Part 5
Il loro amore ebbe la solenne poesia dei vesperi estivi, quando la terra brucia ancora degli ardori del meriggio, e nel cielo di un azzurro profondo gli ultimi raggi del sole si colorano di porpora. La contessa Ginevra diventò più bella. Il suo volto, luminoso di serenità, assunse allora quell'espressione di dolce imperio, che anche adesso le rimaneva, mentre tutte le potenze della donna liberandosi finalmente dal suo spirito come germogli a primavera le sbocciarono in una potente ed insieme delicata fioritura. Egli l'adorava rinfacciandole dolcemente di non averlo saputo attendere, perchè allora la sua forza d'uomo ne sarebbe stata raddoppiata. Questo rimpianto del passato, reso più acuto dalle contraddizioni dell'adulterio, alle quali tratto tratto si urtavano dolorosamente, rendeva più trepida la loro tenerezza nella calma drammatica della loro compiuta fusione: egli risospinto ai propositi di gloria dalla fede di avere trovato finalmente in lei quel compagno d'arme, indissolubilmente affezionato, che gli eroi ebbero sempre in tutti i poemi, pareva ringiovanito.
Quindi si dimise da ambasciatore per riconquistare in Parlamento il posto di ministro; il conte Ramponi, da lui persuaso, lo seguì barattando la carica di primo segretario d'ambasciata in quella di senatore. Allora la Corte era a Firenze.
La contessa Ginevra vi si stabilì occupando tutto il primo piano di uno dei più illustri palazzi, e regnandovi con più vivo splendore. Il suo salone diventò il ritrovo degli spiriti più eletti e di ogni celebrità riconosciuta: la colonia estera vi si affollò, professori, artisti, letterati vi aggiunsero colla ricchezza dello spirito quella intonazione di superiorità, che sembra rendere tutto il resto della vita come uno spettacolo per pochi privilegiati. Allora la contessa Ginevra richiamò Bice, sempre così gracile malgrado i suoi tre anni compiti, e se ne innamorò perdutamente come d'una figlia. Quella fu la grande stagione della sua vita: bella ancora, adorata da un uomo che a lei pareva grande, e forse lo era, quasi madre nell'adozione di quella piccola creatura, ammirata da tutti come una regina dello spirito nella città, che ancora ne conservava più viva la tradizione, potè inebbriarsi lungamente di sè stessa. De Nittis, professore di filosofia all'Istituto superiore, divenne uno de' suoi amici più devoti, quantunque il suo spirito profondo e modesto si turbasse quasi agli eccessivi splendori di quella casa; ma Ginevra troppo felice per compiacersi nella preziosità delle grandi mondane, sapeva anche in mezzo a quel tumulto di gloria aristocratica conservare la magnifica semplicità della propria natura.
Quindi De Nittis divise con lei l'intimità di Bice: la piccina, sempre vestita e merlettata come un confetto, non voleva stare che con loro due, ma intelligente quanto ostinata nelle proprie voglie si disdiceva solamente, quando egli fingeva di adontarsene.
Per quattro o cinque anni nessuna nube passò pel cielo della contessa Ginevra; quell'illustre, del quale allora tutti i giornali raccontavano le battaglie quotidiane alla Camera, le serbò la fedeltà dei grandi spiriti; ella lo sostenne colla propria fede recandogli l'aiuto di tutta quella influenza femminile, ed attirando persino De Nittis nell'orbita della loro passione. Durante la crisi di Mentana, in quel rimescolamento tragico della coscienza nazionale, mentre la Prussia già vincitrice dell'Austria si levava lentamente minacciosa verso la Francia, e Vittorio Emanuele per supina dedizione di vassallo si ostinava ancora a pregare d'alleanza Napoleone III, De Nittis presago dell'imminente sfacelo napoleonico e dell'avvento germanico dettò un opuscolo, che servì all'altro per il suo più memorabile discorso contro il ministero Rattazzi. Fu l'ultimo bel giorno di battaglia: la contessa Ginevra stava nelle tribune un po' pallida; l'aria era satura di elettricità, nella Camera guizzavano urli e baleni. Egli si mostrò superbo di destrezza e di temerità; la Camera, indovinando in lui un probabile successore alla presidenza del ministero, tentò al solito di smontarlo, mentre Rattazzi, duttile e veemente, parve concentrare in tale supremo duello tutta la perfidia della propria abilità e l'audacia del grandioso disegno, nel quale aveva rinvolto la monarchia di Savoia, l'impero francese e la rivoluzione garibaldina. Vi furono istanti quasi angosciosi quanto in un naufragio ed effervescenti come in una festa. De Nittis, entrato quasi non visto nella tribuna diplomatica, era rimasto in piedi dietro la contessa Ginevra: ella non ebbe nemmeno la forza di salutarlo.
