La disfatta

Part 2

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Riprese dal collo di Bice la medaglia, e compiacendosi da principio a farle notare tutte le finezze del disegno, si perdette a poco a poco nella poesia della Vergine Madre di Dio, come prima era balenata nella fantasia torbida e grandiosa dei profeti israelitici, e nella vittoria del cristianesimo occupando poi tutti i cuori aveva potuto di leggenda in leggenda salire sino al paradiso di Dante, per riapparire nuovamente, attraverso il barocchismo del moderno culto gesuitico, in un altro idillio, alle anime semplici dei contadini nelle campagne della Salette e di Lourdes. Il dottore lo ascoltava, preso anch'egli all'incanto di quel mondo di fantasmi religiosi, senza i quali l'umanità, malgrado tutte le forze della salute, non avrebbe saputo vivere. Era il trionfo della donna al disopra di sè medesima, librata nella purità come in una luce rivelatrice.

--La verginità cristiana,--proseguiva De Nittis con un tremito leggero nella voce,--non è più la preparazione all'amore, l'attesa della maternità, come nel mondo antico: l'uomo ne è escluso. Egli non saprebbe essere vergine, perchè nella sua lotta contro la natura deve subirne tutti i contrasti e penetrarne tutte le contraddizioni. L'uomo potè, con uno sforzo supremo di ascetismo, salire sino alla castità isolandosi dalla vita, ma questo suo trionfo parziale non ebbe mai il valore di un principio religioso. La verginità è femminile: tutte le religioni lo hanno sentito, quasi tutte, almeno le più eccelse, osarono la fusione fra i due termini, verginità e maternità. Ma nel cristianesimo questo simbolo divenne anche più alto, e Maria vergine madre ne perfezionò la stessa bellezza plastica con una nuova perfezione morale: quindi ella fu la più vera bellezza umana nell'immunità dalle deformazioni del piacere, e l'eroismo più puro accettando tutti i dolori dell'umanità nel proprio figlio senza aver peccato nel partorirlo. Nessuna poesia supererà mai quella della Madonna cristiana, giacchè coloro che come voi, dottore, non si prostreranno alla sua immagine, dovranno adorarla nello spirito.

--I preti non spiegano così il mistero.

--Non l'ho io forse raddoppiato invece di spiegarlo? Non è miglior spiegazione la loro, quando dicono che Dio volle incarnare il proprio figlio, perchè morisse per noi, e ci redimesse? Tutte le spiegazioni sono così. Dinanzi ad un malato voi non dubitate della malattia, non vi chiedete se essa non sia piuttosto una nuova forma della vita, la vittoria di un vivente sopra un altro; per voi, per la medicina, la malattia invece è il nemico della vita, perchè scompone una individualità. In questo caso le spiegazioni della scienza, davanti al mistero della natura, in che cosa sono superiori a quelle della religione, di fronte al mistero dello spirito?

Il dottore, allegro di essere riuscito ad interessare Bice con quel discorso, si lasciò battere volentieri.

--L'eterna guerra fra la scienza e la filosofia!--replicò sorridendo:--voi ci accusate di non capire, noi vi accusiamo di non fare. Tu dovresti stare per la scienza, Bice, e farci il thè.

--Trecentoventinove,--proruppe Giorgi:--dottore, Prinetti ha bisogno di voi, sta male.

--Starebbe meglio se, invece di perdere delle puglie, perdesse un po' di grasso. Sei tornato troppo presto dall'Africa; con qualche altro anno laggiù ti saresti prosciugato.

Quando Bice ebbe servito il thè a tutti, tornò presso il camino: l'atmosfera del salotto sembrava cambiata. Rosa, la vecchia cameriera, venne silenziosamente a mettersi dietro De Nittis: la sua faccia grinzosa, fra la cuffia nera e il largo fazzoletto di lana a quadroni cupi sulle spalle, pareva assopita. Adesso tutti parlavano, il dottore era tornato alla sua poltrona, De Nittis, il solo che fumasse, aveva accesa una sigaretta costringendo Bice ad accettarne un'altra; ma la ragazza sembrava ricadere, ogni tanto, in una penosa meditazione.

De Nittis le prese una mano.

--Domani verrà Lamberto.

Ella sussultò.

--L'ho visto oggi; fra voi due è necessaria una spiegazione. Dovete ascoltarlo, prima di giudicare.

