La disfatta

Part 11

Chapter 11 3,725 words Public domain Markdown

Laonde dopo quella rottura col tenente Lamberto, nel nuovo vuoto fattosele intorno, ella si era naturalmente ristretta col vecchio maestro quasi a pagargli il grande debito di gratitudine, che le pesava sulla vita, occupandosi ora della sua. Cosi quella mattina che la contessa Ginevra, reiteratamente invitata a Roma dalla principessa d'Ornano per le feste di Pasqua, si mostrò malgrado la pigrizia invadente degli anni disposta ad andarvi, Bice disse impetuosamente a De Nittis:

--Maestro, venite anche voi.

Alla contessa Ginevra questa sarebbe parsa una fortuna forse sufficiente a deciderla; egli titubava.

--Mi avete pure promesso mille volte di mostrarmi Roma!

--Oramai puoi vederla da te.

--Non verrete nemmeno se ve ne prego?

--Lamberto è a Roma,--ribattè con dolce ironia.

Ma la fanciulla ebbe uno scatto.

--Dopo questa cattiva parola dovrete venire per punizione,--rispose venendo ad appoggiarsi sulla spalliera della sua poltrona con tutta la grazia, di cui era capace.

La prima settimana a Roma era stata un idillio artistico. Lasciando la zia Ginevra a parlare del passato colla vecchia amica, essi s'alzavano di buon mattino e non tornavano che a notte, stanchi e felici di una giornata, nella quale avevano percorso meravigliose distanze attraverso i capolavori delle varie civiltà. Il tempo era florido, il sole ardente di maggio incoronava la divina città delle proprie fiamme più pure. De Nittis si sentiva ritornare giovane in quelle lunghe passeggiate, che gli accendevano le guancie, bagnandole come di un sudore refrigerante; quindi si fermavano un po' dappertutto, a colazione o a pranzo, preferendo i luoghi più modesti, come uno studente o una crestaina partiti in festa a un mattino di primavera. Ella pure si animava. Sotto il pallore cereo del viso il sangue correva più caldo nelle sue piccole vene azzurrine, mentre dagli occhi e dalla voce stessa, sempre velata, le vibrava tratto tratto una allegria provocatrice. Bice non aveva mai vissuto tanto. Quella vita, all'aria, al sole, fra il vento polveroso delle strade, andando alla ventura con un abito succinto, gli stivalini gialli, un binoccolo ad armacollo, sospesa al braccio di De Nittis, che se la traeva violentemente contro il petto al menomo pericolo di un urto; quelle colazioni, quei pranzi furtivi nel segreto di una amicizia, che per diventare amore non aveva bisogno che di esaminarsi meglio, le eccitavano tutti i nervi. De Nittis l'osservava sorridendo. Non era più la Bice solita, ancora tanto poco persuasa di vivere, che assisteva alla vita quasi come ad uno spettacolo: il suo passo era mutato, camminava a testa alta, guardando tutte le donne, che incontravano, per coglierne a volo i difetti con una satira saltellante e sonora.

Qualche volta egli arrischiava uno scherzo giovanile, ella rispondeva sul medesimo tono, sorridevano, ridevano, finchè qualche cosa li arrestava bruscamente, sorpresi di tale intimità; poi gli scherzi proseguivano nei musei, dinanzi ai monumenti, quasi la loro gaiezza primaverile avesse bisogno di scrollare tutti i gioghi, anche quello dell'ingegno. Sembrava che volessero vivere, niente altro che vivere in quell'incanto del maggio, ai soffi della sua giovinezza immortale.

Una mattina videro Lamberto a cavallo, solo, presso porta San Giovanni. Egli occupato a far caracollare un magnifico sauro non li scorse, ma parve loro diventato anche più bello; la sua elegante figura si manteneva sulla sella in una compostezza ammirabile, pareva fuso col cavallo, che cercava d'inalberarsi, finchè d'un balzo, a redini lente, partì di un galoppo vertiginoso.

--Bel cavaliere!--esclamò De Nittis, mentre Lamberto scompariva alla svolta della strada.

--Veramente bello.

--E puoi dirlo così indifferentemente!

--Il centauro non è forse più bello? Lo sapete pure, maestro, che Lamberto non amerà mai che sè stesso.

