La disfatta

Part 6

Chapter 6 3,445 words Public domain Markdown

Poi Ambrosi raccontando le storie dei propri malati le spiegava coi segreti del corpo umano le prime leggi della fisica a forza di esempi e di esperimenti, che avrebbero fatto ridere all'Università, ma davanti ai quali De Nittis stesso era costretto sovente ad ammirare. Il dottore provava un indefinibile piacere a rimpicciolirsi così colla sua piccola arnica, malgrado tutti quei terribili perchè delle sue interruzioni, che facevano spesso oscillare le più salde ipotesi della scienza, costringendolo a constatarne la breve portata. Allora un sorriso sottile di De Nittis provocava nuove discussioni simili ad una battaglia, sul campo della quale ella poteva appena raccogliere poche parole scintillanti come frammenti di spade. Però fra quegli uomini, tutti egualmente superiori per comprendere come nessun metodo d'istruzione fra i moltissimi finora escogitati meritasse di essere accolto, e quindi valesse meglio lasciare l'intelligenza di Bice formarsi da sè coll'assistere quotidianamente allo spettacolo delle loro conversazioni, nemmeno il dottor Ambrosi, materialista convinto, aveva osato contrastare alla necessità di un ordinario insegnamento cristiano. Era impossibile evitare Dio nelle spiegazioni con una fanciulla, o giustificarle la morale senza i miti d'oltre tomba. La poesia fermentante nel suo spirito aveva d'uopo di fantasmi religiosi per la rappresentazione di quell'altro mondo, che l'anima umana sembra portare seco nascendo, e nel fanciullo è tanto più vivo, che la realtà, dalla quale è circondato, gli rimane impenetrabile. D'altronde la vecchia Rosa le aveva già appreso tutte le orazioni nel suo latino inesplicabile, infondendole l'amore per la Madonna con quello della povera mamma. Quindi ne uscivano bizzarre complicazioni, quando Bice attraverso i loro dibattiti scientifici domandava improvvisamente conto di un qualche grossolano racconto miracoloso, nel quale Dio e il diavolo si litigavano, come un contrabbandiere e una guardia di finanza, l'anima di un peccatore; mentre i terrori dell'inferno agitavano così il piccolo cuore della fanciulla, che se ne vedevano i tremiti nel suo pallido visino.

Giorgi era allora il solo che potesse calmarla. Egli aveva divorato un infinito numero di vite di santi e di opere mistiche, nutrendosene colla passione trascendente degli spiriti, ai quali la vita reale rimase sempre un pellegrinaggio verso altre invisibili regioni. Quindi le narrava le più belle leggende cristiane colla parola semplice ed inconfutabile di chi sembra aver veduto. Ed erano profili macilenti di anacoreti, intorno ai quali i deserti si popolavano di belve mansuete e di mostri infernali invano strapotenti nella proteiforme orribilità delle loro insidie; terribili figure di apostoli rovescianti nella propria invasione gl'imperi di tutti i conquistatori, martiri sorridenti nella docilità dell'agonia, vergini flessibili come fiori e più sfavillanti degli angeli, che venivano a proteggerle sulle grandi ali bianche: tutto un mondo di dolori divini, nel quale i sospiri avevano profumi inebbrianti, e la morte arrivava colla pompa di un festa fra sbigottimenti ineffabili e silenzi trionfali. Egli stesso, così povero in quell'immutabile soprabito color nocciola, scarno, giallognolo, tutto rasato, coi capelli quasi incollati sulla fronte protuberante e malinconica, pareva una figura di quei racconti rimasta nel mondo ad attestarne la veridicità. Allora l'inevitabile dolore umano, che la sua breve esperienza di fanciulla aveva già constatato in tanti ammalati e in tanti morti, le si mutava dentro in una gloria di elevazione divina; sapendo di dover soffrire e indovinando nella voce di Giorgi o sulla fronte rugosa degli altri le sofferenze secrete della loro vita, prima ancora che ella fosse nata, le sfiorava amorosamente quasi con tragica impazienza di quelle, che stavano ad attenderla forse non molto lontano. Ma tali impressioni improvvise e profonde la prostravano in lunghi silenzi, dai quali non rinveniva che sentendosi sola. Suo padre e sua madre erano morti a lei sconosciuti, il padre anzi non aveva nemmeno potuto vederla: perchè? La vedeva egli dal paradiso? Poteva riconoscerla adesso? Ella si sentiva abbandonata fra l'amore di tutta quella gente, che voleva appunto salvarla dall'abbandono, mentre un freddo inesplicabile le penetrava sempre più addentro nell'anima vuota e sonora come una di quelle immense case deserte delle fiabe. Ella vi era chiusa, per sempre, ascoltando il rumore del proprio passo leggero ripercosso lontanamente da tutti gli echi; avvertiva dei soffi leggeri e subitanei sulla fronte, ma non sapeva a chi gridare, perduta da tutti in quella inanime vacuità.

