Part 14
--Capisci tu, De Nittis?
Egli parve tardare un istante, poi rispose intrepidamente:
--No.
--Lo senti? neanche lui.
Ma Bice, che si era rivolta verso la zuccheriera per nascondere la propria emozione, accorgendosi che egli stava per uscire, lo fermò.
--Perchè dunque volete andarvene? Non avete nessun'altra buona ragione da dirmi? Ecco il caffè.
--Delle buone ragioni te ne dirà finchè vorrai, mia cara,--ricominciò la contessa Ginevra cingendole con un braccio la vita, appena De Nittis con un inchino, che avrebbe voluto indarno essere ironico, le ebbe preso la tazza dalle mani.--Ma tu non hai ancora voluto dirci nulla, siamo tutti qui intorno a te, aspettando la tua risposta: guarda il dottore come è diventato per l'impazienza.
--Lasciatela stare, gridò questi: i figli sono tutti così, anche quelli che si adottano. Se Bice non vuol dirci di chi è innamorata, se non è innamorata di nessuno, il che è anche peggio, io non c'entro. Non sono che un medico, mi manderai a chiamare se ne avrai bisogno.
--Non vi chiamerò, non voglio che mi salviate un'altra volta!--gridò anch'essa col massimo impeto, mentre i singhiozzi la prendevano alla gola, e fuggì lasciandoli sbigottiti dell'accento, col quale aveva pronunziato queste ultime parole. Rosa era già uscita dal salotto per seguire la fanciulla.
Allora si consultarono: che cosa era? Perchè Bice aveva un contegno così inesplicabile? Quale terribile passione le era entrata in cuore per mutarle così il carattere, e comprometterle la salute?
Il dottore era più agitato degli altri.
--Pare impossibile che voi, contessa, non abbiate dovuto accorgervi di nulla!
--Come avrei fatto? Ditemelo dunque. Anche il professore, che è stato a Roma con noi otto giorni, non ha saputo scoprir nulla,--ella rispose piccata.
De Nittis, nel terrore che quei due si rivolgessero ancora per chiedergli un altro consiglio, si sentiva negli occhi lo stesso sforzo di pianto, pel quale Bice aveva dovuto fuggire precipitosamente dal salotto. Quindi una speranza insensata di poter cedere all'amore per impedirle di morire, gli si levava raggiando dal cuore: perchè dinanzi al mistero della passione anche questa volta la ragione non si ritirerebbe ammutolita?
Ma il dottore inquieto si disponeva già a salire da Bice.
--Dove andate?--interrogò la contessa Ginevra.
--Ella sola può trionfare di sè stessa,--soggiunse De Nittis:--tutta l'esperienza degli altri è senza valore per un'anima, che si trova dinanzi ad una nuova strada.
--Con questo tuo spiritualismo ne ho visto parecchie delle anime cascare nel fosso e rompersi l'osso del collo.
--Credi che i tuoi consigli lo avrebbero impedito loro?
--A più di una certamente.
Pochi minuti dopo ridiscese ingrugnito perchè Bice non lo aveva ricevuto. Allora la contessa Ginevra non avrebbe voluto lasciarli partire per non rimanere sola con Bice in casa, ma con tutta la migliore volontà essi non avrebbero potuto mancare così agli obblighi della loro professione a Bologna; poi era meglio, per il momento, non irritare di più la fanciulla.
La partenza fu melanconica, la contessa Ginevra aveva le lagrime agli occhi: tutta l'ammirabile superiorità del suo spirito si perdeva davanti al pericolo, che minacciava Bice.
Questa, la sera stessa, prima di andare a letto, le disse che sarebbe partita dimani per Corticella, solamente con Rosa; la contessa sempre più impressionata si guardò bene dal farvi obbiezione, sebbene fosse questa la prima volta che Bice voleva restare sola.
--Non mi permetterai di accompagnarti? No, no,--fu pronta a soggiungere vedendola fare uno sforzo,--verrò a trovarti fra qualche giorno,--ma il suo accento era così triste, che l'altra ruppe in pianto.
Rimasero abbracciate, poi si separarono senza che la fanciulla le avesse confidato altro.
