Part 4
Naturalmente s'impegnò una lotta di generosità, nella quale vinse la donna. Anche ella non era più una fanciulla, quindi per trionfare della sua riluttanza gli si abbandonò fra le braccia con tale passione, che senza la nobile fermezza del suo cuore di uomo provato a tutte le sventure, e l'ingenua onestà del loro amore, si sarebbero reciprocamente perduti al momento stesso di ritrovarsi, dopo tanta assenza. Silvio dovette, per ubbidirle, tornare nel proprio villaggio, ove il vecchio zio era già morto, a vivervi come meglio potesse qualche tempo, mentre ella forzerebbe il babbo a consentire il loro matrimonio. La battaglia fu lunga. Ginevra chiamata da Vienna, ove suo marito era stato traslocato, la sostenne colla propria autorità, adesso che il conte Ramponi era diventato segretario dell'ambasciata, e il vecchio padre cominciava ad avere quasi soggezione di lei in frequente contatto con sovrani.
--Vedi tua sorella!--egli esclamava:--sono io che ho fatto questo matrimonio.
--Lasciatemi dunque fare quest'altro. Io diverrò ambasciatrice,--soggiunse la contessa Ginevra,--ne basta una in casa nostra: Ada sarà felice diversamente.
--E io, contessa, e io?
--Voi lo sarete più di noi, perchè sarete buono.
Ma non lo decise che una lettera del conte Ramponi, indettato da Ginevra, il quale scriveva facendo molti elogi dell'ingegnere, malgrado il suo fiasco d'America, e promettendo di assistere al matrimonio.
--Anche l'ambasciatore lo vuole,--mormorò il vecchio finalmente:--purchè non faccia così cogli altri interessi d'Italia!
Ma il matrimonio accadde con troppa solennità. Silvio accorgendosi dell'astiosa malevolenza di tutti, ne rimase impacciato; il padre aveva ancora qualche bruscheria sprezzante, Ada tremava, tutte le vecchie mamme si mostravano specialmente crudeli contro quell'ingegnere, al quale si sarebbero fatto un dovere di ricusare le loro figlie, anche brutte e senza dote.
Invece del solito viaggio, Ada volle ritirarsi in campagna col babbo, per non lasciarlo solo. Questi, già disposto a difendere le proprie terre contro l'ingegnere, perchè tutti i giovani usciti di fresco dall'Università s'immaginavano, secondo lui, di capire la campagna, e a lasciarli fare invece la guastavano a furia di invenzioni scientifiche, fu tutto sorpreso dell'amorevole ed intelligente riserbo del genero. Quindi, per la prima volta, non tornarono in città per San Petronio. Il vecchio, naturalmente più avaro di anno in anno, finì quasi di vergognarsi che non gli si chiedesse mai danaro. Silvio scoperse le frodi di alcuni fattori e, mutando insensibilmente qualche maniera di coltura, riassunse l'amministrazione in modo da raddoppiarne quasi le rendite alla fine dell'anno. Per fortuna, anche l'annata era stata eccezionalmente prospera.
Quell'idillio in tre sarebbe stato il paradiso, ma Ada non diventava incinta, e il babbo se ne rammaricava, sebbene vedendola così rifiorita nei primi mesi del matrimonio, ne fosse stato tutto contento. Nemmeno Ginevra aveva figli.
--Ma che cosa è dunque?--proruppe una volta, in fin di pranzo, con quella grossolanità consentita ai vecchi, e talora così simpatica:--non si è più buoni a nulla? Non ho da morire nonno, io?
E il suo sguardo avviluppò la magra persona di Silvio, che sembrava deperire tutti i giorni. Eppure era felice! Questi sentì il rimprovero e se ne accorò, Ada ne pianse quasi. Infatti il loro amore senza la benedizione di un figlio cominciava a turbarli: strane paure, indefinibili rimorsi di non meritarla per quella colpa di aver forzato la volontà del padre, si destavano nella loro coscienza. Persino nella rinascente frenesia di quei trasporti d'innamorati, quando tutto il mondo spariva ai loro sguardi, qualche brivido gelato li faceva talvolta sussultare, quasi sentissero improvvisamente che la vita non poteva essere così perduta nella egoistica solitudine di un duetto d'amore.
