Part 18
Poi anch'egli ammalò. Sulle prime non era parso nulla; si lagnava d'improvvise fiacchezze e s'andava addormentando ovunque sulle sedie; quindi una mattina, sull'uscio di casa, un colpo apoplettico lo aveva fatto cadere sul pianerottolo. L'illustre clinico dell'università, accorso precipitosamente alla prima chiamata, potè dichiarare che per questa volta il caso non era grave. Bice, avvertitane necessariamente da De Nittis, diede subito in convulsioni, ma appena rinvenuta andò risolutamente a vederlo, e non volle più uscire dalla sua camera. Quel vecchio servo contadino pareva rimbecillito. Allora De Nittis e la contessa Maria si aggiunsero a lei per circondare il malato di cure così affettuose, che lo facevano piangere.
Era rimasto alquanto impedito nella lingua, ma colla mente lucida. In capo a una settimana non serbava di quell'insulto che un intorpidimento nella gamba sinistra e qualche difficoltà di pronuncia a certe sillabe. Ma la sua faccia non era più quella: sembrava che un velo bianco ed opaco gli si fosse incollato sulla pelle, gli occhi guardavano incerti, si era curvato, spesso traballava. Colla caparbietà dei vecchi forti non ne volle però convenire. La prima mattina, che uscì di casa per riprendere il giro delle sue solite visite, ingiuriò il servitore perchè voleva accompagnarlo, e ricusò persino di salire in fiacre.
De Nittis, trovandolo per strada, potè appena trarselo a casa colla scusa di fare tutti insieme colezione con Bice.
--Volete strapazzarmi, non vengo.
--Lo meriteresti.
--Perchè non rimango in casa ad aspettare il secondo accidente, che mi porti via!--borbottò scrollando le spalle.--So presso a poco quanto può tardare alla mia età, colpito dove sono stato colpito: sarà finita finalmente.
A colezione combinarono per la prima domenica di andare dal piccolo Giulio.
Fecero il viaggio in calesse con un bel sole; il dottore pareva allegro, ma la sua allegria cessò subito davanti al bambino.
--Non dite dunque niente?--gli si volse Bice inquieta.
--Non c'entro più.... io me ne sarò andato da Bologna prima che lui ci venga.
E fu vero. Quasi due mesi dopo, un'altra mattina, il servitore lo trovò morto nel letto; il piccolo Giulio, già slattato, non tornò invece dal Sasso a Bologna che sui primi di novembre.
Allora Bice sentì che della propria giovinezza non le rimanevano più che i ricordi; altri doveri, altri orizzonti di sposa e di madre le si aprivano alla coscienza. Ne divenne più calma, con quella mite severità della contessa Ginevra, alla quale veniva sempre più somigliando anche nei gesti e nelle inflessioni della voce. Comprendendo la necessità di non chiudere la propria casa in una città come Bologna, ne parlò con De Nittis perchè vi attirasse quanti ne sarebbero stati degni per la finezza della educazione e la coltura della mente; ma quantunque persuaso della bontà di tale idea, egli se ne schermì. Stavano tanto bene così, che non v'era motivo di mutare; poi il tempo non mancherebbe mai per accogliere qualche nuovo amico, e magari apprestare qualche festa.
L'anno di lutto era già finito da un pezzo, senza che Bice avesse ancora posto il piede in alcun teatro. Tutta la sua vita era intorno al bambino, del quale aveva fatto porre la magnifica culla nella propria camera, presso il grande letto, compiacendosi ella stessa a fargli da governante, quando si destava per qualche bisogno improvviso. Ma oramai il miracolo della guarigione era fatto per sempre. Quindi il suo cuore si fondeva in una riconoscenza devota al ricordo del vecchio dottore, che opponendosi ai suoi naturali egoismi di madre, glielo aveva salvato col mandarlo in campagna, a casa della balia. Già nel primo impeto di riconoscenza, allorchè Mea col marito aveva riportato il piccino alla villa, Bice aveva dato loro un libretto della cassa di risparmio, intestato all'altro bambino, per una somma di cinquemila lire.
--È Giulio che vuole così, per il suo fratellino di latte.