La mattina sulle dieci Bice partì per Corticella, nel grande calesse con Rosa, mentre la contessa Ginevra telegrafava la triste notizia al dottore. Questi lo disse la sera stessa a De Nittis in casa della contessa Maria.
--Povera Ginevra!--essa esclamò,--domani sarà certamente qui.
Infatti arrivò il giorno dopo, sulle undici, avendo già saputo dal fattore che Bice si era chiusa nella stanza della povera Ada. Allora l'ansia crebbe in tutti pei ricordi funerei di quella villa, nella quale nessuno della famiglia da oltre venti anni aveva osato ritornare. La contessa Ginevra aveva imposto al fattore di venire due volte per giorno ad avvisarla di ogni più piccola cosa, ma le informazioni erano sempre uguali: la fanciulla non piangeva, parlava poco, ritornando sempre nella camera della mamma.
--Vuoi morire qui?--le chiese il dottore, andato a trovarla un dopo pranzo all'insaputa di tutti.
--Che cosa ne pensereste in questo caso?
--Che sei cattiva, dimenticando così tutti i tuoi obblighi.
--Lo so, ma di chi la colpa se non ho la forza di soddisfarli?
--Ti pare dunque così difficile vivere?
--Mi avete pure sempre detto che la vita è una lotta, nella quale vi debbono essere necessariamente dei vinti? Io lo sono stata sino dalla nascita.
Il dottore aveva tentato indarno di farla parlare ancora, poi se ne era andato più triste di prima. Al momento della partenza Bice lo incaricò dei saluti per tutti, meno che per De Nittis: il dottore non confidò questa prova che cinque giorni dopo alla contessa Maria.
--Non ha mai ricordato De Nittis durante la vostra visita?
--No.
Quella sera la contessa Maria osservò attentamente De Nittis, meravigliandosi di non aver prima notato il grande cambiamento avvenuto in tutto il suo essere. Quella bella serenità spirituale, che lo rendeva quasi giovane, era scomparsa: adesso era veramente vecchio, colla faccia piena di ombre e la persona stanca, che si appoggiava istintivamente su tutto. Quando parlava la sua voce aveva dei toni bassi, nei quali le parole si affondavano come sembra talora degli uccelli migranti, laggiù, nelle ombre della sera.
--Professore,--gli disse profittando di un momento, in cui le era seduto vicino, e il dottore e la contessa Ginevra non avrebbero potuto udirla:--credete anche voi che Bice sia innamorata?
--Come non crederlo?--cercò di rispondere evasivamente.
--Allora il suo dolore deve dipendere dal non essere amata.
Quelle serate erano di una grande tristezza per tutti. I vecchi domestici passavano per le stanze simili ad ombre annoiate, non vi era più nulla da fare, nessuno dava più ordini. La contessa Ginevra rifugiata presso la contessa Maria non tornava con lei a casa che per aspettarvi De Nittis o il dottore e ripetere con essi le medesime cose della sera antecedente. Ma la speranza che Bice, lasciata così a sè medesima, riacquistasse più prontamente il proprio equilibrio, scemava tutti i giorni. In una ultima lettera alla contessa Maria, ricordandole una sua frase, ella parlava della vita monastica come della sola possibile per coloro, che il mondo non vuole o che non sanno volerlo.
--Ecco il pericolo vero per certe teste, quando si è voluto dar loro una educazione bigotta!--proruppe Ambrosi.
--Ma dottore!
--Lasciatemi dire, contessa Maria: perchè fuggire davanti alle difficoltà della vita? Il monachismo è una diserzione: per pregare non c'è bisogno d'imprigionarsi. Chi lavora prega.
--Eppure l'anima umana ha un bisogno egualmente incontentabile di solitudine e d'intimità,--ribattè De Nittis.--Il monachismo non è una diserzione più che non lo siano l'arte e la scienza, nelle quali si vive quasi sempre stranieri anche a quelli della vostra casa.
--Adesso tu sosterrai per mania filosofica che Bice farebbe benissimo a prendere il velo.
De Nittis ebbe un sorriso penoso.
--Nessuno di noi potrebbe sottrarla a questa fascinazione dell'ideale.
--Non è vero: io, tu stesso, se ella t'amasse, lo potresti. Dio non è amato che quando non si può più amare altro; è il suo lotto, pari a quello di noi altri vecchi.
