La disfatta

Part 13

Chapter 13 3,749 words Public domain Markdown

--Non durerà un pezzo,--ribattè l'altro scrollando sprezzantemente le spalle.--Ma il matrimonio è per Bice da capo un problema di vita o di morte. Che cosa credi che sia quel suo corpicino? La sua resistenza, per quanto la natura possa avere delle forze segrete, è molto sotto la media; ma il pericolo non sta lì. Bice può soccombere più facilmente ad un contraccolpo morale. Oggi chiamano tutto isterismo, un'altra generalità piena di errori e di pretensioni: s'immaginano che ogni delicatezza dipenda esclusivamente dall'indebolimento di un organo. Non è vero. Esco adesso da una casa di povera gente, dove curo una ragazza fisicamente più malandata di Bice: è scrofolosa, tubercolotica, ma di una animalità rivoltante.

--Dove andiamo ora?--domandò De Nittis.

--Arrivo sino a San Salvatore; se non hai dove andare, accompagnami. Qui a Bologna non c'è nessuno per lei,--proseguì il dottore ripreso da quella preoccupazione del matrimonio di Bice, e felice di poterne parlare con De Nittis, come lui quasi un padre della fanciulla.--Non conosco alcuno capace di trattarla come va trattata. La sposerebbero per la dote tutti questi giovani, che adesso sognano solo di far carriera: non amano più nemmeno la scienza per la scienza!

--Diventi brontolone anche tu: forse che ai nostri tempi eravamo migliori?

--Non lo so, ma sento che con questo mondo io non vado più. Ecco qui!--esclamò fermandosi:--ho da salire due capi di scale.

--T'aspetto.

--Ti seccheresti, tira via. Passerò io a vedere se sono arrivate domani mattina: io mi alzo prima di te.

De Nittis tornò subito a casa.

La malinconia del dottore aveva irritato nuovamente tutti i suoi rimpianti. Anche quest'ultimo assetto della sua vita, colle poche lezioni all'università, la casetta linda con Margherita e Tonina, che vivevano in una incessante preoccupazione di servirlo bene, il salotto della contessa Ginevra, nel quale la sera andava a riposarsi nella più pura e spirituale amicizia, tutto si scomporrebbe. Il povero Giorgi era già morto, Prinetti aveva dovuto emigrare da capo, la contessa Maria adesso divideva il proprio tempo fra Torino e Bologna, Bice prenderebbe marito, e non resterebbero più che lui e il dottore. Ma anche Ambrosi calava: la piaga apertagli nel cuore dal figlio sanguinava sempre come al primo giorno, costringendolo a cercare nello stordimento del lavoro un sollievo momentaneo. Al pari di lui Ambrosi fuggiva disperatamente dalla propria casa. Poi una malattia terribile, inguaribile, impedirebbe loro una qualche mattina di uscirne più; tutta la speranza sarebbe allora di non impiegare troppo tempo a morire. Ma come rimanere solo tutto il giorno in casa, sopra una sedia, già segregato dalla vita, davanti al mistero della morte, senza un cuore che vi batta ancora d'intorno?

Napoleone I lo aveva detto, durante le discussioni sul Codice civile, in uno di quei suoi scatti: Se l'uomo non invecchiasse, non vorrei che pigliasse moglie.

Questa concessione, strappata dalla debolezza di tutti ad una delle anime più forti apparse nella storia, era una di quelle verità, che si rivelano solamente quando non potendo più operare siamo costretti a ripiegarci sopra noi medesimi. Ma poichè si era allora voluto definire scioccamente il matrimonio un contratto senza saperne precisare la natura, le parole di Napoleone I avrebbero dovute essere meglio comprese: il matrimonio era un contratto di assicurazione contro la vecchiaia.

Questa strana definizione, della quale sentiva intimamente la dolorosa verità, fece sorridere De Nittis.

--Io non avrò che la pensione!--mormorò quasi ad alta voce.

E la pensione era un'altra ridicolaggine! L'uomo, bambino per tutta la vita, che si lascia imporre il salvadanaio, rinunciando persino al diritto di romperlo.

A casa Margherita e Tonina erano già a letto.

