Part 21
Queste idee, raccolte da tempo in una delle sue prediche meglio riuscite, gli si ripresentavano tumultuariamente nella memoria, mentre il cuore gli doleva di avere offeso quelle due anime già così infelici, intendendo invece a consolarle. Una vergogna lo sorprese fra tutti quegli sguardi, che sembravano aspettare come sarebbe uscito da tale scabra situazione.
De Nittis dovette generosamente soccorrerlo; il suo sguardo cadde prima su Bice.
--Avete difeso validamente la vostra religione, don Gregorio, ma nemmeno essa ha diritto di rinfacciare alla scienza il mistero, dopo esserne egualmente ricinta. Come in ogni epoca d'incredulità religiosa, oggi si dogmatizza su tutto colla stessa facilità di altri tempi a credere; eppure si sa così poco! Se le nostre osservazioni resteranno eternamente strette fra microscopio e telescopio, mentre la verità è forse al di là d'entrambi, le nostre più salde certezze non sono che l'accordo di una prima ipotesi con alcune altre; ma senza la fede istintiva, che è in fondo alla nostra intelligenza, cosa ci resterebbe di esse? La fede sola, questa vittoria sull'incomprensibile, può salvare la vita incomprensibile anch'essa come l'amore.
--Avrei voluto dire così anch'io!--esclamò don Gregorio.
Tutti sorrisero, meno il dottore Leoni intento nel volto di Bice durante tutto quel discorso.
Ella si era voltata verso il marito con un moto passionato: una luce spirituale le brillò repentinamente sul viso, ma quel dubbio supremo, nel quale egli parve voler disciogliere tutte le realtà della vita, e che aveva entusiasmato don Gregorio come una mistica formula cristiana, ve la spense.
Il pranzo si protrasse ancora meno animato; il dottore affettava il silenzio, Lamberto ed il sindaco, disorientati dalle ultime parole di De Nittis, non trovavano più l'accento ordinario della conversazione, mentre la signora Giulia seguitava a rimpinzare Nello sempre in ginocchio sulla sedia, e col tovagliolo annodato al collo, che lo faceva sembrare anche più grosso.
Poi, quando passarono nell'altra sala a prendere il caffè, il dottor Leoni disse a don Gregorio con un sorriso enigmatico:
--Chi volevate dunque persuadere con quel vostro attacco contro le leggi dell'eredità, le più sicure della scienza moderna? Voi stesso non potreste dubitarne dopo la morte del loro bambino: credete che vivano separati?
La domanda era così brutale, che l'altro ne sofferse; alla propria volta guardò acutamente il dottore.
--Voi mi domandate un secreto che non ho, e che non potrei rivelare in alcun modo. Perchè me lo chiedete? La loro sventura è una delle più terribili, che io abbia incontrato nella mia oramai lunga carriera di prete, ma lo è forse diventata maggiormente per le parole di voialtri medici. Secondo il verdetto della vostra scienza, le loro nozze sarebbero colpevoli, mentre il matrimonio cristiano, lasciando a Dio il segreto della generazione, ignora tali colpe. Quella povera signora soffre il più straziante dei martirii nella propria maternità.
--Perchè ha ella voluto sposare un vecchio, essendo lei stessa così debole?
--La sua cattiva eredità sarebbe dunque diventata buona, sposando un giovane come voi?
Bice veniva appunto verso di loro con una tazza nella mano, ma siccome don Gregorio non prendeva mai caffè, la tazza toccò al dottor Leoni, che arrossì impercettibilmente facendole il solito piccolo inchino. Gli occhi di don Gregorio diventarono malinconici: il dottore amava Bice, ma come avrebbe potuto capire un'anima simile?
La conversazione seguitò ancora sino alle nove, poi la carrozza venne a postarsi dinanzi alla porta per riaccompagnare in paese don Gregorio, il dottor Leoni e il sindaco; il vecchio prete era solito a coricarsi presto, e il dottore aveva tuttavia qualche visita importante da fare. Il sindaco si attardava nel complimentare la signora Giulia.
Quando furono partiti, Lamberto chiese a Bice:
--È questa tutta la gente della tua conversazione?
--Nemmeno questa: don Gregorio viene qualche volta, gli altri due quasi mai.
--Come si fa a passare il tempo allora?--esclamò ingenuamente la signora Giulia.