Rattazzi dovette soccombere.
La contessa, che per la prima volta dimentica degli sguardi della gente, era scattata in piedi col volto raggiante, incontrò l'occhio profondo e quasi mesto di De Nittis; egli le offerse prontamente il braccio per uscire.
Appena fuori della tribuna le disse:
--Ha vinto per altri.
E fu vero.
Da quel giorno la salute di lui si alterò.
La contessa Ginevra raddoppiò d'amore sopportando ammirabilmente le sciocche punture del conte, che incapace di sospettare la loro passione, e passato naturalmente al partito di Corte, si divertiva a canzonarli di quel fiasco. La sua scempiaggine cresciuta cogli anni e nella nuova vanità senatoriale, che gli faceva credere di dover capire la politica, arrivava talvolta sino all'impertinenza; l'altro invece atterrato nell'egoismo della propria ambizione non sentiva quasi più le delicatezze consolatrici della donna.
Quindi lentamente tutto finì. Vi furono assenze e brevi rotture, nelle quali ella si mostrò inalterabile di abnegazione, benchè costretta ogni giorno più a ripiegarsi sopra Bice: poi la gente si diradava nel suo salone, mentre ella ingrassava rimanendo ancora bella, parendo ancora la regina di un regno già tramontato da un pezzo. Il pubblico abituato da troppo tempo ad ammirarla si era rivolto altrove; finalmente ella lo sentì, ed abbassò il capo sotto la condanna.
Quando cinque anni dopo egli morì a Roma, nella nuova capitale d'Italia, senza essere più ridiventato ministro, ella già vedova del conte accorse da Bologna per ricevere l'ultima parola della sua anima.
Egli non la riconobbe.
IV.
A dieci anni Bice fu in grave pericolo di vita.
Una tosse secca ed ostinata minacciava giorno per giorno di spezzarla. Sebbene non si fosse molto sviluppata, il viso pensoso, con quel naso aquilino troppo grande, le dava già un'aria di brutta donnina. Aveva le gengive scialbe di tutte le anemiche, e il petto incurvato sotto le spalle; solo la fronte, alta sui magnifici occhi neri di una intensa espressione spirituale, poteva renderla simpatica, malgrado la naturale eccessiva serietà del suo carattere.
Suo cugino Lamberto Tibaldi, che la contessa Ginevra teneva presso di sè lungamente perchè Bice potesse meglio distrarsi, non l'amava meno degli altri. Chiassoso, aitante, coi capelli lievemente crespi e gli occhi dolci, quantunque di una monelleria irrefrenabile, era il compagno de' suoi giochi e lo schiavo delle sue volontà. Bice lo proteggeva contro i maestri, egli la vegliava già nell'orgoglio delle proprie forze maschili contro tutti i pericoli fantastici con un coraggio appassionato. Quando Bice dovette porsi a letto, Lamberto espulso dalla sua camera ne provò un'angoscia, che per qualche tempo gli modificò il carattere; divenne quieto, obbediente, finchè seppe farsi ammettere in quel vasto salone, ove la zia Ginevra aveva per consiglio di Ambrosi posto il lettino della fanciulla.