De Nittis a questa allusione diretta impallidì visibilmente.
--Ve ne andate?--esclamò la contessa Maria, che lo osservava acutamente, vedendolo cercare il cappello.
--Neanche tu stai benissimo da qualche tempo,--gli si rivolse il dottore.
Allora le due contesse si preoccuparono di lui come messe in allarme da quelle parole di Ambrosi: De Nittis dovette rispondere a molte domande affettuose, restando lì in mezzo, impacciato, titubante di andarsene. La contessa Maria lo accompagnò sino nell'anticamera.
Per tre sere De Nittis mancò. La sua malinconia era diventata di giorno in giorno più cupa dopo quella fuga di Bice, nella quale sentiva il dolore di una passione pari alla propria. Invano egli si era tutto detto colla critica spietata, che usiamo solo contro noi stessi, cercando di sollevarsi sempre più in alto nella sfera luminosa del dovere; più invano osservando il proprio rapido decadimento ne aveva quasi gioito come di un fatto, che verrebbe a troncare violentemente l'angoscioso dibattito dei loro cuori, perchè Bice stessa non potrebbe resistere alla rivelazione improvvisa di quella vecchiezza, quando egli non le sembrerebbe più che un malato; tutto era egualmente doloroso ed inutile, anche questa compiacenza della morte, dalla quale la sua anima di uomo si levava irresistibilmente con un lungo grido di amore. Anch'egli voleva essere amato almeno una volta come ogni uomo, per quanto basso ed infelice, deve pur esserlo: era questo lo scotto, la ragione suprema della vita. Sciaguratamente la passione di Bice, nata e cresciuta inconsapevolmente come la sua, era anche essa di quelle che non transigono: ella morrebbe al pari di lui, avvolta nel proprio segreto come in un velo invisibile.
A che pro lottare ancora? Perchè tornare tutte le sere dalla contessa Ginevra a soffrirvi un martirio atroce ed inutile con quei discorsi pieni di allusioni e di sbigottimenti, sotto i quali egli sentiva l'egoismo inconscio di una vecchiezza, che non voleva essere abbandonata? Invece egli amava Bice per lei stessa, e l'avrebbe consegnata colle mani tremanti e la fronte alta al giovane, che ella avesse preferito destandosi da quel sogno impossibile d'amore a pallidi riflessi lunari. Avrebbe avuto ancora la forza di parlare per darle nella poesia di un augurio il suo ultimo addio, e se ne sarebbe andato.
Invece l'ostinazione di Bice lo condannava allo strazio di una muta tragedia, della quale era impossibile indovinare l'ultimo atto; se la fanciulla resisteva nell'amore, egli doveva essere anche più incrollabile nella ragione. D'altronde non era egli amato, non aveva già avuto tutto così? Il matrimonio, lungi dal compiere il loro amore, lo avrebbe forse ucciso colla miseria di quelle stesse gioie, che negli altri lo fanno vivere.
Ma dopo essersi allontanato così da tutti, lo riassaliva più doloroso il bisogno di sapere che cosa fosse accaduto di lei: era sempre in campagna? Si era ammalata? Come mai il dottore non era venuto a trovarlo?
La vecchiaia era dunque davvero senza amici come tutte le povertà?
Poi lo seccava di essere sorvegliato anche in casa da Margherita. La buona donna, angosciata dal vederlo deperire a quel modo, gli veniva più spesso intorno per chiedergli se non avesse bisogno di nulla, ma cercando più che altro di farlo parlare. La sera, quando, invece di uscire come al solito, si chiudeva nello studio, essa insisteva più lungamente perchè andasse dalla contessa Ginevra, meravigliandosi che avesse cessato le visite, ora appunto che Bice era ammalata.
Quindi De Nittis doveva sopportare nuovamente i suoi discorsi su Bice, dai quali tratto tratto sorgevano certe allusioni, come se Margherita avesse davvero indovinato qualche cosa. Una mattina ella s'accorse che il ritratto di Bice non era più nella solita cornice dorata, a piede, sullo scrittoio.
--Dove è andato?--chiese al professore.
--È qui,--rispose mostrandoglielo fra i fascicoli della sua grand'opera:--tutto ciò che mi resta!--Ma correggendosi:--sai, le fotografie si scolorano alla luce, è stato per questo.