La tristezza della casa si appesantiva su tutti. Quella grande villa, con un giardino ed un bosco principesco, era muta; le sue ricche sale parevano disabitate, tutti i servitori erano vecchi, non si udiva strepito di cavalli, di cani o di bimbi, che la facessero vibrare della propria vita. Fuori sul prato, nell'ombra rotta dai due grandi fanali a fianco della porta, si travedeva qualche vaso, e un poco più lungi, a sinistra, i primi gruppi degli abeti si alzavano come un fumo dapprima compatto, poi meno denso in alto, dentro la notte. Non aliava vento; solo il murmure del fiume si allontanava mestamente per il fondo della valle.
Benchè la notte fosse tiepida, rientrarono nell'andito.
Gli ultimi discorsi furono naturalmente di Roma, ove Lamberto sperava di ritornare nell'inverno passando dalla cavalleria allo stato maggiore; quindi la signora Giulia insistè per cavare da Bice una promessa di venirli a trovare nel loro appartamento a Roma. Si capiva dalle parole che desiderava di mostrarglielo.
L'altra si schermiva: De Nittis, colla solita signorile affabilità, acconsentiva a tutto senza aggravare colle proprie esortazioni quegli inviti.
Nello dormiva già sulle ginocchia di Margherita.
La carrozza aspettava nuovamente sul prato dinanzi alla porta, ma Lamberto propose invece di andare alla stazione a piedi.
--Scommetto che tu, Bice, cammini troppo poco.
Ella sorrise.
--Ma il bambino....
--Vedrai che non piange svegliandosi.
Infatti, quando lo destarono, si stropicciò gli occhi e chiese per la prima cosa da bere.
Alle dieci si avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra mano, De Nittis dietro loro colla signora Giulia che, malgrado le sue istanze, non aveva voluto mettersi la piccola giacca inglese. Appena fuori del prato, quasi sommerso nell'ombra degli abeti, la notte parve loro più chiara, le stelle scintillavano a miriadi, la strada era bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza parlare. Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno si era dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per l'altra. Ora nulla avrebbe potuto più riavvicinarli. Le loro vite divergevano verso una meta egualmente inconoscibile, obliandosi reciprocamente a poco a poco: non erano passati cinque anni dal loro ultimo abboccamento in casa della contessa Ginevra, e nel rivedersi solamente allora per la prima volta, avevano potuto riconoscersi appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco, con una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio dell'avvenire e un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona che avrebbe potuto intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire nemmeno a divorare tutto il proprio patrimonio.
Bice invece era diventata più pallida, più magra, più orfana di prima: lentamente tutti erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la zia Ginevra, il dottor Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo mondo così spirituale e così eroico nella semplicità, quale a Lamberto era rimasto nella fantasia in un'impressione confusa di leggenda. Ella aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande maestro, il più alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato uno di quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un altro mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto più bello, nell'inno radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino intorno alla sua culla. Ella non era rimasta che l'involucro di sè stessa, talmente leggera che non la sentiva neppure pesare sul braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i giorni? Amava ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente a se stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue egualmente assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro parole, e dava alle loro faccie una strana bianchezza di statue.
Eppure egli avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente meschino, quasi ridicolo, lo aveva impedito.
E questo pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente, rendendola quasi più limpida nel considerare invece la condizione che si era creata sposando la signora Giulia. In quel momento faceva più fatica a reggere il bambino per mano, che a sostenere Bice con tutto il braccio.
Nullameno una sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla sua presenza, dal sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro, colla leggerezza di un fantasma. Quelle poche parole, prima di attraversare il villaggio, si erano spente intorno a loro come l'eco di un sogno.
Doveva mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.
La strada costeggiava quasi il fiume.
Allora si fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che andavano anche più piano; poi Nello, per uno di quei capricci inesplicabili, volle lasciare la mano di Lamberto per prendere quella di Bice.
--Tu sei felice, Lamberto?--ella gli chiese con accento così dolce di speranza, che lo fece trasalire.
Allora una tenerezza passionata gli sgorgò impetuosamente dal cuore a quella domanda, nella quale il suo amore di fanciulla per lui risorgeva trasmutato dal dolore in una più pura carità: tremò, ma non sapendo come rispondere, le strinse quasi violentemente il braccio.
--È proprio una deliziosa passeggiata!--esclamò la signora Giulia:--Nello, vuoi venire con me?
