Part 19
Adesso non aveva più nè moglie nè figlio. Quel dolce sogno di amore, fra la donna e il bambino, vanito come uno di quei vapori d'autunno sopra i prati montani al primo soffio freddo del vento, lo lasciava più solo di prima. Dopo l'ultimo scoppio di pianto alle parole cortesemente inesorabili dell'illustre clinico, Bice era piombata nel silenzio; non un lamento, un'accusa ingiusta e reciproca, che li sollevasse con un mutamento di dolore. Anch'essa accettava l'espiazione. Il loro amore era stato come una rivincita di anime, ebbre della propria immortalità, contro le leggi della natura, la quale si rinnova nelle stagioni, e perisce quando non può rinnovarsi. Si ricordava l'esultanza delirante dei loro cuori su quel ponte, lungo la strada, che lambiva il cancello della villa allorchè, avvolti nell'ombra diafana e tra i sorrisi delle stelle, si erano parlati col linguaggio dei poeti, credendo di ricevere dalla notte le supreme rivelazioni della vita. L'incanto della loro passione simile a quello dei santi, che non vivono più che in Dio, e ai quali la natura rinnovella sempre col proprio contatto il senso doloroso di una caduta, avrebbe dovuto dileguare nel sogno di quella notte come un altro sogno più leggero, oltre i confini dell'ombra, là dove tutto quanto fu diviso si riunisce, e il mistero delle apparenze si dissipa. A che prò ridiscendere fra la moltitudine delle esistenze suscitate dal sole sulla terra, e sottomesse alle necessità di una distruzione faticosa? L'amore non può diventare divino che nella morte, ma le sue leggi nella vita sono quelle stesse della natura, che si vendicava adesso sul corpo del loro bambino spazzandolo come un inutile rifiuto. Quella meningite colpiva appunto il figlio dove il padre aveva peccato: era caso, era legge? Era forse null'altro che una pietà suprema, o un risparmio brutale della materia, colla quale tutti i corpi si rinnovano? Tutta la scienza del suo pensiero soccombeva davanti alla terribilità di questi problemi; egli non era più uomo; quella morte lo isolava per sempre in se stesso, nell'inconsolabile vergogna della propria inanità. Comunque si succedessero i giorni, e splendesse il sole e la gente esultasse intorno a lui, egli sarebbe solo a fianco di Bice ancora giovane, e nullameno condannata a guardare nella vita senza la speranza di potervi mai più partecipare.
Adesso vivevano chiusi in quella camera, uscendone appena per il pranzo e ritornandovi subito dopo, quasi sempre senza aver mangiato, ad attendere il dottor Leoni, che veniva tre volte al giorno. Ma tale insondabile dolore muto aveva sconvolto anche in lui tutte le idee di giustizia colla rivelazione di un altro ordine ben più tragico della gerarchia, che egli rinfacciava alla società, e nel quale la grandezza dei mali si misurava non alla miseria dei salari ma alla superiorità dello spirito. La sua anima, più volgare che bassa, ne subiva inconsciamente il fascino cedendo ad una ammirazione sempre più viva per De Nittis, del quale l'ingegno gli scopriva talora in poche frasi di un pessimismo lacerante tutta la inanità della medicina, condannata fatalmente a non comprendere nemmeno il perchè dei pochissimi rimedi, e a stabilire le proprie leggi sull'incertezza di alcuni fenomeni.