Ma l'indomani De Nittis era più nervoso. Margherita non osò interrogarlo sulla gita di Roma; egli tentò indarno di lavorare. Poi a forza di meditare su quella inevitabile spiegazione con Bice finiva col non vedervi più nulla di chiaro: a che prò voler regolare la vita sopra un disegno logico, mentre tutto vi accade sempre a rovescio di ogni previsione: solo le ispirazioni del cuore erano infallibili, almeno in questo che appagavano qualche bisogno momentaneo? Se Bice aveva rifiutato Lamberto per lui, giacchè adesso De Nittis credeva di comprendere tutte quelle misteriose ripugnanze per il bell'ufficiale, il miglior partito era ancora di sposarla rinunciando ad ogni critica sulla passione. Il loro matrimonio nell'oblìo di ogni volgare interesse, e sotto la protezione dell'ideale, sarebbe ancora più vero di molti altri. In fondo egli aveva ben meritato con tanti anni di eroica preparazione questa gioia suprema di morire avvolto nell'amore, lasciando a Bice tutta la propria anima in un bambino biondo e sorridente.

Nullameno la ragione protestava sempre. Che cosa sarebbe egli fra pochi anni, forse fra pochi mesi? I vecchi meglio conservati si disfanno anch'essi improvvisamente per rimanere un avanzo senza nome, una reliquia, che solo la pietà interessata dei parenti ritira dal torrente della strada. Allora Bice, pentita del proprio amore, dovrebbe sforzarsi indarno di nasconderglielo per un'ultima carità: bastava questo pensiero ad immergerlo nel più squallido avvilimento.

Ma quella solitudine della casa gli diventava intollerabile. Le lezioni all'università, lo studio per la grande opera, le preoccupazioni per Bice, nel salotto della quale passava tutte le sere, gli avevano tolto sino allora di accorgersene; mentre adesso, davanti alla sua certezza uniforme, vuota, tutto il suo essere rabbrividiva. Una smania gl'impediva di star seduto o di applicarsi, anche per poco tempo, sopra qualsiasi libro. Quando usciva di casa, se ne pentiva quasi sulla porta: dove sarebbe andato? Almeno Ambrosi aveva i propri ammalati, egli invece non avrebbe potuto preoccuparsi che degli studenti, svogliati od ostili al suo corso, perchè di nessuna immediata utilità nella vita. Quegli studenti, apprendisti di un mestiere, li conosceva anche troppo. Nullameno gli conveniva rimanere lunghe ore fuori di casa per non soffrirne almeno quel triste senso di prigione. Involontariamente passò dinanzi al palazzo della contessa Ginevra: il portinaio non era secondo il solito sulla soglia; e non potè quindi sapere se fossero tornate, ma attraversando la strada, dall'altro portico, vide tutte le finestre dell'appartamento spalancate.

Bice vi era già?

Egli provò una strana letizia a tuffarsi in questo dubbio.

Rigironzando a caso per le vie tornò ancora davanti al palazzo colla improvvisa sensazione di ridiventare giovinetto, ai tempi del liceo, quando i primi sorrisi di una fanciulla ci traggono a commettere le più deliziose insulsaggini. Ma in tale orgasmo gli ritornava un altro bisogno di espandersi, di esalare con qualcuno, magari dinanzi ad un paesaggio, tutta quella foga di sentimenti simile ad una crisi primaverile, che si sfoga in profumi e in susurri.

La città cominciava a vuotarsi: i ricchi andavano già in campagna, la gente vestita a colori chiari passava sudando e ridendo, come presa nella forza di quel calore vibrante di tutte le fecondità. Egli solo rimaneva immutabile dentro quel soprabito nero, che lo segregava dalla vita, come un uomo diverso dagli altri. Infatti nessuno fra i tanti, che lo salutavano, avrebbe osato d'invitarlo ad una gita fra il chiasso di persone tutte egualmente felici di non saper pensare, riconoscendolo per uno di quegli illustri, ai quali si ricorre soltanto per un consulto, o che si ammirano a distanza. La sua piccola gloria non aveva altri vantaggi.

Allora non seppe più che cosa fare. Tutta la sua risorsa di ozioso fu di mettersi a curiosare per le strade, fantasticando sulle loro vecchie architetture così belle e così poco celebri per non avere ancora avuto un poeta, che le riveli alla indifferenza del pubblico. Girò a caso dietro a ricordi di cronache o di progetti edilizii, che gli ritornavano improvvisamente nel pensiero, sempre più stanco, con una sensazione di solitudine in mezzo a quella vita cittadina, che gli si addensava intorno da tutte le porte, riempiva le case, gridava dalle finestre, si mutava per ogni strada e per ogni vicolo in un quadro continuo ed evanescente, tumultuoso ed inafferrabile. Quante belle cose avrebbe potuto scrivere, se quel cristallizzare sempre il proprio pensiero, mutandone la poesia in fatica, invece di lasciarlo esalare come fanno i fiori coi profumi, non gli fosse in quel momento sembrata la più insopportabile delle goffaggini!

