Part 7
Quindi comprese anche troppo bene le spiegazioni di De Nittis sull'arte antica, oggi quasi inintelligibile anche alla maggior parte delle persone colte, dacchè nessun popolo dopo i greci intese più la bellezza come una verità più viva della realtà stessa, nella quale il difetto esprimeva un tentativo infelice della natura per raggiungere qualcuno dei proprii tipi. A che cosa serviva dunque una gioventù senza bellezza? Perchè tale crudele contraddizione? Perchè sua madre era stata anche più bella della zia Ginevra, nella quale brillavano tuttavia le traccie di una ammirabile leggiadria? Bice non aveva di questa che le mani, ma senza l'aristocratica morbidezza, che aveva rese celebri quelle della contessa: tutto il resto non avrebbe potuto inspirare che una simpatia di pietà. Nullameno il suo istinto di donna cercava di resistere a questa diminuzione di sè stessa. Se in quasi tutti i capolavori delle letterature le donne erano di una bellezza disperante, non mancavano però eroine senza bellezza, rese immortali dal genio degli uomini, che le avevano amate. L'anima aveva dunque anche essa una luce capace di rendere agli occhi di un amante il corpo, nel quale era chiusa, non meno ideale dei più vantati modelli dell'arte. Ella non avrebbe quindi amato che un uomo abbastanza grande da vederle l'anima attraverso quel suo magro viso dì anemica, amandola come le anime sole possono amare. Naturalmente l'eroe del suo pensiero era Amleto, il pazzo sublime tanto poco compreso da Ofelia. In quell'inevitabile romanticismo della giovinezza l'amore le si univa ancora ad una idea di sventura, come quella del mare alla paura delle tempeste. Invece la grande tragedia di Otello le lasciava nello spirito un incomprensibile orrore. Quel moro, ardente come il sole, che ghermendo un'ingenua fanciulla la trascinava sotto la propria tenda di soldato per soffocarla brutalmente al primo sospetto, rimaneva un enigma per il suo pensiero. Si può uccidere quando si ama? L'amore istantaneo, leonino, che rugge e squarcia alla più lieve difficoltà di una carezza, non doveva essere umano, giacchè l'anima non aveva nemmeno il tempo di fondervisi. Ella si diceva che Otello non amava, e nullameno i suoi urli di dolore sotto le punture avvelenate di Jago, le sue incertezze tremebonde nella camera di Desdemona prima di accostarsele al letto, la sua disperazione e la sua morte erano di un patetico ben più profondo che la simulata pazzia di Amleto. Si poteva dunque amare colla tenerezza balbuziente di un bambino, e sbranare colla ferocia irrefrenabile di una belva, appena il sangue accendendosi per le vene mandasse al cervello le proprie fiamme rosse, e gli occhi vedessero naturalmente sangue dappertutto?
Attraverso tutto l'orrore della propria paura ella sentiva nella morte di Desdemona una passione, che Ofelia stessa non avrebbe potuto comprendere malgrado tutta la propria tenerezza di fanciulla. Infatti quell'ultima menzogna per accusare sè stessa provava forse la superiorità di Otello su Amleto, perchè una donna non può amare così senza essere stata altrettanto amata.
