# La disfatta

## Part 15

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La chiesa, nuda e povera, non aveva che pochi altari brutalmente dipinti: era bianca, coi panconi in mezzo, su molte file, segnati col nome del proprietario. Ella, la più ricca del paese, non ne possedeva uno. Ma all'infuori della domenica, a certe ore, la chiesa era quasi sempre deserta. Bice si rifugiava nel suo silenzio per interrogarsi ansiosamente sulla vita che avrebbe dovuto condurre d'ora innanzi, a fianco di lui, colle grandi responsabilità di sposa e forse di madre, così diverse dalle sue preoccupazioni di fanciulla. L'amore stava per aprirle le proprie porte misteriose, dalle quali non si esce più come da quelle della morte, perchè anche nell'amore qualche cosa muore, l'egoismo dell'individuo ancora solitario nell'umanità, e che investito subitamente dall'eterno fiume della generazione trabalza di cateratta in cateratta, trepidante, felice, disperato, finchè un'onda più violenta lo spezza, abbandonandolo cadavere sulla soglia di un'altra porta anche più misteriosa. Queste immaginazioni di morte, che la fanciulla non riusciva più a scindere da quelle dell'amore, la prostravano per lunghe ore. Quindi tutto il dramma della Vergine Madre di Dio le si rivelava improvvisamente, in una luce abbacinante. Maria era la donna ideale, come Dio si era compiaciuto a concepirla, vergine, sposa, madre, senza che l'uomo potesse comunicarle di sè medesimo altro che il il dolore. La sua verginità avvolgeva tutta la vita umana come un velo inconsutile, entro il quale il peccato finirebbe coll'essere perdonato; le sue nozze, senz'altro contatto che la parola, ripetevano la creazione dovuta unicamente al Verbo; la sua maternità riassumeva tutta la tragedia della morte, imposta da Dio agli uomini come la prima delle verità loro intelligibili. Per essere madre Maria aveva dovuto consentire anticipatamente a tutti i dolori: il suo cuore grondava ancora sangue dalle cicatrici delle spade, nei suoi occhi limpidi e profondi più del cielo immense ombre diafane si allontanavano come onde di tempeste nell'oceano; la sua fronte pura di ogni bacio era solcata dalle rughe incancellabili di tutte le meditazioni, le sue mani aperte per distribuire le grazie conservavano ancora il tremito spaurito della invocazione, che soccombe.

Maria aveva amato per tutti, sofferto per tutti. Nullameno il dolore doveva ripetersi in ogni individuo per purificarlo dai miasmi respirati sulla terra, e iniziarlo ai segreti di un'altra vita senza generazione, eterna, bianca, come si era rivelata a Dante negli ultimi canti del suo Paradiso, fulgurazione immobile ed inesauribile della presenza di Dio. E intorno a Maria tutti i dolori femminili avevano fiorito per secoli, avvolgendola come in un nimbo; ella era la confidente che ascolta, la martire che compatisce, la trionfatrice che solleva; nessun desiderio le sfuggiva sconosciuto, nessun singhiozzo le rimaneva inintelligibile.

--Maria, Maria!

Ella la comprendeva, l'amava, l'adorava attraverso quelle rozze immagini, senza la parola volgare del clero, abbandonandosi talvolta all'onda dei cori, che i contadini intonavano nei vespri dentro la chiesa colle loro pronuncie bizzarre. Le pareva allora come uno di quei murmuri di boschi o di acque, sotto i quali si abbassa involontariamente la testa pensando.

Ma il pensiero fisso era che dovrebbe espiare in qualche modo quella felicità troppo intera. Perchè, malgrado la morte prematura del babbo e della mamma, era ella stata così fortunata? Perchè aveva trovato nella zia, nella contessa Maria, in Giorgi, in Prinetti, in De Nittis, in tutti, perfino in Lamberto, quell'intesa affettuosa a servirla, a proteggerla contro le sofferenze del mondo, facendosi piccoli con lei quando era piccina, dandole quanto possedevano di meglio, i sentimenti più puri del cuore e i pensieri più difficili dell'ingegno? Chi era ella per meritare tanto, perchè persone così diverse e migliori di lei si quotassero a suo favore, mentre per giunta era ricca a milioni? Per gli altri il mondo non era così. Benchè la breve esperienza le vietasse di conoscerlo profondamente, sapeva il mondo tutto pieno d'infelici e di colpevoli, di strazi e di delitti; bisognava pagarvi a sudori di sangue il più piccolo tozzo di pane, comprarvi spesso colla vita la più effimera consolazione.

