La disfatta

Part 12

Chapter 12 3,693 words Public domain Markdown

Coll'intuizione degli affetti veri ella aveva indovinato in lui una ferita: che cosa era stato? Ella non aveva osato di chiederglielo, ma si teneva sicura di saperlo da lui stesso l'indomani, giacchè il professore non le aveva, almeno secondo lei, tenuto mai nulla segreto. Da quindici anni egli restava il padrone ben educato, contento, spesso distratto, che parlava pochissimo, e non si occupava affatto della casa; ella invece vi era tutto, vi faceva da governante e da padrona, da zia e da serva, spiegando la tirannia della sorveglianza sino nei più minuti particolari, ma temprandola coll'affettuosità gioconda del carattere.

Margherita aveva per il professore una idolatria incondizionata. Anzitutto sapeva che nessun altro all'università valeva quanto lui, perchè persone rispettabili glielo avevano detto; poi la castità della sua vita, nella quale non le era mai riuscito di trovare le traccia di una donna, aveva messo in quella sua ammirazione un'altra tenerezza. Ella medesima non aveva avuto che un amore infelice nella prima giovinezza, uno studente rapito da una tisi, al quale pensava sempre come nel primo giorno del loro primo incontro. Anche Tonina aveva vissuto così in una purità d'abbandono. Ma il professore aveva amato? Amava ancora? Quante donne si erano innamorate di lui, perchè Margherita lo sentiva bello anche ora, e dovea essere stato bellissimo in gioventù? E quella castighezza di costumi fuori di ogni regola religiosa, poichè De Nittis non andava mai in chiesa, la stupiva sopra tutto. Come mai il professore non credeva a nulla? Margherita aveva tentato di parlargliene qualche volta senza ottenerne mai più di un sorriso per risposta: quindi se ne era aperta persino col proprio confessore, un buon vecchio, che conoscendo bene De Nittis, le aveva detto solo di pregare Dio più fervidamente perchè finisse di convertirlo.

Infatti da molti anni, ogni sera, ella diceva con Tonina un rosario a questo scopo.

De Nittis non dormiva. Più d'una volta, adagio, senza far il minimo rumore, ella venne nell'ombra a mettere il capo dentro l'uscio. Erano le dieci del mattino: qualche filo di luce passando attraverso le finestre rigava le tenebre della stanza, che il rumore delle carrozze rotolanti sulla strada tratto tratto scrollava.

Ma in quella stanchezza malata di tutto il corpo, De Nittis si sentiva soffocare come da un gran peso. Era fuggito improvvisamente da Roma, spaventato della propria debolezza dopo quell'ultima scena con Bice; l'amava egli? Se ne era ella accorta veramente? O dicendoglielo aveva cercato solo una scusa alla propria imprudenza? Malgrado la lunga abitudine d'impero sopra sè stesso, De Nittis non arrivava ancora a sbrogliare questi problemi, che gli si ripresentavano ostinatamente al pensiero. Certo qualche gran cosa era avvenuta nel suo spirito. Quella fanciulla, sulla quale da principio aveva riportato tutta la tenerezza passionale, indarno per tanti anni inspiratagli dalla contessa Ginevra, era cresciuta nella sua anima riempiendola a poco a poco. Senza di lei da lungo tempo non avrebbe più saputo di che vivere. Poi quella solitudine della vita gli si era allargata intorno come un deserto, che ella sola attraversava ancora col volo rapido e leggero della giovinezza; ma quando Bice si allontanerebbe un giorno al braccio di un altro uomo, egli ci aveva pensato spesso, tutto sarebbe davvero finito per lui. La sua vita lungamente assorta nel sogno di una immensa ambizione, quindi assopitasi in quella castità semi-religiosa, si era un mattino risvegliata sotto le brine dell'inverno; tutto era freddo nell'aria, il cielo s'intristiva, e dall'orizzonte opaco non soffiava più che un vento umido e silenzioso.