--Perchè ascoltarlo, quando ho già sentito?

--Ascoltatelo nullameno. Voi non siete una donna volgare, per la quale il dispetto possa essere una ragione; quando gli avrete parlato, sentirete che cosa il cuore vi detta. La vita è troppo profonda, perchè si possa pretendere di indovinarla alla prima ruga della sua superficie.

Ella parve raccogliersi.

--Mi dirà quanto ha detto a voi, che non ne siete rimasto persuaso, poichè non volete ripetermelo.

--Bice, voi soffrite troppo ora.

--No, è passata.

E si stese languidamente sulla poltrona: la sua debolezza, in quel momento, era pietosa. De Nittis la considerò a lungo, respirando quasi involontariamente la poesia dolorosa della sua figurina.

Dopo qualche minuto, Bice riprese con voce lenta:

--Mia madre è morta d'amore, me l'avete detto voi stesso. Quando penso a lei, io, che non ho potuto conoscerla, credo che dovrò morire di una morte anche peggiore. Mi fa pena per voi altri, specialmente pel povero dottore; egli avrebbe voluto fare di me una giovinetta fiorente, e non è riuscito che ad una larva di donna.

De Nittis protestò con un gesto.

--Non vedete come tutti siete penosamente preoccupati della mia rottura con Lamberto, temendo che ne esca infranta? Qualunque altra ragazza vi si mostrerebbe nella pienezza della propria natura; io debbo invece ritrarmene. Sono come quei cagnolini, che scappano in casa al primo tuono.

--Ho promesso a Lamberto che lo riceverete dimani, sulle due,--rispose De Nittis tagliandole quello sfogo.

Ella titubò.

--Lo volete?

--Sì, per voi.

Bice rimase lungamente incantata nella fiamma. La sua fisonomia, non bella, perdeva in tale fissazione quella dolce gracilità di ammalata, che era la sua sola luce; allora De Nittis tacque, ma conoscendo tutta la delicata energia della sua anima, avrebbe preferito qualunque altra reazione angosciosa all'abbattimento di quella calma. La vecchia Rosa scambiò uno sguardo con lui.

--Che cosa avete mangiato oggi?--chiese a Bice il dottore.

--Non ho mangiato.

--Allora invitatemi a cena, mangeremo insieme.

Ella diede un'occhiata supplichevole.

--Benissimo, dieta dappertutto!--proruppe.--Domani mattina alle undici verrò a far colazione qui; vedremo un poco! Rosa, sapete che voglio mangiar bene.... ho mangiato così male da studente, che me ne ricordo ancora. Adesso, signorina,--proseguì consultando il proprio orologio, un grosso cronometro d'oro,--mi farete il piacere di andare a letto. Verrò a salutarvi nella vostra camera.

--Ma, dottore....

--Niente! vai, o ti porto via in braccio.

Ella si alzò con Rosa, salutò tutti: il dottore le diede un bacio sui capelli.

Erano le dieci e mezzo, il salotto tornò grave.

--Temete che si ammali?--chiese a bassa voce la contessa Ginevra al dottore.

--No.

De Nittis era pensieroso. Quell'aria rassegnata di Bice significava che la ferita era profonda, quindi la sua eccessiva debolezza rendeva, malgrado ogni asserzione del dottore, probabile una catastrofe. Tutti lo temevano.

--Vi dico,--egli replicò, dopo una pausa,--che non si ammalerà. Perchè si ammalerebbe? Ella non ama Lamberto.

--Non ama Lamberto!--proruppe Giorgi.

--E perchè?--chiese De Nittis fissando sul dottore uno sguardo luminoso.

--Perchè?! Essa è troppo anemica per amare davvero un giovane così bello e robusto.

A questa osservazione, terribile nella sua semplicità scientifica, nessuno rispose. Poco dopo il dottore, andandosene con De Nittis, passò nella camera di Bice.

Ella aveva ubbidito, era a letto. Invece di tastarle il polso, egli le pose carezzevolmente una mano sulla fronte.

--Ho detto a Rosa che domattina vi prepari la polenta cogli uccelletti: ho indovinato?--gli domandò due volte sorridendo.

Bice aveva sul cuscino un magnifico gatto, con la testa quasi più grossa della sua, e due grandi occhi chiari.

--Almeno non leggere;--egli le rispose brontolando.

E uscì, dopo averle rimboccato la punta delle coperte sotto il capezzale.