Poi Mea aveva dovuto, naturalmente, promettere di tornare spesso a Bologna..
E da principio tutto andò bene. Bice non si ricordava quasi più del marito, se non per sorridergli come al padre del bambino, o preoccuparsi tratto tratto di quanto avesse potuto ancora fargli piacere. Quindi aveva tolto dalla propria camera di sposa, divenuta come una cappella colla presenza del bambino, tutte le mondanità della toeletta, per aggiungervi invece un altro gran quadro della Vergine al disopra della culla. De Nittis dormiva in fondo all'appartamento, in una camera attigua al proprio gabinetto di lavoro.
Un altro cuoco aveva sostituito Tonina, occupata ora della vecchia Rosa, che perduta quasi affatto la conoscenza e la vista, non si muoveva più da sedere. Era diventata anche sorda.
Solo Bice, parlandole forte nell'orecchio, aveva ancora la facoltà di trarla da quella sonnolenza di bruto; poi la vecchia tornava ad abbandonare la testa sul petto, e i suoi occhi senza sguardo rimanevano fisi in una opacità oleosa d'impannata. Laonde tutti i tentativi per farle riconoscere il bambino erano riusciti vani; glielo avevano messo sul letto, sulle ginocchia, quasi fra le mani, con una di quelle ostinazioni, alle quali è così difficile dare un nome; ma il piccino era sempre scoppiato a piangere, ed ella non aveva avuto che un gesto vago.
Bice, superstiziosa come tutte le mamme, si era sentita stringere il cuore da un'angoscia inesprimibile. Nella sua immaginazione malata, Rosa era a poco a poco divenuta il genio misterioso della casa, che ne custodiva nella profonda coscienza tutti i segreti; quindi si ricordava di non essere mai riuscita, malgrado la propria superiorità, a celarle qualche cosa di se stessa o a ribellarsi contro i suoi oscuri voleri. Ma quando l'aveva interrogata su quel matrimonio con De Nittis, la vecchia era rimasta in silenzio. Perchè? Ella non aveva osato ripetere la domanda. Però, da quel giorno, Rosa rientrata più profondamente nel silenzio della propria solitudine, non aveva sentito altro nella casa, nè le feste del matrimonio, nè la morte della contessa Ginevra, nè la nascita del piccolo Giulio; Bice veniva a vederla due o tre volte al giorno, ma il suo cuore si distaccava insensibilmente da quella figura di mummia, già fuori della vita.
Il piccolo Giulio assorbiva tutte le sue preoccupazioni.
Era piccino, coi capelli radi e riccioluti sopra la fronte troppo convessa e la testa troppo grossa. I suoi occhi frangiati da ciglia di una lunghezza impressionante, che a lei ignara del probabile significato patologico di questa bellezza facevano battere il cuore d'orgoglio, erano azzurri, di una limpidità cristallina e fosforescente; avea la pelle non fresca, ma così fine che vi si contavano tutte le più piccole vene di un turchino scialbo, come fili stinti sotto uno strato diafano di polvere. Ma, sebbene parlasse già e conoscesse benissimo tutti, la sua viva predilezione era di restar lungamente seduto sopra un'alta scranna a guardare delle stampe nel gabinetto di Bice, mentre essa fingeva di lavorare sorvegliandolo con intensa passione. Entrambi parevano quasi sempre tristi: egli permaloso per ogni nonnulla resisteva ostinatamente a tutti i tentativi di riconciliazione, e allorchè, pigliandolo in collo dolcemente, ella si metteva a passeggiare pel gabinetto, la sua pesante testina le si piegava a poco a poco, lenta e smorta, sui capelli neri come sopra il cuscino di una bara. Quindi Bice, non osando accompagnarlo fuori di casa per paura del freddo, aveva fatto disporre due grandi saloni con molti vasi di piante, a giardino, perchè potesse svagarvisi come per una campagna; ma poco appresso, impaurita da qualche gesto del bambino, che si portava spesso la mano alla testa, credette che i profumi di quei pochi fiori gli facessero male, e fece rimettere i saloni come prima. Solamente nelle belle giornate di sole, quando faceva quasi caldo, usciva con lui in carrozza sul mezzogiorno, dopo averlo ben bene affagottato.
