# La disfatta

## Part 3

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Egli aveva detto ciò in fretta, come un finale di lezione mandata a memoria, ma si sentiva che non ne era rimasto contento: d'altronde Bice non si era mossa. Parevano due stranieri, che per una stravaganza inesplicabile parlassero di un caso intimo; egli si trovava ridicolo con quelle spiegazioni assurde anche per un bambino, mentre il giorno prima con De Nittis raccontando sinceramente l'accaduto, aveva trovato qualche scatto simpaticamente generoso.

Ricaddero in silenzio, umiliati tutti e due.

Quindi un ricordo della loro tenerezza giovanile li punse, come un rimprovero pieno di dolci rimpianti; erano così confidenti allora l'uno nell'altra, che nessuna età della loro vita sarebbe mai più così felice. Egli, robusto e turbolento, ne faceva di tutte le sorta; ella lo rappattumava colla zia e coi maestri tornando poco dopo a bisticciarsi con lui, ma senza che una viltà d'inganno li avesse mai separati. Invece, soli in quel gabinetto tiepido, nell'abbandono di una spiegazione, che avrebbe dovuto suggellare il loro amore, s'accorgevano di non riconoscersi più. Involontariamente Bice pensava a quella cortigiana, una delle celebrità più impure della capitale, che Lamberto aveva condotto a cena, difendendola dai motteggi di un crocchio di ufficiali, sino a battersi col più imprudente di loro. Secondo tutti i giornali quella donna era irresistibile di eleganza, bella come le sue pari debbono esserlo, colla freschezza dei fiori e la mobilità carezzevole e tempestosa del mare.

Un'amarezza dolorosa le salì dal cuore alle labbra. Allora, con moto repentino, aperse la pelliccia per rigettarla sopra una sedia; Lamberto fu pronto a passarle di dietro, ma ella gli rispose un "grazie" secco, e rimase in piedi, quasi per farglisi vedere in tutta la propria desolata magrezza. L'imbarazzo dì lui crebbe; ella seguitava a tacere.

--Mi congedate?

--Non avevate delle spiegazioni da darmi?

--Mi sembrate così poco disposta a riceverne!

--Sarò io che ve le darò invece.

--Voi....

--Siete libero,--ella disse raddolcendosi nuovamente:--avrei voluto potervelo dir prima, per risparmiare ciò che avete creduto di dovermi spiegare, ma il tempo dei nostri giochi è passato. Io, lo vedete, sono rimasta egualmente pallida e magra, un'imponderabile, come una volta mi disse ridendo il dottore; solo l'anima e il volto sono invecchiati in me. Voi invece siete diventato un uomo: siete bello,--aggiunse con uno strano accento di purezza e d'indifferenza.

--Bice....

--Forse il mondo è troppo grande perchè noi donne possiamo comprenderlo, ma ho sentito che non sareste più ritornato dal vostro nel mio.

--Io vi amo, Bice.

--Ancora!--ella ribattè con ironia rassegnata.

--Qualunque siano i miei torti, dovete credere....

--Di qual fede volete voi parlare, Lamberto? Io non so che cosa sia l'amore degli uomini: esso può, secondo voi, dimenticare e transigere. È così, non è vero? Invece io sono tanto poco donna, che il vostro amore non saprebbe vivere di me: non m'interrompete, Lamberto. Nessuna generosa menzogna potrebbe cambiarmi la coscienza che ho di me stessa: vedete che non mi lagno.

--Così mi umiliate doppiamente.

--La colpa è della mia memoria, che in voi non ha potuto difendersi contro impressioni più gradevoli. Eccovi la mano, Lamberto, restiamo amici.

--È impossibile!--proruppe.--Vi dirò tutto, piuttosto che restare sotto il peso di questa bontà, che mi schiaccerebbe.

Con un gesto risoluto e grazioso, le prese una mano appressandole insensibilmente il volto al volto: i suoi occhi neri sfavillavano.

--Bice,--riprese con voce commossa,--quando vi avrò confessato che noi uomini diventiamo brutali, anche se ci brilla nell'anima la più santa delle immagini, ne saprete forse quanto prima: eppure è così. Quella donna, della quale un angelo come voi non potrebbe essere geloso, l'ho conosciuta; è vero, non ci pensavo, ma il mondo è così stupidamente fatto, che per lei ho dovuto arrischiare inconsideratamente la mia vita e ferire un compagno. Però essa non mi è mai entrata nel cuore: mi credete, non è vero?