Ma quella meningite basilare tubercolosa non consentiva nemmeno di essere lenita, giacchè il piccino aveva fatto ogni sforzo, rantolando affannosamente, per torsi dal capo la vescica del ghiaccio. Bisognava assistere per otto, forse per quindici giorni, al suo lento supplizio, immobili, senza potergli neppure nelle crisi più spasmodiche porgere il conforto di una carezza. Entro quella ricca cuna sommersa nell'ombra della camera, e fra il chiarore incerto delle trine, che orlavano i cuscini e i piccoli lenzuoli egli appariva vagamente come una macchia; ma non appena aprivano le finestre all'arrivo del medico, e questi lo pigliava fra le mani per esaminarlo, il suo volto cinereo, lucido di un sudore viscoso, coi labbruzzi scuri come una foglia imputridita, ricadeva d'ogni lato pesantemente, sempre con quel rantolo interrotto da grida sottili. Le sue pupille, salite sotto le palpebre, vi rimanevano coperte a mezzo, come stravolte nello spavento di una visione dileguata; però, adesso che il loro azzurro pareva essersi dilatato, la luce non le offendeva quasi più. Poi il respiro gli si faceva improvvisamente tranquillo, e un fuggevole rossore gli colorava le gote, permettendo quasi di sperare in un ritorno vittorioso della vita, mentre il coma si manteneva sempre così grave, e subiti scatti di convulsioni facevano da capo sbalzare tutte le sue piccole membra, come sotto il morso di una scottatura.
Allora il dottore s'affrettava a rimetterlo sotto le lenzuola, ordinando di socchiudere le finestre per velare loro quello straziante spettacolo.
Bice non gli domandava più nulla, De Nittis lo accompagnava pel giardino sino al cancello, e più di una volta lo aveva interrogato sullo stato di lei. C'era infatti da impensierirsene: la sua magrezza diventava tutti i giorni più livida, molte sere doveva aver avuto la febbre, ma fortunatamente la tosse non era ricomparsa. Ella invece, appena uscito il medico, andava a gittarsi sull'inginocchiatoio ridomandando smaniosamente alla Madonna il miracolo di quella guarigione. Non era quello il solo momento che potesse farlo, quantunque De Nittis non abbandonasse quasi mai la camera, ed ella non volesse farsi vedere da lui in tale supremo tentativo di forzare la volontà onnipotente della Vergine; ma lo sceglieva: con un raffinamento adulatore di fede, per umiliare quella abdicazione della scienza umana troppo spesso così orgogliosa contro Dio.
Era andata anche due o tre mattine nella chiesa parrocchiale a farvi la comunione durante la messa, senza avvisare alcuno. Ella solamente come madre poteva ottenere la grazia: era la carne della propria carne, l'anima della propria anima, quella che domandava a Dio. Per quanto De Nittis soffrisse, non avrebbe mai potuto paragonare il proprio dolore al suo; egli non era che padre per il contatto di un attimo con quella creatura, che ella aveva composto di sè stessa. Poi De Nittis non credeva come lei; adesso nella paura delirante, che la ricacciava verso Dio, le pareva che solamente una fede senza alcun egoismo di speranza potesse commuoverlo.
--Oh Signore, voi potete!
Ma colla Madonna invece piangeva e chiedeva. Ella non poteva aver dimenticato un tale dolore nella gloria della propria assunzione, dacchè aveva voluto rimanere sugli altari all'adorazione degli infelici come una Mater Dolorosa. Era questo il suo culto più gradito, l'immagine lasciata di sè stessa alle povere donne votate a soffrire dopo di lei. Bice la pregava con un'intimità pressante, parlandole mentalmente come a persona viva, senza che la visione poetica le s'intorbidasse mai tanto, da dover ricorrere come il volgo ad immagini materializzate per sempre nella deformità di un culto idolatrico. Anzi ella non avrebbe nemmeno saputo dire in che consisteva questa sua fede nella Madonna: sentiva che Dio, l'inaccessibile, l'infallibile, era il padrone, e tutto veniva da lui, tutto vaniva innanzi a lui, anche gli spiriti che aveva più amati e la Vergine, nella quale si era compito il suo più grande mistero; ma ella amava nella Madonna il simbolo divinizzato dell'amore materno coll'agonia di tutti i dolori e il trionfo finale sulla morte, in quel rapimento di angeli osannanti, che l'avevano trasportata vivente sul trono di Dio.
Non ostante la febbre di tali esaltazioni, la natura stremata la costringeva a prendere qualche riposo. Da principio s'addormentava di un sonno inquieto sulla sedia, presso la culla, poi dovette cedere alle istanze e mettersi a letto; anche De Nittis aveva consentito a fare altrettanto, dividendo le ore di veglia con lei, Margherita e Tonina. Erano già passati otto giorni. Tutte le sere arrivavano lettere di amici da Bologna, che domandavano notizie colle solite frasi d'incoraggiamento; Prinetti, venuto di nascosto alla villa per evitare a Bice un'altra commozione, non aveva parlato che con De Nittis, e non era più ritornato. Anche a lui crescevano i dolori: una nipote gli era fuggita con un giovinastro senza lasciare traccia, gli altri erano già lo scandalo del paese.