Ella tremava, raccomandandosi colla paura desolata ed insieme deliziosa di un bambino alla Vergine Madre di Dio di far soffrire lei sola, quando suonerebbe daccapo l'ora del dolore, perdonando a lui, che, pur fuori del suo culto, ne sentiva così vivamente la passione e ne esprimeva con parole così poetiche la bellezza.

Qualche volta De Nittis scherzava sul suo nuovo fervore.

--Ma anche tu credi.

--Potrei amare se non credessi?

Una mattina gli chiese di accompagnarla a messa: non era festa, e De Nittis l'accompagnò egualmente. Quando uscirono di chiesa, Bice gli parlò tremando del matrimonio religioso.

--Mi hai condotto in chiesa per questo?

--Volevo chiederlo alla Madonna, vicino a te.

--Ti ha esaudita, mia cara. La religione solamente può fare i matrimoni, perchè senza una qualunque consacrazione l'amore fisico dei sessi non può diventare amore spirituale dell'umanità.

Ma quando, resa più ardita da queste che le parevano concessioni, arrischiò qualche altra parola, perchè con un'intera accettazione di tutto il rito si confessasse e comunicasse come lei, De Nittis le oppose una dolce fermezza. Egli riconosceva pel matrimonio la necessità di un simbolo religioso, dacchè l'umanità aveva sempre così decorato tutti gli atti supremi della vita, e la laicizzazione del matrimonio, discesa sino alla ridicola prosaicità di chiamarlo un contratto, ne offendeva al tempo stesso il carattere d'istituzione civile e il senso divino; ma questa necessità non andava sino a consentire nella varia scenografia dei culti. Poichè il cristianesimo involgeva ancora tutta la parte superiore dell'umanità, nè vi era altra religione più alta, dalla quale prendere tale consacrazione, basterebbe che il loro matrimonio si compisse in chiesa.

Bice ne rimase poco persuasa; se non lo avesse conosciuto così bene, le sarebbe quasi nato il sospetto di un qualche volgare rispetto mondano, giacchè questa necessità di una religione non creduta sorpassava le sue facoltà critiche.

--Eppure è così, mia cara. Quando qualcuno crede di aver oltrepassato la propria religione deve abbracciarne un'altra; ma se gli diventi impossibile trovarla, non potrà mai uscire interamente da quella, dovendo farvi ripassare i propri figli. Ecco la suprema ragione: l'ateismo è incomunicabile ai bambini. Dobbiamo fare il matrimonio religioso per la stessa necessità, che ci impone una religione pei figli.

Questa insolubile contraddizione agitò più di una volta i loro discorsi, lasciando nell'anima di Bice una inquietudine di paura. Egli non sarebbe dunque con lei nella eternità promessa da Cristo ai propri credenti? Ella, sposa e madre, potrebbe essere beata in cielo, lungi da tutti quelli che aveva amato sulla terra, obbliando la loro dannazione?

Poi vennero altre preoccupazioni. Bice non poteva abbandonare la zia Ginevra, e non volendo ospitare lui nella propria casa per un rispetto delicato alla dignità del marito, convennero di seguitare a convivere colla zia lasciandole l'impero assoluto di tutto. Nulla sarebbe quindi mutato. La contessa non potè mai ottenere da De Nittis che le prestasse ascolto ad alcuna questione d'interesse; egli rispondeva invariabilmente con un sorriso:

--Io firmo solamente; avete qualche cosa da farmi firmare?

E Bice, trovando graziosa quella formula, la ripeteva colla stessa ostinazione. Nullameno vi furono congressi di notai e di avvocati, ai quali dovettero assistere per la costituzione della dote, i conti di tutela, gl'imbrogli e le questioni inevitabili di tutti i grossi patrimoni. La contessa si lagnava soventi del loro abbandono, benchè in fondo non le dispiacesse di conservare sino alla fine quella autorità, cui si era da tanti anni abituata.