--Sì.

--Allora mi perdonate.

--Non sono io che lo posso: dovrà perdonarvi quel vostro compagno, egli è il solo ferito.

Lamberto le lasciò cadere la mano; ella fece un passo addietro afferrando la pelliccia; egli raccolse lo _spencer_. Era diventato pallido; automaticamente Bice si rimise la pelliccia.

--Ve ne andate?

Ella gli tese la mano, col suo dolce sorriso.

--Addio, Lamberto.

--Così freddamente!--gridò, reprimendo a stento la collera:--adesso comprendo che non mi avete mai amato.

Una fiamma si accese negli occhi cilestri di Bice. Egli stava per prorompere, ma una improvvisa umiliazione lo colse di essere invano così giovane e bello per quella gracile creatura, che sino allora aveva creduto di trascinare vittoriosamente dietro al carro della propria vita. Bice gli sfuggiva in alto, come una di quelle immagini, che paiono risalire verso l'aurora della nostra infanzia, mentre noi discendiamo pel meriggio verso il vespro.

--Resterete a pranzo colla zia?

--No, se mi lasciate a questo modo.

--Allora tornate stasera a vederla: sarà contenta di trovarvi così bello.

--Mentre voi mi trovate moralmente tanto brutto.

Ella sorrise ancora:

--Non sareste allora uno dei miei amici.

--Amico! piuttosto nulla.

--Verrete stasera?

--Faremo la pace?

Ella ridivenne fredda.

--Addio, Lamberto.

E indietreggiò di qualche passo: pareva ad entrambi impossibile di lasciarsi così, ma nullameno avevano finito, non trovavano più altra parola. Non si erano nemmeno dati la mano.

Egli, sempre più piccato, fece un inchino contegnoso sull'uscio, ma allora Bice pentita della propria durezza gli corse dietro, lo raggiunse nell'anticamera, traversandola rapidamente per entrare nell'appartamento della zia, e gli tese la mano.

--Addio,--mormorò con un accento, sul quale era impossibile ingannarsi.

Ma entrando nel solito gabinetto di conversazione dovette sedersi per resistere alla emozione, che la soffocava: adesso le pareva di sentirsi più grande nella libertà del nuovo abbandono, dopo quella suprema abdicazione alla vita mondana, nella quale Lamberto avrebbe dovuto introdurla. Dopo avere per tanti anni creduto di amarlo con una passione di orfanella, la più intensa e dolorosa fra tutte, era sorpresa della propria pace fredda, mentre i nervi le fremevano ancora, e gli occhi le battevano dalla voglia di piangere. Era dunque questo il grande dolore aspettato? Poi un'ultima reazione la risospinse.

Suonò il campanello.

--Andrea,--disse al cameriere:--Rosa deve essere stanca, accompagnatemi voi.

Si riabbassò il velo sul volto ed uscì. Il vento si era fatto anche più rigido. Ella camminava in fretta, ascoltandosi dietro il passo del domestico, senza badare alla folla più rumorosa in quell'ora del passeggio, sotto i portici di Santo Stefano; quindi piegò per via Remorsella, verso la casa De Nittis. Secondo le sue abitudini, il professore doveva essere rientrato dopo la lezione delle due pomeridiane.

--Voi! Bice!--egli esclamò meravigliato, vedendola entrare colla grossa Margherita.

Nello studio il caldo della stufa era quasi insopportabile.

--Si cavi la pelliccia, signorina,--diceva la governante del professore.

Bice le sorrise: quella vasta stanza, calma e severa, le aveva subito dato un senso di gioia. Le pareti erano interamente nascoste da alti scaffali pieni di libri; in fondo, presso la finestra senza tende, che lasciava entrare tutta la luce della strada, lo scrittoio del professore spariva quasi sotto mucchi di fascicoli e di volumi, mentre egli, sempre così ben pettinato, vestito di nero, signorilmente elegante, stava seduto sopra un'antica poltrona in cuoio giallo, a spalliera alta e dritta.

--Che cosa avete?--le domandò premuroso tirandosela vicino.

