce grossa della vecchia una deferenza affettuosa verso il padrone.
--Poichè la signorina accetta,--seguitò Margherita volgendosi a Tonina, che si tormentava il grembiule bianco, dritta, impalata,--farai quello che ti ho detto.
Bice si sentiva già circondata da una ammirazione piena di simpatia. Se lo avesse osato in quella prima volta, si sarebbe offerta di lavorare anch'essa in cucina per divertirsi del loro stesso imbarazzo, preparando qualche sorpresa al professore; ma la placidezza di quelle due donne le imponeva rispetto.
De Nittis aveva ripreso il giornale, mentre Margherita finiva di sparecchiare. Allora Bice uscì con lei per visitare l'appartamento, del quale non conosceva che il salotto di ricevimento e lo studio. Tutto vi era tenuto con pulizia meticolosa, senza traccia di lusso: il salotto non aveva che un sofà ricoperto di lana verde, un tavolino rotondo nel mezzo con un vaso di fiori in cera sotto una campana di vetro, e due antichi canterani dai piedi alti, colle maniglie di ottone lucenti come oro. La camera da letto pareva quella di un frate; non v'era che un piccolo canapè in ferro colle coperte e coi cuscini di un candore virginale, un vecchio e largo armadio da biancheria, in un angolo un portacatino di ferro con due grandi brocche bianche allato, e un minuscolo specchio rotondo attaccato alla spagnoletta della finestra, presso la quale il professore si radeva la barba. Due pantofole, ricamate in lana a colori vistosi, attendevano sul tappeto, a fianco del letto: presso la finestra, sopra un tavolino, entro un bacile di vetro, si vedevano i pettini e le scopette da testa.
Bice notò l'assenza di ogni immagine religiosa.
--Il professore non ne ha mai voluto:--rispose Margherita.
Ma con improvvisa fiducia nella fanciulla la condusse al letto e, sollevandone il materasso, le mostrò un quadretto con una piccola madonna.
--Egli non lo sa!--esclamò trionfalmente.
Poi diede devotamente un bacio sulla immagine porgendola a Bice perchè facesse altrettanto.
--Che fate qui?--chiese de Nittis affacciandosi sulla porta appena Margherita aveva rimesso a posto la madonnina,--Tu, Bice, dovresti piuttosto mostrare a Margherita il tuo appartamento, che è veramente bello.
--Perchè voi stesso mi avete suggerito quasi tutto.
--Il professore,--intervenne Margherita, come vantando orgogliosamente un mobile della casa,--sa tutto quello che vuole.
Bice si mise a ridere, quantunque provasse in cuore una certa inquietudine di essere stata sorpresa da lui nella sua camera.
Quel primo giorno passò naturalmente senza lavorare. Bice curiosava su e giù per lo studio interrogando e mutando spesso argomento per condurre insensibilmente de Nittis a raccontare la propria vita. Ma questa era ben semplice: s'alzava alle otto, faceva colazione fra le dieci e le undici, poi sulle due andava all'università, anche quando non aveva lezione; pranzava sulle sei, passava un'ora al caffè delle Scienze fra un crocchio di colleghi, e alle nove veniva dalla contessa Ginevra per non rincasare che alle undici. A quell'ora le due donne erano già a letto da un pezzo.
Lavorava poco, almeno come diceva lui, che per lavoro intendeva solamente quello consacrato alla sua opera "_Storia di Dio_". Adesso avrebbe dovuto compiere quella prefazione alle musiche di Giorgi, ma il tema gli si slargava al solito in uno studio di tutta l'arte e dell'anima moderna contro le volgari affermazioni delle varie scuole positiviste. Accadeva spesso a De Nittis come a molti ingegni pigri di pensatori, che nella fiamma del parlare improvvisano i propri più squisiti capolavori, mentre nello scrivere il pensiero sembra perdere in essi della prima luce, cristallizzandosi in uno stile tutto di studio. Bice se ne accorse al ritratto di Giorgi, che egli aveva quasi perduto fra l'esplicazioni di quelle stesse idee, dalle quali avrebbe dovuto uscire, e che invece discorrendo gli si animava mirabilmente con tutte le sfumature della fisonomia.
Ella si offerse per copiare il manoscritto, perchè non potesse più rimutarlo.
--Davvero? Ne parleremo: vogliamo uscire?
--Passeremo dalla zia a dirle che resto qui a pranzo.
--Vado a mutare d'abito.
Bice scappò in cucina.