Ma da queste illustri passioni immaginarie rientrando nel salotto ove la zia l'attendeva fra quei vecchi, le sembrava come d'inoltrarsi in un tempio; lì tutto era calmo, le parole avevano una dolcezza pacificatrice, un suono profondo come quelle anime stesse, cui le bastava di volgere una domanda perchè trovassero subito, simultaneamente, per lei una risposta. Però Bice parlava poco. Solo De Nittis sapeva condurla qualche volta ad una discussione, urtandole lievemente lo spirito per sprigionarne l'originalità con un dolce orgoglio di padre. Infatti nessuno di loro aveva altrettanto contribuito alla formazione di Bice all'infuori di Rosa coll'imprimerle incancellabilmente nello spirito la propria fede grossolana: tutto il resto era stata opera sua. Senza di lui Bice sarebbe diventata una ragazza forse peggiore delle altre, giacchè la contessa Ginevra cedendo alla moda di farla studiare maschilmente non avrebbe forse tratto dal suo spirito inquieto che una delle solite mostruosità letterarie. De Nittis, invece, nel proprio orrore di tutte le falsificazioni spirituali, giudicava la donna lanciata nella carriera dell'uomo una delle più odiose aberrazioni moderne, dacchè corpo ed anima, tutto in essa è egualmente atteggiato dalla maternità. Quindi iniziandola quasi contemporaneamente ai segreti dell'arte e a quelli della scienza, aveva saputo salvarle il carattere dal doppio pericolo del dilettantismo e dell'incredulità: così Bice avrebbe meritato di salire nell'amore di ogni uomo per la sua stessa capacità di tutte le più umili funzioni femminili, senza false superbie di signora o assurdi orgogli scolastici. In questo la contessa Maria colla sua bella umiltà cristiana aveva aiutato l'opera del filosofo. Bice credeva ancora come una fanciulla del popolo, quantunque con una più alta interpretazione dei simboli religiosi, ma in sostanza le sue idee erano tutt'altro che chiare. Scienza e filosofia mostrandole più che altro degli spettacoli, senza che la sua ragione muliebre potesse davvero afferrarne le linee e indovinarne le cause, le avevano lasciato nello spirito una incertezza simile a quelle nebbie leggere, che si formano costantemente nelle valli, e difendendole dai raggi troppo cocenti del sole vi assicurano la fecondazione. In questa educazione sentimentale, come De Nittis l'aveva voluta, Giorgi era quindi stato più fortunato di lui, portandola spesso colla propria musica nelle lontananze più celesti per farle sentire le intime corrispondenze dell'anima colla vita, che si svolgeva al di là del loro azzurro eternamente misterioso. Nullameno tutta la devozione di quelle anime non bastava al suo cuore.
Un bisogno le cresceva di un altro amore più profondo ed impetuoso, che mescolasse nel fiume di una maggiore vita il rivo limpido e canoro della sua. Così sola le pareva dì soccombere ad un peso misterioso, sotto il quale soffocassero tutte le tenerezze dell'anima, sebbene nessuno le avesse ancora parlato d'amore, nemmeno Lamberto. Gli altri giovani, che venivano talora in visita dalla zia, erano troppo simili l'uno all'altro in una medesima insignificanza di figurino per sentire l'amore, del quale ella aveva preso il contagio nei libri, imparandone quasi contemporaneamente dalla scienza i più impuri segreti, mentre le saliva dal cuore in una gloria di astro.
Lamberto a diciott'anni, spaventato degli ultimi esami liceali parlava di andare all'Accademia militare di Modena per uscirne ufficiale di cavalleria. Le sue relazioni con Bice, rimaste pure malgrado i disordini inevitabili del suo noviziato nel mondo, gli facevano provare più vivamente l'abbandono del padre, caduto nelle unghie di una ballerina, che lo teneva quasi sempre presso di sè, mungendogli grosse somme di denaro. La zia Ginevra invece e i suoi vecchi amici adesso lo trattavano da uomo con una cortesia piena di buoni consigli e di delicate attenzioni. Quando veniva a trovarli, provava quasi un rammarico contro la propria vita licenziosa, giacchè la precoce esperienza del vizio, lungi dall'intaccare la sua sana natura, pareva anzi presso a destarvi una salutare reazione.
Naturalmente i suoi discorsi con Bice pigliavano una piega galante. Quelle loro amabilità dei primi anni, diventando ogni giorno più difficili per eccesso di significato, dovevano necessariamente finire in una scherzosa ironia, o in una dichiarazione d'amore. Bice non era solo una giovinetta di vero ingegno e della più squisita educazione, ma una delle più ricche ereditiere della città, col vantaggio di poter disporre liberamente di sè stessa. Involontariamente Lamberto ci veniva pensando anche pei suggerimenti degli amici, già abbastanza pratici del mondo per riconoscere come nel matrimonio l'interesse debba fatalmente prevalere alla passione; mentre a lui quella sua grande bontà di fanciulla e lo splendore della posizione facevano sognare di una vita calma e signorile.