Perchè era vissuto così? Può l'individuo dirigere davvero la propria vita? Poichè ogni proposito gli era fallito malgrado tutta la superiorità del suo spirito e la purezza delle intenzioni, bisognava che in lui fosse un qualche capitale difetto. Ma dove? Una volta egli aveva creduto di scoprirlo nell'aver troppo dimenticato, per diventare un grand'uomo, che le più alte grandezze della vita vi spuntano dal fango comune, assimilandosene con maggior voracità le forze misteriose. Così in una continua fantasia di epopea, aveva camminato sul margine di tutte le battaglie, sprezzante della loro meschinità e amaramente altero di saperne già prima il risultato.

Ricapitolando la propria vita non glie ne restava quasi nulla. Aveva letto una infinità di libri senza scriverne uno, nel quale potesse aspettare tranquillamente l'immortalità; forse vi riuscirebbe ancora, ma non sarebbe mai che un libro imperfetto, la espressione parziale di un'epoca, nella quale non aveva saputo tuffarsi per riportarne dai gorghi profondi il segreto. Poi la vita non può essere solamente meditazione: in tal caso bisognerebbe uscirne col mezzo suicidio dei monaci, che volgendo risolutamente le spalle al mondo si affisano nell'al di là. Ma quanti restavano entro l'orbita comune dovevano accettare la vita in tutte le sue forme, diventare padri essendo stati figli, amare per essere amati, estenuarsi e morire nella conquista di un predominio intorno a sè stessi per disciplinarvi le inutili ribellioni dei più deboli alle fatali necessità della storia. Tutto il segreto della felicità umana era lì; chiunque si apparta è un ribelle, e i ribelli finiscono sempre coll'essere vinti.

Quindi la natura, sopraffatta dalla violenza della volontà nella giovinezza dello spirito, ripiglia sovra di esso verso sera terribili rivincite; tutte le passioni rifioriscono impetuosamente agli ultimi soli autunnali, mentre quanto ci pareva prima spregevole, le illusioni più volgari, i piaceri più insulsi, le funzioni più basse si colorano di una ineffabile poesia. Allora si vorrebbe ritornare indietro, innamorarsi della donna meno bella, stordirsi nelle orgie più animali: la vita domestica nelle sue più umilianti miserie, colle figlie senza dote e i figli bisognosi di un impiego, alla quale una volta si pensava con altero pessimismo vantandosi intimamente di essere rimasti scapoli, rivela improvvisamente gioie insondabili, che mantengono nella vecchiezza il tepore delle gioventù sorgenti, e preparano alla morte stessa la calma di un riposo meritato. Spesso nelle anime più ardenti, che maggiormente soffersero nella mortificazione della vita, le passioni irrompono come galeotti dal carcere: i loro rimpianti hanno allora lo stridore delle bestemmie e l'inconsolabilità del passato. Che cosa restano la gloria, la virtù, l'ideale, anche se raggiunti, quando si sta per smarrirli nella morte? La loro illusione non vale più una bella mattinata di sole, coll'appetito di una volta; e la prima fanciulla, che vi passa vicino senza vedervi, perchè siete vecchio ed ella porta a qualche giovane il sorriso fresco de' suoi diciott'anni, vi schiaccia sotto un disprezzo, contro il quale nessuna reazione è possibile.

De Nittis lo aveva già provato molte volte.

Allungato sotto le coperte nell'ombra, senza trovarvi riposo, rifaceva per la centesima volta in quelle ventiquattr'ore il bilancio della propria vita con stoica amarezza. In sostanza non aveva mai vissuto, giacchè per vivere bisogna sorbire la vita degli altri abbandonando loro la propria: ecco perchè l'ebbrezza della gloria vince quella dell'amore di quanto il possesso dell'anima di un popolo supera l'altro dell'anima di un individuo.

Egli invece aveva sempre divorato sè medesimo. Solo colla piccola Bice il suo cuore aprendosi alle affezioni ordinarie aveva cominciato a comprendere l'immenso mistero di tanti milioni di uomini viventi come senza ideale, e nullameno felici nella pienezza della propria coscienza. E d'allora aveva capito molte altre cose. L'amore per la donna, che gli si era acceso nel sangue solamente a certe ore, mentre il suo pensiero seguitava a sorriderne quasi sprezzantemente, gli rivelò nell'affetto per Bice l'amore dei figli rinascenti per le serie dell'umanità attraverso il dolore di tutte le sue tragedie e la letizia di tutte le sue creazioni. Chi non è padre non è uomo. Di tutti i suicidi il solo veramente intero è il rifiuto alla generazione, la rinuncia della propria umanità gittata a tutto il numero degli uomini, che furono e che saranno, la sfida della volontà contro la creazione. Solo chi non volle generare serba il diritto di uccidersi, non avendo mai imposto ad altri la vita; mentre chi s'innamora d'una donna, subisce l'attrazione della sua potenzialità materna, e non è pessimista.

