La disfatta

Part 16

Chapter 16 3,807 words Public domain Markdown

De Nittis e Bice pranzarono soli, al pianterreno, in un elegante salotto arredato negli ultimi mesi dalla povera Ada. In quella prima intimità d'innamorati le ore volavano. Margherita aveva messo un largo grembiule bianco, orlato di trine, su quell'abito di seta, e camminava con passo più leggero ritirandosi appena cangiati i piatti dalla tavola, quasi colla stessa circospezione, che avrebbe usato nella camera di un infermo. Un'aria lieve gonfiando le tende della finestra sbatteva ogni tanto la fiammella del lume a petrolio riparato da un festone di fiori in carta rosea: qualche farfalla aliava sulla tovaglia di un candore quasi troppo vivo, mentre il gabinetto basso, in cretonne a ramoscelli ceruli sopra un fondo paglierino rimaneva come in una soavità di bruma crepuscolare, più densa negli angoli, dai quali alcuni vasi di fiori alzavano vivi profumi.

Bice non mangiava quasi. Un sorriso sembrava circondarle di un'aureola il magro viso di monaca dagli occhi stellanti e dal gran naso ducale sulla piccola bocca, una delle sue più dolci bellezze. La sua fronte si perdeva sotto un nimbo di ricciolini nerissimi, ai quali il pallore del volto e il bianco della vestaglia, indossata appunto per il pranzo, davano un insolito risalto, sfumando di una intenzione di grazia l'angolosità de' suoi lineamenti. Quasi quasi si sarebbe detta già mutata in ogni mossa. Quella nuova pettinatura e la stanca mollezza de' suoi atteggiamenti entro quelle ampie pieghe, che simulavano tratto tratto ricchi contorni, tradivano uno studio intenso e subitaneo di civetteria; al collo, circonfuso di merletti, non portava che il tenue filo di perle offertole da lui nel mattino.

Egli invece dopo tutte quelle affaticanti impressioni mangiava gaiamente, con una letizia giovanile nel cuore, come a Roma, quando usciti con lei da un museo entravano ridendo della propria fame in qualche trattoria secondaria. Tutta la sua gravità di professore era scomparsa per dar luogo ad una eleganza quasi mondana, con un abito chiaro a corta giacca, una camicia molle dal colletto rovesciato, e invece della eterna cravatta bianca inamidata un fazzoletto chiaro di seta, annodato negligentemente. Sul principio aveva egli stesso sorriso di questa metamorfosi ma, incontrandosi con Bice, ella gli era saltata al collo con un grido di ammirazione.

Nella villa non v'erano più che Margherita, Tonina e il vecchio Giuseppe, perchè il fattore abitava in un'altra casetta vicina.

Colla pronta intuizione delle donne in simili casi, Margherita non aveva parlato durante il pranzo, comprendendo benissimo che la dimestichezza bonaria permessale sino allora dal professore, non sarebbe stata più possibile nella nuova casa abituata ai modi cortesi ma aristocratici della contessa Ginevra. Quindi non fece alcuna obbiezione, allorchè uscendo nel giardino a braccio di lui Bice le disse di coricarsi.

Faceva caldo.

Camminarono qualche tempo sul prato fra gli odori acuti degli oleandri, poi tirando dall'interno il catenaccio del cancello con un senso giocondo di scappata, come due scolari che si avventurino a qualche impresa notturna, si trovarono fuori. La strada s'allungava biancastra e vuota dinanzi a loro nel silenzio. In alto, fra l'ombra, i sorrisi delle stelle accendevano tratto tratto strani bagliori, mentre le frondi palpitavano improvvisamente, e da lungi qualche voce indistinta si spegneva nel gran sonno della campagna. Gli alberi legati dai festoni delle viti, e col capo orlato di un sottile chiarore, si perdevano in lunghe file dentro la notte, togliendo ogni vista dei campi.

Bice aveva raccolto più strettamente lo scialle bianco di seta, e s'appoggiava al suo braccio sfiorandogli spesso colla fronte la spalla: egli superbo non si era che coperto il capo con un largo cappello chiaro da fattore, che gli annegava tutto il viso nell'ombra.

--Oh la bella notte!

