Part 10
Per strada De Nittis le diede il braccio. Passarono sotto i portici quasi deserti, con passo lento, allegri tutti due di quella buona giornata: ella gli si abbandonava dolcemente sulla spalla guardandolo tratto tratto, superba di sentirlo ancora così vigoroso, e ascoltando la percossa del suo passo echeggiare nelle sonorità delle volte e del pavimento. L'aria frizzante della notte batteva loro sul viso. Ella aveva finito col mettere anche l'altra mano sul suo braccio, e saltellava nelle disuguaglianze da portico a portico con certi scoppi di risa, abbassando improvvisamente il capo, come sorpresa da un'intima tenerezza in tale passeggiata notturna, fra quelle grandi ombre, che avrebbero permesso più di un bacio, e quei subiti chiarori di fanali, che lasciavano tempo ad un sorriso di mostrare tutte le sue carezze.
A casa la zia Ginevra li sgridò di aver tanto tardato.
Nullameno Bice seguitò ad andare spesso da lui col pretesto di copiare quella prefazione, ma occupandosi invece con istinto femminile a rendergli più dolce la vita. Infatti d'accordo con Margherita, e senza che egli potesse nemmeno sospettarlo, riuscì a sostituire il suo vino di osteria col migliore delle proprie terre, e a mandargli quasi tutte le mattine qualche primizia di ortaggio; poi gli riempì i cassetti di altra biancheria, e al primo onomastico seppe fargli accettare una magnifica veste da camera. Ma non osò alterare la semplicità, quasi povera, dell'appartamento.
De Nittis non vi aveva che pochi mobili da rigattiere.
Nell'abitudine di un isolamento, contro il quale non aveva mai lottato, egli si era avvezzo da tempo a quella povertà, preferendola al mezzo lusso borghese di molti suoi colleghi. Una malinconia di abbandono lo rendeva ora più che indifferente a quanto potesse ancora accadergli nella propria condizione di professore scapolo, prossimo ad andare in pensione, e al di fuori di ogni partito politico. Come la maggior parte di coloro, che sognarono la conquista del mondo, egli aveva camminato povero e solo. Appena compiti gli studi, accorgendosi che la vita era una battaglia, nella quale bisognava quasi sempre uccidere per non essere ucciso, il suo primo pensiero fu di ritirarsi sconosciuto in qualche bella campagna; ma questo sogno di tutte le anime troppo delicate dovette vanire quasi subito dinanzi alle rudi necessità della vita. Nullameno non lottò a lungo, e d'avvocato anelante all'arringo parlamentare si mutò dopo un anno fra lo stupore degli amici in professore di filosofia, esulando al solito in una Università isolana. Lo destinarono a Cagliari.
Colà, sperduto fra un popolo barbaro, si formò nella preparazione di una gloria più alta. Invece di comandare al parlamento volle regnare nella scienza con quella ideale sovranità non concessa che a pochi, e per la quale bisogna quasi sempre negarsi tutte le altre gioie della vita. Per dodici anni rimase quindi sepolto fra i libri, assimilandosi tutto il pensiero moderno nel sogno di dargli una nuova costituzione con uno di quegli sforzi sublimi, che pareggiano filosofi e conquistatori in una eguale gloria di aver saputo organizzare intorno a sè stessi per qualche tempo le cose o le idee. Quella vita claustrale lo abituò a tutte le castità. Il suo disegno era stato una guerra contro la neonata teorica darwiniana, nella quale stavano già per naufragare tutti i principi della filosofia e la storia dell'umanità; ma quando ebbe imparato abbastanza le scienze per contestarle anche molte affermazioni sperimentali, comprese che tale guerra non avrebbe potuto conchiudere ad una vera conquista, e concepì tutta una nuova filosofia della natura, entro la quale l'ipotesi della mutabilità delle specie si sarebbe sommersa spontaneamente. Un'immensa ambizione lo animava. Mentre l'Italia era risorta per opera dell'Europa, che le ripagava così il beneficio di due civiltà, il genio italiano pareva tramontato: Gioberti, l'ultimo filosofo, era morto; Manzoni, l'ultimo poeta, taceva. Un silenzio di paura pesava sull'anima del popolo appena riaffacciatosi alla vita, e già in preda alla disperazione di non potervi raggiungere coloro stessi, dai quali vi era evocato. I dispregi fioccavano d'oltre Alpe e d'oltre mare sulla rivoluzione incompiuta; la nuova monarchia era ancora vassalla di Francia, Roma un feudo del Papa. In quegli anni così pieni di lotta e di gazzarra De Nittis sognava solitario, coll'orgoglio dei novatori, un'altra rivoluzione del pensiero italiano in Europa. Arte, scienze, filosofia, politica, religioni, tutto era in subbuglio: la grande scuola hegeliana agonizzava, la nuova scuola positivista era troppo superficiale per gettare radici; nell'arte il romanticismo era consunto, nella politica al principio delle nazionalità, che aveva creato i popoli, doveva succederne un altro, che riunisse l'umanità.