II.

La mattina a colazione Bice pareva più calma. Nullameno il suo pallore aveva quei toni cerei, che fanno quasi dubitare della presenza del sangue, dando alla pelle l'apparenza di una cosa morta. Invece il dottore, sempre in piedi per tempissimo, e a quell'ora già collo stomaco alacre, divorava ogni cosa con appetito giovanile cercando d'incitarla; poi era venuta anche la contessa Ghigi per condurlo da una sua protetta povera.

Quella mattina Ambrosi era di buon umore, giacchè solamente a sera, dopo aver girato ed altercato cogli infermi della sua vasta clientela, lo riprendeva una stanchezza irritata della vita.

Nessuno aveva ancora fatto la più piccola allusione alla visita del tenente Lamberto volendo, per una squisita raffinatezza, lasciare più libera Bice in quella suprema decisione della sua vita. Anche la vecchia Rosa, sempre colla solita cuffia e quel fazzolettone sulle spalle, mangiava coi padroni.

A tavola serviva un altro cameriere, attempato, corretto nei modi, senza quella affettazione dei domestici di grandi case, che pare un complimento imposto alla loro servilità verso l'importanza dei signori.

Le due dame parlavano vivamente di un'impresa, che le preoccupava da lungo tempo: l'idea era stata della contessa Ginevra, ma senza l'aiuto dell'amica non vi si sarebbe mai accinta. Si trattava di una casa, nella quale accogliere i bambini, che le mamme operaie sono costrette ad abbandonare nel giorno, andando al lavoro; occorreva quindi un buon numero di brave donne, ed alcune fra esse al caso di fare da balie, per custodire ed allattare i piccini nella giornata. Al momento, da casa avrebbe servito una delle molte, che la contessa Ginevra possedeva nella città; ma la somma per adattarla a tale uso, e per pagare le spese vive di esercizio, mancava, giacchè si sarebbero dovuti nutrire ad un tempo i bambini e le sorveglianti. Di notte lo stabilimento resterebbe chiuso.

Il problema maggiore era però, se le mamme avessero o no a versare una minima quota giornaliera per bambino: la contessa Maria avrebbe preferito una beneficenza compiuta, l'altra con intenzioni più moderne sosteneva, che non si dovesse esonerarle anche da tale piccolo sacrificio per non diminuire in esse il già scarso sentimento della responsabilità materna.

La loro discussione si accalorava, senza che il dottore, incredulo in fatto di beneficenza, mostrasse di interessarvisi; ma siccome Bice era ricaduta in un silenzio inquietante, le due signore si arrestarono. Il dottore s'impazientò: uso ad attaccare sempre di fronte malattie e malati credette bene di eccitare Bice.

--A che ora verrà il tenente Lamberto?

La contessa Ginevra gli fece un cenno inutile.

--Alle due.

--Va benissimo.

Ella lo guardò curiosamente.

--Questa notte dormirai, ecco tutto, o io sono più bestia che medico: il caso è frequente nella nostra professione.

--Voi dunque sapete quello che risponderò?

--Te lo dirò stasera, prima che tu mi racconti la cosa: vedrai se ho indovinato.

La ragazza guardò la zia Ginevra e la contessa Maria, quasi interrogandole se fossero anch'esse della medesima opinione.

Un sentimento di rivolta le saliva dal cuore a vedersi così prevenuta nella decisione suprema della propria vita, ma sui loro volti affettuosi non scorse che una preoccupazione repressa: Bice indovinò che temevano una risoluzione contraria a quella del dottore.

--Dottore,--disse Bice appoggiando un gomito sulla tavola ed abbandonando la testa sulla palma della mano,--checchè avvenga mi darete sempre la vostra approvazione?

--Sì,--egli rispose francamente.

Non parlarono più.

Il dottore, accorgendosi di aver fatto tardi a tavola, si alzò bruscamente, ma dovette promettere alla contessa Maria di lasciarsi trovare alle tre nella solita farmacia; ella passerebbe a prenderlo colla carrozza per accompagnarlo dalla sua nuova protetta, un caso straziante, forse irrimediabile. La contessa Ginevra doveva fare delle visite.

--Vuoi che resti teco?--chiese a Bice cingendole con un braccio l'esile vita, e baciandola sulla fronte.

--No, zia, andate pure.

La contessa era indecisa; un'onda d'affetto le traboccò dal cuore.