Due giorni dopo, verso le cinque pomeridiane, entravano in San Pietro. Ma Bice aveva voluto prima visitare l'ospedale dei pazzi alla Lungara, del quale i giardini si stendono voluttuosamente sul colle, ricevendone malgrado la gioconda bellezza del luogo una lugubre impressione. Le era sembrato che quegli infelici avessero tutti sul viso un'espressione di terrore indefinibile. Infatti i loro occhi e le loro bocche rimaste come contratte nello spasimo de la tempesta, nella quale era naufragata la loro ragione, avevano perduto il sorriso. Solamente gl'idioti apparivano sereni, ma anche quella loro serenità animale era involta di un'ombra, che non offusca mai le fronti del bue o del cavallo.

Bice non aveva parlato durante la lunga visita.

Quando uscirono finalmente dal gran portone, parve loro di respirare meglio, ella camminava a testa bassa.

--Ti senti male?

--Non avrei immaginato di provare una così angosciosa impressione. Tutto il resto dei mali possono essere una espiazione delle nostre colpe: Dio vorrà così nella sua misericordia per evitarci forse un più tremendo castigo, ma la pazzia.... è un mistero inconcepibile.

De Nittis si volse quasi con ammirazione: la fanciulla nella dolorante bontà del proprio cuore aveva sentito subito la più atroce antitesi del problema.

--Perchè si diventa pazzi?--ella gli chiese poco dopo nervosamente.

--Non lo si diventa, lo si resta. La follia come l'errore è una sosta inevitabile nel processo, col quale la nostra logica ricostruisce il mondo delle cose colle sensazioni stesse che ne riceve; nell'errore lo spirito è ingannato dalle apparenze, nella follia s'inganna sovra di esse per non saperle mantenere nella loro serie. Vedi, Bice; la follia ricomincia periodicamente nel sonno coi romanzi che vi combiniamo forzatamente e nei quali viviamo con sì intensa sensibilità: prorompe ad ogni passione che ci soverchia, si ripete ad ogni memoria che ci disordina. Nella follia la ragione non è morta ma prigioniera.

--Troppo alto, troppo alto!--esclamò Bice, che si sentiva opprimere da un nuovo peso.

Quando traversarono la piazza di San Pietro, il sole era ancora vivido; pochi fiaccheri vi sembravano fermi come barche in un lago silenzioso malgrado l'enorme getto spumeggiante delle due fontane dinanzi alla enorme facciata.

--Entriamo,--disse Bice.

Girarono un pezzo pel tempio a braccetto, fermandosi tratto tratto ai monumenti. Era vuoto ed immenso. Pochi altri visitatori vi erravano, destando strane sonorità colla battuta dei passi, e sparivano nell'ombra dietro i massicci pilastri; le colonne torse e dorate della Confessione luccicavano, laggiù, ad un raggio spiovente da un finestrone della cupola. De Nittis col cappello nella destra, e Bice sospesa al braccio sinistro, camminava come dentro a un museo; ella era tutta meravigliata di non provare alcuna emozione religiosa. Glielo disse.

--Credevi forse di entrare nel tuo bel San Petronio! Questo non è che un tempio cattolico, dal quale Dio è assente, perchè venne innalzato solo per la glorificazione della sua chiesa. Guardane l'architettura freddamente classica e le decorazioni posteriori. I mattoni spiegano la sua vastità colla insignificanza del loro costo; ogni cappella è un tempio a parte, ogni monumento vi rimane straniero a tutti gli altri. Dio dovrebb'essere sotto quel baldacchino di bronzo, così odiosamente rabescato e dorato, poichè davanti all'altare, che s'inabissa sotto le sue colonne, prega il Rezzonico. Decorazione, null'altro che decorazione! San Pietro è stato concepito troppo tardi, quando le arti per ritornare belle ripassavano pel paganesimo, e il pensiero per afferrare nuove verità usciva dal vangelo. Nullameno questa massa è gloriosa; il cattolicismo ha affermato con essa la propria universalità al momento stesso che il protestantesimo vittorioso la negava.

Poi De Nittis le fece notare la goffaggine della cattedra sostenuta dai quattro Evangelisti nelle pose più teatrali, e a sinistra il monumento di Della Porta, serenamente impudico, di un candore ambrato nelle carni palpitanti.

--Quale è dunque il vero tempio cristiano?

--Quello di Assisi. Prega, se puoi, qui.