La sera, dopo pranzo, andò risolutamente al palazzo della contessa Ginevra: le signore erano ritornate nel pomeriggio. Allora ebbe paura; invece di salire si avviò verso i giardini pubblici. La notte era splendida, le stelle aggruppate nell'azzurro avevano una limpidità quasi sorridente, l'aria ondulava ad un vento leggero.

Ritornò.

La contessa Ginevra, la contessa Maria, il dottore, Bice stavano nel salotto attendendolo. Per la prima volta, dopo tanti anni, nell'entrarvi si sentì preso da un imbarazzo doloroso. La sua bella testa, impallidita in quei giorni, aveva un'espressione tale di sofferenza che la contessa Ginevra se ne accorse subito, e gli chiese affettuosamente:

--Siete dunque stato male, mio caro professore? Scappaste da Roma così senza neanche lasciarci un biglietto: che cosa fu?

Bice, alla quale aveva frattanto stretto la mano in silenzio, pallida anch'essa e coi grandi occhi dilatati, spiava la sua risposta; mentre il dottor Ambrosi col mal umore affettuoso dei vecchi sembrava tener il broncio alle due signore per esser rimaste tanto assenti.

--La scuola....--mormorò De Nittis, soffrendo di dover mentire.

--Avreste potuto dircelo,--insistè la contessa Ginevra;--non abbiamo saputo che pensarne. Bice voleva ripartire subito.

La conversazione si arrestò, Bice e De Nittis non avevano ancora scambiato una parola. La contessa Ginevra raccontava al dottore e alla contessa Maria le proprie impressioni di Roma. Erano malinconiche. Ella ricordava segretamente l'epoca del proprio impero a Firenze con una inconfessabile amarezza nel confronto della indifferenza, colla quale era stata accolta a Roma da coloro, che un tempo insuperbivano di frequentare i suoi saloni. Il mondo era mutato, altri interessi, altri personaggi vi occupavano i primi posti; altri sentimenti e altre mode vi facevano la regola. Ella ne parlava con una satira rattenuta, pur consentendo alla inevitabile ingratitudine umana di essere stata trattata così.

--Oramai,--si volse a De Nittis,--siamo tutti avanzi del medesimo naufragio. Tu sola, Maria, che non volesti mai saperne del mondo, puoi non comprendere la nostra posizione.

--Che cosa dovrebbe darvi il mondo, che non ha nulla per le anime? Tu, Bice mia, farai benissimo ad evitarlo.

--Non ci avrò molto merito: non sono come la zia per poter pretendere di regnarvi.

--Anche tu, Bice, contro di me! Domani pranzeremo tutti assieme: verrete, non è vero? perchè Bice vuole andare, subito dopo, in campagna.

--È dunque un pranzo di addio?--lasciò sfuggirsi De Nittis.

--No, è un pranzo di riparazione,--proruppe il dottore.--Non vedi che anche Bice è un pochino estenuata; la campagna in questo mese è tutto ciò che vi ha di meglio. Che cosa vale star qui? Ci staremo io e te, che abbiamo una professione, benchè tu pure mi sembri peggiorato da qualche giorno; faresti anzi meglio ad accompagnarle per un paio di settimane. Così non avrò più nessuno intorno!

--Io resto tutto il mese venturo, ingrato!--disse la contessa Maria.

--Allora verremo da voi.

Non era più il salotto dell'inverno. L'assenza di Prinetti e di Giorgi vi aveva lasciato un vuoto malinconico, gli altri parevano invecchiati. Come accade sempre, anche quel gruppo, vissuto così intimamente per tanti anni, si sentiva colpito da dissoluzione nella monotonia stessa di quella amicizia, che niente veniva più a rianimare. Solo Bice, rinnovellandosi in una seconda famiglia, avrebbe potuto mantenerli uniti ancora per qualche tempo.