--La prima notte bella! Sei tu, mia cara, è il tuo scialle bianco, che diffonde nell'aria questo senso di purezza, questo incanto di sogno crepuscolare. Oh!--sospirò anch'egli dopo un istante di pausa, passandole il braccio alla cintura, e piegandosi a respirare il profumo della sua testa nuda;--nemmeno tu la sapevi quest'ora sospesa nella nostra vita come una stella. L'amore solo è eterno ed ignora la morte. Che importano l'ombre, che quaggiù si dissolvono in un effimero contrasto, questa rauca tragedia, nella quale le anime si combattono quasi sempre mascherate: che importano, Bice mia, tutte le paure e tutti gli spasimi, quando la stella si scopre improvvisamente all'orizzonte, e un soffio insensibile ci depone sul suo lido? Le nostre parole non sono anch'esse che un'ombra, e dileguano quando i cuori cominciano ad intendersi.

--No, parla, parla.

--Sei tu la parola vivente, io non so più nulla. Non ero mai stato amato, non avevo mai amato: che cosa è ora? Dove sono? La mia vecchia anima, così stanca della vita, è scomparsa. Adesso indovino l'amore di mia madre attraverso la sua indifferenza per me, comprendo che cosa mi dicevano una volta gli sguardi della folla intenta alle mie lezioni: allora mi sentivo solo, perchè tu rimanevi chiusa dinanzi a me. Credevo di amarti solamente come padre, con quella commiserazione del pellegrino stanco, già presso a cadere nei fossi della strada, e che soccorre il fanciullo entratovi allora di corsa; m'immaginavo di essere la sentinella messa a guardia del tuo tesoro, appunto perchè troppo vecchia per cedere al sonno nella notte. Ti ricordi, quando volevano che t'insegnassi? S'insegna forse la vita, s'insegna forse l'amore? Tutto quanto io sapevo, che cosa è più ora, che mi ami?

Erano arrivati ad un ponticello di pietra, che cavalcava un largo fossato di scolo: una grossa quercia lo nascondeva quasi nella propria ombra.

--Sediamoci,--disse Bice.

Ella salì senza sforzo sul parapetto, esclamando poco dopo con gaiezza infantile:

--Vieni anche tu.

Quando si furono seduti, abbracciandosi quasi nel timore di cadere, rimasero un pezzo a guardarsi; ma ella gli trasse il cappello.

--Così almeno ti veggo. Sei pentito adesso, cattivo, di non avermi voluto?

--Io ti volevo, ma non potevo che attendere nel silenzio angoscioso della speranza, quando le si vela l'immagine del premio. Ho sofferto in quei giorni di prova, specialmente quando sentivo la notte cadermi sul capo come un'altra solitudine. Ma questa è la notte vera, quest'ombra, dalla quale tutto traspare, qui con te, dentro al tuo profumo di gran fiore.

Ella gli si abbandonò sul petto vinta da quell'eloquenza.

--Non credere di amare più di me,--mormorò poi:--lo hai confessato or ora che le parole non possono dir tutto. Come sono felice! Soffriremo, sai, lo sento, perchè questa felicità sarebbe troppa senza doverla scontare un qualche giorno, quando non ne saremo più degni. Lasciami dire: tu vuoi farmi un altro complimento, io invece ho bisogno di pensare in questo momento alla morte, a qualche cosa anche di più triste, per poter resistere allo sforzo, che mi soffoca. Vedi, nel sole non potrei dirti questo.

--Non siamo abbastanza forti per il sole,--egli si lasciò sfuggire inconsapevolmente.--La mezzanotte è il meriggio delle anime profonde, che si ameranno sempre, mentre il sole ha bisogno di bruciare tutto ciò che ha creato.

Allora ella gli salì sulle ginocchia, e con ambe le mani aggrappate al suo collo gli adagiò il capo sopra la spalla, sfiorandogli la bocca con un bacio. Il suo scialle bianco, lungo sino a terra, vi si confondeva nell'incerta bianchezza.

--Perchè, non si muore d'amore?--Bice sospirò scossa da un brivido.

Egli le coperse la fronte di baci tuffando il volto nel profumo vaporante da tutte le sue vesti, mentre ella gli si illanguidiva mollemente fra le braccia, e la seta fine dello scialle, che le difendeva il seno, strideva di un riso sottile.