Poi lo sviluppo intellettuale le si affrettò nuovamente con più minacciosi pericoli di vita. Era diventata quasi cupa, evitando la compagnia di tutti per passare le intere giornate dinanzi ad una rozza statuina della Madonna Addolorata nella camera di Rosa. Quando l'interrogavano, sorrideva tristemente o diceva che sarebbe morta presto. La zia Ginevra ne era desolata; il dottore dopo avere indarno tentato tutti i modi per forzare l'ostinazione di quella volontà ammalata finiva col prendersela contro le ubbie religiose, che preparavano nel guasto delle teste infantili le future follie di quasi tutta la gente. Bice passò così qualche mese, poi mutò improvvisamente tornando ai giochi con Lamberto, che in quel tempo non aveva voluto quasi vedere. Si era fatta più bianca, colle labbra vizze e le guance così emaciate, che rendevano anche più grande il suo naso aquilino, di un giallore di cera, quando la luce lo attraversava.

Giorgi aveva sospeso le lezioni di pianoforte, ma veniva tutti i giorni a suonarle qualche musica dolce e profonda. Una volta arrivò colla testa fasciata da un fazzoletto. Bice aveva già saputo dai servitori che la moglie lo bastonava, ma non gliene avevano voluto dire l'orribile motivo di quella figlia, non sua, e che colei confessava apertamente dell'amante. Giorgi nell'insoddisfatta tenerezza del proprio cuore avrebbe voluto educarla piamente per farne poi una maestra elementare, mentre l'altra invece la prendeva sempre seco coll'amante, anche di notte, girellando pei caffè, e non voleva saperne di spese. Tutto il danaro della casa, poichè Giorgi doveva consegnarle ogni fin di mese l'intero stipendio, lo spendeva per sè stessa: era golosa.

La ragazza trascinata dall'esempio cominciava a corrompersi.

Malgrado la propria timidezza, Giorgi quella mattina aveva protestato vedendo la moglie disporsi ad andare colla figlia in casa dell'amante ad una gozzoviglia.

--Che c'entri tu!--era stata la risposta.

Poi lo aveva percosso coll'ombrello, lasciandolo solo sebbene gli vedesse il sangue spicciare dalla fronte. Giorgi, coll'anima singhiozzante, si era fasciato alla meglio per venire da Bice.

--Sono caduto,--si affrettò a risponderle, ma la sua voce aveva una strana dolorosa sonorità.

Bice volle ella stessa rifargli la fasciatura. Strappò ad un cappellino della zia una magnifica cordella nera di moerro, non più larga di due dita, e l'acconciò così bene cucendogliela dietro la testa, e nascondendola sotto i capelli, che quasi non si vedeva: poi gli rimise dolcemente il vecchio cilindro sul capo, che coperse il resto. Durante tutta quella cura Bice era diventata di una serietà, che finì coll'imporre a Giorgi: egli aveva le lagrime agli occhi per ringraziarla, ma non l'osò.

Si mise a suonare.