Ma era destinato che il babbo non dovesse morir nonno.
Infatti nella primavera soccombette ad un colpo fulminante di apoplessia. Ada e Silvio, quantunque abituati a quella vita, furono sorpresi di non provare maggior dolore; ma siccome la dote di Ada saliva ora coi risparmi del vecchio a quasi seicentomila lire, ricchezza abbastanza considerevole in provincia per concedersi in due il lusso di qualche capriccio, partirono per Parigi. Quindi da Parigi passarono a Londra, discesero il Reno, visitarono il mezzodì della Russia sino a Costantinopoli, e di là ritornarono a Vienna, già stanchi, senza più quell'accordo perfetto, che aveva fatto del loro primo anno in campagna un poema squisito ed inedito. Silvio era triste. La superiorità economica della moglie lo umiliava, sebbene ella delicatamente mostrasse di non sentirla. A Vienna, sospettoso come tutti i poveri, aveva creduto di sorprendere nelle maniere di Ginevra quell'aria di protezione, che alle anime altiere è più dolorosa di un aperto dispregio; mentre il conte Ramponi, sempre segretario di ambasciata, trattandolo colla urbanità fredda imposta dalla educazione verso un parente, sembrava evitare studiatamente d'introdurlo negli alti circoli dell'aristocrazia. Ada aveva sorpreso più di una volta il marito sopra una poltrona colla bocca stirata dolorosamente agli angoli e la fronte torbida. Ne' suoi occhi azzurri, smisuratamente aperti, si allargava la tristezza di quegli immensi laghi americani, senza alberi e senza montagne all'orizzonte, nei quali il cielo solo rispecchia la propria vacuità. Allora ella lo abbracciava piangendo, ma quell'inesauribile amore di donna non bastava più a difenderlo nel suo rancore di vinto dall'umiliazione di riconoscersi mantenuto dalla moglie. Questa piaga segreta, sanguinante ad ogni più innocente allusione verso la fortuna del suo matrimonio, lo rendeva inquieto con tutti attirandogli, fra molte accuse di stravaganze, veri dispregi. Ma per accingersi a qualche opera importante, nella quale affermare il proprio valore, avrebbe dovuto pur sempre farsene prestare i capitali da Ada, e allora il ricordo di tutti gli insuccessi d'America tornava ad avvelenargli lo spirito con più atroci diffidenze. Esporsi a perdere la dote di Ada dopo essere sembrato così vile in faccia al mondo da sposarla solamente per quella! Ad accettare in qualche luogo un impiego secondario non avrebbe nemmeno potuto pensarci, giacchè ella se ne sarebbe doluta, mentre tutti i maligni invece avrebbero finto di crederla una sua esigenza: poi si sentiva esaurito. Era questa la più profonda angoscia, che cercava di nascondere al suo occhio amoroso. Nelle più cupe miserie da studente, quando lo sorprendeva il pensiero del suicidio guardando giù al canale da quella tetra cameretta, l'orgoglio dell'ingegno capace di conquistare il proprio posto nel mondo lo aveva sempre sostenuto: talora anzi nel balenìo di una osservazione sopra una qualche teorica, che a lui pareva di poter modificare, si era persino creduto un predestinato, esaltandosi colla facilità dei giovani a scontare nella gloria futura i primi patimenti. A trent'anni invece nulla più restava in lui dello studente così forte dell'ammirazione inspirata al vecchio zio e ai compagni.
I viaggi lo stancarono: egli non osava dirlo, ma Ada gli lesse negli sguardi appannati la noia suprema di chi non vuole più vedere, perchè nulla potrebbe più rinnovargli la primavera nell'anima. Quindi il suo cuore generoso raddoppiò d'amore per quell'amante così infelice di non essere degno di lei.
Una scena straziante galvanizzò ancora la loro passione.
--Ti ho ingannata.... oh, come son vile!--egli aveva esclamato un giorno scoppiando in pianto dirotto.