--Parla, parla,--Bice ripetè:--non voglio dormire ancora. Dimmi che mi ami.

--Quando ti sei accorta di amarmi?

--Alla indifferenza, colla quale imparai il tradimento di Lamberto: egli non amerà mai come noi, infelice!

--Anche l'amore è una rivelazione, alla quale l'umanità tenta indarno di sollevarsi, impedita dal peso della propria massa. La gente ama come vive, senza saperlo, precipitandosi verso le prime ebbrezze della voluttà, come il neonato stende brancicando la manina verso la mammella della madre. Ama forse il bambino? Che cosa sanno ancora adesso i cristiani dell'amore di Cristo? Essi si muovono dentro la sua religione, ne portano al collo per emblema la croce, e forse nessuno di essi ha mai pensato al più tremendo di tutti i misteri, al suicidio di un Dio per amore della umanità. Tu pensavi ora a morire, perchè tu ami, e non manca più che la morte alla pienezza della tua vita. Anch'io ne sento l'alito refrigerante in fondo al cuore. Sparire ora, dissolversi in questa notte, che non ridirebbe ad alcuno il nostro segreto, non essere più che un'anima sola, mentre la vita ci divide ancora, e non possiamo amarci che separati! Eppure io ti amo di tutti gli amori; mi pare di essere tuo figlio, tremo di tenerezza e di rispetto tenendoti fra le braccia; tu sei mia sorella, l'amicizia dell'amore, la sua purità più intellettuale; poi tu sei mia, la sola donna fra tutte, la bambina che mi sono allevata, il poema vivente del mio pensiero, la rivelazione suprema della mia anima. Ascoltami, Bice, non ti offendere; guai a me se non fossi vecchio! Mi pare di comprenderlo solamente adesso, eppure ne ho tanto sofferto prima; ora invece ne sono beato. Tu devi essere giovane per sopravvivermi dopo aver difeso colla tua carità la mia vecchiezza. No, lasciami dire: l'amore della donna è pietà; pietà per la forza che ci manca, per la fatica che ci uccide; ecco perchè l'uomo non ha mai tanto bisogno della donna come ritraendosi dalla battaglia. Il nostro amore, quello dell'uomo, è come la gloria, una ebbrezza di essere amato, di essere pensato anche dopo morto. La donna sola ama: Cristo per amare ha dovuto apprenderlo nel seno di Maria. Bice!--proseguì dopo una pausa.

Ella lo guardò coi grandi occhi incantati, rannicchiata sul suo petto sotto la violenza melodica di quelle parole, che le trascinavano il pensiero alla deriva. Ma in quella positura, a lungo andare troppo incomoda, ogni tanto si tirava su al suo collo con le scarpine puntellate nelle sue gambe.

--Niente! adesso io non parlo più,--ella esclamò con un sorriso.

--Sarà tardi: vuoi che ritorniamo?

--Aspetta, la notte è bella. Mi pare strano di non avere paura.

--Di che?

--Non lo so, ma non ho paura: è la prima volta che mi trovo in campagna.

Egli le ravviò lo scialle perchè non avesse a pigliar freddo.

--Se la zia ci vedesse!

--Direbbe che siamo matti, qui, a quest'ora.

Ella si arrese, ma al ritorno non parlarono quasi più: si erano fatti gravi. Bice rabbrividiva al suo braccio camminando a testa bassa, egli trepidante di una emozione a mano a mano più intensa non trovava più modo di riannodare il dialogo, mentre dalla notte profonda le foglie sospiravano lentamente, e per l'aria tiepida il volo invisibile delle nottole discendeva talora quasi sino alle loro teste con fuggevoli soffi irrequieti. La strada parve loro più lunga. Adesso discendevano meglio oltre siepi nei campi, e s'accorgevano della polvere, che si sollevava in nuvolo ad ogni loro passo.

--Tienti su le vesti,--egli le disse, chinandosi per aiutarla a stringerle in pugno, ma ella sorpresa da una improvvisa timidezza non volle.

Il cancello era aperto, Giuseppe li attendeva sul prato, fumando la pipa, sdraiato sull'erba e colla testa poggiata ad un grosso vaso di limone. Al vederli entrare si alzò, essi ne rimasero scontenti.