Bice non si interessò che all'arredo della propria camera nuziale, ma sempre colla medesima squisitezza di cuore decise che, dopo il matrimonio, Margherita e Tonina sarebbero le sue cameriere. Esse rappresentavano la casa di lui, tutto quanto possedeva oltre i libri.

Con grande meraviglia di tutti la vecchia Rosa non protestò; anzi, quando Margherita venne la prima volta a prestare una mano pei nuovi lavori, le andò incontro; Bice e De Nittis assistevano alla scena.

--Venite qua che v'insegni,--disse.--Io l'ho allevata, ma adesso non posso andare più in là; conosco la ragione, che quando le donne si maritano hanno da mutare mano. La vecchia casa rimane come il guscio dopo che il pulcino è uscito.

Ma la solennità del doppio matrimonio civile e religioso diede a Bice e a De Nittis quasi il medesimo senso di pena, perchè la contessa Ginevra, pur rendendosi conto della malevolenza satirica di molti invitati, non volle rinunciare alla pompa impostale dalle ricchezze di Bice e dall'importanza della propria casa. La sua fine esperienza di dama le aveva fatto comprendere che, evitando il mondo col celebrare il matrimonio al Sasso nella piccola chiesa della parrocchia col dottore e Prinetti per testimoni, come la fanciulla desiderava, si sarebbe data causa vinta ai maligni propositi. Tutti avrebbero veduto in tale modestia una tacita confessione di ridicolo per quel matrimonio di un vecchio filosofo con una ereditiera, allevata nella bambagia e coll'olio di merluzzo.

Adesso De Nittis tra quella calma vespertina del paesaggio, risentiva più vivamente le umiliazioni del mattino. Il suo orgoglio di uomo aveva sanguinato più di una volta sotto la sferza di un complimento o la puntura di uno sguardo femminile; tutti lo spiavano, quasi pesando la sua virilità con certi sorrisi lunghi, che dicevano più impurità di una perizia medica. Le mamme specialmente, accalcate secondo il solito intorno a Bice per incuorarla contro l'emozione di quel momento, che fa piangere tante spose, s'attardavano nelle parole affinando i sottintesi con una crudeltà insultante. Quel matrimonio aveva offeso giovani e vecchi, ricchi e poveri. Si trovava assurdo ed immorale che De Nittis, già in diritto di chiedere la pensione, e quindi oramai incapace anche di fare il professore, sposasse una fanciulla con due milioni di dote, la più grossa ereditiera della città. Che cosa aveva creduto la zia nel permetterlo? Che cosa aveva sperato?

Tutti notarono ironicamente la miseria del regalo offerto dal marito, un filo di perle piccolissime, forse pagate un trecento lire, in confronto di quelli presentati dai parenti e dagli antichi più facoltosi amici della contessa Ginevra. Prinetti, presente al matrimonio, aveva portato un miracolo africano, un baule fatto con pelle d'elefante conciata, simile ad un piccolo blocco erratico.

Ed anch'egli era malinconico.

De Nittis provava in fondo al cuore uno sgomento indefinibile. Quel disprezzo unanime ed ostinato del mondo verso di lui gli richiamava alla memoria le ragioni opposte con dolorosa ed inutile costanza a tutte le insistenze di Bice, adesso che era troppo tardi per pentirsi. Nessuno li vedeva più in quel momento, erano soli nella prima emozione di una libertà piena di promesse e di misteri. Bice sempre così sdraiata, colla mano tiepida ed umida nella sua, lo avvolgeva nel proprio profumo non aspettando forse che una parola per trasalire. Quel silenzio stesso, troppo prolungato, finiva col dare alla loro intimità un altro turbamento. E a poco a poco egli cedeva alla paura della donna, questo essere dalle esigenze inesplicabili, profondo e leggero, che non aveva mai saputo affrontare. Nemmeno nella sua forte virilità, mentre più di una signora gli sorrideva invitevolmente, egli si era sentito in cuore la padronanza maschile, quella sfrontatezza prepotente di rapina, che sottomette la donna e la rende beata della propria debolezza. La donna era sempre stata per lui come un simbolo egualmente invincibile nella impassibilità della bellezza e nella insaziabilità della cupidigia, giacchè nessun dolore dello spirito avrebbe mai potuto intorbidare la serena calma della Venere, e nessuna gagliardia di sensi fiaccare la forza ingorda del suo desiderio; ma una stessa morte attendeva sempre l'uomo nel fondo di questo doppio enigma. Tale concetto mistico e pauroso della donna era forse stato la massima ragione della sua castità, senza che il lungo esercizio dello spirito bastasse mai a farglielo cangiare nemmeno coll'esperienza dei caratteri femminili, quasi sempre così uniformi sotto la varietà delle loro maschere.