Finalmente si accorsero della tetraggine di De Nittis: egli si era seduto presso la contessa Maria occupata a cifrare delle pezze per bambini; Bice affettava di scherzare col dottore.

--Verrò a trovarti in campagna,--questi le diceva,--ma se non sarai a modo mio, dopo quindici giorni t'imporrò finalmente l'ultimo rimedio.

--Quale?

--Non importa che tu lo sappia ora.

Bice arrossì.

--Non sarà dunque un rimedio da dottore? Badate che non abbia ad esser peggio.

--Ti conosco, mascherina! Va, piccola presuntuosa: non c'è altro in fin dei conti. Non dico che sia una gran bella cosa, perchè al mondo di bello veramente non c'è nulla, ma è così perchè è così. Tu, Roberto, potresti su questo tema parlare meglio di me, molto più che stasera non hai ancora fiatato.

--Parlare di che cosa?--egli rispose, fingendosi distratto.

Tutti sorrisero meno Bice.

Ma il dottore, che aveva bisogno di vendicarsi sulle signore con qualche prepotenza, proruppe:

--Adesso io e De Nittis andiamo via: voi altri coricatevi perchè dovete essere stanche.

--Come lo dite, dottore!

Ambrosi e De Nittis accompagnarono la contessa Maria a casa, poi al momento di separarsi, il dottore gli domandò:

--Che cos'hai?

--Nulla.

--Qualche cosa hai: come va l'appetito?

--Non mangio.

--Male, ti vedrò domani a pranzo.

--Dimmi piuttosto di Bice: è sembrata anche a te deperita?

--Bisogna maritarla.

L'indomani De Nittis invece di venire al pranzo dalla contessa Ginevra, mandò un biglietto. Bice, che attendeva ansiosamente, leggendo quelle poche righe stentò a frenare le lagrime, il pranzo fu malinconico. Allora la contessa Ginevra, la contessa Maria e il dottore si consultarono con un'occhiata osservando la fanciulla, della quale la voce tradiva lo sforzo di una angoscia repressa. Che cosa le era accaduto? In pochi giorni il suo aspetto era mutato, la voce le si era arrochita, mentre improvvisi rossori le passavano sulle guance pallide, e il suo accento scorato diventava anche più impressionante. A volta a volta cadeva in lunghi silenzi, con quell'aria dei malati, che non sperano più.

Dopo pranzo Bice si ritirò un momento; allora la contessa Ginevra e la contessa Maria interrogarono ansiosamente il dottore.

--Temete che si ammali?

--Eh! ammalata è già,--ribattè impazientito.

--Rispondete dunque, dottore, per carità!

--La scienza non può niente in questo caso, è la vita che deve salvarla.

Le due signore scambiarono un'altra occhiata.

--Ma che cos'ha?

--È innamorata,--intervenne la vecchia Rosa.

Tutti si volsero.

--Te lo ha confessato, Rosa.

--Gli occhi....--replicò la vecchia con accento strano:--quelli di sua madre!

Ma dovettero troncare il discorso, perchè Bice rientrava.

L'indomani il dottore andò a trovare De Nittis. Evidentemente la fanciulla era innamorata di qualcuno al disotto di lei, poichè non ne aveva lasciato trapelar nulla, e solo la vecchia Rosa nella sua chiaroveggenza di nutrice se ne era accorta. La contessa Ginevra, spaventata dalle apprensioni del dottore, dichiarò subito di non opporsi a qualsiasi matrimonio, fidando in Bice per la onorabilità della scelta: per un istante avevano pensato ad un rinnovellamento della sua passione fanciullesca per Lamberto, che appunto in quei giorni aveva scritto alla contessa Ginevra per annunziarle le proprie nozze con una signorina romana, ma la perfetta indifferenza di Bice a quella notizia non poteva essere simulata.

--Sono già partite?--chiese De Nittis.

--Sì, quando vuoi che andiamo a trovarle? Tu le farai il discorso; anche per la rottura con Lamberto non si confidò che a te.

De Nittis non tentò nemmeno di resistere. Quest'ufficio, assegnatogli dal suo stesso ascendente spirituale su Bice, diventava l'inevitabile prova del suo amore per la donna! Perchè ricusarvisi?... Anzitutto avrebbe dovuto tradire il proprio segreto col dottore, che ne avrebbe certo risentito una cattiva impressione, poi la logica stessa della passione l'attirava a questo cimento col fascino irresistibile dei grandi dolori.