Ella non pareva più con lui così serena. Il sorriso le si arrestava talvolta sulle labbra, come se la sua stessa superiorità intellettuale l'agghiacciasse nel timore di non apparirgli abbastanza donna come tutte le altre. Intatti Lamberto la dominava colla statura; era bruno, forte, agile, con gli occhi neri, lampeggianti, e i baffetti nascenti sulle labbra rosse come due garofani: ma un'aria di bontà temperava la soverchia arditezza della sua fisonomia, che l'abbandono di ogni falsa pretensione rendeva anche più amabile.
Un giorno passeggiando con lui nei giardini pubblici, Bice sentì l'invidia delle altre ragazze, che le attribuivano già Lamberto per amante. Sulle prime se ne spaventò, l'altro incerto di esserle dispiaciuto chiese il perchè di quella improvvisa bruscheria; poi quando si rividero, Lamberto scherzò su quel caso, Bice arrossì. Erano soli nel gran salone giallo. Improvvisamente ella aveva sentito vanire tutto quanto sapeva dell'amore dinanzi a lui, prima ancora che le avesse detto nulla. Quell'impaccio durò finchè venne la zia per far rimanere Lamberto a pranzo; Bice incollerita seco medesima soccombeva già all'amarezza di sapersi troppo brutta per essere amata, mentre l'altro abituato sin da fanciullo alla dolente singolarità della sua figurina aveva sempre avuto per lei una dolce simpatia. Quindi cogli amici, che accusavano Bice di essere brutta, aveva sempre protestato:
--Non la conoscete.
Ma non credeva ancora di essere amato. Quando finalmente se ne accorse, la nobile purezza di quell'affetto gli diede quasi una impressione di scoraggiamento: quella povera abbandonata veniva a chiedergli tutto l'amore del babbo e della mamma, che non aveva conosciuti, offrendogli innocentemente colla propria mano la più ricca dote della città.
La sua emozione fu così sincera che Bice ne provò il contraccolpo, ma non ne parlarono che molto dopo, come se si fossero già pienamente intesi in quell'attimo. Nessuno fece opposizione, meno la vecchia Rosa, che sembrò disapprovare mutamente; poi fu deciso che Lamberto andrebbe ugualmente all'Accademia di Modena, e sposerebbe Bice solamente dopo il secondo anno di reggimento. Intanto la cosa resterebbe segreta.
--Siete ancora liberi,--aveva detto la contessa Ginevra:--cinque anni sono lunghi.
--No,--rispose Bice, alla quale il matrimonio con Lamberto sembrava già conchiuso, dacchè le loro anime si erano intese.
Al momento di partire per Modena, Lamberto diede il primo bacio a Bice, sulla fronte, dinanzi alla zia Ginevra: Bice non pianse. La sua calma, che Lamberto ammirò come uno sforzo supremo della volontà, parve invece fredda a De Nittis, quantunque Bice diventasse dopo malinconica. Ella invece s'interrogava curiosamente: era dunque quello l'amore celebrato nei poemi, che seminava di tante tragedie la vita dell'umanità? Adesso che non era più sola, si sentiva egualmente fredda, senza nessuna di quelle febbri, alle quali aveva creduto di doversi attendere. Nullameno le prime lettere di Lamberto, calde della fraseologia solita a tutti gl'innamorati, provocarono in lei l'esplosione di sentimentalità ancora più eloquenti.
Come accade quasi sempre, il primo amore fu per Bice una fioritura letteraria. Lamberto lontano diventava il grande fantasma romantico della sua vita con tutti gli ornamenti dei drammi, che le erano rimasti più profondamente impressi; la sua immaginazione si compiaceva a seguirlo tra la folla di quegli alunni come un prescelto, cui la terribile gloria delle armi sorridesse già attraverso la letizia di quell'idillio ma, vedendolo la prima volta così vestito da collegiale, le parve quasi dolorosamente ridicolo. Invano Lamberto tentò di scherzare sulla goffaggine della propria uniforme, raccontandole quella vita di collegio colla simpatica ingenuità di un novizio: Bice non vi sentì invece che la pedanteria e la vacuità di una carriera, nella quale la divisa e il cavallo rappresentavano fatalmente tutto l'ideale. Nessuna grandezza di guerra, nessun lampo d'eroismo era più possibile; l'Accademia educava gli ufficiali come i seminari allevano i preti: una stessa volgarità burocratica in ambe le classi, e la medesima preoccupazione professionale.