Margherita parve crederlo.
--Ma perchè non va piuttosto a trovarla in campagna? Si direbbe che non le voglia più bene.
--Lasciami, ho bisogno di lavorare.
--Eh!--esclamò scrollando le spalle con quel suo moto, che la faceva tremare tutta, e col grosso viso animato da una collera latente:--lei lavora anche troppo, ha bisogno di ben altro!
--Andate, andate,--ripetè bruscamente, senza metterle molta soggezione nemmeno con quel tono insolito; ma improvvisamente fu suonato all'uscio.
Margherita dopo pochi istanti ritornava affannata: erano la contessa Maria e la contessa Ginevra. De Nittis balzò in piedi esterrefatto nel presentimento di una sciagura.
--Bice!--gridò loro colla faccia pallida e un gesto quasi disperato, mentre entravano nello studio.
Le due signore si guardarono, poi la contessa Maria disse sorridendo:
--È lei stessa che ci manda.
Margherita offerse loro due sedie, perchè egli rimasto in piedi non vi pensava, dolorosamente sorpreso di essersi tradito in quel grido, e non sapendo a che cosa attribuire tale doppia visita.
Margherita dovette ritirarsi. Allora De Nittis si sentì perduto: evidentemente le due signore avevano saputo tutto da Bice.
--Veniamo a domandare la vostra mano,--disse la contessa Ginevra col suo bel sorriso di un tempo, tendendogli la propria.
Egli invece indietreggiò sino allo scrittoio.
--Oh! non ricusate un'altra volta,--esclamò la contessa Maria.--Sono io che ho indovinato, e sono andata da Bice a farmi raccontare tutto: ella vi ama con tutta la sua anima, voi non potete quindi pretendere di essere più vecchio di quanto le sembrate. Ginevra ha apprezzato sino alle lagrime la vostra delicatezza.
--Non vi pare abbastanza bello il caso di venire noi stesse a domandarvi la mano?--questa seguitò serbando in tale difficilissima scena tutta la sua signorilità di gran dama.--Noi sappiamo già anticipatamente quello che vorreste dirci: andate invece a mettervi il soprabito e accompagnateci in carrozza. Bice ci aspetta.
--Venga, venga,--gridò Margherita spalancando l'uscio della camera da letto.
--Tu ascoltavi dunque?--le si volse la contessa.
--Avevo dei sospetti già da un pezzo!--ma venga dunque,--e avanzandosi lo tirò per la veste come un fanciullo.
Quando De Nittis ritornò nello studio, prese ambo le mani della contessa Ginevra e le baciò; due lagrime gli rigavano le guance.
--Abbracciatemi piuttosto, non sto per diventare la vostra mamma?
Anche Tonina era accorsa.
La contessa Maria piangeva, poi si riscosse:
--Andiamo, andiamo.
Appena scomparvero per le scale, Tonina e Margherita corsero a spalancare le finestre per vedere il professore salire in carrozza; istintivamente De Nittis alzò gli occhi, e allora esse salutarono agitando famigliarmente le mani fra la meraviglia della gente, che si voltava dalla strada a guardare.
--E noi?--disse improvvisamente Tonina, come destandosi davanti al pericolo di rimanere nuovamente abbandonata.
VIII.
Nell'uscire entro la nuova carrozza da porta Mascherella parve loro di respirare un'aria più leggera.
Il vecchio Giuseppe sollecitava più vivamente i due grossi cavalli, quelli stessi della contessa Ginevra, irrequieto ed allegro sull'alto serpe di una allegria, che i troppi bicchierini bevuti non sarebbero bastati a spiegare.
De Nittis strinse silenziosamente la mano a Bice abbandonata al suo fianco, cogli occhi perduti nella profondità verde delle campagne. Era un pomeriggio di settembre; il sole curvo sull'orizzonte aveva una luminosità appannata, che rendeva più cupo l'azzurro del cielo; non aliava vento. Dai campi, ove le stoppie si allungavano regolarmente come immense pezze cineree sotto i festoni delle viti, venivano tratto tratto echi di canzoni e soffi tiepidi, mentre tra gli alberi, immobili ancora nella siesta del meriggio, qualche bue bianco passava con lentezza quasi distratta.