--Ti ha battuto!--ella interruppe improvvisamente senza nominarla.

Giorgi avrebbe voluto negare, ma Bice invece lo baciò per la prima volta sulla ferita, e andò a gettarsi sopra un divano in fondo al salone. L'altro non suonò più: una grande paura lo assalì che Bice pretendesse il racconto di quella disgrazia, perchè non avrebbe saputo resisterle, e non ne trovava nella propria testa ancora scombussolata un altro da sostituire. Finalmente tornò vicino a lei, Bice piangeva.

--Resta a pranzo con noi, tutt'oggi qui.... lo voglio.

E scappò.

--Rosa,--gridò alla vecchia:--Giorgi è ferito alla fronte.... è stata lei.

La vecchia alzò gli occhi senza rispondere, perchè sapeva già le condizioni di Giorgi, ma negli sguardi di Bice seguitava a dilatarsi un doloroso spavento davanti a questo mistero di una donna, che bastonava un uomo. Poi mormorò:

--Non bisogna dirlo, sai.--

Quel fatto le lasciò una incancellabile impressione.

Lamberto, entrato nel ginnasio, aveva molte più ore occupate di prima, adesso che il padre pareva cominciasse a badargli. Quei giuochi infantili con Bice erano dunque cessati coi calzoni corti di lui, quantunque ella conservasse ancora le piccole gonnelle, lasciando la casa in una nuova quiete anche quando si trovavano insieme, soli, per le vaste stanze. Bice era stata presa dalla passione della lettura.

Quindi De Nittis, diventato quasi il suo solo educatore, le sceglieva i libri, venendo spesso a leggerli con lei o facendola leggere ad alta voce, perchè la musicalità del periodo gliene rivelasse meglio il senso. Ma senza lasciarglielo scorgere la guidava abilmente dai sentieri capziosi della fantasia lungo le grandi vie della storia illustrandone tratto tratto i maggiori monumenti, o smontandole uno per uno i pezzi di qualche costituzione per riassumergliela nuovamente nella biografia di un grand'uomo. Bice non imparava ancora a coordinare colle date tutte quelle varie notizie, ma apprendeva già il senso della vita dai panorama della civiltà come dalle pagine di un immenso album. Quindi la sua educazione senza le solite piccole grammatiche e quei minimi sunti, coi quali si è creduto di provvedere a tutti i corsi dell'università elementare, pareva a molti stravagante, sebbene ella sapesse già gustare molte bellezze negli scrittori, e pur confondendo le epoche vi distinguesse abbastanza bene le diverse virtù dei massimi uomini.

Ma la contessa Ginevra, dal giorno che la maestra di Bice aveva voluto andarsene scandalizzata, non era senza apprensione dinanzi a tali pregiudizi scolastici malgrado tutta la superiorità del suo spirito.

--Fidatevi, contessa,--rispondeva sorridendo De Nittis:--Bice impara le cose prima delle parole, come dovette fare l'umanità. Quando la sua piccola testa si sarà inconsciamente abituata alla grande logica delle idee le basterà un mese per apprendere la grammatica. Giorgi ha ragione: vedete che Bice senza distinguere ancora il valore delle note suona già con profondo sentimento qualche pezzo. Che importa se non diverrà una suonatrice da salone? Sarà per lei una bella qualità di più: forse fra due anni saprà leggere una suonata, gustandola internamente come una pagina di poesia.

La contessa era troppo intelligente per non comprendere queste verità, ma nullameno stentava a difendersi da un sottile senso di umiliazione, quando Bice in mezzo alle giovanette della propria età si rivelava d'un tratto così ignorante della loro infantile istruzione. Quindi ella stessa volle prendere il posto della maestra per insegnarle le solite cose sui manuali di educandato. Bice sulle prime ne fu seccata, poi secondo le profezie di De Nittis in brevissimo tempo percorse tutto quel casellario di piccole nozioni, costringendo spesso la contessa ad arrestarsi nelle proprie spiegazioni davanti alle sue risposte, improvvisamente memori di altre idee. Ma il giorno che la contessa potè mostrare a De Nittis il primo componimento di Bice in italiano, una gita in campagna, scritto con una calligrafia passabile e senza nemmeno un errore di grammatica, le parve di trionfare.