Il dottore stabilì la prossima domenica, sulle dieci del mattino.

Margherita lo attendeva sull'uscio per dirgli che il professore non mangiava e non dormiva più.

--Non sai nulla tu?--egli chiese senza fermarsi, perchè aveva fretta.

--Dev'essere un gran dispiacere.

--Eh! la vita è così: per ora non ho scoperto in lui niente d'importante, cerca di farlo mangiare.

De Nittis passò il resto della settimana in una specie di torpore senza uscire di casa. Tutta l'energia del suo carattere s'irrigidiva nello sforzo di questa suprema battaglia, nella quale salvando Bice doveva sacrificare irremissibilmente sè stesso senza alcuna di quelle illusioni, che abbelliscono tutti i sacrifici. Gli pareva quindi di essere già sopravvissuto a sè medesimo, non seguendo più la vita che come un cadavere abbandonato sulla corrente di un gran fiume. L'accento delle sue risposte con Margherita, quando ella veniva a chiamarlo per il pranzo, o insisteva per farlo mangiare qualche boccone di più, aveva quella inconsolabile rassegnazione, contro la quale anche le ostinazioni più affettuose debbono cedere.

La domenica mattina il dottore andò a prenderlo con una carrozza a due cavalli, perchè intendeva di ritornare in città nel pomeriggio, prima dell'arrivo del treno da Firenze, De Nittis sempre vestito di nero, ma più elegante del solito, aveva il volto pallido e gli occhi febbrili: il dottore gli fece qualche interrogazione, che l'altro troncò affermando nervosamente di stare benissimo.

Le campagne lussureggianti si agitavano sotto il sole ad un scirocco, che tratto tratto alzava dalla strada giallastra larghe nuvole di polvere sbattendole per l'alte siepi. Il dottore propose di abbassare il mantice della carrozza per fare un bagno in quel sole fecondatore; ma rimanevano entrambi taciturni.

Arrivarono giusto all'ora di colazione; Bice già sul prato ad attenderli, tutta vestita di bianco e con un ombrellino rosso aperto nel sole, ebbe un sorriso così dolce, scorgendo De Nittis, che parve trasfigurarla.

Ma a tavola questi non ostante tutti gli sforzi si sentiva mancare la parola: quel quadro di felicità fra Bice, la contessa Ginevra e il vecchio amico, d'onde uscirebbe per sempre volontariamente col primo consiglio rivolto alla fanciulla, gli dava in quel momento la prostrazione dei supremi abbandoni. La contessa Ginevra lo sorvegliava inquieta, Bice avvertita di una scena dal proprio istinto di donna lo covava collo sguardo, cercando di leggergli improvvisamente nell'anima.

Nullameno la colazione finì come al solito.

Il dottore impazientito si levò, allora De Nittis, seduto presso la contessa Ginevra, fece altrettanto senza dare il braccio a Bice, che ne rimase meravigliata.

Passarono nel salotto rustico.

--Piglieremo il caffè più tardi,--disse il dottore andando a chiudere l'uscio. La contessa Ginevra, seduta sopra una larga poltrona di vimini, si era tirata Bice vicino, il dottore venne a porsi dietro di loro.

--Sedete dunque anche voi, professore,--si rivolse scherzosamente la contessa a De Nittis.

--Perchè,--rispose con sottile ironia,--se dovrò fare un discorso?--e la sua mano sinistra stringeva nervosamente il piccolo fazzoletto bianco, col quale si era poco prima asciugato sulla fronte il sudore.

--Un discorso?--esclamò Bice fissandolo:--a chi?

--A te.

Tutti attesero.

Allora De Nittis riuscì a parlare. Si capiva benissimo che lottava seco stesso, ma sarebbe stato impossibile al dottore e alla contessa Ginevra indovinarne il perchè; nullameno Bice fu così impressionata dal suono delle sue prime parole che involontariamente fece l'atto di alzarsi verso di lui. Ella lo sentiva soffrire indicibilmente, forse al di là della sua forza medesima.