Così passarono molti mesi.
Invece Lamberto in quella specie di esilio scolastico l'amò con passione crescente. Già si era accorto che il padre, sempre più incapricciato di quella ballerina, gli aveva consentito la scelta di tale carriera piuttosto per trarselo di fra i piedi che per riconoscerla buona; quindi Bice diventava il suo unico affetto nel mondo. Le loro lettere se ne risentirono; quelle di lei splendide di poesia si smarrivano talvolta in preziosità sentimentali, come in un compiacimento raffinato di analisi sopra sè stessa, mentre in quelle di lui, più semplici ed impetuose, vibravano spesso gli accenti veri del cuore. La vita di Bice però era sempre così calma. Allora occupava quasi tutto il giorno con Giorgi a provare qualche pezzo di musica, o a discutere la grande edizione delle sue opere, per la quale ella stessa aveva offerto i fondi necessari; ma Giorgi sorpreso dagli scrupoli degli artisti, che tardarono troppo ad affrontare il pubblico, non sapeva più come scegliere fra così ricca varietà di scritti, coordinandone la serie in modo, che esprimesse egualmente il progresso della sua arte e lo sviluppo della sua idea.
De Nittis persuaso da Bice a preporvi uno studio critico sulla musica sacra, in una specie di prefazione al primo volume, sorrideva di quelle incertezze.
--Per conquistare la gloria tu stai per perdere la fede: perchè ricorreggi, amico mio?
Giorgi tremava.
--La gloria è difficile.
--Essa è l'ultimo amore, ma forse tradisce anche più crudelmente degli altri. Perchè la folla ci amerebbe più di un individuo? Essa non ci indovina che al terrore o al piacere, di cui la facciamo fremere, ma non ci può comprendere che morti.
--Nemmeno voi finirete dunque la vostra _Storia di Dio_?
--Non avete mai voluto leggermene nulla,--intervenne Bice.
--A che pro? tu sei nel primo amore, io e Giorgi abbiamo oltrepassato l'ultimo.
Bice credette di sentire nelle parole di De Nittis una sottile punta d'ironia. Dubitava egli della sua passione per Lamberto o, credendovi, la pungeva di amare con passione sì riposata? Certo la sua anima non aveva ancora provato alcuna di quelle commozioni, che sembrano mutare la nostra composizione spirituale; anzi le musiche di Giorgi la lasciavano spesso estenuata per lunghe ore, collo spirito natante in una pienezza di beatitudine, che nessuna lettera di Lamberto aveva ancora potuto darle. Di che dunque parlava quella musica? A chi parlava? V'era qualcuno, cui rivolgersi così, e che potesse rispondere? Questo slancio verso Dio era forse l'ultimo sforzo dell'amore umano inappagato o tradito? Amleto sulla fossa di Ofelia aveva lanciato a Laerte una sfida trionfante persino della morte; la Sulamitide, errando per la notte in cerca del proprio bello, aveva destato colle grida tutta l'immensa città: era quello l'amore?
Qualche sera il suo sguardo studiava lungamente il viso della contessa Ginevra, florido e tranquillo nell'ombra dorata del paralume. Aveva ella amato il conte Ramponi, giacchè Bice non avrebbe potuto supporle altri amori? Eppure non lo ricordava più: quel marito era dunque ben morto per lei. Forse i libri mentivano dipingendo l'amore come una tempesta di fiamme, nella quale gli spiriti andavano consunti, mentre invece nella vita quasi tutta la gente aveva tempo d'invecchiare dopo essere passata attraverso molti amori, e spesso a più di un matrimonio. Un'amarezza pessimistica le stringeva quindi il cuore dinanzi a tale immutabile prosaicità, che le impediva di provare con Lamberto una sola di quelle estasi così ben descritte nelle liriche dei grandi poeti; ma forse anche per loro tutte quelle visioni e quei suoni erano saliti dolorosamente verso un mondo più alto, come s'innalzano indarno verso il sole gli effluvi della terra.