Tutto era calmo: terra e piante riposavano tranquillamente dalla fruttificazione dell'estate in un rigoglio di verde più scuro, giacchè tutte le messi erano state raccolte meno l'uva, penzolante tuttavia dai tralci in grappoli bruni o biondi agli ultimi raggi del sole. Non si vedevano nè stagni, nè maceri, nè praterie vuote, nè rialzi brulli o sassosi. La strada larga e piana si distendeva pigramente per la ricca pianura piena di ville, dalle quali la gente si affacciava tratto tratto.
Bice colla mano stretta mollemente nella sua, e un sorriso tremulo su tutto il volto, guardava innanzi colla sensazione deliziosa dell'aria agitata dal trotto dei cavalli, che le entrava nei riccioli della fronte come una carezza refrigerante. Le sarebbe stato impossibile di parlare o di voltarsi. Dopo tutte quelle emozioni della giornata, solamente adesso le pareva di rientrare in sè medesima, ma perdendosi da capo in un'altra emozione più profonda, qualche cosa di vago e di dolce, come una novità stupefacente, che le confondeva agli occhi le forme stesse del paesaggio.
Era vestita di chiaro, con un cappellino di paglia ornato di una gran piuma bianca, le mani senza guanti, con un mazzo di rose sul grembo, ardenti e sanguigne, che le davano quasi col loro acre profumo una sensazione di caldo. E sorrideva dardeggiando inconsciamente dagli occhi neri qualche lampo cristallino, mentre colla spalla si appoggiava confidenzialmente a quella del marito.
Per la strada alcune carrozze passarono salutando.
De Nittis invece si sentiva malinconico. Era stata per lui una stanchezza agitata quella di tutte le funzioni insino dalla mattina, mentre la sua anima tremante di una tenerezza sbigottita avrebbe avuto bisogno del silenzio nell'attesa dell'ultimo grande momento. Tutto invece era stato rumoroso, affaticante in una volgarità inevitabile di festa, attraverso la quale più di una volta aveva provato l'improvviso dolore di una puntura. Ma egli stesso non avrebbe ancora saputo ricostruire nella memoria le molteplici scene di quella giornata, la più lunga della sua vita. Adesso la pace serena della campagna gli dava un altro sottile senso di pena, come di una solitudine, nella quale rimaneva nuovamente straniero. Quei campi, quelle ville, quella strada così larga e piana gli erano sconosciuti; non si ricordava di esservi passato altra volta: erano un mondo, che non poteva sorridere al suo cuore non avendo prima con esso stretto alcuna intimità. Involontariamente, per quel bisogno istintivo nell'uomo di non abbandonare mai interamente il proprio passato, si guardò intorno cercando una pianta, un pilastro, un segno qualunque, dal quale gli venisse come un saluto discreto alla sua felicità ancora vergine di quella prima ora con Bice.
Come era lontano il tempo, che se la teneva sulle ginocchia, insegnandole il senso delle prime parole!
Gli ultimi mesi invece erano passati rapidamente, pari ad un volo bianco di colombi. Bice era tornata a Bologna nella carrozza della contessa Ginevra, seduta accanto a lui e dirimpetto alla contessa Maria. La loro spiegazione dinanzi alle due signore non aveva avuto alcuna di quelle teatralità, che sono pure così frequenti nella vita: egli l'aveva baciata sulla fronte chiedendole notizia della sua salute, e le aveva quindi offerto il braccio per discendere in giardino.
A quella muta accettazione le guance della fanciulla si erano accese di un rossore momentaneo di febbre.
La sera De Nittis pranzò solo fra Bice e la contessa Ginevra, perchè la contessa Maria aveva trovato un pretesto per andarsene; ma la ragione era di avvisare il dottore, nel quale forse quel matrimonio avrebbe potuto produrre qualche scoppio. La contessa Ginevra era stata la prima a temerne.
Infatti ricevendone la notizia egli fece un gran gesto violento; la contessa Maria, che si aspettava ad una scarica, rimase meravigliata del suo silenzio.
--Saranno felici....
Il dottore ebbe un vago sorriso.
--Ma di che cosa temete voi dunque?