E adesso era una incertezza anche più profonda, un dubbio spaurito di sè medesimo davanti all'amore innocente di Bice. La fanciulla lo amava con quell'entusiasmo primaverile della giovinezza, che trasfigura il mondo agli occhi dell'anima, e mette una melodia in ogni voce, un sorriso in ogni riverbero. Egli temeva di apparirle improvvisamente, tristamente, vecchio come agli occhi del mondo in quella lunga funzione del loro matrimonio. Quindi il suo imbarazzo si apprendeva insensibilmente anche a Bice.

Nell'incontro di un carro di fieno, che urtò quasi la carrozza, ella diè un grido.

Allora parlarono.

Bice sorrideva di sentirsi aspettata da Margherita e da Tonina; chi sa che pranzo avevano preparato! Poi si scusò con lui che la villa non avrebbe avuto tutti i comodi necessari, essendo stata chiusa per tanti anni; egli si ricordò di alcuni libri lasciati a Bologna.

--Tornerò domattina a prenderli.

--Cattivo!

--Te ne chiederò il permesso.

--Non te lo darò.

Ella rideva fissandolo con gli occhi umidi.

Oramai erano giunti, ma sul prato li attendeva la più ingrata delle sorprese. Tutti i loro contadini e molti altri del vicinato, la banda del paese, il parroco, lo stipavano malgrado gli ordini di Bice al fattore di non voler ricevere alcuno. Margherita, tremante in cuore di questa disobbedienza, raggiava sull'uscio fra il capobanda, il curato e il fattore, che si mossero tutti all'entrare della carrozza. Scoppiò un applauso fra grida e un agitare di cappelli, uno sventolare di fazzoletti, mentre il maestro cercava di radunare i bandisti col battere la bacchetta sopra uno dei leggii a stecche, disposti in circolo sul prato.

I suonatori disseminati fra la folla tardavano. La carrozza era già circondata; Margherita non aveva potuto arrivare ad aprirne lo sportello dal canto di Bice, perchè un giovane bandista biondo, dall'aria signorile, uno dei zerbinotti di Corticella, si era precipitato per il primo respingendo la folla, ed aveva offerto la mano alla sposa. Bice trepidante si volgeva verso De Nittis caduto nelle braccia del fattore, e già nascosto da tutte quelle mani alzate, gesticolanti. Non si capiva nulla; una gioia assurda rimescolava quella folla in un'improvvisa intimità coll'impeto e il frastuono di un baccanale. Sulla carrozza, rimasta arenata nel mezzo, Giuseppe troneggiava colla frusta sulla coscia, pallido anch'esso per l'emozione, seguendo di lassù lo spettacolo dei padroni, che s'inoltravano fra la calca, verso la porta della villa, senza potersi vedere.

Ma la gente vi si fermò come ad una clausura. Bice sorrideva già, presa nell'onda di quella gioia con una sensazione confusa del bel giovane dall'assisa di bandista, che le aveva aperto lo sportello della carrozza per accompagnarla colla mano nella mano, all'altezza del seno, come nei duetti d'opera. De Nittis invece, visibilmente contrariato da quella ressa, cui il vino prodigato anticipatamente dal fattore aveva più che altro contribuito, era diventato smorto; mentre il flusso delle grida e la veemenza dei gesti seguitavano ad investirlo coll'irrefrenabile crescendo delle passioni popolari.

--Vivano gli sposi, viva la contessa Bice, viva il professore!

--E il padrone!--urlò più forte un contadino.

--Viva!!

--Musica!--proruppero insieme molte voci.