Ella tardò invece a rispondere, ma il suo viso era così tranquillo che De Nittis non le ripetè la domanda.

--È la grande opera?--ella chiese indicandogli un mucchietto di fascicoli a copertine rosee.

--La mia grande opera!--ribattè con un sorriso d'ironia,--quella che forse non finirò.

Bice ne prese un fascicolo, ma non potendo ancora star ferma, andò alla finestra per leggerne qualche riga.

--Ah!--esclamò,--è un latino che capisco anch'io.--_Dominus, pars haereditatis meae et calicis mei: tu es qui restitues haereditatem meam mihi_.--È una citazione di Rénan; come sarà bella! Quindi proseguì leggendo ad alta voce: _Ah! que je frapperais volontiers ma poitrine si j'éspérais entendre cette voix chérie, qui autrefois me faisait tressaillir. Mais non, il n'y a que l'inflexible nature: quand je cherche ton oeil de père je ne trouve que l'orbite vide et sans fond de l'infini, quand je cherche ton front céleste je vais me heurter contre la voûte de airain, qui me renvoie froidement mon amour. Adieu donc, ò Dieu de ma jeunesse! Peut-être tu seras celui de mon lit de mort. Adieu: quoique tu m'aies trompé, je t'aime encore!_

Ella aveva letto modulando le frasi, ma alle ultime parole si arrestò. Quel perdono superbo e malinconico, che l'anima umana, ingannata in tutte le proprie dolorose ricerche, gettava morente per l'infinito verso Dio, le fece vibrare tutte le fibre del cuore ancora agitato da quell'ultimo abbandono.

De Nittis si era alzato per venire a leggere sul manoscritto al disopra delle sue spalle.

--Ditemelo voi, è una bestemmia quest'ultimo grido di Rénan?--gli si volse con voce commossa.

--No, Bice, è il principio di una nuova preghiera: l'uomo perdonando a Dio di non esserglisi voluto rivelare, afferma così l'amore al disopra della fede. E voi avete perdonato a Lamberto?

--Sì.

--Come vi siete lasciati?

--Amici.

--Tu non l'ami dunque più?

Egli le aveva preso le mani, la sua voce era quasi severa.

--Nemmeno egli può amarmi.

Bice tornò a deporre il manoscritto sulla scrivania, e si rimise la pelliccia per uscire. De Nittis pensieroso si accostò per aiutarla. Ella lo lasciò fare, provando una dolce contentezza a sentirsi stringere da lui la pelliccia sul corpicino così bisognoso di riguardi, mentre una luce tremula le rideva negli occhi. De Nittis si attardava.

--Ho voluto dirlo a voi per il primo,--mormorò salutandolo graziosamente col capo:--verrete stasera?

III.

La signora Ginevra Benini, da molti anni vedova del conte Ramponi, non aveva mai avuto figli; sua sorella Ada invece era morta dopo aver dato alla luce la piccola Bice, così mingherlina allora, che nessuno la credette capace di vivere. Un lungo dramma d'amore aveva riempito e troncato la vita di Ada, quasi sul fiore, poichè toccava appena i vent'otto anni, e la sua florida bellezza sembrava prometterle, come a sua sorella Ginevra, una forte vecchiezza. Ma la morte precoce del marito, troppo amato, le aveva inaridito nell'animo tutte le sorgenti della vita.

A diciotto anni, più leggiadra ancora della sorella, alta, flessibile, bianca come una camelia, bionda cogli occhi neri, s'innamorò perdutamente di un giovane ingegnere, Silvio Tronconi, poverissimo e così gracile nella sua pallida bellezza che pareva una donna. Lo aveva conosciuto in casa di un'amica, dove lo studente si recava qualche volta a conversazione malgrado la selvatichezza dell'orgoglio, che gli faceva fuggire ogni occasione di feste per non mostrarsi nella ridicola decenza della propria miseria di orfano. Il mondo è severo cogli abbandonati, che hanno bisogno di conquistarlo per vivere, e se ne sentono la forza. Egli non aveva che una piccola pensione, appena sufficiente per non morire di fame, assegnatagli da uno zio, vecchio impiegato, il quale divideva così con lui la propria tutt'altro che lauta; quindi, venuto a Bologna per frequentare assiduamente l'Università, vi passava il resto del tempo nelle biblioteche o nella propria cameretta del quarto piano, dietro la Montagnola, sul canale Naviglio. Di lassù guardando sul canale, rotto a brevi distanze dalle ruote gigantesche, che vi muovevano gl'ingranaggi dei molini e degli opifici allineati strettamente lungo il suo corso, si poteva sognare di essere a Venezia o ad Amsterdam: per tutti i piani delle case correvano strette e sottili ringhiere di ferro battuto, dalle quali spenzolavano al sole le biancherie bagnate; gruppi di lavandaie lavavano sui muricciuoli, presso i ponti, che lo cavalcavano, ingiuriandosi o cantando ad alta voce: tutte le finestre avevano de' fiori, e sulle acque spumeggianti fragorosamente fra le ali delle ruote, che parevano scrollare nel sole grappoli di goccie iridate, passavano lente e nauseabonde tutte le immondizie della città.