Forse non si può esserlo davvero.

Sotto la pressione di queste idee De Nittis si sentiva ingrossare nel cuore un'onda di pianto. Mentre tutti gli uomini prendono radice nelle proprie posizioni, egli era vissuto dovunque al bivacco: aveva abitato come straniero presso parecchie famiglie nei primi tempi della sua carriera professorale, aveva veduto rinnovarsi ogni anno intorno alla cattedra gli studenti presso a poco come un viaggiatore, mutando albergo, trova sempre nuovi ospiti. Egli si ricordava le desolate malinconie di tanti giorni, quando soffocato dalla solitudine della propria stanza era costretto ad uscire per le strade cercando indarno qualcuno, a cui interessarsi. Era solo. Tutti gli passavano vicino preoccupati dei propri interessi, travolti da passioni effimere ma assolute, che riempivano il loro egoismo. Il loro saluto tradiva sotto l'amabilità convenzionale la più profonda indifferenza, la loro ammirazione per il suo ingegno era fredda: si sa che nella vita vi sono sempre stati uomini superiori, si riconoscono, e si passa oltre. Che importa il loro nome dal momento che vi debbono essere? Il pubblico non si appassiona che per coloro, i quali sposano i suoi interessi, e vivono della sua vita bassa e turbolenta. De Nittis si sentiva come un esule attraverso un paese, nel quale il popolo parlasse un'altra lingua.

Poi le ultime scene di Bice gli rinnovavano nell'anima la prima trepidazione. La fanciulla gli aveva confessato la propria passione, umiliandosi ingenuamente davanti alla grazia, che invocava, mentre egli invece non si accorgeva più da molti anni della sua bruttezza. Come accade sempre nelle lunghe e profonde intimità, che le virtù dello spirito trionfano dei difetti del corpo, Bice era per lui la più adorabile delle donne: la sua squisita intelligenza e quell'infallibile delicatezza di cuore, che le faceva sorvolare ogni volgare malvagità della vita, davano alla delicata poesia della sua giovinezza un senso quasi religioso. Egli l'amava con tutta l'anima, non sapendo ancora di quale amore. Certo vi era in esso della paternità, quella tenerezza protettrice dei vecchi fatta di rimpianti e di prognostici; ma talvolta si era pure sorpreso a respirare il suo profumo di giovinetta con una sensazione indefinibile. Mentre i padri non possono avvertire il sesso dei figli, egli aveva colla fine analisi del proprio gusto di artista colto tutte le segrete bellezze del suo essere femminile. Bice così magrolina aveva spesso delle movenze e degli atteggiamenti prestigiosi. Ne' suoi occhi stellanti passavano talora delle caldezze, che davano al pallore della sua faccia un'ansia di aspettazione, quasi un impeto di appello, simile ai lampi della calura nel fondo delle notti estive. Ma la sua anima ardentemente religiosa in quella segregazione impostale dalla ricchezza e dalla educazione, non viveva più che di poesia. Il suo lusso stesso, le sue mode erano appena un motivo per scegliere una forma o un colore senza mai alcuna di quelle vanità, che tolgono all'eleganza femminile colla grazia della spontaneità l'altra anche più signorile della inconsapevolezza.

Ma ella aveva sopratutto della donna quella tenerezza inconscia ed inesauribile per tutte le miserie, che costituisce il fondo della maternità. L'amore pel bambino non è forse tutto di pietà per la sua condizione di inerme, e la sua incapacità a poter sopravvivere un'ora abbandonato a sè stesso? Così Bice aveva sentito la solitudine, nella quale si dissolveva la vita di De Nittis malgrado tutti i suoi sforzi per nasconderlo, e ne aveva sofferto nella propria tristezza di abbandonata. Certo non le sarebbe stato egualmente facile indovinare tutte le tragedie del suo pensiero fra la glaciale indifferenza del pubblico, ma il suo cuore si era esaltato in un irresistibile ritorno di amore verso quell'orfano misterioso della gloria, che da venti anni vegliava su lei orfanella della vita.