Poi, ai primi soffi della primavera, tornarono al Sasso. Il bambino deperiva lentamente, diventava cereo, colle mani crespe, senza più voglia di camminare. Margherita, quando era sola con lui, doveva soffrire mille pene per fargli muovere qualche passo sul prato; ma, se Bice sopravveniva, lo ripigliava subito in braccio, e se ne andava dondolandolo guardingamente.
De Nittis, anche più inquieto di Bice, taceva. Già prima di partire pel Sasso, avendo interrogato vagamente l'illustre clinico dell'università, questi gli aveva risposto in modo così scoraggiante, da fargli quasi sospettare che potesse avere esaminato il bambino; e però soffocando in cuore le paure, che ne guizzavano ogni minuto, lo sorvegliava anch'egli di continuo, con una acutezza di osservazione resa anche più dolorosa dalla necessità di nasconderla.
Bice invece sembrava reagire contro quelle dolorose impressioni, come sforzandosi a negarle con una insolita volubilità; ma una sera che il sindaco era venuto a salutarli col medico condotto, un giovane secco e bruno, di una fisonomia volgarissima, la sonnolenza del bambino e il suo schermirsi incessante dalla luce colle manine la colpirono più vivamente. Glielo mostrò.
Il dottor Leoni, che lo aveva già guardato, parve quasi rifiutarsi, poi disse che senza spogliarlo qualunque serio esame era impossibile.
--Vuoi andare a nanna, Giulietto?
Egli rispose di sì col capo.
Allora il dottore seguì Bice. Era diventato improvvisamente più serio, studiando il piccino nudo, che dormigliava in piedi; ella si sentiva sopraffatta da un freddo terrore.
--Si è un po' smagrito,--tentò di dirgli.
Ma il dottore rimaneva concentrato, poi rispose:
--Lo mostri a qualche altro.
Bice si voltò di scatto.
--Ma non ha nulla: le accerto che, da quando l'ho ripreso a casa, non è mai stato a letto un giorno solo.
Ella non volle dir nulla a De Nittis, ma la mattina dopo il bambino ebbe uno sforzo di vomito, mentre Margherita lo rizzava in piedi per vestirlo, e si mise a piangere dal dolore di testa, nascondendogliela nel seno per non vedere la luce.
Il dottore, mandato a chiamare in fretta, entrò nella camera vestito peggio della sera prima, con una giacca di fustagno e due scarpe gialle, giacchè un servitore lo aveva trovato, mentre col biroccino si dirigeva verso San Quirico, alla casa di un colono.
Anche De Nittis era nella camera.
--Dottore, mio Dio!--esclamò Bice, andandogli incontro.
Egli non sembrò commuoversi a questa angoscia di madre: fece rizzare il bambino da Margherita e gli scrutò acutamente gli occhi.
--Veda,--si volse a De Nittis,--la pupilla destra è leggermente strabica: non mi pare che ieri sera fosse così. Il bambino ha sempre avuto questo difetto?
--Mai!--gridò Bice precipitosamente, curvandosi per guardare anche lei, ma il bambino aveva già chiuso gli occhi e, quando glieli vollero aprire per appressarvi una candela accesa, tentò un gesto disperato per respingerla, rompendo in un urlo di pianto, che gli rinnovò gli sforzi del vomito.
--Lo calmi, lo calmi,--disse il dottore.
Poi, siccome il bambino si teneva abbracciato a Margherita per il collo, Bice e De Nittis trascinarono il dottore alla finestra; egli s'imbarazzò, aveva conosciuto De Nittis all'università, e benchè condannasse i suoi principii filosofici come retrivi, provava una certa soggezione del suo ingegno e per la signorilità delle sue maniere.
--Sentano,--rispose finalmente, non senza durezza: se si trattasse del figlio di un povero, io potrei dire la mia opinione, ma con loro.... Chiamino Murri; lei, professore, è stato suo collega.
Bice si strinse la fronte nelle mani.