Quando la stanchezza dello studio lo forzava a distarsi dal tavolino, egli veniva alla finestra colla pipa, abbandonandosi alle suggestioni fantastiche di quel quadro semplice e meraviglioso. Certe notti, col lume di luna, la scena assumeva forme e proporzioni stravaganti.

Aveva ventidue anni.

La natura femminea legatagli dalla mamma, che lo aveva partorito d'amore senza essere mai stata sposata, contrastava dolorosamente colle maschie temerità del suo ingegno già ferito dagli inevitabili dispregi della società per i poveri. Quindi innamorandosi di Ada, s'intese improvvisamente mancare tutte le forze. La ragazza era ricca, giacchè a Bologna quattrocentomila franchi di dote sono una ricchezza; era bella, elegante, una delle celebrità più in voga nei piccoli ritrovi della borghesia, ove si balla e si suona inesorabilmente il pianoforte. Egli capì che ogni speranza sarebbe stata assurda; ma, passato il primo sbalordimento, pretese nullameno a quell'amore con tutta la tenacia di una volontà abituata sino dai primi anni alla vittoria.

Già da piccino, mentre lo zio pensava di avviarlo ad un mestiere, egli invece gli aveva giurato di conquistare una laurea, qualunque ne fossero le difficoltà, e vi era oramai riuscito. L'anno venturo uscirebbe ingegnere dall'università. Era stata una lotta di ogni istante, in ogni luogo, minuta, grandiosa, insensata: vi erano stati giorni senza pane, inverni senza fuoco, studi senza libri, notti senza candela; con tutte le amarezze dell'esilio dalle strade, ove passavano le belle donne e le carrozze, colle febbri nel sangue giovane, che batteva a ondate sul cuore, collo squallore del deserto nel passato, poichè non aveva conosciuto nè padre nè madre, e una insofferenza di ambizione anelante alla rivincita come un condannato a morte nelle ultime ore può anelare alla vita. Senonchè, per resistere ai compagni incoscienti e chiassosi, aveva dovuto prima irrigidirsi in tutta l'anima e nel corpo. Poi l'amore lo trasformò.

Egli, che odiava la società come tutti gl'infelici, essendo quasi socialista, quantunque le conclusioni del suo pensiero scientifico si opponessero alle argomentazioni del suo cuore ulcerato, comprese istantaneamente la legittimità della ricchezza nella lotta senza tregua e senza misura della vita. Le ricchezze erano la conquista dei più agili o dei più forti, di coloro che sapevano prendere, o di quelli meno alacri, cui bastava il conservare. Tutte le lagnanze dei poveri, le recriminazioni dei vinti e le aberrazioni dei malati non avrebbero mai prevalso contro questo fatto così semplice ed universale, che in ogni lotta il premio tocca sempre giustamente a coloro, i quali sanno o in un modo o nell'altro strapparlo.

Ma, per diventare ricco, occorrevano, oltre l'ingegno e la volontà, alcune anticipazioni di danaro e la benevolenza della fortuna. Col candore dei cuori puri egli descrisse in lunghe lettere a Ada la propria condizione, dicendole che, appena laureato, andrebbe in America per raccogliervi in pochi anni con un lavoro febbrile una ricchezza pari alla sua dote. Ci voleva tutta la freschezza della inesperienza per osare simile proposta con una signorina dell'alta borghesia: cinque anni di attesa e di fedeltà ad uno sconosciuto, che aveva per unico patrimonio il proprio cuore.