--Ah, signorina!--esclamò Margherita, che lavorava anch'essa in grembiule bianco intorno ad un dolce.
Ma la fanciulla fu pronta a scongiurare la tempesta.
--Usciamo per avvisare la zia. Ah la bella torta!--proruppe affettando l'ammirazione golosa di una bambina; poi la scongiurò di non dir nulla al maestro, e fuggì lasciandole entusiasmate della sua monelleria.
La zia Ginevra non era in casa. Allora andarono ai giardini pubblici; la magnifica giornata di sole aveva fatto uscire dalle case più gente del solito. Egli abbigliato di nero, nella consueta eleganza, rasato, inguantato, colle carni più fresche di quelle di Bice e un passo quasi da giovinotto, pareva superbo di farle da cavaliere. Dovettero fermarsi a molte carrozze per scambiare saluti e complimenti colle signore su quella loro passeggiata a piedi, ma, sebbene non se ne fossero data l'intesa, tacquero sul pranzo, che li aspettava come un epilogo anche più delizioso. Prima di tornare a casa, Bice volle però passare sotto il portico del Pavaglione, in quell'ora gremito di tutti gli eleganti, arrestandosi alla pasticceria di moda per affettare come una innamorata la propria intimità con lui. Egli si manteneva sempre così amabile. Molte signore, conoscendolo da un pezzo ed ammirandolo alla propria maniera, piuttosto per il suo gusto aristocratico che per la vera profondità dell'ingegno, si strinsero loro intorno in un cerchio di sorrisi, dentro i quali Bice si sentiva immergere come in una luce spirituale. Qualcuna scherzò nel vederli così soli, maestro e scolara, in isciopero.
Bice dovette mangiare delle paste; a casa il pranzo fu una piccola festa. Siccome Margherita aveva mutato abito per servirli, apparecchiando la tavola colle migliori stoviglie, anch'egli rimase così vestito, mentre gli altri giorni pranzava in veste da camera e in pantofole; ma invece di mostrarsi allegra, Bice s'inteneriva in una malinconia piena di umiltà. Le sembrava di essere più amata di quanto meritasse, occupando così di sè stessa tutta quella casa, da tanti anni tranquilla e silenziosa come un eremo; la grossa Margherita vegliava su lei come sopra una bambina, egli le usava tutte le più fini amabilità di un cavaliere. Tristemente Bice si avvide di non avere più appetito.
--La signorina non mangia,--esclamò Margherita, vedendola assaggiare appena un fritto composto:--glielo avevo pur detto che il nostro pranzo non poteva essere come il suo!
Bice sentì nell'amarezza mal dissimulata del rimprovero il cordoglio di una umiliazione, e istintivamente cercò come riparare a quella mancanza d'appetito. Quindi a certi atti parendole d'indovinare che gli altri giorni Margherita pranzasse alla tavola del professore per tenergli compagnia:
--Maestro,--si volse improvvisamente,--perchè quest'oggi Margherita non mangia con noi?
Egli rimase quasi imbarazzato di questa penetrazione della fanciulla.
--Mettetevi dunque qui, Margherita, io sono al vostro posto,--Bice le disse con una voce così buona, che l'altra capì di poter accettare.
--Allora vado prima da Tonina.
Il pranzo diventò più allegro, servito dalla cuoca, sebbene l'altra si alzasse sovente per riparare qualche inavvertenza.
Come tutti coloro che invecchiano, De Nittis era piuttosto goloso, ma quella sera fra Bice e Margherita, nella intimità di quella saletta, ove pranzava da tanti anni in silenzio leggendo il giornale per affrettare il volo del tempo, gli parve che le pietanze fossero anche più squisite. Le due donne, beate della sua contentezza, s'intendevano per servirlo vietandogli ogni attenzione verso di loro: gli riempivano il piatto, il bicchiere, come ad un bambino, con quella grazia femminile, che sa dare valore al più piccolo atto. Talvolta Margherita gli diceva:
--Basta, le farebbe male. Lei invece, signorina, dovrebbe mangiare ancora: alla sua età niente dà fastidio.
--Non posso, vedete come sono secca!
--Appunto, se viene qui l'ingrasseremo,--ribattè col suo riso, che le faceva tremare tutta la massa del seno.