--Eppure questa è la chiesa, che appare nelle orazioni a tutti i fedeli sparsi nel mondo.

--Essi la veggono nella fantasia ben diversamente.

Poi anch'egli tacque.

Improvvisamente udirono un suono di organo lontano, dentro a qualche cappella. L'ombra sbucava dalle profondità del tempio salendo sotto le sue vôlte come un vapore. Camminarono ancora: ogni tanto torri di legno ed immense scale li obbligavano a girare al largo da un pilastro, che i sampetrini in camiciotto da lavoro, chiamandosi ad alta voce come in piazza, restauravano; le cappelle indietreggiavano negli spaccati dei muri, dietro le balaustre di ferro o di marmo, già sommerse nelle tenebre e nel silenzio. Molti monumenti si discernevano appena.

--Sei stanca!--le chiese cercando indarno cogli occhi una panca.

Infatti Bice si appoggiava sempre più al suo braccio.

--Qui,--le disse, fermandosi per farla sedere sulla base di un pilastro.

Era rimasto in piedi dinanzi a lei, poi anch'egli le sedette vicino. Avrebbero potuto credersi nel mezzo di una foresta all'ora del tramonto; qualche voce remota giungeva loro come dal di fuori, l'ombra crescente sembrava raffreddare l'aria.

E a poco a poco quella solennità, cui le tenebre della notte stavano per dare un'altra grandezza di mistero, li vinse. Sebbene non fossero entrati che da un'ora, e ne dovesse mancare più di un'altra all'ave maria, pareva già molto tardi.

De Nittis fece atto di alzarsi.

--Piangi!

Ella si mise le mani sugli occhi.

--Perchè?--domandò ansiosamente tentando di staccarle le mani dal volto.

Ella cedette: nell'ombra i suoi occhi umidi gettarono un bagliore.

Ma sotto il suo sguardo egli stesso si turbò. Bice lo interrogava con una fissazione insistente, poscia chiuse gli occhi abbandonando nuovamente il capo sul muro. Così vestita di bianco, in quell'ombra, sul bianco incerto del pilastro, poteva sembrare una statua sepolcrale; De Nittis n'ebbe una vaga impressione, ma dinanzi alla rivelazione inaspettata di quel dolore tutta la sua prontezza di analisi venne meno. Una emozione indefinibile gli strinse il cuore.

--Ma che hai? Andiamo a casa: quest'ombra e questo freddo ti fanno male.

--Avete ragione,--ella sospirò senza muoversi.

Allora spaventato dal pericolo di una qualche crisi nervosa, le passò un braccio dietro la cintura, e se la strinse leggermente contro: aveva posato il cappello a cilindro sul pavimento, spiandosi sospettosamente intorno.

Ella tornò a guardarlo colla stessa interrogazione muta ed ardente.

--Hai freddo?

--Sì.

--Vieni. Perchè non rispondi?

--Siete voi che non volete rispondere.

Erano rimasti come abbracciati. Egli la sentiva tratto tratto vibrare sotto la pressione del suo braccio, mentre i singhiozzi le facevano groppo alla gola.

--Ebbene!--proruppe alzandosi bruscamente nella paura che una convulsione potesse sorprenderla:--verrai con me, te lo ordino.

Ella si alzò obbediente e gli riprese il braccio senza però camminare.

--Perchè sei così?

--Perchè vi amo.

De Nittis sentì il soffio di questa parola passargli sul volto come una fiamma. L'emozione di prima lo riprese più subitanea e violenta, lasciandolo quasi senza forze di fronte a lei: ma siccome tardava a rispondere, Bice chiese:

--Mi perdonate?

--Andiamo,--ribattè.

Quindi si rimise distrattamente il cappello, quasi fossero già fuori del tempio.

Bice lo seguì a stento, premendosi colla mano libera le labbra per soffocare i singhiozzi così che egli dovette arrestarsi da capo. Il suo volto si era alterato, giacchè quei pochi istanti gli erano bastati per ricapitolare tutto il passato di Bice e indovinare il mistero di quella passione.

--Non piangete dunque, Bice,--le disse con voce commossa.

--Rispondetemi.

--M'avete fatto entrare qui apposta?

--Sì, è stata una luce improvvisa: ho sentito che dovevo dirvelo oggi.

--Povera fanciulla! È tardi.

--Anche voi mi ricusate?