Ada acconsentì.

Le loro spiegazioni a voce erano state brevi, quasi solenni, in casa di quell'amica, un giorno che essa li lasciò soli per qualche momento. Già dopo la prima lettera, Silvio passava tutte le notti al tocco sotto le sue finestre per salutarla rapidamente, e raccogliere un fiore o un biglietto. Nessuno aveva ancora scoperto nulla: egli le dava le lettere in casa di quell'amica, e dopo affettava di non parlarle più. S'incontravano di rado. Il suo più vivo desiderio sarebbe stato di poterla seguire per strada, pur essendo così povero ed inelegante; ma sicuro che Ada lo avrebbe salutato collo stesso luminoso sorriso, senza le solite ignobili superbie delle signore per i miserabili, non lo aveva mai osato per quella nativa alterezza del carattere, reso adesso più aspro dalle contraddizioni dell'amore. Solo qualche rara volta, di notte, le spiava all'uscire di casa, e se le due sorelle andavano a teatro, prendeva un biglietto pel loggione, perdendosi di lassù due o tre ore nella loro contemplazione.

Ada, che lo aveva già veduto, si voltava spesso per contraccambiargli uno sguardo.

Quando Silvio partì per l'America con poche migliaia di lire, l'ultimo sacrificio che lo zio aveva potuto fare per lui, vendendo una casetta rimastagli, Ada confessò alla famiglia il proprio amore; Ginevra, fidanzata al conte Ramponi, addetto d'ambasciata, la sostenne, ma i genitori furono inflessibili. Essi credettero ad un capriccio, che il tempo e la distanza avrebbero vinto. Invece non ne fu nulla. La ragazza, più delicata della sorella, nella quale una ammirabile assennatezza temperava la foga del temperamento generoso, si fissò con eroica costanza nella contemplazione dello sposo lontano, avventuriero dell'amore in quella terra dei racconti prodigiosi e delle più complicate avventure. Ella amava come si sentiva amata, al disopra di tutte le piccinerie della vita comune e dei poco stimabili privilegi di classe. La sua mestizia crebbe di giorno in giorno; lo spettacolo delle compagne, felici nella volgarità di una esistenza fatta di vestiti e di pettegolezzi, le inspirò quell'altera compassione, che diventa quasi sempre un tranello per le nature superiori, giacchè a forza di pensare più nobilmente finiscono col divinizzare le proprie passioni ricamandone le malinconie coi fiori più esotici della fantasia. Il suo carattere si guastò, si fece chiusa, triste, dispregiò in segreto la prudenza dei genitori, che la contrariavano, prese in uggia tutti i calcoli e gli interessi ordinari, pei quali solamente qualche volta sono possibili le improvvisazioni inebbrianti dell'ideale. Ella non pensava che a lui, alle sue battaglie oltre l'oceano, per conquistare colla ricchezza il diritto di amare la donna riserbatagli da Dio.

La sorella Ginevra sposò il conte Ramponi, e partì per Parigi: fu uno schianto! Dall'America giungevano lettere desolate e febbrili; nulla riusciva all'innamorato, malgrado tutta la sua scienza, fra quel popolo tumultuante nel periodo ancora brutale della prima assisa economica. La lotta era pel danaro, col danaro e nel danaro: nessuna delicatezza di anima, nessuna riserva morale, nessuna incertezza di mezzi era consentita. Bisognava vincere, senza altra fede che nella vittoria, e senza altra pietà che per sè stessi; invece egli aveva troppo presunto sulla intrepidezza della propria volontà. Alle prime avvisaglie, sul punto di commettere una ribalderia, che gli avrebbe assicurato un buon principio, tentennò; dopo, fu troppo tardi. Fu giudicato, si giudicò, era vinto. Attraverso le sue lettere s'indovinavano gli strazi della miseria: Ada ne ammalò quasi. Una idea pazzamente magnanima le aveva solcato il cervello infiammandolo, riunire la maggior somma che avesse potuto, e sarebbe stata ben piccola, per fuggire in America a trovarlo; ma, sul punto di eseguirla, le difficoltà la spaventarono. Invece scrisse a Ginevra, che ritornò subito a Bologna. Intanto la mamma, già cagionevole di salute, si metteva a letto per non più alzarsi. Quel nuovo dolore la distrasse col crescendo delle sue tragiche realtà; Ginevra aveva dovuto ripartire per Parigi. Il padre era anch'egli malandato. Ada fu ammirabile di abnegazione. Si sarebbe detto che amasse la sofferenza, ritrovando la calma solo nelle sue crisi più violente. Adesso dirigeva la casa, sorvegliava i domestici, amministrava coi fattori, sollevava il padre, al quale la vecchiezza e lo spavento della morte ammollivano giorno per giorno la fibra, faceva da infermiera alla mamma con una tenerezza intelligente ed inesauribile. Ma tutto fu inutile: la mamma morì di una infiammazione intestinale dopo tre mesi di atroce martirio.