--Non c'è nessun pericolo per ora.... potrei anche ingannarmi, ma fra due o tre giorni la diagnosi sarà chiara. Anche quelle ciglia così lunghe sono sempre un sintomo....
--Di che?
L'altro non volle rispondere.
De Nittis comprese che era inutile insistere.
--Avrete la bontà, dottore, di ripassare oggi? Intanto io scriverò al mio amico Murri che voi desiderate di consultarlo.
Ma la voce gli venne meno.
Questa delicatezza parve impressionare il dottore; Bice li ascoltava come trasognata.
--Tornerò tutte le volte che vogliano. Allora aspettiamo altri due giorni, pericolo non ce n'è ancora, poi nemmeno ci sarebbe....--ma s'interruppe per tornare su la culla ad ascoltare il respiro del bambino, che si era addormentato.
Questi pareva calmo, senonchè attraverso il suo rantolo lieve, tratto tratto, passava qualche piccolo strido.
Poi quella scena così spezzata, profondamente repressa, sconcertò lui pure: avrebbe voluto dire qualche parola gentile per andarsene, ma invece non trovava nemmeno come salutarli.
Quando finalmente fu uscito, Bice afferrò De Nittis per l'abito mormorando con accento di terrore:
--Quell'uomo ci odia, l'ho sentito.
--Almeno non ci ama perchè siamo signori;--egli rispose con un sorriso doloroso.--Quasi tutti i giovani medici condotti oggi sono socialisti.
--Scrivi subito a Murri.
--Aspettiamo, mia cara: vedi bene che, se ci fosse ombra di pericolo, egli ce lo avrebbe detto, dal momento che invoca il controllo di Murri per la diagnosi. È un giovane, che mi pare intelligente.
Alle nove della sera lo strabismo della pupilla destra non era aumentato, sebbene il vomito si fosse ripetuto con qualche piccola convulsione, e l'addome del bambino apparisse anche più retratto; ma tornando per la terza volta verso le undici, il dottore trovò Bice e De Nittis ancora nella stessa posizione, a fianco della culla, che lo attendevano.
Il piccino batteva i denti nel sonno. Al rumore dell'uscio gettò un grido acuto, lacerante, quel grido speciale, idrocefalico, che pei medici è uno dei sintomi più sicuri in tale malattia. Il dottore si fermò sulla soglia, mentre gli altri due, invece di venirgli incontro, si erano già rivolti verso la culla. Nella camera una lampadina opaca, da notte, rompeva le tenebre: Margherita entrò poco dopo, senza il solito grembiale bianco, recando un cerino: tutti parlavano piano, girando sulle punte dei piedi, come in un mistero di terrore.
Gli altri sintomi della malattia erano già comparsi; le pupille ristrette, le glandole del collo tumefatte, e soprattutto quegli sforzi ripetuti per infossare la testa nel cuscino, che rivelavano le contrazioni dolenti dei muscoli cervicali. Un lampo d'orgoglio illuminò la faccia del dottore: De Nittis se ne accorse. Ma Bice non staccava gli occhi dal piccino.
--Ha un gran male alla testa, poverino! perchè non gli date qualche cosa, dottore? Vi debbono pure essere dei rimedi!
Egli invece tornò a ripetere l'esame, poi voltandosi di preferenza a De Nittis, del quale la faccia apparentemente calma gl'inspirava maggior fiducia:
--Senta,--disse,--io non assumo di fare alcuna ordinazione. Si potrebbe mettergli il ghiaccio sulla testa e tentare un'applicazione di mignatte dietro le orecchie; una volta somministravano anche il calomelano coi fiori di zinco.... ma non credo alla razionalità di tali rimedi. Scriva a Murri, vedremo che cosa decide.
--Non vedete come soffre alla testa?--tornò ad esclamare Bice, che non aveva badato a tutte quelle parole scientifiche, pronunciate dal dottore con visibile importanza.
Ma De Nittis lo trasse alquanto in disparte, mentre Margherita, indovinando la gravità della situazione, cercava d'intrattenere Bice col ricomporre i cuscini nella culla.