--No, Bice: sono io che mi ricuso. Il tuo cuore t'inganna; io sono il tuo padrino, la più profonda, la più pura affezione della tua vita.

Ella non piangeva più; la sua faccia esprimeva un dolore così acuto che l'altro n'ebbe ancora paura.

--Ti senti male?

Bice ebbe un gesto sprezzante, come se nemmeno la morte potesse più interessarla; poi mormorò con voce straziante:

--Anche per voi sono troppo brutta?

Erano nel vano di due pilastri. De Nittis, agitato da quella scena, nella quale potevano essere sorpresi, fece ancora qualche passo fermandosi davanti all'altro pilastro; si accorgeva della risoluzione di Bice a volere da lui una risposta definitiva, e ne provava nell'anima un trepido compiacimento.

Bice gli alzò gli occhi in viso.

--Voi siete solo come me. Mi avete allevata voi, perchè la solitudine vi faceva paura, e mi avete dato la vostra anima. Io vi amo così.

--Ma io non posso essere più nulla, Bice mia!

Ella trovò un sorriso trionfante:

--Non sono io più debole di voi?

Però De Nittis non era persuaso: quella scena inattesa gli aveva tolto tutto lo spirito; Bice inorgoglì sentendolo così scomposto dinanzi a quella sua affermazione di donna. La passione le dava il sopravvento.

--Non vi amerei se non mi amaste. Bisognava lasciarmi morire allora, se dovevate tutti abbandonarmi sola in un mondo, che potrebbe appena accettare la mia dote, e al quale non potrei mai mostrare la mia anima. Mi amate, non è vero?

--Ti ho sempre amata.

--Siate tutto per me.

Ella attese colla fronte dritta, già sicura della vittoria; gli aveva lasciato il braccio, standogli dinanzi per sbarrargli il passo, e guardandolo alta sulle stesse cime, dalle quali egli l'aveva sempre dominata. Ma in quella penombra la faccia di De Nittis, divenuta più pallida sotto i capelli bianchi, s'illuminò di un triste sorriso.

--Maestro!--ella proruppe per affrettargli la risposta.

--Il tuo maestro, null'altro.

Ella indietreggiò traballando; poi con uno sforzo supremo si avviò davanti a lui per uscire.

--Prendi il mio braccio.

--Che v'importa dal momento che non mi amate?

--Ingrata, che tenti d'ingannare te stessa!

--Non siete voi solamente il mio maestro? I maestri non amano più, quando l'educazione degli scolari è finita.

Una collera dolorosa scrollava la fanciulla.

--Non mi vorrai più nemmeno per maestro?

--Non irridete,--ella scoppiò senza piangere:--voi solo non ne avete il diritto.

Egli la fermò:

--Bice, lascia ch'io ti ami come ti ho sempre amata.

--No.

Erano presso il tamburo della porta: egli ne alzò colla spalla il pesante tendone, perchè ella vi passasse nella fessura. All'aria aperta De Nittis rimase tristemente impressionato della profonda, improvvisa alterazione in tutta la fisonomia di Bice, tremando di leggervi un sinistro prognostico. Il suo cuore si ammollì: quindi le offerse nuovamente il braccio per discendere la gradinata, ma ella ricusò ancora e si diresse verso un fiacre vicino alla colossale statua di San Pietro.

--Piazza Tor Sanguigna, palazzo Altemps,--ordinò con voce rotta al cocchiere.

Lungo la via non parlarono.

Al portone scese prima di lui, e senza rivolgersi sparì per l'atrio, su per le scale. Egli la seguì, la contessa Ginevra non era in casa: rimase nel salotto ad aspettare, poi una cameriera gli disse che Bice si era posta a letto, ordinando di chiudere tutte le finestre e di lasciarla tranquilla.

--Era un po' pallida, si sarà stancata,--aggiunse con indifferenza la vecchia cameriera della principessa d'Ornano.

De Nittis se ne andò senza aver visto la contessa Ginevra.

L'indomani alle undici si presentava ancora al palazzo Altemps; la contessa Ginevra era già uscita in visite, ma Bice lo attendeva. Era più bianca, cogli occhi cerchiati di nero, pesti da una notte d'insonnia; un pallore opaco le dava un'aria dolente di ammalata.

Rimasero entrambi imbarazzati, poi De Nittis per rompere il ghiaccio le disse con affettata disinvoltura:

--Oggi avevamo stabilito di visitare il museo Borghese.