--Oh, Bice mia, sii forte!

Quando tutti se ne furono andati, ella tornò con Rosa nel proprio appartamentino, e si fece vestire. Malgrado la sua sgraziata figura, Bice era sempre di una eleganza tanto più squisita che non ne traspariva alcuna civetteria; laonde molti dicevano che vestiva all'inglese per satireggiare con questa parola male appropriata la severità delle sue stoffe e l'indifferenza colla quale le portava. Appena le due cameriere ebbero finito, sotto la sorveglianza della vecchia Rosa, che non parlava mai, Bice passò nel proprio gabinetto, uno stanzino parato di arazzi moderni, con soggetti quasi tutti derivati dai romanzi di Walter Scott, e si fece portare il piccolo telaio, sul quale ricamava da due mesi, nei momenti d'ozio, un manipolo per il curato della sua villa. La vecchia Rosa seduta presso di lei, facendo automaticamente la calza, l'osservava tratto tratto con ansiosa acutezza. L'altra avrebbe voluto parere calma, ma le mani sottili e ceree le tremavano involontariamente fuori dei piccoli merletti delle maniche, mentre quell'abito di velluto azzurrognolo smorto, con certe vivezze improvvise che parevano brividi, rendeva anche più inquietante il suo pallore.

--Rosa,--mormorò respingendo il telaio,--nessun di loro ha voluto dirmi nulla: che cosa debbo fare? Perchè non mi hanno consigliata?

--Il professore ti ha pur detto di riceverlo.

--Ma non ha detto nulla di più.

La vecchia si lasciò cadere nel grembo i ferri colla calza e, passando le mani sugli occhi di Bice, glieli chiuse carezzevolmente.

--Gli vuoi bene?--si chinò a susurrarle nell'orecchio.

Ma l'altra invece le domandò:

--Perchè non soffro di più, mentre la mamma ha potuto morire di amore?

Stettero un altro pezzo in silenzio. La vecchia, colla testa della fanciulla sulle ginocchia, la contemplava con una adorazione atterrita: ella vedeva nei suoi occhi azzurri le stesse piccole fiamme, che già avvampavano negli occhi della madre bruciandole il cuore tanto presto. Bice era in preda ad un orgasmo indefinibile.

--Rosa!--domandò nuovamente:--dopo te, chi mi vuol più bene?

La vecchia non esitò un istante:

--Il dottore.

--Perchè si ostinò a volermi far vivere, quando invece dovrò morire all'età della mamma? Mi restano ancora sei anni, sono molti. Lasciami dire, Rosa: io lo sento meglio di voi altri, che non si può vivere così.

--Vuoi tentare il Signore con questi discorsi?

--Sino ai quindici anni sono campata di acqua civilina e di olio di merluzzo; meno male che sono rimasta magra,--seguitò con amarezza;--se mi fossi ingrassata, avrebbero dovuto mettermi sulle bottiglie per _réclame_. Ecco il risultato della mia vita.

Rosa, che non voleva quei discorsi, se la tirò più su, contro il petto, come una bambina.

--Che cosa gli dirai, a lui?

--Dimmi piuttosto, come potrà spiegarsi meco?

La vecchia non seppe rispondere; gli occhi limpidi della fanciulla avevano una purità insostenibile.

--Dimmelo, Rosa: questo è il grande momento della vita per me. Tutto quanto ho imparato, tu che mi credi dotta, non mi serve a nulla davanti al problema, che sta per risolversi. Anche la mamma ha dovuto morire di un tradimento; tu devi capirlo bene, che ho bisogno di saperlo. Se l'amore degli uomini è così naturalmente diverso dal nostro, la colpa non è loro.... Ma dimmelo.... Questa notte ho sempre pensato alla mamma; non mi sono potuto sottrarre all'idea che, anche lei, sia stata tradita.

--Tu sei ancora troppo piccina; queste cose si sanno solamente dopo.

--No, Rosa: ho bisogno di saperlo. La mamma è morta di dolore.... tradita, anche lei?

--No.

--Giuralo.

--Te lo giuro.

--Perchè dunque è morta di amore? Si può morire della sua gioia?