Egli invece, adoperandosi sinceramente ad impedire la sua rottura con Lamberto, aveva sentito sino d'allora in quella segreta ripugnanza di Bice l'istintiva antipatia della donna debole e spirituale per la bella e vuota mascolinità dell'uomo; ma non avrebbe mai immaginato che la fanciulla finirebbe per innamorarsi di lui. Nullameno era vero, ed era tardi. A sessant'anni, coi capelli bianchi e l'anima già sorpresa dai primi freddi della morte, sarebbe stata per lui una immoralità ed una ridicolaggine accettare l'offerta di quella vita di vergine. Contro tale triste debolezza sapeva di essere sicuro, ma era ancora dolorosamente meravigliato di doverne tanto soffrire. Perchè non aveva subito dissipato colla solita fine ironia questa illusione di Bice? Perchè, commovendosi come un fanciullo, le aveva invece lasciato credere di amarla come un uomo? Perchè cedendo alle sue ultime insistenze, e lasciandosi strappare una promessa, che lo aveva già degradato in faccia a sè medesimo, era fuggito l'indomani senza mandarle nemmeno un biglietto? E ora bisognava con una violenza rigida ed improvvisa troncare una situazione egualmente falsa per entrambi, che avrebbe reso lui la favola della città e attirato su Bice i sarcasmi di tutti i giovani. Poi la contessa Ginevra doveva a quest'ora esserne già sdegnata. Egli aveva amato la bella donna molti anni prima senza dirglielo, e verrebbe ora a domandarle la mano della nipote! Che cosa direbbero Prinetti e il dottore? Solo il povero Giorgi avrebbe potuto comprendere la delicata tragedia della sua anima in quel momento, e compiangere sino ad approvarla.

Erano già passate molte ore.

Adesso, fermamente deciso a rompere quell'incanto con Bice, si diceva segretamente che pure sarebbe stato degno di tale felicità. Nessun uomo avrebbe mai abbastanza delicatezza per quella troppo gracile fanciulla, che forse fra non molto finirebbe col cedere a qualcuno innamorato solamente della sua dote. Quindi abbandonandosi al sogno della vita, che avrebbe potuto passare con lei, avviluppava Bice in una passione di padre e di amante entro una visione domestica, dal sentimento profondo ed ingenuo come un quadro del quattrocento, prima che l'invasione delle bellezze pagane ritornasse ad accendere nel nostro sangue la febbre di tutti i vizi. Ma poi s'accorgeva che anche quei sogni erano una debolezza volgare dinanzi al pericolo di un incontro con Bice in casa della contessa Ginevra. Quanto tarderebbero ancora? Come si presenterebbe loro? La contessa Ginevra sapeva già tutto, o Bice nell'offesa di quel rifiuto aveva serbato il silenzio? Egli propendeva per questa seconda ipotesi senza potervisi raffermare, ma un incontro con Bice era pur sempre inevitabile. Egli aveva avuto un torto irremissibile nel lasciarsi sfuggire il segreto del proprio amore, mentre ella confessandosi brutta con tanta insistenza toglieva anticipatamente ogni valore a tutte le obbiezioni della sua vecchiezza.