Invece volle rimanere attaccato alla mano di Bice.
La stazione non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale vuoto, due o tre fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse: entrarono nella sala d'aspetto e sedettero sui divani neri. Al momento di separarsi la loro tristezza aumentò; Lamberto rimaneva preoccupato, Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora Giulia, colla bella faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si guardava intorno osservando le cose più insignificanti. Alla parete dicontro pendeva una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la tettoia, era aperta.
Passarono pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagliò l'aria. Il treno, un diretto, arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i saluti furono precipitati; Lamberto salì per ultimo nel vagone, e coi piedi già sul predellino, si volse per stringere ancora la mano a Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo sportello, tenendolo fermo sotto le braccia.
--Fa un bacio alla signora.
Bice rispose con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella penombra a guardare il treno, che fuggiva già invisibile verso Bologna, coll'ultima visione della sua giovinezza.
In quella notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza dell'estate, ma le ombre parevano più profonde e il sonno della campagna più stanco. Ritornarono a braccetto, a passo lento; egli chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle scuro, che le scendeva fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della novità di quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i giardinieri non parevano più gli stessi per la sola presenza di quegli ospiti giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le aiuole, e la signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri abiti chiari, rossa nel sole, che le accendeva come un nimbo d'oro intorno ai magnifici capelli biondi. Era stata la visione di un'altra vita, repentina ed inaspettata, attraverso il giardino assopito nel silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano mollemente per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta; non uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel fondo, la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il paesaggio, così chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi addormentato al monotono murmure del fiume.
Traversando il paese, Bice si volse a guardare le finestre della scuola, da lei aperta pei bambini poveri, nella quale veniva qualche volta la mattina a perdere una mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta alla meglio per tale uso, già appartenente alla contessa Ginevra; nella camera più grande si apriva il refettorio, dove i bambini ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza, resa oramai volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era bastata nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di scroccarle così qualche migliaio di lire.
La scuola, chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di ottobre, nel tempo per tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma anche là nulla sarebbe mutato nella loro vita solitaria. Dacchè il piccolo Giulio era morto, la separazione, già provocata dalla sua nascita, era divenuta anche più profonda; un rimorso troppo delicato, perchè potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale sforzo, faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano occupato i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla Certosa, che servisse anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il disegno, Bice vi aveva posto questa singolare iscrizione:
GIULIO DE NITTIS UNICO FIGLIUOLO ASPETTA QUI I PROPRI GENITORI
Poi le due date della nascita e della morte.
Ma la vita li aveva nuovamente circondati come un immenso deserto sotto un sole appannato, in un silenzio anche più immenso. Ella rimaneva quasi tutto il giorno nella propria camera, egli aveva accettato la presidenza dell'Accademia Benedettina, come un ultimo modo di passare il tempo nel riordinarvi la biblioteca, prostrando in questo lavoro materiale le ultime ribellioni dei propri ricordi. Talvolta il loro appartamento troppo vasto li spaventava. Il salotto della contessa Ginevra, sempre con quei vecchi mobili, sembrava attendere la stessa conversazione di tanti anni; la poltrona del povero Ambrosi portava ancora le tracce delle sue così pronte irritazioni nelle frangie sfilacciate dei bracciuoli; quella della contessa Ginevra, più larga e pesta dalla pesantezza del suo corpo, era presso al solito tavolino, sul quale il piccolo paniere da lavoro, in vimini dorati e con uno sportello rialzato, lasciava vedere tutto un aggrovigliamento di matassine e di gomitoli a mille colori. V'era lo sgabello di Giorgi, la sedia americana di Prinetti, quel servizio da tè, gli albums, gli ultimi giornali ancora aperti, religiosamente conservati al medesimo posto. E le altre sale più ricche spiravano un senso anche più desolato di abbandono. I servitori, oramai tutti invecchiati, ne sorvegliavano meno la pulizia, spesso le finestre restavano chiuse per intere settimane, la polvere si stendeva a veli diafani sulle stoffe, l'aria vi stagnava nell'ombra con quel sito indefinibile degli appartamenti troppo a lungo disabitati. Infatti Bice e De Nittis, respinti da quella solitudine, non occupavano più che poche stanze. Ella si era attaccata alla contessa Maria, seguendola in tutte le sue corse di beneficenza e nelle lunghe divozioni per le chiese; poi, anche la vecchia Rosa era morta, e quella figlia del povero Giorgi, piuttosto di sua moglie che sua, aveva preso una mala piega. Bice, che avrebbe voluto farle una piccola posizione, dovette rinunciarvi con una stretta più straziante al cuore. Tutto era finito; del suo passato non rimaneva che Lamberto, fra Nello e la signora Giulia, che passavano tutti i pomeriggi sotto i portici del Pavaglione, all'ora del passeggio, così belli tutti tre che la gente si voltava loro dietro sorridendo d'ammirazione.