Quasi nel medesimo istante i bassi della banda scoppiarono provocando un'altra esclamazione, come un tentativo per soffocarli, una sfida fra due espressioni di gioia egualmente fragorose.

--Andiamo, andiamo!--mormorava il curato messosi a fianco della porta: lasciate che i signori salgano.

Ma nuovi urrà li rattennero, intanto che i più vicini indirizzavano loro parole sconnesse, congratulazioni rese intelligibili da certi scatti maliziosi degli sguardi, che la severa signorilità del professore e la grazia mite di Bice non dominavano più. Era un altro mondo, ben diverso da quello del mattino, più semplice e fors'anco più brutale, ma che sentiva ancora nel matrimonio la più gran festa della vita, e ne delirava con una istintiva solidarietà per l'avvenire dei due, che la ricominciavano. Era impossibile ingannarsi sulla sincerità di quelle ovazioni.

Allora anche De Nittis, senza accorgersene, si tolse il cappello come dinanzi ad un pubblico, che stesse per ascoltarlo. Erano troppi, tutto il prato ne era pieno, e altri sopraggiungendo per la strada agli squilli della banda, che suonava la marcia dei _Lombardi alla prima Crociata_, si additavano il vecchio Giuseppe sempre troneggiante sul serpe della carrozza, colla frusta in mano, quasi per battere il tempo, e sorridevano.

Il fattore ritto d'accanto a De Nittis, per renderlo più libero, gli tolse di mano il cappello e lo agitò nell'aria.

--Viva il professore!--urlò a quel gesto la folla con nuovo impeto, come facendo eco al grido sottile di Bice, mentre Margherita e il curato gli si stringevano più vicino. Egli cogli orecchi intronati da tutto quello strepito di letizia dionisiaca perdette improvvisamente la coscienza della moltitudine, che lo osservava, e prendendo la testa di Bice fra le mani le diede un bacio sulla fronte.

Quasi simultaneamente sotto la pressione della folla, eccitata da quel bacio, De Nittis e Bice dovettero indietreggiare nell'andito, lasciando il parroco e il fattore a difendere la porta.

Margherita saliva già ansando le scale.

--Signora contessa....--singhiozzò Tonina appoggiata alla balaustra sull'ultimo pianerottolo, perchè l'emozione le aveva tagliato le gambe; e non seppe ripetere che quel titolo di contessa, venuto sulle labbra di tutti per la spontaneità popolare a mettere sempre i superiori un poco più alto. Poichè Bice era milionaria, doveva, secondo loro, essere anche contessa come la zia Ginevra.

La vasta sala del casino era ancora vuota; in fondo, dinanzi alla sua più lunga parete sopra un tavolone coperto di una abbagliante tovaglia bianca stava disposto il rinfresco. La banda suonava sempre, qualcuno cominciava ad arrivare.

Sebastiano, il sotto fattore per i buoi, bel contadino tozzo ed abbronzato, si affacciò sull'uscio vestito a festa, con una cravatta rossa e un paio di scarpe gialle; due o tre reggitori anziani delle migliori famiglie nella tenuta lo seguivano, ma appena dentro, divisi dalla folla, rimasero impacciati, col cappello fra le mani.

Anche il curato e il primo fattore, abbigliato di scuro come un piccolo borghese e tutto calvo, parevano cangiati. Le urla fuori diminuivano, poi la banda finì la marcia, e un altro scoppio di applausi salì fino alla finestra.

--Si affacci, si affacci, signor professore,--suggerì il curato vedendo Bice avvicinarsi già per guardare; quindi anche De Nittis, colla sensazione torbida di commettere una ridicolaggine, l'imitò.

--Vivano gli sposi!

Allora un clarinetto intonò l'inno di Garibaldi, e tutta la banda lo seguì fra una demenza più tempestosa di grida: perchè? Il maestro non l'aveva certo ordinato, ma la prima strofa passò su tutte quelle teste elettrizzandole. Non pareva più una fanfara di battaglia, un delirante appello ai morti perchè risorgessero anch'essi nel nuovo sole, ma una canzone eterna di gioia, che si rompeva in trilli, ondeggiava al vento come tutti quei fazzoletti, si riuniva come un'onda riversandosi nei cuori, sbalottandoli, spumeggiando. Nessuno si ricordava già più dell'altra suonata, mentre la folla battendo i piedi a tempo di marcia oscillava ritmicamente, cogli occhi rivolti in alto e le bocche frementi di un grido irrefrenato ed inconsapevole.