Invece di tornare a Bologna si chiusero in campagna; egli ammalò, Ada rimase finalmente incinta, ma questa letizia tanto sospirata si convertì in dolore, giacchè egli se ne afflisse dicendo che quella creaturina del loro amore desolato sarebbe anche più infelice delle altre. E il suo accento era così tetro, la sua convinzione così profonda, che Ada se ne sentiva rabbrividire. Anche la sua salute si alterò, la gravidanza si annunciava delle più laboriose. Egli in preda ad un pessimismo sempre più cupo non parlava quasi più guardando fiso il ventre grosso della moglie, come talora si guardano certi ammalati mostruosamente dolorosi, condannati a morire. Naturalmente la maldicenza li perseguitò anche in quel ritiro con falsi compianti per Ada, così bella e così buona da essersi legata ad un uomo di un carattere tanto bisbetico: egli lo capì, e peggio ancora ne convenne.
Una sera, essendosi lasciato sorprendere dalla rugiada sul prato, n'ebbe la febbre; non volle badarci, ma la febbre tornò, poi sopraggiunse una tosse secca, perdette l'appetito, e si dichiarò una tisi galoppante. In due mesi non era più che uno scheletro, ai primi di novembre era già morto. Ma durante quella violenta malattia non uscì quasi dal suo sinistro mutismo, accettando i medici solamente troppo tardi, e dicendo loro pel primo con uno strano sorriso di essere spacciato.
L'ultima notte, poco prima di morire, le baciò con angoscia inesprimibile le mani.
--Perdonami!--mormorò due volte.
Ada ne morì quasi anche lei, molto più che Ginevra non potè accorrere da Vienna, perchè il conte pure era caduto gravemente infermo. Allora per la prima volta conobbe il dottore Ambrosi, già illustre, e che prese per lei una di quelle sue affezioni burbere e tenaci, salvandola dalla morte nella gravidanza. Ma la piccola Bice nacque così grama che il dottore andò quasi in bestia.
--Vedete,--esclamò colla levatrice, mentre questa l'asciugava con un pannolino bianco,--se un corpicciattolo simile merita lo sconquasso di una bella donna come lei!
Ada invece, nella nuova tenerezza per quella creaturina, sentì un raddoppiamento di amore pel marito morto. Egli la dominava ancora colla cupa tetraggine di quell'agonia di tre mesi, e i ricordi di un amore troppo ardente, perchè una vita così gracile non avesse dovuto bruciarvi. Quindi le pareva di comprendere solamente allora la sublimità disperata della sua passione, nella quale l'ultimo rimorso era stata la più lirica prova.
Il dottore Ambrosi seguitò ad ordinare la campagna all'ammalata, scovando egli stesso per la piccola Bice una magnifica balia dalle spalle poderose e la pelle bronzina, onde correggerle possibilmente colla ricchezza del latte il sangue troppo povero.
--Vivrà, dottore?--domandava Ada coi grandi occhi neri, pieni di un'ombra profonda.
--Certamente, ma non bisogna innamorarsi delle malattie, come fate spesso voialtre signore; bistecche per voi, latte per lei e sole sopratutto. Al resto penso io.
Però non pensava quello che diceva, anzi credeva poco alla vitalità della bambina, temendo per la mamma uno di quei languori, ai quali la scienza dà molti nomi per non conoscerne il vero, e pei quali non ha rimedi. Ada sentiva mancarsi la vita, tutto era morto in lei. La vista della piccina non le richiamava più alla memoria che le desolate profezie del marito, suggerendole quasi il voto che si compiessero; così avrebbero potuto raggiungerlo insieme, lo stesso giorno, nella larga e splendida tomba, che gli faceva erigere alla Certosa.
Poi un terrore indefinibile le gelava l'anima. Benchè non bigotta, ella credeva troppo intensamente nei dogmi cristiani per non chiedersi se Dio avrebbe perdonato a quell'infelice di essere morto imprecando, e di averla amata più del suo paradiso. Ada cercava di non pensarci, ma in quella debolezza crescente di tutte le forze gli spaventi religiosi la sopraffacevano. Quindi il dottore pensò di mandarle il curato, avendo prima quasi altercato con lui sulle pessime conseguenze di tali credulità; ma anche questi, nato di contadini e simile alla maggior parte dei preti, che assumono una parrocchia come un'affittanza, non seppe cosa dire dinanzi a quell'anima già in preda alle visioni di oltre tomba.