Che importavano i dibattiti parlamentari dell'ora, poichè nessuno poteva più esservi grande in un periodo, che Mazzini aveva aperto, Cavour guidato, e Garibaldi chiudeva? Il rinnovamento bisognava farlo nel pensiero, o l'Italia non vivrebbe malgrado il miracolo della sua resurrezione. In questa febbre egli obliava di non essere oramai più giovane per non apprestare che materiali su materiali al moderno edificio dello spirito italiano; ma come accade sempre a chi si ripari nel pensiero dalla tormenta dell'azione, perchè il selvaggio egoismo delle passioni l'offese nelle fibre delicate del temperamento, che la volontà si stanca presto all'opera, mentre una eguale necessità di aspri combattimenti lo persegue anche nella costruzione di un sistema ideale, egli doveva soccombervi appunto per non sapere uscire dal vago delle meditazioni. Tutti gl'imperi si fondano del pari su cadaveri di uomini o di idee: la stessa precisione di sguardo è indispensabile al fondatore di un regno e al fondatore di una teorica; una medesima spietata parzialità rende tirannico il loro impero anche nel beneficio della grande opera. De Nittis invece, a forza di scorrere ovunque col pensiero, aveva finito coll'accoglierne tutte le forme in una specie di mistico scetticismo, forse più vasto di tutti i sistemi, ma colla inutilità di tutti gli scetticismi dinanzi a quel supremo bisogno nella vita del dover scegliere per agire.
Questa rivelazione fu l'ultima battaglia per lui. Aveva già passato i quarant'anni, quando ogni sogno radioso di gloria si spense improvvisamente nel suo spirito; a che prò dunque studiare ancora? Nel primo impeto di tale tristezza pensò persino di dimettersi da professore, ma siccome non aveva altri mezzi per vivere, e tutto quanto sapeva non gli avrebbe a questo bastato, dovette rinunziarvi. Poi era ancora solo, e non aveva mai amato.
In quella solitudine studiosa aveva conosciuto appena cinque o sei donne, tutte non abbastanza belle di corpo o di spirito per innamorarlo. La sua anima amava troppo l'amore per non sentirsi ferita al contatto della inevitabile volgarità femminile, quasi sempre incapace di sentire persino la bellezza, che nel suo spirito brillava e cantava come uno di quei fuochi accesi da Dante nelle sfere superiori del paradiso. Quindi il suo isolamento diventò un esilio più freddo che nei conventi, ove la fede può talora mutare l'abito in insegna di guerra. Sino all'ultimo trasloco nella università di Bologna aveva vissuto da studente in camere ammobigliate, mangiando all'albergo, senza dimestichezza colle padrone di casa, ed evitando a tavola le famigliarità dei soliti avventori insignificanti o chiassosi. All'università disimpegnava svogliatamente le poche lezioni di ogni anno fra l'indifferenza degli scolari, cui quello studio non poteva essere preparazione ad un mestiere; s'insegna forse filosofia a giovani sforniti d'ingegno ed inconsapevoli della vita, mentre il genio stesso deve restare solitario sino all'ora della rivelazione, e perirvi per quella legge simboleggiata dal cristianesimo, che solo dalla morte balenano le verità trascendenti? Poi la signorilità severa delle sue abitudini, facendo credere all'albagia di uno spirito preoccupato dalla propria importanza, sebbene nessuna opera l'avesse ancora significata, lo rendeva poco amato in quella carriera professorale, forse la più aspra alla vanità per la sua stessa elevatezza.