Essi in alto, dentro un raggio di sole, guardavano senza vedere colle pupille piene d'iridi.

--Hanno finito!--esclamò il curato con un sorriso ironico, vedendo la banda sciogliersi per entrare in casa.

Finalmente De Nittis lo esaminò. Era un giovane alto, bruno, dalla fisonomia intelligente, il quale non aveva in tutto quel tempo avuto altra preoccupazione che di apparire disinvolto. Vestiva con una certa ricercatezza, perchè sapendo De Nittis uno fra i più illustri professori dell'Università, e Bice la più ricca ereditiera di Bologna, voleva assolutamente far loro buona impressione.

Ma Bice pensò che, se non si metteva a dirigere lei stessa il rinfresco, non ne sarebbero mai venuti a capo.

Poco dopo il maestro, entrando nella sala alla testa della banda stretta come in manipolo, presentò al professore i complimenti di tutto il corpo musicale e del paese; Bice dovette appressarsi ancora per ringraziare, ma tornò subito verso la gran tavola a sollecitarvi la distribuzione. L'allegria si riaccese colle paste e coi bicchieri in mano, meno fragorosa e più intima: fuori, sul prato, per ordine del fattore si era tratta dalla rimessa una piccola botte di vino pei contadini, perchè la vuotassero. Il chiasso non era più che un rombo, nel quale le voci si perdevano.

Naturalmente nella sala vi furono dei brindisi; il giovane bandista, che aveva offerto la mano a Bice, declamò il primo in versi con abbastanza garbo, il curato lesse il secondo, un'ode manzoniana, sciaguratamente troppo lunga, e che De Nittis rimase quasi solo ad ascoltare. Oramai la stanchezza lo vinceva, Bice invece s'accalorava in quella distribuzione, aiutata da Margherita sfolgorante entro un vecchio abito di seta, color pulce, dal fattore, poi da Sebastiano, finchè persuasa di non potere bastare a tutti nel medesimo istante, li incoraggiò ella stessa al saccheggio, trovando ancora modo di ricevere o di rendere un complimento a qualche bandista più educato, che le diceva invariabilmente: contessa!

Era veramente la prima festa della sua vita.

Ma improvvisamente si sentì anch'essa le gambe rotte.

--Dovremo invitare qualcuno a pranzo?--chiese a Margherita, pensando confusamente al capo banda, al curato e a quel bandista che l'aveva aiutata nello scendere dalla carrozza.

--Non abbia paura,--rispose l'altra:--che diavolo! mi pare che oramai si è fatto abbastanza.

De Nittis si accostò sorridente per stringere di nascosto la mano a Bice, mentre il curato, proseguendo a parlargli di letteratura, ripeteva con una certa aria di competenza il nome di Carducci.

--Oh! un grande poeta,--egli rispose distrattamente.

--Signor curato,--disse Bice, prendendo dalla tavola, già macchiata da tutte quelle mani e da molti bicchierini rovesciati, un piattello di paste per offrirglielo.

Quegli accettò. Ma il fattore tornò nel loro gruppo per chiedere se erano stanchi, giacchè con tutto quel chiasso dovevano esserlo certamente, anche se la gente avesse avuto più educazione, ma che in ogni modo bisognava cominciare a liberarsene.

--La discrezione ci vuole sempre.

--Lasciate, lasciate pure,--mormorò De Nittis, contento di non sentire in alcuno di quegli sguardi la malevolenza degli altri invitati nel mattino.

Bice notò che una contadina, entrata con un bimbo per mano, gli aveva messo un confetto in tasca: allora una tenerezza la prese, volle abbracciare il bambino, gl'imbottì le saccoccie di dolci invitando tutti con un gesto a fare altrettanto per sè stessi. Nullameno la maggior parte non osava.

Solamente due ore dopo la villa fu sgombra; la piccola botte vuota e dimenticata dietro un vaso di oleandri era l'unico segno della festa, che rimanesse sul prato.