A quarant'anni tutto sarebbe stato possibile, ma adesso era già troppo vecchio per ogni altra donna. Quella forza misteriosa, che caccia ostinatamente tutti gl'individui verso il matrimonio, anche quando la natura parrebbe omai dispensarli dal supremo ufficio di servire alla razza, gli si aggravava con irresistibile crescendo sulla coscienza; mai come in quel momento aveva sofferto le tentazioni della vita in due, quel bisogno supremo di non essere più solo, che unicamente la creazione di una famiglia può calmare nell'uomo. Evidentemente l'antichissima definizione indiana dell'uomo triplo come padre, madre e figlio era sempre la migliore, giacchè non potendo svolgersi in tale triade tutti rimanevano inconsolabili. Egli lo aveva sempre ammesso, calmo nella coscienza di aver trionfato della natura coll'offrirla in sacrificio ad un più alto ideale, mentre invece ne sentiva ora piangere dentro il cuore tutte le necessità. Era tardi; la natura si vendicava col mutare in castigo la funzione, alla quale per tanti anni lo aveva invitato con ogni sorta di carezze. Forse i suoi sessant'anni, vegeti e quasi vergini, avrebbero avuto ancora abbastanza forza per l'amore di quella frale giovinetta, ma il matrimonio per essere legittimo deve, sorpassando l'amore, elevarsi a tutela di tutto un gruppo di deboli, che solo una potente energia di marito e di padre può educare alla vita. I matrimoni dei vecchi invece non sono generalmente che la più ignobile forma di prostituzione, un accordo di due corruttele fra impotenze di sensi ed insufficenze di anima.

Nella camera si era fatto più caldo. Quei raggi di sole, filtrando dalle fessure della finestra, parevano striscie di fuoco, che accendessero l'aria; De Nittis si sentiva scottare le lenzuola addosso, ma non ebbe il coraggio di alzarsi non sapendo dopo come ingannare il tempo. Allora tentò di fissarsi in qualche idea noiosa per dormire.

--Vuole che le porti una tazza di brodo?--chiese improvvisamente nel buio Margherita, che vegliando all'uscio lo aveva inteso sospirare.

Ma quando gliela ebbe fatta trangugiare, Margherita si ritirò chiudendo la porta colla sicurezza che il brodo lo avrebbe fatto dormire: infatti egli non si svegliò che l'indomani, all'alba, quasi tranquillo.

Aveva fame. Attese per far colazione che le due donne si fossero alzate, poi si chiuse nello studio. La sua risoluzione era presa, andrebbe da Bice e con poche parole le farebbe comprendere la impossibilità del loro matrimonio. Una pace fredda gli si era fatta nel cuore, simile a quei mattini invernali, limpidi e muti, col cielo azzurro e tutta la terra bianca di neve. Dopo questa prova suprema non avrebbe più altro da attendersi: vivrebbe ancora pochi anni, solo fra quelle due povere donne, aspettando la morte coll'altera indifferenza di chi non ha più nulla da perdervi o da sperarvi.

Per la larga finestra senza tende entravano coll'aria frizzante della mattina tutte le sonorità della strada: niente era ancora mutato nella sua esistenza. I vecchi libri riempivano sempre gli ampi scaffali, sullo scrittoio ogni cosa era al solito posto, i manoscritti, le carte, il grosso calamaio bianco di maiolica, la stecca, colla quale giocherellava per solito leggendo. Come aveva dunque potuto pensare d'introdurre una giovinetta milionaria in una simile esistenza di benedettino? Era stata una folata di maggio, un'eco della sua giovinezza di studente ridestataglisi in cuore girando per qualcuna di quelle strade di Roma, ove quarant'anni prima aveva tanto vagabondato in gazzarra coi compagni.

Ma tutto ciò era adesso così lontano, che non gliene restava nemmeno un ricordo abbastanza vivo per desiderare di ritornarvi. A che ricominciare la vita per trovarsi vecchio da capo, nell'umidore ghiacciato del tramonto, dinanzi alla pallida prateria, in fondo alla quale biancheggiano le mura del cimitero?

Quella mattina si ricordò di avere una seduta al consiglio dell'università. Il rettore volle dopo condurlo nella propria villetta, fuori di porta San Mamolo, a pranzo. Era un vecchio medico, d'ingegno mediocrissimo e di una vanità puerile, che si teneva in casa, dopo la morte delle due figlie, uno dei molti nipoti, ingegnere abbastanza intelligente e giocatore sfrenato, sempre in lite anche con lui e colla propria moglie. De Nittis entrando in quella famiglia provò un senso di pena; la moglie dell'ingegnere era brutta, il pranzo fu cattivo. Appena potè liberarsene andò verso il caffè delle Scienze, ove generalmente si radunava un gruppo di professori; ma una malinconia subitanea lo sorprese, girando sotto tutti quei portici. Si ricordò l'ultima volta che Bice era venuta a pranzo da lui, e che egli l'aveva riaccompagnata a casa sulle dieci, a braccetto, come due innamorati, mentre ella gli si abbandonava quasi sulla spalla.