Ginevra non era potuta arrivare a tempo per ricevere l'ultimo bacio.

Allora essa riportò seco Ada e il babbo a Parigi. Il conte Ramponi, bell'uomo e gran signore perfetto, li accolse colla più premurosa cordialità, cercando d'iniziarli nei segreti di quella gran vita parigina, della quale sognano da quasi due secoli tutti i libri e la gente di provincia; ma sotto quelle sue maniere aristocratiche Ada sentì subito la nullità dello spirito e l'aridezza del cuore. D'altronde il lutto recente e profondo non le permetteva di accogliere molte distrazioni: come mai Ginevra aveva potuto sposare un tal uomo!

Glielo chiese; l'altra ebbe un sorriso indulgente.

--Tu non lo ameresti?

--Lo ami forse?

--D'amore si può morire, mia cara, non vivere.

Ada indovinò nella sorella, sotto quella calma così serena e luminosa, una tempesta pari alla propria.

Da Parigi scrisse a Silvio narrandogli tutto; egli rispose con una lettera piena di nuove speranze: era entrato in una società per la ricerca di vene petrolifere, una sola delle quali sarebbe bastata a farlo diventare improvvisamente, immensamente ricco. La lettera, di venticinque facciate, su carta velina, a carattere così tremulo e minuto che si stentava quasi a leggerla, fu riposta nel solito cofanetto di seta, ricamato da lei colla propria cifra aggrovigliata inintelligibilmente al nome di Silvio. Ma il babbo si stancò presto di Parigi: in mezzo a quella fantasmagoria assordante egli rimpiangeva il passeggio tranquillo, sotto i vecchi portici di Bologna, e le cure agricole della sua villa verso Corticella, fra i grassi poderi, che gli avevano assicurato il vanto di uno fra i più solerti possidenti della città. Di ritorno avrebbe voluto maritare Ada ad un avvocato ricco e quasi illustre, già da tempo amico di casa, sebbene fosse un clericale fanatico; ma la fanciulla rifiutò recisamente. Allora scoppiò l'ultima scena: il padre fu violento, poi patetico; l'accusò di volerlo far morire disperato con tale malsano capriccio giovanile, giacchè quell'infelice spiantato non tornerebbe mai più dall'America, o tornerebbe più straccione di prima.

Infatti indovinò. Un bel giorno Silvio Tronconi capitò a Bologna disilluso, emaciato dalle febbri e coll'ultima febbre della disperazione nel cuore. Era ritornato per rendere a Ada la sua parola e finire, non sapeva ancora come, ma finire subito dopo in qualche modo. Egli le raccontò tutto, il viaggio, le speranze, le lotte, le cadute, come si era rialzato sempre, pensando a lei, facendosi della sua immagine una stella ed un'arma, volendo vincere ad ogni costo, e come era stato vinto. Pareva invecchiato, ma il suo volto femminile era diventato più bello: quella lunga guerra lo aveva nuovamente scolpito, facendone una testa di poeta e di martire. La sua parola trovava sonorità strane, paragoni bizzarri e grandiosi come la natura, contro la quale si era battuto; mentre la miseria degli abiti ed una più franca alterezza nelle maniere finivano di renderlo anche più pericolosamente simpatico. Aveva già rinunziato a lei, ma glielo disse senza alcuna teatralità: come avrebbe potuto sposarla dopo un simile insuccesso? Prima, sarebbe stato umiliante per lui; adesso, ridicolo per ambedue.