Bice cogli occhi chiusi, senza tossire, pareva già morta. La malattia durò quattro mesi, monotona, resistendo a tutti i tentativi della scienza sino all'estate; poi il sole la vinse. Per tutta la famiglia era stato quasi un uguale sbigottimento. In quella casa, molto ricca e di abitudini patriarcali, i servitori si sentivano fusi coi padroni, quantunque la distanza segnata fra loro dall'educazione non ne venisse diminuita; laonde la morte della piccola Bice, disperdendo nome e patrimonio, avrebbe d'un colpo mutate tutte le loro esistenze. A fianco della contessa Ginevra, muta ma più vigile di lei medesima, la vecchia Rosa pareva un genio antico del lare. Era stata la nutrice di Ada, e alla morte di lei avendo vegliato sulla balia di Bice, non aveva poi voluto a nessun costo staccarsi dalla piccina. La sua tenacità di villana le attirava al tempo stesso il rispetto e il ridicolo di tutti. Prima ancora che Ambrosi, spaventato dall'estrema debolezza della fanciulla avesse detto che bisognava riportarla in campagna, ella si lagnava già tutto il giorno dell'aria di città, nella quale anche i contadini avrebbero dovuto finire col diventare pallidi.
E una mattina, mentre la contessa era assente, aveva aperto la porta-finestra del salone mettendosi colla bambina, ravvoltolata dentro le coperte del letto, a sedere sul balcone nel sole.
La trovarono lì, con Bice sulle ginocchia, che nella vivezza ridente di quella luce pareva una statuina di cera, affagottata nella seta, appunto perchè non si squagliasse.
Rosa invece di rispondere alle loro interrogazioni seguitò a cullarla, mormorando una vecchia ninnananna.
Ma ci volle tutto quell'estate, perchè Bice potesse tornare come prima, senza che la tosse sparisse mai del tutto.
Poi la contessa Ginevra andò alla più lieta delle proprie ville, verso il Sasso, fra Bologna e Porretta, dove il Savena si congiunge al Reno allargandosi entro un paesaggio incantevole. Il paesello, scavato per metà nel masso, si direbbe abitato da trogloditi, ma non è povero: la ferrovia vi passa sotto lambendo il fiume, il tramvay vi arriva sulla larga strada provinciale recando nella bella stagione molta gente ad ammirarvi la postura ed a pranzarvi. La villa della contessa, poco lungi alle falde di un colle, scendeva coi giardini sino al fiume, ma il vento ed il sole ne agitavano sempre l'aria mantenendola pura.
In quell'anno ritornò il viaggiatore Prinetti dopo un soggiorno di quasi trent'anni nell'Africa centrale, ed avendo conosciuto la contessa in una gita, fu da lei invitato alla villa per divertire Bice coi propri racconti meravigliosi. Allora egli non era così grasso; aveva il viso adusto e solcato da sofferenze di ogni sorta, sebbene respirasse quella calma degli animi forti, che avendo toccato il fondo della vita ne ritornano consolati della sua inevitabile tragedia. A Bazzano la sua piccola famiglia, dalla quale aveva dovuto fuggire d'un colpo, non esisteva quasi più. Era partito con mille franchi, e non era tornato che con poche migliaia di lire, frutto di una magnifica collezione di farfalle venduta a due ricchi inglesi di Porto Said: ma una improvvisa agiatezza lo attendeva nella vecchia casa. Il padre, morto tardi e solo, dopo aver dato metà del proprio patrimonio al figlio minore prediletto, aveva amministrato il resto per quell'altro, assente, con una avarizia resa anche più intensa dal rimorso di averlo costretto alla fuga. Per molti anni non lo si era veduto uscire di casa, ma pur non ricevendo mai sue notizie si ostinò a non volerlo credere perduto, anzi sperò da Dio come un perdono la grazia di vederselo ricomparire innanzi da un giorno all'altro. Questi invece non tornò in paese che quattro anni dopo la morte di lui, trovandovi contro ogni aspettazione una modesta eredità di centomila lire; ma anche l'altro fratello non era più, e la sua vedova aveva sposato in seconde nozze un vetturino beone ed attaccabrighe. Sulle prime non vollero nemmeno riconoscerlo, come un morto che tornasse dal sepolcro per contendere loro un'eredità: ella aveva una fisonomia di bella donna, fredda e malvagia, e i suoi figli non somigliavano affatto a quel fratello morto.