Molta folla era tuttavia in giro a coppie, a gruppi, coi bambini, aspirando nei primi tepori del maggio le esalazioni aromatiche involate dal vento alle campagne in fiore. La gente pareva allegra. Secondo il solito egli si era scordato di comunicare a Margherita quell'invito a pranzo fuori di casa, ma adesso, dopo la rinuncia al sogno di amore con Bice, si sentiva preso da impeti di tenerezza per quelle due serve riparate dentro la sua vita, e che invece finivano per proteggerla. Forse le due donne non avevano pranzato aspettandolo. Decise di andare a vederle, poi il pensiero di rincasare così presto lo spaventò: la notte sarebbe troppo lunga senza dormire, senza studiare, sino alla mattina. Eppure d'ora innanzi, tutte le sere si succederebbero così, giacchè dopo un'ultima spiegazione con Bice avrebbe dovuto diradare per molto tempo o forse anche sopprimere quelle visite. Dove andrebbe allora? Presso chi altri si rifugierebbe?

Invece di entrare nel caffè svoltò all'angolo verso la vecchia basilica di Santo Stefano, gironzando a caso.

Le strade vuote, perchè la gente teneva sotto i portici, gli parvero lugubri: tratto tratto la luna da una cantonata gettava una larga pezza biancastra sino a mezzo le case, dando al resto delle loro ombre una cupezza sinistra. Strani fantasmi, memorie dell'antica città, quando le fazioni vi si agitavano in una guerra senza requie fra drammi di congiure e di amori, gli tornavano alla memoria: erano tempi passati, obliati, come presto lo sarebbe anche il nostro, senza che delle loro opere immortali alcun giovamento venisse ora agli autori.

--Sei tu!--gridò improvvisamente Ambrosi.

Il dottore più stanco del solito strascicava i piedi.

--Sei tornato con loro?

--No,--rispose De Nittis trasalendo.

Ambedue avevano rallentato il passo, poi tornarono sotto i portici per cansare l'acutezza dei ciottoli; il dottore aveva sempre il medesimo bel colorito vegeto, ma pareva di umore più cupo.

--Vai a casa? Ti accompagno,--disse De Nittis.

--Debbo fare ancora due visite.

--Perchè? ti affatichi troppo.

--E che cosa vuoi che faccia?--scoppiò finalmente:--che vada a casa? A fare che cosa? Tu studi ancora; sei un fortunato, che non lo merita, perchè avendo voluto sottrarti ai pesi della famiglia dovresti finire nella desolazione di tutti i vecchi scapoli. Io invece avevo avuto da giovane questo coraggio.... e mi è finita così.

Vi era un rimpianto così disperato in queste sue parole che De Nittis non cercò nemmeno di consolarlo.

--Uhm!--riprese il dottore, come strapazzandosi per quell'inutile sfogo e cercando di mutare discorso.--Hai divertito la piccina a Roma? Raccontami un po': senza Bice non so come noi avremmo da molti anni passato le nostre sere. Sta bene, eh? Quando torna?

--Non lo so.

--Come non lo sai?

De Nittis s'imbarazzò nuovamente.

--In ogni modo,--l'altro replicò,--la contessa Ginevra, nè anche lei può stare molto fuori di casa. Tornerà presto: Lamberto è venuto a trovarvi?

--No.

--Asino! doveva venire. Lo avete visto?

--Sì, una mattina a cavallo.

--Ma non ti ha detto niente la contessa Ginevra? Io credevo che in quell'invito della principessa qualche disegno di matrimonio per Bice a Roma ci dovesse essere. Oramai non c'è molto d'aspettare, perchè adesso ha raggiunto il massimo della salute, e una troppo lunga vigilia del matrimonio è quasi sempre dannosa alle donne anche meglio costituite. Non sono come noi, che possiamo sfogarci altrove, ne convieni anche tu? Che cos'hai stasera? Sei seccato come me, della vita, che meniamo?

--Seccato! trova una parola più brutta.