--La notte è buonissima, non cade rugiada,--si permise di dir loro.

Aveva lasciato la candela accesa dietro il battente della porta: ne accese un'altra, disponendosi ad accompagnarli.

--Date qui,--gli si volse Bice.

L'altro titubava; allora De Nittis gliela prese di mano e, interpretando il pensiero di lei, lo mandò a letto.

La loro camera era al primo piano, Bice saliva le scale tremando. Appena furono dentro, De Nittis andò ad accendere la candela sopra uno dei comodini del letto, presso il quale era un antico inginocchiatoio di quercia con due piccoli cuscini di seta rossa per i gomiti e per le ginocchia. La camera, parata di una stoffa cenerognola, era pallida e mite nel chiarore, che si spandeva da una grossa lampada appannata, sospesa al mezzo del soffitto per una catena di anelloni dorati.

Poi tornò presso Bice per trarle lo scialle, ma le mani tremavano anche a lui; ella invece gli sfuggì correndo all'inginocchiatoio, e curvandovisi tutta col viso fra le palme. A lui parve d'intendere un singhiozzo, fremè. La sua anima ebbe un ultimo spasimo in quel vacillamento misterioso, che ci coglie sempre al momento di entrare in una nuova irrevocabile fase della vita, e le si appressò colle mani tese quasi per sostenerla.

Infatti ella singhiozzava sotto il piccolo ritratto della Vergine.

--Bice!--le mormorò sul capo, mentre con ambo le mani cercava di alzarle il volto.

Ella cedette, arrovesciandosi verso di lui, sempre in ginocchio, colla faccia illuminata dolcemente dai grandi occhi profondi; la sua mano sottile gli accennò tremando la Vergine.

--Anche tu l'adori....--balbettò come un'ultima preghiera.

--In te.

IX.

Quando le dissero finalmente di aver trovato la contessa Ginevra morta nel letto per un colpo fulminante di apoplessia, Bice cadde in convulsioni; poi rinvenendo fra il dottore e il marito:

--Se non ti avessi!--aveva esclamato, afferrando con una specie di spavento la mano di questo.

La contessa Maria, ammirabile come sempre di devozione, rimase parecchi giorni al suo capezzale per ammonirla che adesso più alti doveri le imponevano di soffocare le mormoranti ribellioni del suo cuore contro i voleri di Dio. Se la contessa Ginevra era morta senza i conforti della religione, la sua anima era troppo bella e la sua vita troppo pura per temere che Dio non l'avesse accolta fra gli angeli del suo paradiso: e la voce della contessa Maria in queste esortazioni aveva un tono di sicurezza esaltata, alla quale Bice non avrebbe saputo come opporsi. Ma parlandole dei riguardi dovuti alla creaturina, che stava per nascere, ella stessa era ripresa dalle dolci paure del parto, questo mistero dei misteri anche per le madri, e nel quale nessuna luce di pensiero ha ancora saputo penetrare.

Dopo la morte della contessa Ginevra, Bice, come unica erede, aveva seguitato ad abitarne il palazzo senza cangiarvi alcuna disposizione. Tutti i servitori avevano ricevuto la pensione restando in servizio, benchè non avessero più nulla a fare, dal momento che ella non voleva intorno se non Margherita, Tonina e la vecchia Rosa oramai rimbambita. De Nittis, compiuti i trent'anni d'insegnamento, rinunciò alla cattedra per compiacere Bice, paurosa di restar sola ed incapace di occuparsi di amministrazione. Infatti il suo patrimonio, quantunque abbastanza ben amministrato, avrebbe avuto bisogno di molte riforme e di una più intensa vigilanza. Con quella ammirabile duttilità d'ingegno, che era una delle sue doti più caratteristiche, De Nittis vi si accinse quindi alacremente riuscendo in poche settimane a rendersi conto di ogni errore nel sistema e dei vizi delle persone: poi libero da qualunque suscettività avara, e colla bella indulgenza acquistata in quella lunga austera vita di studio, non precipitò a reazioni imperiose. Espose tutto a Bice, che lo ascoltò senza capire consentendo anticipatamente a quanto stava per chiederle. La sua idea, semplice e chiara, era di cedere tutti i terreni in una lunga affittanza, che costringesse il locatario nel proprio medesimo interesse a coltivarli senza risparmi; così il patrimonio sarebbe aumentato di rendite e di capitali. Naturalmente agenti e fattori sarebbero stati pensionati, meno quei due o tre fra i migliori, ai quali verrebbe affidata la sorveglianza degli stessi affittuari. Questo sistema era il solo per non lasciare Bice, nel caso troppo pronto di una vedovanza, in balia di un personale d'amministrazione naturalmente proclive ad ingannarla. Se fosse stato più giovane, si sarebbe messo egli medesimo alla testa di quegli ottanta poderi per compiervi una rivoluzione agraria ed agricola, ma non potendo più averne nè il tempo nè il modo si limitò a guarantire contro la naturale rapacità degli affittaiuoli tutti i vecchi patti colonici dei contadini condonando a questi anche i debiti.