--Fra sei mesi Bice potrà fare altrettanto in inglese e la sua educazione sarà quindi compita,--egli rispose.

La contessa sentì l'ironia.

--Conoscete pure il mondo.... Bice ha quattordici anni:--ma si accorse subito della volgarità, e confessò piuttosto che non aveva voluto vederla, neppure momentaneamente, inferiore alle altre ragazze.

Sopravvenne Bice; voleva da lui la vita di Gesù Cristo di Rénan. Come conosceva quel libro? Chi glielo aveva suggerito?

--L'ho prestata,--disse prontamente De Nittis.--Ti porterò invece, dello stesso Rénan, lo studio sopra S. Francesco d'Assisi.

La contessa e il professore si guardarono, Bice scappò via contenta.

--Le darete quella Vita di Gesù?

--Non ancora, ma dovrà leggerla un giorno. Rénan è una delle anime più profondamente religiose del nostro secolo; il suo scetticismo stesso è più devoto di molte pratiche cattoliche.

Quella doveva essere la grande crisi.

Quando scoppiò, Lamberto faceva l'ultimo anno di ginnasio più monello e più svogliato di prima. Quegli studi classici, colla loro gloria di bellezze morte, non gli parlavano nè alla testa nè al cuore; invece si divertiva agli esperimenti di fisica ed accettava quasi senza ripugnanza la geometria. Ma perchè quel latino e quel greco, insegnati da professori, che impiegavano come gli scolari un mattino a tradurne un periodo? Invece leggeva romanzi sozzi o lacrimosi, che lo appassionavano; poi qualcuno ne diede anche a Bice. Malgrado la corruzione precoce ed inevitabile nelle scuole fra giovanetti di nascita ed educazione troppo dispari, Lamberto non si era però guastato al punto da permettersi con lei modi o parole licenziose; anzi tutto la ragazza gl'imponeva per la superiorità dell'ingegno e quella malinconia del carattere, che in lei pareva già senno di vita, poi addentrandosi ogni giorno più nella facile volgarità del mondo cresceva in lui il rispetto per quella casa, ove persino i domestici erano gravi, e la contessa Ginevra regnava con dolcezza così penetrante. Egli non osava quasi più mischiarsi alle conversazioni di quei vecchi malgrado la perfetta cortesia delle loro maniere. Spesso nella loro parola calma gli sembrava di sentire la profondità dei gorghi, entro i quali s'avventurava coi compagni a pescare risalendo il Reno dalla grande chiusa di Casalecchio, quando il cielo turchino oscillava in fondo alle acque limpide o lievemente rugate alla superficie dal soffio del vento. Quegli uomini, più semplici assai dei professori, che lo redarguivano aspramente dalla cattedra, avevano un linguaggio differente anche per dire le cose più comuni; ma ascoltandoli si accorgeva di comprendere subito quello, che non aveva mai nemmeno osservato.