Ma Bice, immemore di tutti, non aveva nemmeno notato la sua assenza. Invece pensava talora al povero Giorgi, la sola anima di santo che avrebbe potuto parlarle di quel dolore, mentre tutti gli altri, compreso De Nittis, non lo intendevano abbastanza.
La mattina del decimo giorno, una domenica fiammeggiante di sole, il bambino stava peggio: erano già tutti alzati intorno alla culla, colle finestre socchiuse. Fuori, nell'aria limpida e vibrante, passavano tutti i soffi del maggio, si udivano stormire le foglie e cantare gli uccelli. Ella n'ebbe un risveglio lacerante, poi Margherita corse da Giuseppe perchè andasse a cercare il medico, ma questi era in visita, lontano sui monti, ai confini del comune.
Quando Margherita rientrò ansante per la corsa e si appressò alla culla, il bambino respirava a stento; le pupille gli erano un po' discese dalle palpebre, ma parevano anche più opache.
Non parlarono. Margherita aveva scambiato un'occhiata con De Nittis, bianco nel volto come nei capelli, e colla barba non rasa da tre giorni, che gli faceva una fisonomia più ammalata.
--Il dottore?--egli si rivolse a Tonina sopraggiunta in punta di piedi.
L'altra, senza capire bene, andò a guardare dalla finestra, ma Bice scorgendola solamente allora, fece un gran gesto e scappò dalla camera verso quella di Rosa, della quale non si era ricordata più in tutto quel tempo. Margherita e Tonina la seguirono dietro un cenno di De Nittis.
Ella correva; aperse l'uscio precipitosamente e cadde in ginocchio dinanzi alla vecchia seduta, secondo il solito, nella larga poltrona di paglia coi bracciuoli imbottiti e ricoperti di una vecchia stoffa unta.
Era diventata cieca del tutto.
Bice le si strinse contro, riempiendosi la bocca col suo grembiule turchino per soffocare i singhiozzi; la vecchia ne traballò, poi con una mano gialla, ossuta, le tastò il capo, e sul suo volto di mummia parve passare una luce bianca.
--Rosa, Rosa.... il mio bambino!--l'altra gridò con un singulto anche più violento, urtandole col petto le ginocchia in una invocazione delirante.
Ma la vecchia si ritirò in grembo la mano, cadutale come morta lungo il fianco, e seguitò a dondolare automaticamente la testa, cogli occhi anche più appannati di quelli del bambino.
Bice si rizzò lentamente, colla faccia arida, per ritornare nella propria camera. Un raggio di sole arrivava al davanzale della finestra. Adesso il grido continuo del piccino era diventato più sottile, e le pupille gli si muovevano come galleggiando dentro gli occhi.
Ella rimase in piedi con ambe le mani attaccate alla cuna; aveva una vestaglia scura a righe sanguigne, i capelli scarduffati come da un colpo di vento. Ogni tanto batteva i denti. Ma una convulsione scosse ancora tutto quel povero corpicino sotto le lenzuola, che s'incresparono come l'acqua di un piccolo gorgo, nel quale fosse caduto un sasso. Pareva che istintivamente tentasse di alzare la bocca aperta, agitando le manine tutte grinze, colle piccole unghie diventate lunghe.
--Mio Dio, muore!--si lasciò sfuggire Margherita chiudendo gli occhi.
Quando li riaperse, lo vide colla testina rivolta sul lato sinistro, presso all'orlo della culla, che ripigliava lentamente il respiro.