Questa semplificazione, così logica, comportò nullameno molte trattative e disturbi, durante i quali De Nittis rimpianse più d'una volta la propria cattedra, sentendo per un'ultima amara ironia della vita crescervi intorno la celebrità appunto dopo quella volontaria rinuncia. Vi era stata per lui all'università una specie di festa, della quale i giornali avevano parlato anche fuori della provincia; così al momento di abbandonare per sempre quell'aula, nella quale il suo pensiero si era svolto per tanti anni in spirali luminose, la commozione lo vinse.

Doveva essere l'ultima data della sua vita.

Tutti i sogni e i dolori passati gli fecero ressa al cuore: l'aula rigurgitava di scolari, alcuni professori erano presenti. L'applauso, fragoroso ed insistente alle sue prime parole di saluto, gli mozzò il respiro costringendolo ad abbassare la testa per nascondere le lagrime, che gli cadevano grosse dagli occhi. Quella folla volgare, sempre la medesima di tutti gli anni, in tale momento si trasformava anch'essa come accade sempre a tutte le folle sotto la pressione di un qualunque sentimento. Egli era già morto per loro, che salivano gaiamente l'erta della vita: il suo pensiero non li incontrerebbe più, la sua voce non potrebbe più scrollare colle proprie sonorità certe fibre recondite della loro coscienza. Ritto sulla cattedra, come sulla tolda di un vascello che salpi per un altro mondo, egli si sentiva lo sguardo vago e la fronte battuta dal vento.

Qualche cosa piangeva in fondo al suo cuore, come piangono talora gli emigranti poveri, ammucchiati giù nella stiva, quando intendono levare l'ancora.

Il rettore, altri professori, altri studenti sopraggiunti, lo acclamarono con un entusiasmo crescente e mano mano più incomprensibile, quasi solamente allora, disceso dalla cattedra, indovinassero confusamente in lui il grand'uomo. Nell'uscire dal portone dell'università l'ovazione ebbe uno schianto di tempesta, poi un'altra folla sì aggiunse a quella degli studenti per accompagnarlo a piedi sino al palazzo di Bice, rimanendo qualche minuto ad applaudirlo sotto le finestre.

Bice, nel vederlo così pallido, corse ad abbracciarlo dondolandosi a stento, perchè la gravidanza già inoltrata le aveva deformato il ventre, e tolta ogni forza alle gambe.

--Piangi!--esclamò intenerita.

Egli fece uno sforzo per dissimulare:

--Ho assistito ai funerali del mio ingegno, sono cerimonie sempre un po' tristi.

L'intimità della loro vita si restrinse ancora. Prinetti adesso veniva a trovarli tutti i sabati, sempre così grasso e tranquillo in quella scabrosa missione di far da padre a tre nipoti scapestrati, ma evitava di parlarne. Evidentemente il suo cuore soffriva nel proprio profondo di quanto la sua esperienza era costretta a profetare di loro; poi la sera, nel medesimo salotto della contessa Ginevra, non si radunavano più che la contessa Maria, il dottore e qualche volta la vecchia Rosa, in un angolo, muta e rugosa come una mummia.