Bice invece era del loro ambiente: per essa tutti mostravano una dolce premura, della quale la vanità di Lamberto non trovava modo d'ingelosirsi. Anzitutto Bice era donna, così debole ancora da cader malata di giorno in giorno, poi una inesprimibile alterezza le cingeva la fronte malgrado la soavità del sorriso e la luce di lampada sacra, che le brillava in fondo agli occhi. Adesso il suono stesso delle sue parole faceva sentire meglio il peso di certi suoi lunghi silenzi. Il dramma della donna le si dibatteva già nella coscienza di giovinetta. Sulle prime fu uno sbigottimento del mondo. Era sola, senza aver mai conosciuto nè babbo nè mamma, perchè non ricordava nemmeno confusamente le loro sembianze: un deserto buio e silenzioso si stendeva quindi al nord della sua vita senza che gli occhi dell'anima potessero mai sperare di scorgervi l'oscillare di un'ombra. Era cresciuta sotto la pietà di una zia e per cura di alcuni vecchi amici riunitisi quasi per disputarla alla morte, ma dei quali nessuno avrebbe potuto dirle ancora il segreto perchè di quella sua così monca esistenza. Attraverso tanti libri letti ella rimaneva sempre nella stessa ignoranza: erano quadri della vita, teorie sulla natura, ricordi di epoche scomparse, tutto un tumulto di fisonomie e di spiegazioni, di casi e di leggi, nei quali la mente dei più grandi si era già smarrita, mentre il mondo seguitava ad avanzare sicuro fra i crolli delle proprie più micidiali contraddizioni. La sua educazione intellettuale, per quanto involontariamente avanzata, non poteva fornirle soccorsi contro le rinascenti dolorose domande della coscienza. Come sempre il problema morale instava prima di ogni altro. Perchè era nata? Perchè il babbo e la mamma erano morti così? Perchè la morte con tutti i dolori, che la precedono, e il male più profondo ancora e più inintelligibile del dolore alzava sempre e dappertutto la sua oscena protesta contro la bellezza della creazione e la giustizia del creatore? Perchè? Bice non si sentiva ancora tremare in fondo al cuore i fondamenti della fede cristiana, come la vecchia Rosa gliela aveva grossolanamente insegnata, ma sbigottiva già che tanti grandi uomini avessero potuto uscirne, gettandosi fra i vortici urlanti delle onde, piuttosto che rimanere nella timida sicurezza di quello scoglio a pregare invano dal cielo un'ora di luce e di calma.

Su quell'argomento nessuno de' suoi amici le rispondeva.

Come poteva Ambrosi, materialista convinto, essere così buono dal momento che la virtù non avrebbe ricompensa, e il suo nome stesso non significava più nulla?

--Vi sono pure i fiori che odorano e i fiori che puzzano--egli le aveva risposto scherzando per non addentrarsi nella questione:--differenza di oli essenziali in loro e di olfatto in noi.

--Non sperate in un'altra vita?

--La speranza si perde anche in questa.

Bice rimaneva malinconica. Accompagnava la contessa Ginevra tutte le domeniche a messa colla contessa Maria, ma fra il culto poco più che formale dell'una e la devozione ardente dell'altra non riusciva a quietarsi. La contessa Maria non sapeva dirle che: prega! Erano tentazioni del demonio, i primi effetti del mondo sulla sua coscienza dì giovinetta: bisognava supplicare da Dio la grazia della fede, che sorvola gli ostacoli come l'uccello s'innalza cantando nei cieli. Pregare ed amare! Quaggiù non si doveva combattere il peccato, ma convertirne gl'infermi al bene, accettando il dolore come una rivelazione, che Cristo rinnovava in noi del suo martirio. Era la stessa teorica di Giorgi, l'ebbrezza di un olocausto continuo di tutto sè medesimo a Dio, considerando la terra come un immenso altare, intorno al quale gl'incensi soffocavano i miasmi, e la sinfonia trionfale della preghiera copriva i rantoli degli addolorati.

Anche De Nittis le ricusava ogni spiegazione per non interrompere coi dogmi di un qualunque altro sistema, non più vero o più vasto di quello cristiano, l'elaborazione dalla quale doveva uscire il suo carattere spirituale. La natura profondamente religiosa di Bice aveva bisogno di questa crisi per riconoscere sè stessa. Invece egli l'iniziava alle rivelazioni delle grandi letterature per apprenderle nella passionata varietà di tutti i loro aspetti la tragica uguaglianza dello spirito umano. Ma anche lì tutto era problema. Mentre le anime liriche gridavano solitarie per un intero popolo, del quale la voce s'intendeva appena come un murmure, altre più forti s'immolavano nell'azione fra il timido egoismo della folla egualmente incapace di resistere al loro dramma o di entrarvi; e altre ancora suggevano come farfalle il nèttare dei fiori con immemore golosità, o librate vertiginosamente sui pinnacoli di tutte le credenze gettavano una scettica sfida alla credulità delle turbe, nella quale i cuori più mistici venivano a bruciarsi come sopra ad un rogo; ma a tutte le epoche e per tutte le regioni, popoli ed individui avevano, al pari di lei in tale momento, vissuta la tragedia di quel problema, e ne erano morti. Lo spirito poteva momentaneamente obbliarsi nelle proprie effimere passioni, giacchè ogni nuova domanda gli ricadeva sempre sul grande quesito di sè stesso, come sul coperchio di un sepolcro, traendone sonorità raccapriccianti.