Quando la natura, stanca in lui di quella tensione spirituale, riprendeva per qualche ora il sopravvento soffiandogli nel sangue gli aromi dei fiori, egli s'abbandonava improvvisamente alla prima donna, magari non bella, per soffocare in una violenta prostrazione il cordoglio vedovile del proprio cuore. Ma erano rade soste, dalle quali si rialzava con una lunga amarezza nell'anima, quantunque nessuna fede religiosa gli vietasse quelle effimere soddisfazioni della carne. Come avevano dunque potuto amare i grandi poeti? Con quale potenza trasformavano le donne volgari dei loro amori nei fantasmi divini della loro arte? E in quella solitudine, appena illuminata dagli ultimi simboli della gloria, qualche volta si diceva di aver sbagliato nella rinuncia alla vita degli altri uomini, giacchè tutti i grandi davvero l'avevano percorsa cogli umili, assoggettandosi alle più basse funzioni per impararne forse così i supremi segreti.
Quindi da Cagliari senza chiederlo, mentre tutti i suoi colleghi sì agitavano ogni anno per uscirne, fu mandato a Firenze. La bella città, febbricitante allora in quella vita effimera di capitale, radunava nella propria piccola cerchia tutto il fiore d'Italia: egli già scorato di sè medesimo vi conobbe nelle sale della contessa Ginevra quasi tutte le celebrità del momento, sorridendo del trovarle così piccole. Anche la gloria vista da vicino diventava una ressa di vanità momentanee, nella quale si perdeva la voce dominatrice dei pochi grandi; appena qualche loro atto, incompreso o male interpretato, li scopriva un istante per lasciarli ricadere fra la folla e come la folla insignificanti. De Nittis trovò finalmente nella contessa Ginevra la donna. Ma adorando colla dedizione delle grandi anime l'insigne statista, che allora si esauriva in un'estrema lotta, ella non si accorse di questo ultimo innamorato. La contessa Ginevra, abbastanza bella ancora per contentare la finezza del suo gusto artistico, conservava nello spirito potentemente educato tutta quella inesplicabile dolcezza femminile, alla quale i cuori affranti da una troppo lunga lotta anelano come ad un riposo. Quindi soffocando con un'ultima stretta spasmodica della volontà questo tardo ideale, egli giovò del proprio ingegno, senza che alcuno potesse mai supporne il sacrificio, l'uomo a lui così inferiore, e nullameno abbastanza potente per far vibrare tuttavia il cuore di tutta Italia.
Poi la contessa Ginevra, vedova del marito e dell'amante, tornò a Bologna, e per la prima volta anch'egli chiese al ministero di esservi traslocato.
A Bologna compose definitivamente la propria vita. Egli stesso fu sorpreso dalla calma, colla quale rinunciava ad ogni avvenire, mentre i capelli gli si cominciavano appena a brizzolare, e nel largo ingegno tanta folla di idee si agitavano ancora intorno al monumento incompiuto della sua giovinezza. Da un collega morto ereditò Margherita come governante, poi capitò anche Tonina; mise casa e ne cedette loro il governo colla facile contentezza degli scapoli, che non ne veggono se non le noie.
Ma se fuori pareva freddo, in casa diventava malinconico. Per lungo tempo accarezzò il proposito di un giornale come quello di Amiel, il triste filosofo ginevrino, al pari di lui vissuto sul margine della gloria, e che la morte aveva finalmente rivelato alla crudele disattenzione dei contemporanei. Ma questa fama, che gli verrebbe dal testamento del suo spirito, gli parve troppo amara: perchè lasciare sul libro di bordo poche frasi, che potessero ricordarlo ad altri viaggiatori? Era egli così piccolo da non poter essere osservato che per un grido strappatogli dalla fuggente bellezza di un paesaggio, o da una riflessione suggeritagli misteriosamente in quelle lunghe noie del mare, che vincono l'attiva giocondità dì tutti i passeggieri? Come lui, Amiel era stato un malato dell'ideale, e il suo ingegno grande ma delicato aveva dovuto soccombere nella passione del capolavoro senza accorgersi di scriverlo in quel giornale, ove sfogava il dolore della propria impotenza. Questa suprema ironia del destino rivoltava in De Nittis tutta l'altera franchezza della sua personalità: o lasciare un monumento o sparire come quegli insetti, che danzano un istante nel sole, e dei quali nemmeno la scienza potè ancora sorprendere la nascita o la morte.