Ma in quella tristezza, qualche volta, le si alzavano dalla coscienza voci impetuose.
Perchè vivere così? Aveva ella diritto di condannare quell'uomo tanto adorato ad una solitudine più amara di quella che il celibato gli avrebbe inevitabilmente riserbato, dopo averlo inseguito nel suo calmo ritiro di sapiente per trarlo dentro il dramma giovanile del proprio amore? Perchè disperare della vita, mentre vedeva tutti i giorni gente più tribolata di lei resistervi coll'invincibile ostinazione dell'istinto, o colla speranza sempre verde nella misericordia di Dio? E certe parole della contessa Maria la toccavano come un rimprovero di quella sua rassegnazione disperata, forse non meno empia di tante bestemmie, dopo le quali le anime si umiliano nuovamente nella preghiera. Quindi la natura la tentava con bruschi risvegli come nel marzo, quando tra gli ultimi freddi dell'inverno tutte le piante presentono da capo la festa del sole. Le signore, che venivano raramente a trovarla in quel gabinetto, presso la sua camera da letto, vi apportavano, colla vivacità della loro eleganza, tutti i sentori della strada; il salotto ne rimaneva vibrante per tutta la giornata, dandole un senso quasi stanco di quegli abiti così modesti, fuori di moda, che le facevano una figura di donna già vecchia, ridotta a non essere più che un parassita di altre esistenze più rigogliose. Ma De Nittis era ancora più vecchio di lei. La sua bella faccia rosea era diventata di un giallognolo opaco, non si pettinava, non vestiva più colla stessa severa eleganza; le spalle incurvate gli lasciavano cadere la testa sul petto, appena si obliasse in un pensiero, o non vi fosse più gente intorno per tenerlo eccitato. Solo i suoi occhi limpidi e profondi si accendevano ancora qualche volta nel lampo improvviso di una memoria, ma la sua voce non aveva più le profonde dolcezze dì accento, alle quali già tutti restavano presi.
Erano venuti lentamente dalla stazione, barattando appena qualche parola su Lamberto e la signora Giulia così felicemente accoppiati; ma, volta per volta, il dialogo si era loro rotto alle prime parole.
--Non hai freddo?--egli tornò a domandarle.
--No.
La villa non era molto lontana.
La campagna intorno dormiva di un sonno leggero sotto gli occhi sorridenti delle stelle, in quel tepore autunnale, che sembra rendere l'aria più molle. Tutto taceva. Solo il fiume seguitava a passare con un mormorio inintelligibile, come un susurro di voci le quali soffocassero la propria gioia per non rompere la tranquillità discreta della notte. La strada era senza polvere.
De Nittis allungò il passo. Il suo braccio stringeva insensibilmente quello di Bice, imprimendole una leggera ondulazione, che le fece alzare il capo.
Era una notte come la prima del loro matrimonio, diafana e lieve, ma gli ultimi profumi, vaporanti in quel sonno della terra, avevano una dolcezza anche più acuta. Alcuni alberi disegnavano sulla strada grandi macchie oscure. Ella ebbe una vaga impressione di languore e si abbandonò sul suo braccio, mentre da tutta quell'ombra, che li circondava nascondendoli nel proprio mistero, le veniva nuovamente una più cupa tristezza, una inesprimibile persuasione di non essere ella medesima più che un'ombra abbandonata per una notte senza fine. Egli invece camminava con insolita vivacità, trascinandola colla leggerezza di una volta, gli occhi fisi al grande cancello della villa, che appariva già alla svolta della strada. Bice gli sentiva battere il cuore. Nullameno ogni sforzo per ritmare il proprio passo sul suo le fu impossibile; diventava sempre più stanca, colla sensazione pesante di quello scialle che le impediva i movimenti.
Egli allentò il passo, erano già vicini al cancello. L'ombra dei due grandi ippocastani, a fianco dei suoi grossi pilastri in pietra, era così profonda che avrebbero potuto seguitare, non veduti dalla villa, quella passeggiata.
