La crisi: commedia in tre atti

Part 2

Chapter 2 3,751 words Public domain Markdown

PIERO.

Perchè?

RAIMONDO.

Domando.

PIERO.

Non ti piace?

RAIMONDO.

Altro!

PIERO.

È un'ottima creatura, sai? Molto migliore che non paia.

RAIMONDO.

Speriamo, perchè, veramente come "parere".

PIERO.

Ha un fare da sciocchina, ma ha pure delle qualità eccellenti, e un cuor d'oro. Sai, giovane, vedova, sola, ricca....

RAIMONDO.

Scommetto che non ha mai più di due amanti per volta.

PIERO ridendo.

Pessimista! Io, invece....

RAIMONDO.

Non giurarci.

PIERO.

Non ci giuro, ma non so niente.

RAIMONDO.

Tu vivi nelle nuvole.

PIERO.

Credo che le faccia la corte il Pucci.

RAIMONDO.

Io credo di no.

PIERO.

Oh bella, che ne vuoi sapere tu, che li hai veduti oggi per la prima volta?

RAIMONDO.

Già, è vero.

PIERO.

Gli va a sedere vicinissimo, gli posa le mani sui ginocchi, e si curva su di lui.

E mia moglie? Parlami di lei. Non mi hai ancor detto, seriamente, e un po' a lungo, che impressione t'ha fatto e che cosa ne pensi.

RAIMONDO.

Che vuoi, l'ho veduta ieri l'altro, non sono rimasto con lei tre ore in tutto, sin'ora....

PIERO.

Ma.... insomma.... ti piace?

RAIMONDO.

Molto. Fisicamente è un amore.

PIERO contento.

Eh?!

RAIMONDO.

Poi deve essere intelligente, briosa, di carattere gaio....

PIERO.

Vedi, vedi, che l'hai già capita?

RAIMONDO.

Sì, per quello che si può capire in così breve tempo.

PIERO.

A poco a poco, le riconoscerai tante altre buone qualità: quelle del cuore, sopratutto, che sono squisite, e capirai ciò di cui ti sei stupito allora, quando ti scrissi che mi sposavo, e mi sposavo d'amore.

RAIMONDO.

Ah davvero che me ne stupii! Per chi ti conosceva uomo freddo, calmo, tutto dedito allo studio e al lavoro.... Io mi dicevo: se Piero si ammoglierà, farà un matrimonio di convenienza. Parevi di quegli uomini, che _non prendono moglie_, ma ai quali si _dà moglie_ quando hanno l'età adatta per accasarli, perchè è una cosa, l'ammogliarsi, che un uomo equilibrato, che il perfetto cittadino deve fare. Invece....

PIERO.

Eh?

RAIMONDO.

Sonnecchiava un sensuale, in te; e quando incontrò la donna che seppe risvegliarlo....

PIERO.

Ah, Raimondo, come lo seppe, Nicoletta! Mi ha reso pazzo d'amore. Se non avessi potuto sposarla, credo che mi sarei ucciso.

RAIMONDO.

Fissandolo, da scrutatore, con una leggera espressione di mestizia sul volto.

Ed è sempre come il primo giorno?

PIERO.

Più, più ancora se è possibile. Vivo di lei e per lei. La luce mi vien dai suoi occhi, l'aria dall'alito suo, il calore da un suo bacio.... E una frenesia.

RAIMONDO.

Sei, persino, diventato poeta!

PIERO.

Mi domando, alle volte, con terrore, come potrei vivere senza di lei. Raimondo, se dovessi perderla, ne morirei. Lo credi? Talvolta, questo pensiero mi dà un principio di pazzia. Sono solo, nel mio scrittoio. Lavoro, scrivo. A un tratto la mano si arresta, la penna mi cade dalle dita. Nicoletta? Non c'è più, l'ho perduta! Lotto, atrocemente, per qualche minuto, contro questo improvviso pensiero che diventa un'idea fissa. Inutilmente! Bisogna che mi alzi, che esca, che prenda una carrozza e corra a casa per vederla, per abbracciarla, per convincermi coi miei occhi, che c'è ancora, che esiste, che è mia. Se per disgraziata combinazione non è in casa, perdo la testa.

RAIMONDO.

E vai a cercarla? Finirai per diventare ridicolo.... Perchè il mondo lo trova ridicolo un marito innamorato.

PIERO.

No, non vado a cercarla. Me ne mancano le forze. Ma corro in camera sua, aspiro il profumo che vi ha lasciato, bacio la sua vestaglia abbandonata su una sedia, apro gli armadi per vedervi le sue vesti, i suoi cappellini, la sua biancheria. Tutto è lì, in ordine; nulla manca. Dunque, mi dico, non è partita, non è fuggita, non mi ha abbandonato: e mi butto sul suo letto e piango come un fanciullo.

RAIMONDO.

È della follia.

PIERO.

Te l'ho detto.

RAIMONDO.

Perchè infine, come può venirti quest'idea ch'ella sia fuggita, che ti abbandoni? Poichè ti ama....

PIERO.

Ma se sono un pazzo!... E la notte? Talvolta mi sveglio di soprassalto. Ho sognato che è gravemente ammalata, o che è morta. E anche questa diventa un'idea fissa. Ho un bel tentare di ragionare, ho un bel dirmi: se si sentisse male mi chiamerebbe. Non serve. Bisogna che mi alzi e che mi rechi, in punta di piedi, nella sua camera. Entro adagio, guardingo. Se è sveglia, mi precipito, l'abbraccio, la copro di baci, piangendo scioccamente, senza spiegarmene il perchè. Se dorme, mi siedo, senza far rumore, sulla poltrona, accanto al letto, e rimango lì a guardarla, nella penombra, immobile, trattenendo il respiro, fino all'alba.