Il primo anno a Bologna lo passò in ozio.
Malgrado il rumore destato da alcune sue lezioni, seppe evitare quella gloria provinciale dei mediocri, nella quale s'impantanano quasi tutti i professori d'università; ma poi una stima vaga ed affettuosa gli venne crescendo d'intorno, finchè un bel giorno qualcuno lo proclamò la testa più forte dell'ateneo. Carducci, l'illustre poeta, ebbe per lui uno di quei rari encomi, che hanno fatto in Italia parecchie riputazioni; poi si seppe che stava scrivendo la _Storia di Dio_.
A chi l'aveva egli detto pel primo?
Forse non se ne ricordava più, ma questa idea gli si era lentamente, mutamente, imposta come ad uno di quei grandi filosofi medioevali, che pensavano il pensiero di Dio, mentre intorno a loro ruggiva la più feroce bufera d'ignoranze e di guerre. Solo in una esistenza come la sua, tale immensa opera sarebbe stata possibile.
Al di fuori di ogni partito e al disopra di ogni polemica, egli potè quindi concepirne il primo disegno senza alcuna di quelle riserve, che la vita impone quasi sempre a tutti gli autori. Credeva egli nel Dio adorato da tutti i popoli, gigantesca personalità, che creava improvvisamente l'universo gettandovi l'uomo per fargli eseguire una misteriosa missione? Il libro lo avrebbe provato. Da un esame profondo ed universale di tutte le forme, nelle quali Dio era stato concepito, dalle vicissitudini della sua alleanza coll'uomo tante volte rotta ed altrettante riannodata, dai dogmi delle religioni salienti l'una dall'altra come gradi di una scalea e la cui cima si perdeva nell'azzurro fra i baci del vento e gli schiaffi delle folgori, dalle testimonianze della coscienza popolare per ogni epoca e e per ogni regione, doveva uscire il segreto di questa parola, la più grande che l'uomo avesse ancora pronunziato. Dio era? Come sarebbe l'uomo con lui? De Nittis allontanava per il momento queste ultime domande per rimettersi sulle prime traccie dell'umanità. L'anima vergine del selvaggio, sopravvissuta sino a noi nella preistoria, gli rivelava i primissimi culti, come uno sguardo gettato nell'infinito e ritrattone istantaneamente quasi dall'orlo terrorizzante di un abisso. La vita umana era tutta involta in tale verbo, e non si rivelava a sè stessa che apprendendo a sillabarlo: Dio era nel vagito dei bambini e nel rantolo dei morenti, nell'urlo dei popoli e nel grido solitario degli abbandonati; il suo terrore dominava quello delle guerre, il suo sorriso ravvivava la speranza di tutte le paci; era negli spettacoli della natura, che solo la sua collera poteva aver sconvolto; raggiava sulle cime del pensiero che innalzandosi era costretto a cercarlo; e mentre le stelle roteavano ubbidienti nell'azzurro come bighe lanciate ad una corsa, e il mare si ripiegava nella propria ira dinanzi ad un confine misteriosamente assegnatogli, gli uccelli salendo nel cielo ebbri d'amore cantavano verso di lui gl'inni di quella fede, che si era già creata dei templi e dei dogmi egualmente imperituri.