Adesso la vecchia era malcontenta; anch'essa ricadde in una meditazione. Aveva quasi settant'anni, ma così curva e grinzosa li portava tuttavia abbastanza bene. La sua fronte di un colore di terra cotta, a larghe macchie, pareva spiegazzata: la bocca le era rientrata violentemente dentro le gengive deformando le linee, forse una volta belle del naso e del mento, ma sotto l'imperturbabilità della sua maschera antica s'indovinava ancora un cuore buono. Parlava lentamente, senza gestire, con voce bassa, che certe volte pareva un'eco. Da moltissimi anni era rimasta sola, poi aveva fuso la propria vita con quella di Bice disputandola, giorno per giorno, alla morte con la stessa energia di contadina, colla quale ella medesima se ne difendeva.

Ma leggendo più profondamente nell'anima della fanciulla, Rosa temeva più degli altri. Era la grande crisi; forse la morte si nascondeva dentro quell'amore di fanciulla come una vipera sotto un cespuglio.

--Andiamo dalla Madonna,--disse risolutamente.

Pochi minuti dopo uscivano di casa, a piedi, Bice imbacuccata in una pelliccia di martora, che la copriva sino a terra, e con un fitto velo sul viso per non aspirare l'aria troppo rigida; la vecchia avvolta in uno scialle antico della contessa Ginevra, e con un grande fazzoletto di seta sulla testa.

Talvolta la gente si voltava a vederle passare.

Entrarono in San Bartolomeo.

La chiesa era quasi tiepida e deserta: Rosa porse le dita bagnate nell'acqua santa a Bice, e andarono difilate all'altare della Madonna di Guido Reni, la sola che a Bologna abbia un'eguale celebrità di arte e di miracoli.

Due donne del volgo, inginocchiate dinanzi alla balaustra della cappella, non si mossero vedendo una signorina prostrarsi vicino a loro. La cappella, di un gusto villano, aveva per altare uno dei soliti banchi in legno dipinto stupidamente a marmo, ma la bella immagine sogguardava dalla piccola cornice, ovale e dorata, con uno sguardo dolcemente estatico, dentro al quale si sentiva come una tregua di dolore. Il suo busto, avvolto in un confuso panneggiamento turchino, sfuggiva nell'ombra.

Rosa piegò la fronte sulla fredda pietra della balaustra, mormorando a mezza voce una Salve Regina.

Nel silenzio della chiesa, vivamente illuminata, strisciavano dei passi: ogni tanto il portello pesante, sotto al quale erano passate, si richiudeva rimbombando cupamente; in fondo, nell'abside, ove alcuni apparatori lavoravano ad un addobbo salivano tratto tratto parole in dialetto, quasi striduli appelli di piazza in quel raccoglimento torpido, fra il volo muto delle preghiere.

Bice ne ricevette una penosa impressione. Ella non sapeva pregare che a certi momenti, quando l'anima, gonfia di poesia, le si alzava spontaneamente verso l'invisibile: allora tutti i mistici fantasmi le riapparivano attirandola sempre più in alto, per un azzurro rorido e vampeggiante d'improvvise illuminazioni.

Per qualche tempo seguì il passaggio dei pochi devoti, che entravano nella chiesa, s'inchinavano a quell'altare ed uscivano dall'altra porticina di fianco. La chiesa diventava volgare come ogni luogo pubblico. Malgrado lo spessore della pelliccia, ella si sentiva già i ginocchi indolenziti sulla durezza dello scalino: a che scopo quella visita, a quell'ora?

Ma le altre due donne, e la vecchia Rosa, seguitavano a pregare immobili, col volto fra le palme, in una posa di profondo abbattimento; per loro la Madonna era così presente, che non avevano nemmeno il bisogno di guardare la sua bella immagine sull'altare. Allora Bice s'incantò di nuovo a contemplarla, rammentandosi confusamente le parole di De Nittis sulla Vergine Madre di Dio. Erano vere: nessuna poesia supererebbe mai quella della madonna cristiana, così vergine da ricusare l'onore di madre di Dio, e così madre da abbandonare alla morte il proprio figlio divino per salvare quelli di tutte le altre donne. Ma la soave figura di quel quadro era appena malinconica: le sue guance rotonde, la sua piccola bocca, la sua fronte liscia non esprimevano la sovrumana tragedia della sua vita; solo gli occhi appannati lasciavano indovinare come un pianto di rugiada.

Poi tutto fu inutile, Bice non potè pregare. Invece era sorpresa di sentirsi così indifferente, mentre la grande crisi della sua vita stava per scoppiare.