Questa idea li esilarò, diventavano sciocchi. I discorsi, intonati sull'intelligenza di Margherita, avevano la bonomia confidente e volgare dei soliti argomenti domestici, le spese di casa, i vicini, le piccole difficoltà di tutte le vite, quella serietà anche delle piccole cose, alle quali Bice non aveva mai pensato nel lusso della propria esistenza. Poi sulla fine del pranzo Margherita andò ella stessa a fare il caffè, e tornò coi dolci e i rosoli. De Nittis, che aveva già acceso la sigaretta, ne porse un'altra alla fanciulla, sorridendo nel vedere entrare Tonina; la vecchia veniva a ricevere i complimenti. Sulla sua faccia, untuosa per il sudore del fuoco, oscillò un bagliore di contentezza alle prime parole di Bice: come tutto era andato bene! Margherita, malgrado la propria pesantezza, si muoveva con insolita agilità; quindi De Nittis cadde in quel leggero assopimento dei vecchi dopo il pasto, distese le gambe e si allungò sulla sedia, con una mano appoggiata sulla tavola.
Bice fe' un cenno a Margherita di camminare più piano. Non si ricordava in vita sua serata più deliziosa, quantunque anche in casa della zia tutti le volessero bene; il suo pensiero si adagiava nell'esistenza tranquilla di quell'uomo, così grande nell'ingegno, e che aveva avuto la bontà di allevarla facendosi per tanti anni piccolo come la sua anima di bambina. Egli era ancora solo al mondo, fra quelle due vecchie, che lo adoravano senza capirlo. In quel momento il suo volto riscaldato dal cibo aveva una freschezza rosea, che il candore dei capelli sembrava rendere anche più viva, mentre qualche cosa di più mite sembrava essergli calato sulla fronte di pensatore. La sua bella mano aveva lasciato cadere la sigaretta spenta sulla tovaglia, e vi rimaneva in un abbandono pieno d'eleganza.
Chi aveva egli amato? Amava egli? Bice non ne aveva mai saputo nulla, ma era impossibile che un uomo così bello fosse passato sconosciuto fra le donne; nullameno sulla sua pura fisonomia di vecchio, ancora rorida di tutte le grazie giovanili, le passioni non avevano lasciato traccia.
Margherita si era seduta, adagio, presso Bice.
--Fa così tutti i giorni, dorme per un quarto d'ora.
Parlarono di lui. La vecchia s'inteneriva a certi particolari: Tonina era stata raccolta dal professore quasi moribonda, dopo essere fuggita da casa propria per i cattivi trattamenti, poi da quella del primo padrone, che sapendola malata voleva mandarla all'ospedale. Siccome ella la conosceva, ne aveva parlato al professore: Tonina non si era rimessa che dopo sei mesi, aveva un cuore d'oro.
--Ho dovuto insegnarle tutto, ma è tanto obbediente!
A rovescio dei vecchi celibi, che hanno quasi tutti il carattere bisbetico forse per la mancanza di una famiglia e di bambini, De Nittis invece era sempre contento di tutto.
--Gli avete mai chiesto perchè non ha voluto prender moglie?
--Sì: egli sorride senza rispondere. Adesso sarebbe troppo tardi.
Poi Margherita le confessò i segreti di casa: non erano ricchi, ma siccome il professore non aveva alcun vizio, con i seimila franchi di paga potevano vivere benino. La maggior spesa per lui erano i libri: secondo Margherita vi dovevano essere dei tesori nella sua biblioteca.
--Andremo avanti così, purchè io muoia prima,--concluse.--Che cosa resteremmo a fare, sole, io e Tonina, che non abbiamo più nessuno?
--Verrete con me.
--Ah, signorina! ella è tanto buona, me lo ha detto mille volte il professore, ma alla nostra età non si può mutare più casa: è meglio morire.
De Nittis si destò.
--Ho dormito?--chiese stirandosi lievemente; poi colto quasi da vergogna:--vedi, mia piccola Bice, i vecchi! Addormentarsi a tavola, quando si ha per invitata la prima signorina di Bologna....
--Potevate dormire ancora invece di destarvi per questo cattivo complimento. Intanto noi abbiamo parlato di voi; zitta, Margherita!
Ma De Nittis non sapendo come far passare il tempo alla fanciulla, dichiarò che bisognava ritornare dalla zia Ginevra. Sull'uscio, al momento dei saluti, Margherita ripetè gl'inviti; anche Tonina era accorsa, ma stava semi-nascosta dietro il battente.
--Torni a pranzo, signorina, torni spesso,--l'altra ripeteva colla voce tremante:--vedrà che l'ingrasseremo.