--A che scopo?--ella rispose con voce mesta.

Ma egli, che voleva dimenticare assolutamente la scena di ieri, finse di sorridere.

--Andate a mettervi il cappellino: avete già fatto colazione o la faremo fuori? Io ho già fame.

--Mangiate qui.

--Perderei l'appetito: vai, Bice,--esclamò prendendole allegramente ambo le mani e sollevandola dalla poltrona; ma ella si rabbuiò.

De Nittis non se ne mostrò sorpreso; evidentemente si erano entrambi preparati nella notte, poi la fanciulla alzò gli occhi e, con voce tremula malgrado tutti gli sforzi della volontà, disse:

--Sono io che debbo parlarvi per l'ultima volta. Voi avete ragione, dovevate rispondermi così, ma bisogna che vi dica tutto. Mi vedete, sono una povera fanciulla senza nessuno dal giorno che sono nata: mio padre e mia madre mi avrebbero amata, perchè sono morti di amore, ma non hanno potuto conoscermi. La zia, voi, tutti gli altri mi avete protetta contro la morte, che mi ha sempre minacciata; avete voluto fare di me un'anima buona ed intelligente istillandomi tutte le vostre virtù. Che cosa sono diventata? Una creatura debole, piena di sogni, che ignora la vita appunto per tutte le spiegazioni superiori, che me ne avete dato. Forse non pensaste agli inconvenienti di questa educazione.

De Nittis non osò interromperla.

--Adesso mi sento freddo intorno. Lamberto non potevo amarlo: mi sono consultata molte volte dopo, e mi sono persuasa che le nostre due nature erano inconciliabili. Che cosa posso pretendere dalla vita? Voi solo, che mi avete amato più di tutti, siete adesso in dovere di rispondermi. Potrò essere amata ancora come da Lamberto? Egli non mi amava, lottava indarno colla sua amicizia per trasformarla in amore; mi avrebbe sposata e l'avrei fatto infelice. Gli altri mi subiranno come un inconveniente della mia dote: ecco che cosa sono, sapendolo troppo bene per poterlo mai dimenticare.

--Voi esagerate.

--No, maestro, siate grande e sincero come sempre: sapete benissimo che ho ragione. Io non dovrò dunque amare alcuno, non avrò avuto alcuno che mi ami? Come un trastullo spirituale avrò occupato le vostre conversazioni per rimanere come un giocattolo abbandonato in un appartamento deserto. Oh è ingiusto, credetelo!

De Nittis si sentiva commosso; Bice aveva pronunziato queste ultime parole con una tenerezza straziante. Egli avrebbe voluto alzarsi e camminare nel gabinetto per vincere l'emozione, che gli cresceva nel cuore, ma si accorgeva che la fanciulla non aveva ancora finito.

--Perchè mi rifiutate? lo so, mi amate,--gli gridò quasi improvvisamente.

Egli non trovava ancora la risposta, ma ne' suoi occhi inumiditi dalle lagrime s'accendeva qualche lampo.

--Ho paura di restar sola, ve l'ho pur detto.

--Non sareste sola egualmente?

--Non mi volete?

--Io ti voglio felice,--egli esclamò con impeto,--io che ti amo davvero, povera testolina! E verresti tu, che hai freddo al cuore, che sei così pallida, a rincantucciarti nell'ombra della mia vecchiezza per rimanere poi più sola di prima! No, Bice mia, la tua vita non può essere così: hai già sofferto troppo da piccina perdendo il babbo e la mamma, perchè non ti si appresti qualche felicità. Se non hai potuto amare Lamberto malgrado la sua bellezza, amerai un altro giovane buono come te, che ti aprirà le porte del mondo, dal quale io sono uscito per sempre e senza rimpianti. Non vi ho lasciato nulla. Più triste di te, che disperi per paura dell'avvenire, io non dispero più perchè disprezzo anche il passato; la mia vita sarà stata come un lucignolo acceso in una lanterna cieca; non ho potuto amare nè essere amato. La mia gloria sei tu sola che mi credi, i lettori dopo morto non m'interessano.

--Voi siete grande.

--Quanti scolari dissero così del proprio maestro! Non pensiamoci più: il tuo cuore ha scambiato la più dolce affezione della tua vita per amore. Quando amerai davvero, t'accorgerai della differenza.