--Di' un'Ave Maria con me,--le susurrò Rosa.

Uscirono: all'aria aperta Bice tornò pensierosa.

--Il signor tenente Lamberto è già nel salotto ad aspettarla,--disse il cameriere aprendo loro la porta dell'appartamento.

Bice sussultò.

--La zia è tornata?

--No, signorina.

Bice entrò risolutamente nel gabinetto, senza trarsi la pelliccia, alzandosi il velo sul cappellino; il tenente Lamberto balzò in piedi ma, per quanto si fosse preparato al colloquio, rimase incerto di tenderle la mano o d'inchinarsi solamente.

--Buon giorno,--gli disse Bice sull'uscio, e venne a sedersi presso di lui, sopra una poltrona, stringendosi freddolosamente nella pelliccia.

Il suo volto pallido era agitato da un tremito, che il freddo della strada bastava a spiegare. Egli non sapeva come incominciare. Così vestito, colle mostreggiature bianche del reggimento Novara, e la corta montura nera, poichè aveva gettato lo _spencer_ sopra una poltrona, senza berretto, era veramente bello; la sua media statura di proporzioni ammirabili, e la sua piccola testa cogli occhi neri e la pelle bronzina avevano un'espressione di forza simpatica.

--È freddo.

--Da intirizzire.

--Anche la zia è uscita?

--Sì.

Non sapevano andare avanti.

--Sedete dunque,--ella gli disse.

Ma quando fu seduto, si sentirono entrambi così lontani l'uno dall'altro, ad una tale distanza, che non avrebbero più potuto farla sparire: ella dentro a quella pelliccia, dalla quale non sporgeva che la testina sofferente, era ripresa dal freddo. Poi una tristezza insopportabilmente greve le cadde sull'anima. Egli se ne accorse.

--Prima di presentarmi,--cominciò con visibile stento,--sono stato dal professore De Nittis: egli mi ha consigliato a venire, perchè vi debbo una spiegazione.

Bice attese; l'altro, che aspettava una parola d'incoraggiamento, s'imbrogliò di nuovo.

--Sarete offesa; ne convengo, tutte le apparenze sono contro di me.

--Che importano le apparenze?

--Mi credete dunque ancora?

--Vi crederò, senza dubbio, giacchè volete dirmi qualche cosa, e non potreste avere l'intenzione d'ingannarmi.

Questa facilità di Bice rendeva anche più difficile la spiegazione. Evidentemente egli si attendeva ad un'altra accoglienza, a lamenti, ad accuse, che provandogli di essere ancora amato, gli avrebbero dato immediatamente una superiorità sopra di lei: invece la fredda bontà di Bice lo sconcertava. La sua vanità ne fu punta: involontariamente si atteggiò con più seduttrice eleganza sulla poltrona, passandosi la spada tra i piedi e la mano sinistra sui piccoli baffi.

--Io non voglio certo ingannarvi.

--A che scopo lo fareste? Una fanciulla come me, fuori della vita....

--Come fuori della vita? Quando ne siete uscita?

--Voi mi avete provato, che non vi sono mai entrata davvero.

Era l'accusa: allora egli si sentì finalmente sollevato:

--V'ingannate. Può darsi che qualcuno vi abbia riferito le cose ben diversamente; so che i giornali ne hanno parlato, ma chi crede più ai giornali? Si conosce come ricevano le notizie e le propalino; hanno bisogno di trovare lo scandalo dovunque, giacchè non vivono d'altro.

--Quindi non vi è stato nulla.

Egli si arrestò.

--Hanno falsato, ecco: il fatto è vero, ma non così. Io fui insultato, ho dovuto battermi.

Un'emozione passò sul volto di Bice, egli se ne avvide.

--Ho fatto male. Un amico mi aveva pregato di accompagnare quella donna a casa, poichè lo aveva trovato con lei nel Corso, e si erano bisticciati. Ella invece volle entrare al Gambrinus; quelle donne son tutte così. Era impossibile rifiutare.

Bice ascoltava.

--Il tenente Ravizza aveva meco un vecchio rancore; ma, del resto, viene dalla bassa forza e ne ha conservati tutti i modi. Senza la sua provocazione troppo palese, nulla sarebbe accaduto.... Infine, qualunque sia la condizione di una donna, quando è anche momentaneamente, per caso, con noi, ogni gentiluomo ha il dovere di ottenerle da tutti il rispetto.