--Oh!--egli seguitò, respingendola con un gesto,--debbo dirti ancora altre cose. Se ti parlo, è tua zia che lo ha voluto, ma colui veramente degno di farlo è già morto. In questo momento, per te supremo, di librare la tua anima per lasciarla discendere verso il più profondo mistero della vita, solamente coloro, che come Giorgi toccarono il fondo dell'ideale divino, potrebbero darti la rivelazione dell'amore umano. Noi tutti non ti abbiamo accompagnata fin qui che per abbandonarti ad un altro; tu stessa devi avervi pensato, perchè la tua posizione è ancora più precaria della nostra. Noi siamo esauriti.

Ma le parole gli si imbrogliarono, mentre i suoi occhi fisi nello sforzo di dominarsi brillavano di una fiamma lontana di faro.

Nè Ambrosi, nè la contessa Ginevra si mossero.

Egli attese un istante, quasi per aspettare se lo aiutassero, quindi proseguì:

--Il nostro consiglio è che tu devi prender marito.

Bice ebbe un sussulto, guardò la zia, poi De Nittis, e gli rispose seccamente:

--Nient'altro.

--Per ora basterà,--intervenne il dottore cercando di rompere con uno scherzo la tensione della scena.

--Vi siete dunque riuniti per questo?

E il suo viso, divenuto improvvisamente duro, aveva una espressione energica di orgoglio.

--Non sei più una bambina, Bice mia: e se io non ci sarò più quando lo piglierai?--ribattè affettuosamente la contessa Ginevra, prendendole una mano.--De Nittis ha ragione, anche per Lamberto ti lasciasti guidare da lui.

--No;--rispose impetuosamente Bice,--egli avrebbe voluto che lo sposassi.

--Non ti piaceva: non hai veduto nessun altro dopo?

Bice corse nuovamente collo sguardo sui loro volti, mentre un tremito di freddo la scuoteva dentro l'abito bianco. Ma De Nittis non le lasciò il tempo di replicare. Era sempre in piedi, appoggiandosi con ambe le mani ad un tavolinetto formato di bastoncini, nell'atteggiamento di un oratore, che sta per concludere il proprio discorso.

--A che scopo resistere? La giovinezza è una sola stagione anche per lo spirito, ma se quello, che doveva esservi compito, non lo fu, diventa rimorso. Lasciati consigliare da tua zia: ella ha diritto d'importi tutte le forme dell'amore, anche quello di sposa e di madre, essendo stata tutto per te. Non puoi rimanere così orfana, dopo essere nata senza padre e quasi senza madre; il tuo cuore ha bisogno di questi sentimenti, che solo una famiglia germogliata dalla sua profondità può dargli. Noi vogliamo la tua felicità, tutto quello che la vita concede, pur facendoselo pagare caramente, ma senza cui non si può dire di aver vissuto. Noi non saremo forse ancora molto tempo intorno a te, noi vecchi: voi, contessa Ginevra, non lo siete ancora, parlo per me e per Ambrosi.... noi, che ti abbiamo adottato per tutto quello che ci era mancato, per tutti quelli che non potevamo più amare, abbiamo anche noi il diritto di vederti felice, amata da un uomo giovane come te. Non pretendere di isolarti, negando alla vita l'omaggio di una intera dedizione, giacchè anzitutto sarebbe indarno.

--Perchè dunque volete voi rimanere scapolo?

--Perchè lo sono rimasto piuttosto? Perchè? Questo perchè è già vanito, e sarebbe inutile cercarlo adesso che la mia vita è consunta: ma tu invece ti affacci alla primavera.

Rosa entrò portando il caffè; Bice per troncare quel discorso le andò nervosamente incontro, e l'aiutò a deporre il bacile sul tavolino.

Tutti rimasero impacciati. De Nittis si accorgeva di aver parlato con uno stento, che doveva parere enigmatico al dottore e alla contessa: istintivamente si mosse per uscire da quel gabinetto, nel quale si sentiva soffocare.

Poi temeva di aver la faccia stravolta.

Rosa aveva lasciato versare a Bice il caffè, sedendosi sopra uno sgabello in un angolo, silenziosa.

Allora il dottore fece un cenno a De Nittis che voleva dire: è andata male! adesso provo io.

Infatti respinse da Bice la tazza di caffè.

--No, se non mi dici di chi sei innamorata.

Rosa alzò la testa, la contessa Ginevra si appressò.

--Sono innamorata!

--Dimmi di chi. Sei diventata magra come una stecca: gli piacciono dunque le donne magre a costui?

--Non lo so, io non gli piaccio certamente.

A questa risposta inintelligibile il dottore e la contessa si guardarono maravigliati.