Bice e Margherita gli stavano ai lati, De Nittis ai piedi della culla, tutti e tre evitando di guardarsi. Questa volta era l'agonia, un epilogo più incomprensibile ancora di quella muta tragedia, perchè il bambino non aveva mai potuto parlare; ma sebbene il suo corpicino apparisse anche troppo fragile, le convulsioni vi scoppiavano con una violenza quasi di odio. La sua piccola testa sparuta s'affossava sempre più faticosamente nei cuscini, mentre le braccia sottili come due stecchi, sui quali le larghe e fini maniche della camicia penzolassero, battevano tratto tratto l'aria nello sforzo di respirare. Ma ogni volta le vene del collo parevano gonfiarsi sotto una mano invisibile, che glielo stringesse con calcolata lentezza: poi rimaneva senza fisonomia, colle pupille spente in un canto dell'occhio, e la bocca bagnata da un velo diafano di bava.
Che cosa era dunque la morte per lui? Che cosa uccideva?
Nessuno poteva chiederselo per la stessa impossibilità di fondere la propria anima in quella sua agonia di animalino. Egli moriva così, soffrendo senza capire, come tante volte si vede per strada morire qualche altra bestia, percossa da lunghi brividi, colla faccia insignificante. De Nittis, immobile ai piedi della culla, stringendosi di quando in quando la fronte sotto una fitta lancinante, sentiva il proprio spirito diventare di una limpidità cristallina. Nulla gli sfuggiva nè degli altri nè di sè stesso. Il suo mondo era lì, in quelle tre creature, che stavano per rimanervi isolate, appena la più piccola sparisse; ma tutto il suo ingegno e il suo cuore non bastavano a trovare un'altra espiazione, un baratto insensato di devozione e di dolore per placare l'esigenza della morte. Doveva morire il più piccino, quello che aveva appena cominciato a vivere, mentre lui, stanco ed oramai inutile, resterebbe a galleggiare nella vita come una tavola di naufragio sul mare. E quella agonia di una bestiolina conchiudeva il grande dramma del suo pensiero, diventava la catastrofe finale del suo spirito rigettato per sempre dalle correnti della generazione! Adesso avrebbe voluto udirlo piangere, gridare: aiuto! toccando così l'ultima vetta del dolore, piuttosto che vederlo sparire in quell'agonia senza significato. La sua anima vi assisteva come cristallizzata da un freddo siderale, che nulla potrebbe più vincere. La morte non avrebbe dovuto essere così, ma compiersi nello spirito, come l'ultimo atto della sua incomprensibile tragedia, fra l'orrore del nulla e lo spavento di Dio. Quale differenza rimaneva dunque fra la morte di quel bambino e la morte di un agnello? A che era esso nato? Che significava la sua apparizione di un istante? Se la religione aveva saputo immaginare un al di là per l'uomo, il bambino, non potendo recarvi nè merito nè colpa, vi diventava inintelligibile.
Queste domande passavano per la limpidezza del suo spirito come raggi sottili, mentre le sue viscere ricevevano tutti i contraccolpi di quelle convulsioni nel medesimo punto, come se una stessa carne soffrisse in ambedue. E non pertanto erano già separati per sempre. Fino dal primo giorno di quella malattia la sua anima di padre era morta, e tutto il resto non era stato nemmeno più dolore, perchè non si può forse chiamare così ciò che soffre il pesce in secco, sulla riva. Ma in quel momento lo strazio delle due donne tornava a farlo tremare di un'altra pietà più profonda: a che pensavano esse? Come non avevano una seconda volta domandato del dottore! Perchè si erano scordate di far chiamare il parroco? De Nittis se lo chiedeva per quella terribile facoltà nei pensatori di riflettere sempre, anche nelle crisi più atroci, assistendo così allo spettacolo di sè medesimi. Infatti non gli era sfuggito l'allegro tremolìo della luce su tutti i mobili al soffio delle tende respinte dal vento, sino quasi a mezzo della camera. Era un mattino palpitante di risa e di grida, che si udivano al di fuori per la campagna: le piante si scrollavano nel sole, tutto vibrava di vita.
In quel momento una grossa voce parlò sul prato; Margherita corse alla finestra, poi uscì dalla camera.