Nella storia di Dio passavano naturalmente tutte le altre, giacchè le religioni erano al tempo stesso un poema ed un codice, nel quale ogni popolo per lunghissimi secoli vi aveva accolto con sè stesso quanto gli era riuscito di prendere alla natura. Dio aveva assunto tutti gli aspetti più atroci e più soavi; era uscito rosso e fumigante dai vulcani, era apparso spumante ed evanescente sul mare, era passato tuonando pel cielo; poi sbucando dai misteri dei boschi aveva ruggito come le fiere, e come queste reclamato il sangue dei piccoli, di coloro che colle fiere non avrebbero potuto lottare; aveva amalgamato in sè stesso tutte le potenze della fauna per diventare nel drago un mostro egualmente capace di trionfare sulla terra, nelle acque e pel cielo. Ma in tutte queste metamorfosi, fra preghiere deliranti di fede o di paura, egli non era che il segreto della vita, entro la quale gli uomini passavano, e sulla quale aveva sempre pesato come una significazione dell'infinito. La nostra esistenza era stata in lui e per lui, i nostri morti erano tramontati nel suo arcano, la nostra morte era appunto il suo stesso mistero.
Ma l'uomo, emancipandosi colla scienza dalla natura, ne aveva emancipato anche Dio per incominciare con lui quel dibattito, che forse non finirebbe se non alla morte di entrambi. Mosè era il primo uomo, che avesse parlato faccia a faccia con Dio: prima nè la persona umana, nè quella divina erano ancora abbastanza indipendenti, e in ogni mito la creazione involgeva egualmente creatura e creatore. Con Mosè invece la natura non offriva più che la scena pel dialogo dei due grandi attori. Senonchè la disputa era salita di tono, scoppiando in minaccie reciproche: il pensiero umano imponeva al pensiero divino di rivelarsi per essere adorato. La critica di Giobbe, contro cui Dio aveva indarno ingrossato la voce, era diventata metodo contro tutte le rivelazioni divine, pur soccombendo al problema umano, nel quale il dolore restava inesplicabile ed inguaribile. La filosofia greca aveva già risolto Dio in un puro spirito, quando nella terra di Mosè, quasi a protesta contro questa vittoria della persona umana sull'impersonalità divina, un'altra rivelazione, la più importante fra tutte, umanizzava nuovamente Dio, facendolo morire volontario sulla croce. Dal Dio, che violentava Giobbe il giusto, al nuovo, che perdonava ai propri assassini, quale distanza! Era Dio disceso sino all'uomo, o l'uomo salito sino a Dio? Comunque fosse, l'uomo aveva vinto, se Dio era stato costretto a ottenere da lui la fede col sacrificio di sè medesimo.
Nell'immenso panorama storico di Roma, Cristo appariva una figura senza tempo: la sua vita e la sua morte malgrado la volgarità dei particolari sfuggivano ad ogni misura; la guerra della sua nuova religione passata di vittoria in vittoria riempiva adesso quasi tutto il mondo sino ai confini di quella barbarie, che da secoli vi sopravvive attendendo di essere distrutta. Con Cristo la disputa fra uomo e Dio pareva finita, dal momento che questo patendo tutti i dolori ne aveva tolto ogni ingiustizia. Ciò che un Dio aveva patito, perchè un uomo ricuserebbe di soffrirlo? Ma perchè Dio aveva dovuto soffrirlo? E mentre nella storia, ubbidiente ai suoi ordini, la rivelazione era mantenuta costante dalla Chiesa, e i santi alimentavano la fiamma della fede vincendo tutti i mali colla predilezione stessa del dolore, il pensiero umano ripiegato come Giobbe sopra sè medesimo sorrideva di Dio, che per colpa dell'uomo era stato anch'egli costretto a soffrire e a morire. Una incredulità trionfante di ogni dolore e di ogni consolazione si levava dal fondo dei cuori; la scienza accettando la sfida lanciata da Dio a Giobbe scandagliava tutti gli abissi, trovava altre prode oltre gli oceani, altri soli oltre gli astri vantati dalla Bibbia; poi di epoca in epoca risaliva tutto il passato della nostra terra sino a quel tempo senza giorni, quando l'uomo non esisteva, lo sorpassava, e ricostruendo la storia di questo piccolo pianeta, nel quale l'uomo non era che un ultimo incidente, si domandava come Dio, disceso a morirvi per lui, avesse potuto riconoscerlo per centro ideale di tutto l'universo.