I mesi più dolci per Bice erano quelli del mare e della campagna: Prinetti aveva una masseria vicino alla loro villa, De Nittis arrivava spesso in visita restandovi per intere settimane, mentre il dottore compariva appena qualche volta a pranzo, sempre d'improvviso, per ritornare subito ai propri ammalati. In quella salute dei campi anche Bice rifioriva. Il suo temperamento forse un po' frigido, lungi dal turbarsi all'immensa suggestione amorosa di tutte le piante, pareva invece farvisi più limpido e soave. Due volte Lamberto venne in permesso da Modena senza che Bice se ne mostrasse alterata: anzi il suo contegno affettuoso ma calmo mise l'altro in soggezione. Che cosa era accaduto? Il loro matrimonio non era già stabilito? Quando il discorso vi cadeva per caso, Bice ne parlava come di cosa avvenuta, ed egli non sapeva come replicare. Nullameno una volta, le disse che era diventata fredda e lo amava meno.
Ella lo guardò serenamente:
--Tu mi ami dunque di più?
--Sì,--rispose, avvolgendola in uno sguardo luminoso.
Ella abbassò la testa.
Quando si divisero, Lamberto tentò alla sfuggita di abbracciarla:
--Bice!
Ma il sopraggiungere della zia impedì loro di continuare.
Lamberto ne riportò una impressione assiderante, poi la vita all'Accademia lo distrasse, e finì col dirsi che forse era meglio così, trattandosi di un'amante che doveva sposare. Quindi a poco a poco la loro passione si raffreddò davvero in un affetto più tranquillo, quale veramente conveniva ad un matrimonio. Lamberto, credendosi sempre abbastanza amato, riposava sicuro sull'avvenire, Bice sembrava invece non pensarci quasi più; ma quando egli le comparve finalmente davanti nell'elegante divisa, a mostreggiature bianche, del reggimento Novara, trionfante nella propria giovinezza di soldato, del quale le armi erano ancor vergini e l'assisa appena una decorazione, Bice si sentì vinta di nuovo. Poi lo vide caracollare sotto le sue finestre, facendo spiccare al proprio cavallo inglese balzi prodigiosi fra l'ammirazione della gente, che si fermava a guardarlo.
Lamberto divenuto uomo aveva trovato senza sforzo quella superiorità maschile, davanti alla quale la donna soccombe quasi sempre. Questa volta Bice era innamorata, egli invece non le serbava in fondo al cuore che una grata benevolenza, col fermo proposito di farla sua moglie. Allora le lettere ricominciarono più frequenti, quelle di Bice quasi ardenti e con minori intenzioni letterarie, le sue invece artifiziose e galanti: ma nella vita più libera del reggimento egli poteva tornare più spesso a Bologna per restare con lei qualche giorno. Già da parecchio tempo il loro matrimonio non era più un segreto per alcuno, dacchè Lamberto stesso ne aveva parlato cogli amici, e suo padre se ne andava vantando per la città. I pareri oscillavano al solito per la troppa sproporzione delle ricchezze fra lui, sottotenente con forse duecentomila lire di patrimonio, se il babbo morisse a tempo, e lei che un giorno avrebbe avuto due milioni di dote: ma la simpatia, imposta dalla bellezza di Lamberto e dalla gioconda bontà del suo carattere, trionfò presto delle maggiori invidie. Poi una sposina così brutta poteva benissimo essere ricca.
I due anni assegnati per termine agli sponsali stavano appunto per finire, quando accadde a Lamberto quello sciagurato incidente al Gambrinus e il duello col tenente Ravizza, di cui al solito i giornali s'interessarono troppo.
Lamberto non aveva dubitato nemmeno un istante di Bice, sapendo di non essere molto più scapestrato dei propri compagni, e che quell'incontro con Ester, la celebre mima, era stato davvero un puro caso; ma nel discendere le scale del palazzo di Bice si diceva che tutto era perduto.
Il carattere della fanciulla era di quelli, sui quali è impossibile ingannarsi.