L'immobilità delle loro due figure si fece più tragica; da venti minuti non avevano pronunciata una parola o scambiato uno sguardo. Bice sentì che un'altra più formidabile convulsione stava per scoppiare e piegandosi sulla culla, tese le mani per prenderlo sotto le ascelle: difatti potè appena afferrarlo, che il suo corpicino sbalzava già per tutte le membra, come sotto l'urto di detonazioni elettriche. La testa gittata indietro, dondolava con un rauco gorgoglio di soffocamento, facendosi tratto tratto pavonazza, mentre le braccine sferzavano l'aria disperatamente, e le gambe a certi sforzi gli rientravano sotto la corta camiciola fino al ventre rigonfio. Ma questa volta la convulsione si ripeteva sempre più violenta; ella lo stringeva fra le mani cercando istintivamente di farlo star dritto, sebbene i piedini gli si ritraessero come respinti da una molla al contatto delle lenzuola, e la testa gli si arrovesciasse sempre più pesantemente. Un momento, fra il rantolo che lo soffocava, gli sfuggì uno strido stentato, sibilante.
--Muore!--gridò De Nittis, che non poteva vederlo così nascosto contro il petto di Bice, ma ella si volse impetuosamente per dire di no.
Una fiamma bianca le bruciava negli occhi, come se vi fosse salita da tutto il volto marmoreo: quindi rialzò il piccino quasi all'altezza del proprio mento per appressargli la bocca alla bocca; lo tenne così qualche minuto trionfalmente, sentendo fra le dita il battito affrettato del suo piccolo cuore, e adagio, curvandosi senza baciarlo, lo ricompose sul cuscino.
De Nittis aveva chinato il capo.
Ella strinse nella mano destra l'altro orlo della culla piegandosi col volto, del quale De Nittis non poteva vedere che una tempia, quasi a sfiorare quello del bambino ridivenuto tranquillo. In quella lotta delirante della sua anima contro la morte, Bice lo avvolgeva dentro lo splendore dei propri occhi, giungendogli sino al fondo di tutte le fibre coll'irresistibile penetrazione della luce. Non voleva che morisse, non sapeva nemmeno che cosa fosse più la morte, ma era come se le ritirassero qualche cosa dall'intimità del proprio essere, e la sua volontà s'irrigidisse per impedirlo. Aveva quasi cessato di soffrire, non si ricordava più di nulla; il suo bambino era solamente il suo bambino, senza i lineamenti caratteristici del suo Giulio, era dentro la sua volontà stessa, inseparabile dalla sua vita, che nulla ancora minacciava.
Infatti sotto la pressione di quegli sforzi egli si era addormentato. Un sudore gli argentava le guance livide, respirava appena, colle palpebre lente sulle pupille dilatate, che gli riempivano di un azzurro scialbo quasi tutto l'occhio. Il suo corpicino raggomitolato sotto le lenzuola vi faceva appena il rilievo di un cartoccio.
Ella lo contemplava, già rilassata sopra di lui nella dolcezza di una prima vittoria. Il suo respiro sempre più calmo le passava sul volto come una carezza, richiamandole la memoria di tutte le preoccupazioni, quelle tenerezze vigilanti, piene di moine, colle quali le mamme sanno persuadere ai bambini anche il sonno: ma quello del piccolo Giulio proseguiva oramai al sicuro da ogni altro attacco sotto la protezione del sorriso, che le illuminava ora tutto il volto. Quindi la coscienza le ritornava nella stanchezza di una tensione troppo prolungata. Improvvisamente provò un gran dolore sotto la scapola sinistra in quell'atteggiamento faticoso, riempiendo così la culla con tutto il proprio busto; ma non potè staccarsene.
Era sempre lo stesso coma, insistente, invincibile, anche a questo ultimo sforzo della sua volontà.
Il bambino respirava ad intervalli più radi, con un suono sordo di bolle, che gli si rompessero dentro il petto, e la bocca immobile in una contorsione, che il sonno non ha o non serba lungamente. Poi un altro odore acido, nauseante, gli salì intorno, di fra le lenzuola, senza che egli avesse mutato posa o si fosse anche lievemente scrollato. La sua manina sinistra, fuori della coperta bianca, ne teneva una piega sottile fra le dita.