A che cosa credeva De Nittis? Dove era Dio? Cristo era Dio?

--Ditemelo voi, maestro!--esclamò un giorno che erano soli in quel gabinetto, leggendo l'_Imitazione di Cristo_.

--T'affanneresti così se io potessi dirtelo? Questo libro è l'amore divino, il _Cantico dei Cantici_ è l'amore umano.

--Perchè due amori?

--Bisogna amare per saperlo.

Ma ella vibrava ancora: abbassò la testa, poi risollevandogli gli occhi in viso:

--E dopo l'amore sempre la morte...?

--Spesso molto dopo,--egli replicò malinconicamente.

Poi alcuni grandi capolavori della letteratura amorosa distolsero Bice da quelle prime preoccupazioni religiose. A diciott'anni era ancora così magra e così pallida. La sua statura sarebbe stata normale, se l'estrema gracilità di tutto il corpo e la incurvatura del petto, che l'obbligava a tenere quasi sempre la testa bassa, non l'avessero fatta parere più piccola. Il suo collo stesso, troppo sottile, si piegava già al peso della sua testa, sulla quale i magnifici capelli neri sembravano aumentare quasi mostruosamente; ma in tutto il resto nessuna grazia di donna rammorbidiva ancora le angolosità della sua giovinezza in preda ai primi orgasmi primaverili. Solo il suo volto era dolce, quantunque sparuto, e una nativa eleganza le metteva in ogni atteggiamento quella inesprimibile vaghezza, che pare una inconsapevole preoccupazione d'amore anche quando questo non si è ancora rivelato. Adesso la sua vasta ed originale educazione cominciava a renderla singolare. Nessuna delle sue compagne, benchè poche ne frequentasse e nemmeno fra queste avesse un'amica, avrebbe potuto rivaleggiare con lei: sapeva quanto loro il francese e l'inglese, ma conosceva i grandi libri di tutte le letterature, e senza aver disegnato alcun fiore o suonato un pezzo di bravura sul pianoforte s'intendeva abbastanza di pittura e di musica per non sentirsi alcun gusto per l'arte da salone. Infatti De Nittis col solo soccorso della scuola bolognese aveva potuto apprenderle dopo la squisita semplicità dei quattrocentisti la decadenza ancora abbastanza vigorosa del seicento nella sua doppia espressione sentimentale ed accademica, preparandola all'entusiasmo pel Correggio, il suo pittore preferito. Bice aveva quasi creduto di delirare a Parma nella cappella dei suoi capolavori.

Quella era stata la suprema rivelazione della bellezza, che nemmeno le venustà del Tiziano o le più ideali figure di Raffaello poterono poi in lei sopraffare. La bellezza era dunque come il genio un segno di Dio sopra alcune creature, perchè tutte le altre pensassero a lui; ma per lei tanto meschina, che anche il sesso le rimaneva quasi senza forma, quella gloria di sentirsi adorabile e adorata resterebbe sempre un rimpianto. Invano il suo cuore s'innalzerebbe verso le regioni dell'amore sui canti più ardenti dei poeti, o sugli effluvi più vitali della natura dal momento che nessuna virtù spirituale poteva nella donna sostituire quella bellezza, della quale l'anima sembra aver bisogno per obliarsi nell'adorazione.