Ma l'umanità, misteriosa anch'essa nella propria marcia, abbinava le correnti della incredulità e della fede piegandole a descrivere un'orbita sempre più larga intorno al proprio pensiero. Le religioni, divorandosi a vicenda, s'incorporavano in un poema senza fine, cui i poeti ricamavano le liriche e i popoli davano colla sonorità della loro voce un accento ineffabile, mentre i templi crescevano di magnificenza e di numero, e quasi tutti i pensatori rientravano vecchi e stanchi nella chiesa per piegare la fronte sui gradini dell'altare, dal quale il loro spirito era partito temerariamente alla ricerca di Dio.
Dio era? L'umanità lo affermava e lo negava nel medesimo istante.
De Nittis aveva pensato l'immensa opera in quattro volumi, sapendo che forse non arriverebbe a finirla, ma con questa fatica dinanzi l'isolamento della vecchiaia non lo atterriva più: Dio gli terrebbe compagnia. Lo troverebbe egli in fondo alla storia dell'umanità, nell'ultimo giorno della propria vita? Qualche volta il suo pensiero sorrideva con un dolce sorriso di bambino, che guarda dal petto della balia il mondo all'intorno.
Il suo temperamento mite, in quello studio imparziale del più grande problema umano, aveva finito collo spogliarsi delle ultime passioni per giudicarle colla indulgenza leggermente ironica e caritatevole di certe parabole evangeliche.
Una volta in villa accompagnò la contessa Ginevra a messa.
--Come! venite anche voi?--ella chiese meravigliata.
--In campagna. Questi contadini soffrirebbero troppo, vedendomi restare sul sagrato ad attendervi. Perchè offendere la loro fede, quando non potremmo dar loro nemmeno le poche risorse dell'incredulità?
--Mio caro filosofo, finirete anche voi col convertirvi.
De Nittis, che aveva la piccola Bice per mano, si era arrestato.
--Accetto l'augurio: da Hegel a Balzac, da Darwin a Hugo, da Mazzini a Bismark nessuna delle guide moderne è uscita dalla religione: Zola sta forse per rientrarvi, Tolstoi vi predica come un missionario.
--Allora ne convenite?
--Aspetto come la piccola Bice.
--Vi farò convertire da lei.
Ma siccome erano già presso la porta, e i contadini li guardavano rispettosamente col cappello in mano, tacquero.
De Nittis in quegli anni si era rimesso allo studio delle lingue orientali, perchè solo dalla filologia potevano uscire le profonde verità della storia religiosa. Nessuna rivelazione infatti sarà mai più sincera che quella stessa della balbuzie nella primissima infanzia umana, quando dinanzi alla novità della vita lo spirito ne ripeteva inconsciamente le leggi nel proprio linguaggio. Ma rifacendo la storia di tutte le religioni ogni altra storia veniva cangiata: quanti errori accumulati dalla erudizione, quante false prospettive nel passato dello spirito umano! Nulla era più vero delle religioni, perchè l'anima non mente mai a sè medesima davanti all'infinito, e nulla forse più ignorato della loro vita millenaria, attraverso la rapida vicenda delle generazioni.
Quindi all'uscire dalle lunghe meditazioni su qualche problema religioso, la sua più viva compiacenza era una conversazione con Bice nel salotto della contessa Ginevra.
Tutta la sua insoddisfatta tenerezza di amante si riversava allora sulla piccina coi medesimi impeti di dedizione, che sono la migliore ricompensa della maternità, quando nella donna una falsa educazione o una più falsa vita non hanno soffocato la natura femminile. E la piccola Bice amava lui più d'ogni altro per quell'istinto sicuro dei bambini nella scelta degli affetti, che li circondano. Se il dottor Ambrosi infatti colla sua bruscheria brontolona era quasi il padre, cui ubbidiva talvolta a malincuore per una soggezione misteriosa della sua forza, De Nittis poteva ben essere la mamma con quel bel viso roseo, fresco sotto i capelli bianchi, e la voce dolce come una carezza. Bice cresciuta nell'ombra del suo pensiero, indovinandolo alla musica delle parole prima ancora che il povero Giorgi coll'iniziarla alla più sacra delle arti gliene insegnasse il segreto, nel dividere fra quegli amici il proprio cuore ne aveva riservato il fondo a De Nittis. Egli solo l'aveva sempre compresa anche nelle crisi più silenziose della giovinezza, quando il loro mistero era stato più volte per sommergerla in una melanconia piena di terrori.