Allora Bice gli appressò un'altra volta le orecchie alle labbra per udirne il soffio, contemplandolo intensamente colla sensazione mostruosa di non riconoscerlo più; infatti la sua fronte aveva la stessa opacità inanime delle grandi pupille azzurre, sulle quali le frangie delle palpebre socchiuse ricamavano un'ombra stagnante, mentre un'altra ombra pareva uscirgli dalla bocca su per tutto il viso. Ma il rallentarsi stesso del respiro provava la tranquillità del suo riposo. Non era più la lotta, quella lacerazione di prima, a strappi, contro la quale la volontà poteva ancora irrigidirsi; ma una insidia invisibile, che li avvolgeva entrambi, senza possibilità di resistenza, in un oblìo sempre più scuro di ogni cosa. Ella aveva appoggiata la testa sul cuscino accanto alla sua, cogli occhi egualmente socchiusi entro l'ombra più larga dei propri capelli, e sotto quella bandiera di merletti, che si gonfiava bianca nel vento.
Il bambino muoveva ancora le labbra di quando in quando, ma ad ogni respiro il rantolo gli si abbassava; poi un brivido leggero come un riverbero gli passò sulla faccia, e i piedi gli si allungarono sotto le lenzuola.
--Ah!--ella gridò spasmodicamente balzando in piedi, perchè in quel momento lo aveva sentito morire, ma ripiegandosi quasi nel medesimo istante sopra di lui; mentre De Nittis l'afferrava alla cintura per sostenerla, e ancora più pallido si chinava per cogliere l'ultimo respiro del proprio bambino.
X.
--Ma perchè fai così?--gridò la signora Giulia al rumore del vaso, che traballava, e corse precipitosamente con un grande svolazzo di sottane verso di lui.
Era stato Nello, il suo magnifico bambino di quasi quattro anni, che arrampicandosi pel vaso di una gardenia se lo era tirato addosso col pericolo di restarvi sotto, ma invece aveva saputo cansarlo, saltando subito dopo sull'arbusto per spiccarne un largo fiore bianco dalla vetta.
E rideva trionfalmente.
Anche Lamberto e De Nittis si erano alzati.
--Sei insoffribile!--seguitava la signora Giulia tentando indarno d'ingrossare la voce, vinta dalla tenerezza orgogliosa delle mamme davanti alla monelleria di quel bimbo grasso e ricciuto, così poco spaventato dalla sua aria, che si accostava tendendole una falda dell'abitino azzurro tutto impolverato:
--Puliscimi, puliscimi.
Ella non seppe resistere, gli scosse la polvere con una mano, e ritornò verso di loro tenendolo in braccio.
Anch'ella alta, coi capelli di un biondo ardente, il petto largo e voluttuoso, era ammirabile in quel momento; benchè il bambino fosse pesante, lo aveva sollevato con allegra facilità, e rideva sonoramente, mentre egli le provava il fiore fra i capelli agitandosi così che qualunque altra donna ne avrebbe traballato.
--Bada a non farti male,--intervenne Lamberto:--via, fallo discendere.
Ma Nello le si teneva stretto al collo.
La scena durò qualche minuto.
Quel giorno Lamberto, tornato nell'inverno di guarnigione a Bologna col grado di capitano, era appunto venuto colla signora Giulia, sua moglie, a trovare Bice in quella magnifica villa del Sasso conducendo seco il bambino. Difficilmente si sarebbe potuto vedere un gruppo più bello. Egli era diventato anche più robusto, con un principio di pinguedine, che accresceva la poderosità delle sue forme ancora eleganti; ella fulgida di gioventù, non fine nei lineamenti, ma con una espressione di sana giocondità, che attirava subito le simpatie.
Non vi fu neppure un'allusione al passato.
Bice, dopo quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza anche più inquietante per la stessa cortesia dei suoi modi, nella quale s'indovinava la rassegnazione di un dolore inconsolabile. Non vestiva più che di scuro, una specie di mezzo lutto, senza affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora devota, già svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carità. Infatti non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a poco a poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che nelle maggiori solennità dell'anno. Erano quelli i giorni più tristi per lei.