Finalmente Ada dovette porsi a letto: questa volta Ginevra potè accorrere da Vienna.
La prima parola di Ada fu:
--Avevi ragione! D'amore non si può che morire.
--Pensa alla tua creatura,--rispose la sorella quasi severamente.
Però gli ultimi giorni, quando nel corpo oramai disfatto sparvero anche le ultime traccie di quell'uomo, in lei rifiorì improvvisamente la madre.
Benchè gracile e macilente, Ada era tornata quasi bella come una volta. Una luce pareva trasparirle dalle carni facendole intorno agli occhi un'aureola: ma volle sempre la bambina presso il letto come per inebriarsi dolcemente nel contemplarla sospesa al seno potente della nutrice, che sorrideva nella sicurezza di poterle trasmettere parte della propria salute; mentre la contessa Ginevra col viso sereno nello strazio di quegli estremi amorevoli capricci vi sentiva già salire lentamente il freddo della morte.
Ada fu seppellita secondo la sua ultima volontà coll'abito bianco delle nozze, e la bambina rimase in casa della nutrice.
La morte di Ada fu per la contessa Ginevra l'ultimo colpo di scure, che le tagliava alle spalle tutto il passato. Benchè meglio equilibrata della sorella, e gittata nel mezzo di una più larga corrente mondana, la sua vita non era stata fino allora meno passionata ed infelice. Sposando il conte Ramponi, ella aveva in parte ceduto alla propria inesperienza degli uomini e alla volontà dei genitori, che vedevano in quel matrimonio un lustro per la famiglia. Ma presto s'accorse di essersi ingannata; sotto la sua maschera di bell'uomo, e quelle maniere perfette di diplomatico, il conte nascondeva una delle mediocrità più incapaci di dubitare di sè stesse. Era avido, presuntuoso, tutto dedito alle appariscenze della carica, con quella saccenteria dei signori, ai quali pare spesso un gran merito il non poltrire assolutamente nell'ozio dei propri pari. Sulle prime le loro relazioni si turbarono, ma Ginevra potè presto dominarlo senza lasciarglielo scorgere: poi la sua bellezza, il tatto finissimo di signora, e la malìa di uno spirito abbastanza originale per essere ovunque riconosciuto, le ottennero in quegli alti circoli la maggiore considerazione. Si capì che era onesta senza nè stimare nè amare il marito, e questo bastò perchè tutti la corteggiassero. Ella lasciava fare frenando i più audaci con un motto, ed accettando quella specie di apoteosi con una serenità, dentro la quale un fine osservatore avrebbe sentito lo sconforto di una malinconia solitaria. Non aveva figli. Per molti anni ne fu inconsolabile come tutte le donne, ribellandosi internamente contro questa sterilità, che le rendeva inutile la bellezza e quasi incerto il sesso; quindi si credette ammalata e consultò i più illustri clinici, sottoponendosi a molte cure senza valore e senza risultato, finchè dietro le impure suggestioni di un medico dubitò del marito. Ma una relazione di lui con una cantante, che ne rimase incinta, venne a toglierle anche tale triste scusa. Ella finse d'ignorare tutto da principio, poi al dilagare dello scandalo dai saloni nei giornali, s'innalzò di un altro gradino sopra di lui, ottenendo così intera la propria libertà.