--Non amo che voi,--ella replicò con accento quasi severo.

L'altro titubava.

--Badate di non essere poi costretto a credermi troppo tardi.

Bice si era alzata livida.

--Dove andate?

--Ritorno nella mia camera.

--Non uscirete con me?

--Oggi stesso pregherò la zia di ritornare a Bologna.

--Ma vi sentite male!--egli proruppe cercando di prenderle le mani.

Ella gli buttò le braccia al collo:

--Mi amate, mi amate!--mormorava scossa dai brividi di una convulsione imminente.

--Ma sì, lo sai pure che ti ho sempre amata!

--Non così, non così!

E sotto le sue strette deliranti egli medesimo sentì il bisogno d'abbracciarla, e la baciò sulla bocca. Allora Bice gli si sospese al collo, aggravandovisi con tutto il peso, così che lo fece traballare sconvolto, senza fiato.

--Mi amate?

--Sì.

--Sarete tutto per me?

Egli tardava a rispondere.

--Oh! cattivo,--esclamò pigliandogli il volto fra le mani;--io che sono sua da vent'anni, non mi vuole!

Allora De Nittis sopraffatto, felice, si arrese.

Poco dopo Bice raggiante scappava nella propria camera.

--Torna stasera a pranzo, lo diremo alla zia.

VII.

Invece era fuggito da Roma.

Ma a Bologna tutto era più triste. L'accoglienza festosa delle due donne, alle quali la sua assenza aveva tolto ogni occupazione, gli parve di una volgarità fastidiosa; dalla casa freddamente pulita e colle persiane rimaste chiuse in tutto quel tempo, perchè la polvere della strada e il sole non ne sciupassero i mobili, gli veniva una sensazione di scoraggiamento.

Invece di rispondere a tutte le loro dimande si chiuse nello studio. Allora Margherita e Tonina si consultarono: evidentemente il professore stava male. Il suo volto sparuto per la fatica del viaggio, nel quale non gli era riuscito di chiudere un occhio, aveva quei toni plumbei, che paiono sempre i segni di una malattia; la sua voce era velata, il gesto stanco. Margherita fu la prima a notare che il professore aveva evitato di rispondere alle sue interrogazioni su Bice, ma non seppe lì per lì indurne altro; tornò nella camera di lui a sprimacciare nuovamente il letto, vi diè aria, rassettò tutto, ed entrò coraggiosamente nello studio. De Nittis sprofondato nel vecchio seggiolone, colla testa fra le mani, sembrava assorto in una cupa meditazione: che cosa era dunque accaduto? In tanti anni non l'aveva mai visto così. Lentamente sulle punta dei piedi, uscì per dire a Tonina di preparare al più presto una buona tazza di brodo.

--Sta male?--chiese Tonina, guardandola coi piccoli occhi bianchi agitati.

Margherita non rispose, ma diventava sempre più pensierosa: nella propria superiorità verso l'altra capiva di non dover parlare su quello strano abbattimento del padrone, pel quale bisognava pure fare qualche cosa. Quando vi ebbe ben pensato non trovò altro che di tornare nello studio a dirgli:

--Venga.

De Nittis non comprese.

Ma ella gli spiegò subito col suo fare un po' importante di brava donna da casa la necessità di porsi a letto; certo il lungo viaggio doveva averlo stancato, perchè si conosceva anche nella faccia, ma una buona dormita di cinque o sei ore almeno gli farebbe passare tutto. Forse gli avrebbe anche detto di non alzarsi che l'indomani, poichè nemmeno la giornata era troppo bella, se la sorpresa del pranzo, che volevano fargli pel ritorno e al quale avevano tanto pensato nella sua assenza, non fosse così andata perduta. Poi le sarebbe parso di considerarlo ammalato per davvero.

De Nittis affranto non fece alcuna obbiezione.

L'altra, uscita al solito, mentre egli si svestiva, rientrò poco dopo, appena lo intese rivoltolarsi sul letto, per rimboccargli le coperte e portargli via il lume dal comodino.

--Dorma,--gli ripetè due o tre volte autorevolmente.

Egli ebbe un triste sorriso.

Ma invece di chiudere l'uscio, ella aveva già abbuiata l'altra stanza, e si sedette senza far rumore daccanto al tavolino per essere più pronta ad una chiamata.