--Dottore,--gli disse piano con voce tremula,--non ho altro diritto per chiedervi un favore che questa mia miseria.... la vedete! Oh!--sospirò frenandosi con un ultimo sforzo:--andate voi stesso a Bologna da Murri, conducetelo qui subito. Non vedete Bice?
--A quest'ora sarà difficile che mi riceva.
--Non c'è proprio nessun rimedio? Credo di aver capito, è una meningite.
--Basilare tubercolosa: talvolta si guarisce.
--Ma non vi sono rimedi?
--Credo di no.
--Dottore, andate per carità nella mia carrozza. Avete altri ammalati gravi?
--No.
--Andate, non è vero?
E la sua voce aveva un accento così triste che l'altro si arrese, sicuro che l'illustre clinico non l'avrebbe ricevuto a quell'ora, e molto meno si sarebbe alzato per un caso, del quale la gravità non presentava nessun carattere di urgenza.
Infatti non tornò che l'indomani, alle due dopo mezzogiorno; Bice e De Nittis non si erano coricati, vegliando assiduamente il bambino. Quando l'illustre clinico entrò nella camera, l'aspetto smorto, disfatto di quei due parve impressionarlo. Era quasi un bell'uomo, alto, ancora giovane, dai capelli già bianchi e il viso malinconico; coll'abitudine di simili scene, invece di perdere tempo in complimenti inutili, andò difilato alla cuna. Margherita aveva già spalancate le finestre. Il dottore, che gli aveva parlato più di una volta lungo il viaggio su quel caso, non fiatava, spiandolo nel volto con un'ansia mal dissimulata, ma si accorse subito di aver indovinato, sebbene la faccia di lui rimanesse impassibile sotto lo sforzo di tutte quelle emozioni, che la tentavano. Bice, De Nittis e Margherita non respiravano più, mentre il bambino, colla testa affondata nel cuscino, gettava tratto tratto quel grido insopportabile.
Poi l'illustre clinico scambiò col dottore un segno quasi invisibile di assenso.
Era la morte, nessuno s'ingannò.
--Si può mettere una piccola vescica di ghiaccio,--disse colla sua voce chiara;--questo lo calmerà un poco, e aspetteremo. Quanto alle sanguisughe sarebbero un errore: avete fatto benissimo, dottore; l'esudato essendo negli spazi sotto aracnoidali, non si vede come una sottrazione sanguigna dietro l'orecchio potesse limitarne l'afflusso o deciderne il riassorbimento. I fenomeni flogistici in questo caso sono troppo secondari, per poter essere combattuti nemmeno con una cura sintomatica.
Pareva in clinica facendo la solita lezione: ma si riscosse prontamente e, volgendosi a De Nittis, gli strinse con nuovo affetto la mano:
--Coraggio, mio caro professore! il caso è piuttosto grave, ma abbiamo anche esempi di guarigione. Non bisogna tormentarlo e nemmeno tormentarsi così, signora mia: ella ha fatto malissimo a non andare a letto; io la consiglierei a coricarsi subito, altrimenti correrà pericolo di ammalarsi pei troppi strapazzi. No, no, non pianga: ho avuto casi di guarigione, che ci permettono ancora di sperare; poi la natura, specialmente nei bambini, è piena di risorse.
Ma sotto la cortesia dei modi si sentiva l'indifferenza professionale.
Bice si drizzò delirante, con un gesto vago di minaccia, mentre De Nittis le si gettava davanti per rattenerla.
--Morirà!
--No, signora, non ho detto questo, anzi dobbiamo sperare che guarisca. Ella non si agiti così inutilmente, perchè noi faremo tutto il possibile per salvare questa cara creaturina. Creda un poco anche a noi; non sempre la malattia è più forte della scienza.
Ma ai singhiozzi di Bice anche De Nittis diede in pianto tenendola abbracciata, e si stringevano il collo, la faccia nella faccia, cogli occhi chiusi in una cecità disperata, mentre il sole entrando per le finestre spalancate stendeva come una larga pezza d'oro su per quel pesante letto di quercia, e nell'angolo la piccola navicella, coperta da un gran velo bianco di merletti, pareva oscillare mollemente fra le alghe del proprio piedestallo.