Fu la più grande amarezza della sua nuova esistenza, poi l'amicizia della contessa Ginevra lo consolò. De Nittis e Prinetti, scapoli, sulla cinquantina, già ritirati da ogni agone, composero allora con quella donna intorno a Bice l'ammirabile quadro di una famiglia di adozione, senza rivalità d'interessi, nè divergenze di passioni.
Il dottore Ambrosi, infelice nella propria, perchè prima la moglie gli era scappata con un amante senza che se ne fosse saputo mai più nulla, poi l'unico figlio, al quale aveva pagato troppe volte i debiti, aveva dovuto fuggire in America con altro nome per sottrarsi ad un mandato di arresto per cambiali false, vi si aggiunse al loro ritorno d'inverno in Bologna. Il dottore, considerandosi oramai solo, aveva proibito a tutti di pronunziare persino il nome di quello sciagurato davanti a lui; ma quando la contessa Ginevra, troppo intelligente per non indovinare tutta la malata bontà del suo cuore sotto quella rudezza, aveva osato tenergliene parola:
--Ho perdonato,--le aveva risposto con due grosse lagrime negli occhi:--egli sarà il mio erede per interposta persona, perchè bisogna che almeno laggiù il suo nuovo nome non sia macchiato. Non ne parliamo.
Il dottore viveva con un servo, contadino anche lui, del quale l'adorazione incosciente gli teneva in casa luogo di tutto.
Quindi la contessa Ginevra chiuse i propri saloni di ricevimento per non accogliere più che quei tre amici, e qualche altra signora, come la contessa Maria; più tardi v'entrò anche Giorgi, maestro di cappella nell'antichissima chiesa di Santo Stefano, povero e grande musicista, ammogliato ad una megera, che lo bastonava, senza che egli trovasse mai il coraggio di resisterle. La sua vita rimasta nel mistero, perchè la Confraternita dei Lombardi, che gli passava un magro stipendio di venti scudi al mese, non faceva quasi mai grosse feste, era tutta piena della sua arte: dava qualche lezione nel seminario, e scriveva secretamente magnifici pezzi di musica sacra, chiedendone l'ispirazione a Dio colla commovente semplicità di un antico fedele. Prinetti lo aveva scovato in un piccolo caffè di via Lamme una sera, solo, mentre scriveva sul marmo di un tavolino colla matita alcune battute; quindi lo propose alla contessa Ginevra per maestro di pianoforte a Bice.
In quella casa Giorgi potè finalmente rivelarsi.
Nel suo entusiasmo pei grandi maestri vecchi egli non ammetteva nè melodrammi, nè romanze da camera, nè virtuosità di artisti: la musica non doveva esprimere secondo lui che la vita religiosa dell'anima, dacchè la rivelazione cristiana ne aveva ridato all'uomo la concessione ed il modo. Se il primo peccato aveva troncato il dialogo fra l'uomo e Dio, Cristo scendendo a morire sulla terra lo aveva riannodato. Solo nella musica quindi l'uomo poteva rivelare il dramma della propria coscienza fra dubbi deliranti di terrore e grida trionfali di fede, quando dinanzi all'impenetrabile mistero dei dogmi il suo spirito ne urtava l'una su l'altra le formule bronzee per udire il loro suono profondo allontanarsi per l'infinito, o rapito da una improvvisa fulgorazione traversava tutti i cieli senza giungere mai donde quel raggio era scoccato.