--Dopo tutto chi sa se l'istinto non è più sicuro della ragione: Lamberto era troppo forte, purchè De Nittis non sia troppo vecchio! Avete voluto avvertirmi per precauzione?--aggiunse sorridendo per nascondere la malinconia, nella quale la novella lo aveva gettato:--andiamo a vederli.
Dopo tanto tempo quella fu la prima serata deliziosa: Bice si era ritirata improvvisamente nella propria camera per scrivere al suo amico Prinetti, e coprire nuovamente Rosa di baci.
Poi quando tutti si separarono fra strette di mano più lunghe, mentre i servitori, partecipi anch'essi della festa, si erano aggruppati insolitamente nell'anticamera, De Nittis le disse piano:
--La tua carità ha vinto il mio amore.
Ella diede con un gaio sorriso una smentita alla umiltà della sua dichiarazione.
Naturalmente i saloni di Bologna andarono sossopra per la notizia, e la bufera dei sarcasmi inevitabile ad ogni matrimonio scoppiò più violenta. Tutti se ne sentivano offesi. La ricchezza di Bice, sulla quale molte famiglie patrizie dissestate avevano già fatto più di un calcolo, e che restava così in mano alla fanciulla, inaspriva le invidie sollecitando ogni più ingiuriosa interpretazione per quell'amore così anormale. La più bersagliata era quindi la contessa Ginevra, tanto stimata un tempo per la prontezza dello spirito e l'equilibrio della mente. Per molti mesi la grandine delle cattive parole seguitò a battere nel salotto di Bice, cui le amiche anche meno strette si affrettarono a rendere visita. Ella se ne accorò sulle prime, poi resistette non senza restare inquieta di una così lunga insistenza nel perseguitarla. In teatro, a passeggio, quando usciva come prima al braccio di De Nittis, erano occhiate ironiche, sorrisi rattenuti; mentre qualche altra coppia di signori o di signore li fermava col pretesto di salutare la contessa Ginevra, o di scambiare una notizia, e si rivolgevano poi ad esaminarli così che ella sentiva il peso dei loro sguardi senza rivolgersi.
De Nittis era tornato bello come prima. La sua eleganza di vecchio aveva sempre la stessa signorilità, senza ricercatezza e senza abbandoni; ma pareva anzi ringiovanito, col passo più fermo, l'occhio vivido di pensiero, dominando coloro che osavano affrontarlo. Bice lo ammirava superbamente, appoggiandosi alla sua virilità colla dolcezza di sentire le proprie idee confondersi.
Ma quando la zia Ginevra disse di andare in villa al Sasso, accettarono ambedue con entusiasmo.
Ella voleva così sottrarli a quelle minute, rinascenti contrarietà, delle quali toccava a lei stessa una grossa parte, e dare a Bice in una vita più sana agio di rimettersi interamente; poi il dottore ordinò i bagni di mare, soprattutto molte gite in mare, in qualche paesello calmo, senza ressa di bagnanti. La contessa prescelse San Cassiano, ma dovette ritornarsene presto, perchè Bice preferiva il Sasso. La fanciulla allegra, sorridente, pareva ogni tanto ripresa da subite preoccupazioni, anche quando De Nittis era con loro profondendo con amabilità inimitabile tutti i tesori del proprio spirito. Un più intenso fervore religioso le si era appreso dinanzi al problema della nuova vita. Allora avrebbe voluto vicino Prinetti o il povero Giorgi, le due anime più mistiche da lei amate, mentre De Nittis, maggiore di essi come intelletto, aveva sempre spiegazioni troppo filosofiche per il suo cuore di fanciulla. Ella lo amava così, pur rimanendo insoddisfatta, coll'orecchio teso alle voci arcane di un al di là pieno di ombre e di misteri, nel quale solo gli spiriti ingenui e insaziabilmente lirici, come Giorgi e Prinetti, avevano potuto penetrare. Quindi le delicate e spesso paurose divozioni del cattolicismo, riattirandola col fascino delle loro supplici umiltà, la facevano quasi dubitare di quella beatitudine troppo grande senza una seconda conferma della grazia. Ogni mattina si alzava presto per andare a messa nella chiesa della parrocchia colla vecchia Rosa, poi vi ritornava a tutte le funzioni, e vi rimaneva a lungo, in ginocchio, perduta nella sua piccola solitudine sacra.