Un battente del cancello era socchiuso.
Una suprema speranza teneva sospeso De Nittis nel ricordo della loro prima notte, per quella strada di Corticella.
--Vuoi rientrare?--dovette finalmente chiederle con voce tremula, dopo avere atteso invano qualche istante un suo atto per proseguire.
Ella assentì mutamente.
Appena dentro, videro un lume spiccarsi dalla porta e venire loro incontro sul prato; era il giardiniere. De Nittis si portò la mano al volto per nascondergliene la profonda emozione, ma Bice non se ne accorse. Nella villa tutti i servitori erano già a letto, secondo il solito, perchè da oltre un anno nè egli nè Bice usavano più di farsi aiutare da loro coricandosi; Margherita e Tonina, tornate alle antiche abitudini, dormivano insieme in una camera, a fianco di quella di Bice.
Nell'andito v'erano due bugie d'argento colle candele pronte.
--Vattene pure; buona notte, Giovanni,--disse De Nittis al vecchio giardiniere.
Mise egli stesso il catenaccio alla porta, e tornando presso Bice ancora avvolta nello scialle, prese anche il suo candeliere dal tavolo colle mani tremanti. Ella ebbe una strana sensazione nel vedergli la faccia così animata, salirono i due rami di scale; quindi De Nittis sempre dinanzi si avviò alla camera di lei.
Appena vi furono dentro, depose le candele sul comò, e si volse per aiutarla a torsi lo scialle. La camera aveva le finestre socchiuse per ricevere l'aria balsamica della notte.
--Debbo chiudere?--le chiese.
Ella rimaneva in mezzo, presso al tavolo, sul quale da un grande vaso di Sèvres si alzava una bella pianta verde. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che egli le veniva così in camera, e le parlava con tale intimità. Un sorriso gli tremava sulle labbra; quindi andò a chiudere la finestra, mettendovi un certo tempo.
Ella si era appoggiata al tavolo cogli occhi bassi.
La sua anima rabbrividiva nel silenzio di quella camera sacra alla morte, dacchè i becchini erano venuti un giorno a prendervi il cadavere del piccolo Giulio, dalla culla a fianco del letto. La culla era ancora lì, con quella bandiera bianca di merletti, che la copriva a mezzo, tutta bianca al di dentro, come aspettando il sonno di un altro bambino. Bice non aveva voluto che la togliessero dalla camera, per un bisogno segreto di potersele ancora inginocchiare daccanto nelle notti più desolate della propria vedovanza. Le due candele, quasi contigue, bruciavano sul comò con un battito leggero delle fiammelle, che faceva oscillare trepidamente l'ombra su per le pareti.
--Bice!--mormorò De Nittis cogli occhi lucenti.
Ella sentì quell'appello, sommesso come un'eco che le venisse dai giorni lontani della sua vita, quando la sua anima vergine attendeva tutte le rivelazioni dell'amore, e istintivamente tremò. Il suo cuore ebbe cinque o sei battiti convulsi. L'altro non respirava.
Ma vedendola sempre così curva, cogli occhi a terra, quasi non avesse intesa la preghiera della sua voce, ebbe uno smarrimento profondo, la sensazione di un abisso, nel quale stesse nuovamente per cadere. Tutte le speranze gli fuggivano sul capo con un volo spaventato di colombi, mentre un vento freddo gli batteva dolorosamente gli occhi.
Stettero così qualche secondo, poi Bice alzò la testa, guardando con una indefinibile espressione verso la culla vuota e biancheggiante nell'ombra come un'alba lunare; un'emozione insopportabile di amore e di abbandono, egualmente eterni, soffocava loro il respiro: ella fu quasi per cadere, quindi colla mano sinistra, sempre appoggiata al tavolo, si voltò lentamente, girandogli per sempre in un saluto tutta la propria anima.
De Nittis afferrò traballando la candela, ed uscì.
Il suo studio nella villa non era che una piccola stanza con pochi libri, giacchè da molti mesi non lavorava più alla grande opera sulle religioni. I fascicoli accuratamente legati in carta rosea, con un grosso numero nero, romano, in cima, si ammucchiavano sullo scrittoio a fianco di un ritratto di Bice, chiuso in una cornice di bronzo inverdito, elegantemente severa nel disegno.