Tristemente, a testa bassa, uscì dal portone, e traversò la strada per voltarsi a guardare le finestre del gabinetto, nel quale la zia Ginevra riceveva da quindici anni quei vecchi amici; gli pareva che una catastrofe fosse accaduta lì intorno. La strada era quasi vuota; rimase immobile senza provare rimorsi, colla coscienza confusa che la sua vita mutava per uno di quei bruschi rivolgimenti, che ci lasciano soli nel mondo.
Attese ancora qualche minuto, poi accorgendosi che la gente l'osservava, se ne andò.
V.
L'impressione di quella rottura era stata fulminea in tutti.
La contessa Ginevra ne sofferse profondamente, poichè stimava Lamberto un buon ragazzo malgrado il giudizio severo, che ne aveva dato col dottore. Era impossibile del resto che un giovane ufficiale, bello, non trovasse a Roma motivi di galanteria in quella vita di reggimento fatta appunto di donne e di cavalli; e doveva quindi bastare che non s'innamorasse altrimenti, o trascorresse troppo oltre nel vizio compromettendo la salute dell'anima e del corpo.
Quella sera De Nittis tardò.
Bice affettava una disinvoltura nervosa gettando scintille di spirito ad ogni risposta, mentre il dottor Ambrosi l'osservava con quel suo sguardo pesante di medico, e Giorgi invece sprofondato in una tetra malinconia lasciava sfuggirsi qualche sospiro. Quel disastro di Bice gli rendeva più doloroso al pensiero l'avvenire della figlia non sua.
Solo la contessa Maria conservava la solita placidezza religiosa fra quella tempesta di interessi mondani; alla severità della sua coscienza Bice appariva ammirabile di giustizia avendo scacciato Lamberto, e sopportandone il dolore con tanta franchezza.
--Prepara il thè, Bice,--disse il dottore:--questa sera ho fretta.
--Avete dei malati gravi?
--Non più del solito.
Bice, aveva già suonato il campanello per ordinare al servo di portare il vassoio.
--Partirete subito?
--No.
La contessa Maria allora gli parlò di un'altra sua protetta: il caso era orribile, una madre tisica con due bimbi già colpiti dalla stessa malattia, e senza alcuna risorsa pecuniaria. Il marito, beone incorreggibile, li batteva tutti.
--Perchè non aspettiamo De Nittis?--domandò Bice disponendosi nullameno a preparare il thè.
--Tu sei andata subito dopo da lui.
Bice non rispose.
--De Nittis ti dirà....--e il dottore, che stava per prorompere, si voltò verso la contessa Ginevra come per cercare una ragione di frenarsi:--che importa? Tutte sentimentalità, le quali non servono a nulla nella vita: la virtù non può consistere nell'astinenza dal momento che la fame è un difetto. Se non si avesse della moralità un concetto così falso, vi sarebbero meno infelici e fors'anche meno furfanti al mondo.
Quest'allusione colpì tutti.
--Voi, contessa Maria, che siete qui l'individuo più religioso, rispondete voi; che cosa è la virtù?
A questa domanda ella alzò gli occhi dalla calza:
--L'amore.
--Risposta di donna.
--No,--disse Giorgi:--è l'anima che risponde così.
--Non è vero,--gridò Ambrosi:--l'amore è una legge della natura, colla quale essa mantiene la vita. La virtù, giacchè parlate di anima, dev'essere più in alto, nell'intelletto, che comprende la natura e sa farle quindi la sua parte. Se la natura fosse in difetto colle proprie esigenze, la colpa sarebbe allora di Dio.
--Dottore!--gli si volse la contessa Ginevra.
--Non mi dite che bestemmio, perchè non ne avrei l'intenzione. Io affermo solo che l'amore, come dice la contessa Maria, non è più quello, che conosciamo noi medici, e che tu, Prinetti, devi aver visto in Africa, dove non vi sono misticismi. Volevo dir questo, dal momento che l'amore è spirituale, non dovrebbe essere geloso della natura e prendere per una infedeltà ciò che essa eseguisce nella propria infallibile incoscienza. Dammi il thè, Bice.
La fanciulla si avanzò verso di lui colla tazza in mano.
--Dà qua,--egli esclamò, strappandole quasi la tazza con una bruscheria, che trasse un sorriso sulle labbra di tutti.
Prinetti intervenne.