Naturalmente la grande preoccupazione era il parto di Bice. Una attesa piena di trepidazioni occupava tutti dinanzi al problema di quel rinnovellamento della vecchia casa, una fra le più grosse della città; poi la modestia della sua vita anche più ritirata dopo la morte della contessa Ginevra, il tatto finissimo di De Nittis, diventato finalmente una illustrazione cittadina, avevano finito col disarmare ogni malevolenza. Si seppe loro grado di non fare alcun lusso, si vantarono le loro carità segrete, esagerandole per quella incapacità del mondo a valutare esattamente cose e persone. Bice non compariva quasi mai in pubblico, non si era montato un appartamento, usciva ancora nella carrozza della contessa Ginevra, quasi sempre colla contessa Maria, per rendere le visite d'obbligo. Ma nessuno la disse bigotta.

In quella ineffabile tenerezza del sapersi madre la divozione alla Vergine le aveva rifiorito nel cuore come un mistico roseto bianco. Le pareva di essere ella medesima il tempio del più grande fra i misteri, meravigliandosi di tanta semplicità della vita, che ricominciava nel suo grembo per proseguire chissà attraverso quante generazioni l'opera assegnatale da Dio. Lunghe fantasticherie la traevano nel futuro sulle traccie di coloro, che sarebbero nati dalla sua sostanza, mentre di lei non saprebbero forse nemmeno il nome, e sentiva di amare anche questi sconosciuti, nei quali il suo cuore seguiterebbe a soffrire e a pregare. Poi le paure la riprendevano violentemente di non bastare alla maternità, infondendo col latte e colla parola una seconda vita al proprio bambino: abbandonarlo così, morirne, quasi il bambino potesse mai essere una malattia per la madre! Ella non ne parlava con alcuno, perchè non vi potevano essere risposte a tali domande, e sapeva già anticipatamente quelle che avrebbe ricevuto; ma gli altri spesso la indovinavano. Allora ella cercava di farsi più forte ed allegra specialmente sotto gli sguardi di Ambrosi. Il vecchio medico rispondeva adesso con una indifferenza quasi sprezzante alle interrogazioni, colle quali De Nittis e la contessa Maria lo tentavano qualche volta, quando Bice non era presente. E che era forse un miracolo il partorire? Per quanto questa funzione potesse parere importante nell'organismo e meccanicamente difficile, la natura vi adoperava una tale insondabile riserva di forze che tutte le donne ne erano capaci, anche le più gracili. I pochi casi di morte dipendono sempre da colpevoli strapazzi o da vizi di struttura, anche questi estremamente rari; quindi citava casi su casi di donne, che al vederle avrebbero dovuto soccombere, ed invece avevano trionfato.

--La vita si è assicurata un ingresso facile, sapendo che tutto le sarebbe dopo difficile.

--Quando cesserete dunque di essere pessimista?--esclamò la contessa Maria.

--Quando avrò capito che torna conto a soffrire.

--Credete in Dio.

--Voi ci credete per tutti noi, e vedete bene che non basta.

Ma con questi modi egli otteneva di mantenere in Bice la maggiore disinvoltura possibile. Ella si era voluto far promettere da lui di assisterla.

--Non faccio la levatrice io: guarda un po' che mani da facchino per trattare le donne. Che cosa c'è da assistere? Tutte ipocrisie inventate dai medici per guadagnare quattrini colle signore! Quando sarà tempo, andrai al Sasso, e la levatrice del paese ti servirà. Sai che cosa vidi una volta da giovane? Ho studiato due anni a Torino. In una escursione d'estate, che feci solo sulle Alpi, a tre mila metri trovai una contadina, che custodiva un branco di vacche. Là il bestiame parte per gli alti prati alla buona stagione, e non discende che l'inverno rimanendo sempre all'aria aperta. Quella contadina era sola e gravida di otto mesi; non aveva che un casotto per ripararsi dalle pioggie. Mi stupii di trovarla così in quello stato e in quel luogo: dovrete pur discendere fra poco, quando si avvicinerà il momento? le dissi. Ella sorrise e mi rispose che avrebbe partorito da sola; a casa il marito le era morto, e non restavano che il nonno con un nipotino, figlio di un'altra sua sorella morta.--Partorirete da sola? esclamai.--Coll'aiuto di Dio! Dopo ne ho viste altre partorire improvvisamente così, nella propria camera, senza bisogno di alcuno.

Nullameno Bice rimaneva paurosa, parendole di indovinare un'altra paura in quella esagerazione del dottore sulla facilità dei parti.

Egli temeva in fatti, ma di cosa anche più tremenda.