Ad un cenno dell'illustre clinico il dottor Leoni lo aveva seguito, uscendo adagio, quasi inavvertiti, colla scusa di andarsene subito per altre visite, ma profittando invece di quel momento per sottrarsi al finale di una scena indarno straziante. Margherita corse loro dietro ad offrire un rinfresco, che accettarono in piedi: anch'ella capiva dai loro volti che tutto era finito, ma l'indifferenza dell'accento, col quale adesso parlavano della malattia, le faceva male. Il dottor Leoni mostrava un rispetto quasi servile verso il gran clinico.
--Tornerà ella, professore?
--A che scopo?
Margherita aveva rovesciato una bottiglia di _chartreuse_ verde nel deporla sulla tavola; il suo grosso seno tremava di un singulto represso, poi quando vide che andavano verso l'uscio:
--Non c'è proprio rimedio!--gridò--Oh poveri padroni.... due santi!
Il dottor Leoni, che si ritraeva già all'uscio per lasciar passare il professore, si volse di scatto a questa parola.
--Due santi!--ripetè poscia ironicamente, con quella brutalità, della quale i medici spesso non si rendono conto, appena fu salito con lui nella carrozza.
--Già! De Nittis è un grande ingegno mistico.
--Un degenerato superiore!
L'illustre clinico sorrise enigmaticamente a questa affermazione di una tra le più volgari teorie della nuova scuola psicologica.
--In ogni caso la generazione non è dei santi ma dei forti,--concluse; mentre la carrozza s'allontanava, e il dottor Leoni tornava a parlare del carrettiere, che voleva mostrargli, sfruttando quella occasione di una visita pagata da De Nittis.
Da quel giorno alla villa tutto parve mutato: i servitori non si vedevano quasi più, le finestre rimanevano chiuse al bel sole di primavera, e dentro il silenzio era anche più tetro. Giuseppe, il vecchio cocchiere, rimaneva quasi tutta la giornata nell'altro caseggiato delle stalle, ove il cuoco e i giardinieri andavano a trovarlo parlando a bassa voce, giacchè la coscienza di quel disastro era uguale in tutti. La casa andava in isfacelo. La signora Bice non avrebbe potuto sopravvivere alla perdita del bambino: e dopo? come finirebbe? Essi amavano già in De Nittis la grande bontà del carattere, ma non lo conoscevano abbastanza per sapersi sicuri dell'avvenire, mentre Margherita e Tonina invece si obbliavano in quell'angoscia di morte, che lo minacciava. Già la mattina dopo, avendo vegliato anche la seconda notte presso la culla, non era più riconoscibile; Bice terrea, cogli occhi infossati e cerchiati di una lividezza sinistra, pareva diventata anche più curva. Le sue labbra contratte avevano quel colore indefinibile delle cicatrici, che non possono guarire. Tutte le sue ribellioni erano cessate in quella disperata certezza della morte, come se il bambino le si spegnesse lentamente dentro l'anima: tratto tratto credeva di non pensare più, poi al primo grido gli si curvava precipitosamente sul viso con un'altra sensazione inesprimibile, che egli stesse per affogare travolto da una corrente rapidissima, e le tendesse le manine inutilmente nel passarle dinanzi.
Dentro la camera, quasi buia, l'ombra in quei primi caldi di maggio diventava pesante: i mobili si vedevano appena, solo quel grande merletto gettato sopra la culla biancheggiava al chiarore della lampadina opaca, riparata nell'angolo dietro l'inginocchiatoio, mentre in alto qualche riverbero correva per la vecchia cornice dorata della Madonna sospesa al disopra del letto nelle tenebre.
De Nittis, seduto a' piedi della culla, guardava ora Bice ed ora il bambino, quasi ugualmente agonizzanti, senza che la sua anima, immobile dinanzi a quella dissoluzione pigra ed inesorabile di tutto ciò che aveva amato, potesse gettare un lamento. Il bambino non gli apparteneva già più, era una cosa che si disfaceva sotto i suoi occhi nella insignificanza di tutte le morti materiali, che il dolore non può sollevare sino alle sfere dello spirito.