Da questa altezza di concezione perigliosa per l'arte egli umiliava senza accorgersene i modelli stessi de' suoi grandi maestri, giacchè la loro musica non aveva significato che il dramma biblico o cristiano, quale era apparso nella storia. Giorgi invece prendeva per la propria musica le mosse dal paradiso di Dante; e se la parola e l'immagine avevano rappresentato Cristo, la musica doveva esprimere lo spirito, questo inaccessibile rimasto senza culto, e che veglia come una luce di zaffiro in fondo a tutte le coscienze.
Alla contessa Ginevra piacque subito per l'originalità della sua prima dichiarazione:
--Bisogna che la fanciulla non diventi una suonatrice di pianoforte: questo orribile istrumento deve servire solo per imparare a leggere la musica.
De Nittis, che entrava in tale momento, si voltò meravigliato; quell'ometto chiuso in un vecchio soprabito color nocciuola, tutto rasato, parlava con voce ridicola. Infatti s'intimidì; e per farsi perdonare quelle strane parole, mentre Bice era presente, disse che il pianoforte avrebbe potuto indebolirle il petto, poi sopraffatto dalla vergogna di quella scusa anche peggiore del fallo, abbassò la testa tormentando il cappello fra le ginocchia.
Ma Prinetti guardò De Nittis.
--Permettetemi di darvi ragione, maestro.--intervenne questi colla sua voce melodiosa;--i dilettanti sono la più insopportabile mostruosità del pensiero. Si arriverà forse un giorno a non credere più nella musica, questa suprema preghiera dell'anima, perchè tutti sapranno suonare.
--Questo giorno è già arrivato.
--Speriamo di no. Se i pianoforti stanno per sommergere nella inanimità del loro suono il sentimento musicale, la nostra anima veglia ancora sulle cime più alte, e ha bisogno di un linguaggio indefinito per tradurre a sè medesima le proprie fuggevoli intuizioni. La musica sola può esprimere rapporti, ai quali è impossibile dare un nome, benchè siano forse runica certezza, che ci resti dopo tutte le distruzioni della critica.
--Oh!--egli esclamò rapito d'ammirazione come dinanzi all'uomo, che gli traduceva finalmente quello che da tanti anni faceva il tormento del suo spirito; e si alzò per prendergli la mano.
De Nittis, vedendolo perplesso per la timidezza, gliela stese pel primo: poco dopo Giorgi, che lo ascoltava sempre colla stessa avidità, si lasciò sfuggire involontariamente:
--Che bella voce!
La sera di quel giorno stesso, Giorgi tornò da Bice, che lo aveva accettato ridendo della sua strana figura, per suonare sul magnifico Erard della contessa Ginevra, nel gran salone giallo, una delle proprie più belle composizioni sulle prime parole della Messa:
_"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui lætificat juventutem meam."_
Allora anche Bice lo ammirò, sebbene la sua anima ancora troppo piccina non potesse intendere la solenne e patetica temerità di tale apostrofe musicale. Egli suonava con una potenza inaudita, trasfigurato nel volto: nessuno parlò, ma sentendosi finalmente compreso Giorgi provò la prima estasi della propria sovranità spirituale.
Il resto della serata passò per lui come un incanto, poi uscì con De Nittis.
--Voi non pubblicherete questo,--disse il filosofo rattenendolo un istante per la mano:--come il pensiero di Spinosa, la vostra musica sarà stata salvata dalla incoscienza di un secolo per un altro, che la intenderà. Adesso la pubblicità la falserebbe.
Giorgi non sapeva chi fosse stato Spinosa, ma comprese la terribilità di quel complimento, che lo condannava a morire sconosciuto; il suo cuore tremò, nullameno, allo svoltare per via San Giovanni in Monte, ancora lungi da casa, la sua natura artistica aveva già ripreso il sopravvento, facendogli sperare che quei nuovi protettori lo aiuterebbero a pubblicare tutte le sue opere inedite.