Cessarono di essere coniugi e rimasero amici. Già la sua anima, orgogliosamente delicata, era giunta nelle meditazioni di così lunga solitudine spirituale a quelle critiche dissolventi, cui solo una grande passione può essere rimedio. Il matrimonio senza amore e senza figli le si era rivelato come la più umiliante delle degradazioni: perchè aveva ella sposato quel conte Ramponi? Come poteva accettare il suo amore senza che il cuore le battesse più precipitoso, o le ombre della passione gliene velassero al pensiero la rivoltante animalità? Per una anima nobile il piacere senza l'amore non è più nemmeno il piacere; quindi ella aveva pianto sopra sè medesima aspettando dalla maternità la propria redenzione; ma quando non potè più credere nemmeno in sè stessa, e un silenzio di deserto le occupò tutto il cuore, si guardò intorno smarrita come a riconoscere il mondo. Fu un'altra rivelazione: le più grandi parole, i maggiori interessi, le forme più alte non erano che piccinerie: dovunque il denaro e la vanità, l'amore ridotto ad un piacere, la gloria ad una decorazione di piazza o di corte, mentre la voce della religione s'allontanava nell'azzurro dai canti teatrali delle chiese, e quella della scienza si perdeva in basso fra le lordure fermentanti della vita. Un amaro scetticismo diede quindi al suo ingegno quella mordacità che invece di offendere è piuttosto l'espressione di un animo offeso; molti suoi motti rimasero celebri, e la sua eleganza senza civetteria fece disperare le più grandi dame, incapaci di comprendere il mistero di una bellezza così calma con uno spirito così tagliente, e di una virtù infrangibile senza alcuna passione pel marito o pei figli.
Ella, che già amava l'arte piuttosto nella logica del suo sviluppo che nel disordine apparente della sua produzione passionata, si diede in quell'ozio allo studio della storia acquistandovi un'ammirabile coltura. Ma anche questa volta l'istinto femminile potè salvarla dall'insopportabile ridicolaggine di cangiarsi in autore per trovare una rivincita alla propria vita in un trionfo, piuttosto contro l'uomo che sull'uomo, coll'affettazione di una potenza intellettuale, che la donna non ebbe dalla natura.
Questa lenta e dolorosa trasformazione si compieva, mentre il lungo idillio di Ada coll'ingegnere fluiva, tragicamente; Ginevra non aveva potuto amare, l'altra aveva ucciso amando per morirne poco dopo ella stessa. Solo la piccola Bice restava, labile ed inconsapevole testimonio del disordine amoroso di due cuori, che avevano voluto riassumere tutta la vita nella loro passione.
La contessa Ginevra aveva già trentatrè anni. La sua bellezza rimasta quasi vergine pareva muoversi dentro un'ombra malinconica, che ne appannava il candore; i suoi occhi neri, meno fiammanti di quelli di Ada, avevano lo splendore iridato, che tremola talvolta sulle forre delle alte montagne. Parlava cinque o sei lingue, era dotta come un professore, senza quella inevitabile durezza di chi deve apprendere per insegnare o per produrre, giacchè il suo lungo volo tranquillo attraverso le regioni del pensiero gliene aveva impresso nella memoria i molteplici paesaggi, permettendole di raccontarli come un viaggiatore intelligente, che ha saputo vedere per sè stesso. Ma se quella solitudine spirituale e le meditazioni sui più ardui problemi della vita avevano scosso la sua religione, l'ingenita bontà della sua anima resistendo all'inevitabile pessimismo dell'esperienza aveva saputo conservare verso tutti una grazia indulgente. Nullameno aveva giornate ben tetre. In mezzo agli splendori più aristocratici del lusso e circondata da una ammirazione quasi unanime, poichè la sua virtù oramai indiscussa aveva placato tutte le gelosie, ella non sapeva spesso di che vivere. Nulla l'interessava; aiutava il conte nelle più delicate e difficili urgenze, ma senza risentirne che il leggero compiacimento di un servizio reso ad un amico, mentre tutte quelle vanità diplomatiche irritavano meglio che non rompessero la noia del suo primato nei saloni. Qualche volta abbassando lo sguardo all'altezza della propria posizione invidiava le povere donne, anche le più miserabili moralmente, che vivendo nella lotta potevano esaltarsi delle proprie passioni. La sua bellezza di statua le pesava sul cuore. Quella contemplazione della vita infatti non doveva bastarle come a quei grandi filosofi, che discendendo negli ultimi abissi del pensiero vi affrontano contraddizioni più tremende di ogni dramma. Fra le tempeste del pensiero di Hegel e la bufera delle guerre di Napoleone chi oserebbe decidere? Ma ella non era così: la sua contemplazione somigliava a quella di un guardiano sulla cima di un faro, che si stanca dell'orizzonte e finisce coll'invidiare i vascelli allontanantisi fra gli uragani.