La educazione di Bice cominciò tardi, perchè il dottore non voleva arrischiare la sua salute, ancora troppo debole, contro la fatica di quelle prime applicazioni sui libri. La fanciulla sapeva appena leggere e scrivere, avendolo appreso fra i giochi quasi senza accorgersene dalla contessa Ginevra; ma nell'intimità di quelle conversazioni così spirituali molte cose le erano rimaste nella mente, e parlava altrettanto bene il francese e l'inglese colla zia che il dialetto coi servitori. Così a forza di partecipare anche ai chiassi di Lamberto, finì per aiutarlo nei piccoli temi di scuola, che egli le spiegava alla propria maniera con una vanteria di minimo maestro. Ma presto Bice lo sorpassò. Il ragazzo, incapace per la stessa esuberanza della propria natura a resistere dieci minuti nell'immobilità, era a scuola uno dei più tardi e dei più turbolenti malgrado la sua profonda tenerezza per Bice sempre in apprensione per i castighi, dai quali era colpito quasi tutti i giorni. Però solo con lei Lamberto si ammansiva al punto d'ubbidirle, anche quando gli imponeva di tornare dai maestri a dimandare scusa. Lamberto non aveva che il padre, molto trascurato verso di lui, quantunque abbastanza ricco per potergli lasciare da vivere senza la necessità di una professione; ma sino d'allora il ragazzo parlava di farsi soldato. La sua più grande felicità erano i regali soldateschi della contessa Ginevra, alla quale diceva zia come Bice, sebbene non fosse che un lontano cugino, perchè il padre nel lasciarlo per mesi interi in quella casa era stato il primo a dare scherzosamente quel titolo alla buona signora. Ma egli passava invece quasi tutta la propria giornata pei bigliardi.
Lamberto avrebbe preteso di abbandonare le scuole pubbliche per studiare sotto la maestra di Bice, se la fanciulla spaventata dalla sua turbolenza, che le avrebbe impedito quei primi raccoglimenti intellettuali, avesse voluto consentirvi. Invece ripigliava volentieri i giuochi con lui in giardino, appena la maestra se n'era andata. Lamberto ne usciva spesso impantanato, cogli abiti in brandelli; ella l'osservava seduta sopra una panchina, sorridendo con grazia di donna, che già ammira, senza poterlo seguire nelle sue corse sfrenate. Lamberto andava a letto presto, sfinito, Bice rimaneva invece nel salotto sino alle nove, piccola e felice nel centro di quelle conversazioni, che per lei si svolgevano nelle più amabili semplicità dell'ingegno. Quegli uomini formavano come un'accademia, gareggiando a chi meglio riuscisse nel comunicarle la maggior somma d'idee.
Dapprincipio il preferito era stato Prinetti coi racconti d'Africa, nei quali sapeva insinuare quasi tutte le scienze naturali. La sua fantasia sembrava riaccendersi alla rovente immensità dei deserti, per la quale s'azzuffavano fiere e selvaggi, egualmente nudi nella ingenuità della loro ferocia, mentre le carovane passavano lentamente sui camelli, o lungi fra le sabbie sollevate dai Simoun scoppiava impetuoso un assalto di predoni. Quindi sopra un magnifico atlante tedesco le spiegava nel quadro costante della geografia l'improvviso apparire e dissolversi delle epopee conquistatrici, riserbando tutta l'emozione della propria eloquenza per dipingerle l'eroismo dei missionari, inoltrantisi tuttora fra le più feroci popolazioni con una piccola croce in mano, e morenti l'uno dopo l'altro nel nome di Dio, come sentinelle perdute ai confini del suo impero. Prinetti diventato profondamente religioso fra i pericoli di quelle solitudini trovava allora degli accenti, che facevano trasalire la piccola Bice; ma nemmeno nei più confidenti abbandoni parlava mai delle proprie sofferenze in quei trent'anni di peregrinazioni e di prigionia presso uno di quei minimi sultani, dal quale per poco non era stato arrostito. Talvolta la fanciulla gli diceva improvvisamente:
--E tu dunque?
--Dio mi ha sempre protetto.