Ma la passione passò finalmente sopra lei. Il nuovo ambasciatore mandato a Vienna, mentre suo marito sempre primo segretario aspettava anche questa volta di essere promosso, era un uomo quasi giovane. Qualche filo bianco gli appariva appena fra i capelli biondi, era alto e sottile, piuttosto nobile che bello nell'aspetto, con una voce anche più insinuante delle maniere. Una tempesta parlamentare l'aveva momentaneamente costretto ad accettare quel posto, nel quale solamente una sorella l'accompagnava, perchè da molti anni la moglie aveva voluto abbandonarlo tornando in Inghilterra. A Vienna il suo arrivo fu un avvenimento: egli era stato uno dei maggiori collaboratori di Cavour nell'unificazione monarchica, meno largo del maestro, ma con quella poesia romantica nel cuore, che resterà nella storia la più amabile contraddizione di una generazione fatalmente equivoca e mercantile per conquistare a Casa Savoia l'Italia contro i più moderni ideali repubblicani.
Fin dalla prima presentazione, fra lui e la contessa Ginevra, fu uno scambio di impressioni profonde: egli era solo come lei, al culmine degli onori, ma senza la gloria vera che abbisogna ai grandi spiriti, e quell'amore che può farla dimenticare. Benchè si parlassero quasi guardingamente, a lei parve di leggergli nei grandi occhi azzurri una nostalgia; egli le sentì in un impeto improvviso della voce una di quelle invocazioni supreme, che le nature potenti non ancora abbastanza adoperate gettano nel tramonto della giovinezza; grido di allarme e di rimpianto, perchè tutto sta per mutare, mentre il cuore è ancora vuoto e il pensiero rivolgendosi al passato sbigottisce di vedervi già cancellate le proprie orme.
Ma siccome non si fecero la corte, il conte non comprese nulla. Malgrado l'apparente mondanità della loro esistenza si erano riconosciuti alle stesse abitudini spirituali, all'alterezza del carattere e al bisogno insoddisfatto di grandi cose; egli disperava della gloria in quel periodo assegnatogli all'opera, già dominato dal nome di Cavour; ella non aveva più la fede della donna in sè stessa, giacché la sua vita non avrebbe potuto ripetersi in altri, e dentro quella bellezza ancora fulgente nel meriggio, dalla quale parevano talora guizzare i lampi di tutte le promesse, aveva indarno accumulato un inesauribile tesoro di tenerezze.
Quindi ella si nascose quasi nell'ombra della propria superiorità colla facile condiscendenza dei grandi spiriti, che possono abbassarsi senza diminuirsi; egli invece le scoperse improvvisamente tutto sè stesso sollevandosi il cuore dal lungo peso di un segreto.
Ma nessuno scontro, e nessun patto fra loro.
Poi una sera, mentre erano soli, cedendo all'impeto irresistibile della passione egli la strinse repentinamente fra le braccia; l'altra rimase convulsa, colla bella faccia ombrata di dolore, e gli occhi stellanti.
--Ginevra, tu sei libera!
--Egli ha la mia parola.
Si sciolsero lentamente. Egli andò a sedersi sopra una poltrona, in silenzio, ella ratteneva con un delirante sforzo di volontà le lagrime, che le gonfiavano gli occhi; quindi egli si alzò e venne ad inginocchiarlesi davanti, prendendole una delle belle mani. Se la pose sulla fronte:
--Vostro per tutta la vita.
Ginevra lo baciò sui capelli.
Ma, come doveva accadere, la passione li travolse poco dopo, e tutti lo seppero. Era impossibile a due anime, così alteramente ingenue, il destreggiarsi nelle piccole quotidiane menzogne col pubblico: fortunatamente il conte, colla solita cecità dei mariti, non se ne accorse.