Un silenzio. RAIMONDO è rimasto assorto, pensieroso, con gli occhi bassi. Un pensiero doloroso l'opprime, e una lacrima gli è spuntata sulle ciglia. PIERO, dopo un istante gli posa una mano sulla spalla.

PIERO.

Ebbene, che ne dici di questo tuo fratello, che l'amore ha trasformato?

RAIMONDO solleva il capo. PIERO vede la lacrima e gli passa le dita sugli occhi.

Ti ho fatto piangere?

RAIMONDO.

Si alza e cerca di dominarsi.

Può darsi.

PIERO si alza anche lui, e RAIMONDO gli posa le mani sulle spalle, fissandolo, per un istante, affettuoso.

Che tu sii sempre felice. Ecco il mio voto più ardente!

Mutando tono.

Saranno le due e mezza. Vuoi che ci avviamo?

PIERO.

Mi accompagni in via Manzoni?

RAIMONDO.

Sì, poi rientro all'albergo.

Si avviano per uscire, passando per la sala da pranzo. NICOLETTA, come se fosse là in agguato, si presenta e sbarra l'uscita.

SCENA QUARTA.

Nicoletta, Piero, Raimondo.

NICOLETTA.

Ve ne andate?

PIERO.

Come? non sei uscita con Fulvia?

NICOLETTA.

No. Non ne avevo proprio voglia d'andare alla Villa. Le ho promesso di accompagnarla domani. Tanto, lei ci andrà ogni giorno.

PIERO.

Non esci?

NICOLETTA.

No. A meno che Raimondo non voglia che iniziarne la ricerca del suo alloggio....

RAIMONDO.

Non oggi, grazie. E poi, non credo che troveremo ciò che mi occorre girando per le vie.

NICOLETTA.

Perchè no?

RAIMONDO.

Ci daremo convegno di mattina.

PIERO.

E allora a rivederci, cara.

La bacia.

NICOLETTA.

Vai alle officine?

PIERO.

Più tardi. Prima ho affari in città.

NICOLETTA.

E mi porti via anche Raimondo?

PIERO.

Può restare se vuole.

NICOLETTA.

Lusinghiera, a RAIMONDO.

A tenermi un po' di compagnia?...

RAIMONDO.

Ha un attimo di titubanza. Poi.

Volentieri, se....

NICOLETTA.

Se?

RAIMONDO.

Se la mia compagnia è di quelle che piacciono alle signore.

NICOLETTA a PIERO.

Vuoi che gli si faccia la corte.

PIERO a RAIMONDO.

Ti lascio con Nicoletta. A domani.

RAIMONDO.

A domani.

PIERO.

Vieni a prendermi laggiù, alle undici!

NICOLETTA.

Non far programmi, tu. Li farò io, poi ti dirò.

PIERO.

Bene.

Esce per la sala da pranzo.

SCENA QUINTA.

Nicoletta, Raimondo.

NICOLETTA.

Prende per mano RAIMONDO, lo conduce con atto di graziosa violenza al piccolo divano, ve lo fa sedere e si siede di contro a lui su una bassa seggiolina.

Ed ora che siamo soli, signor colonnello esploratore, venga qua e discorriamo. Prima di tutto, ci diamo del tu, dunque?

RAIMONDO.

Te l'ho già detto: con gran piacere. Sei tu che pare non ci riesca....

NICOLETTA.

Io riesco in tutto quello che voglio. Soltanto, per riuscire più in fretta, ho bisogno di sapere se siamo amici.

RAIMONDO.

Che domanda!?

NICOLETTA.

Sino a ieri l'altro tu non eri un amico per me!

RAIMONDO.

Da capo! È un'idea fissa!

NICOLETTA.

Non negare; a che serve?

RAIMONDO.

Io non so che diavolo ha potuto dirti, o lasciarti credere, o supporre Piero. Già, un innamorato come quello perde la testa e non sa più quello che dice.

NICOLETTA.

L'hai sconsigliato, o no, dallo sposarmi?

RAIMONDO.

Se non ti conoscevo? Se non sapevo chi tu fossi?

NICOLETTA.

Ti sei informato, hai scritto, di laggiù, a degli amici di qui.

RAIMONDO.

Questo è abbastanza naturale. Quando Piero mi annunziò che aveva conosciuto la signorina Nicoletta De Rienzi, e che se n'era innamorato e che pensava di chiederla in isposa...

NICOLETTA.

E ti hanno dato, i tuoi amici fidati di Roma e di Milano, delle informazioni pessime....

RAIMONDO.

No. Mi hanno detto....

NICOLETTA.

Non ripeterlo. So quello che ti hanno scritto, e te lo ripeterò io stessa. E allora tu, naturalmente, hai sconsigliato Piero....

RAIMONDO.

Decisamente sei male informata. Gli ho scritto questo: "Non mi chiedi consiglio, nè posso dartene da qui. Ti dico soltanto: pensaci bene prima di decidere. Non sei più un ragazzo, sei un uomo serio, un galantuomo, un lavoratore; devi sapere qual'è la donna che ti ci vuole per farne la compagna della tua vita. Non lasciarti vincere da una passione che potrebbe essere passeggiera. Medita lungamente, studia bene la fanciulla di cui ti sei preso o ti pare di esserlo. Se è degna di te, sposala, Altrimenti rinunciavi, lascia Milano, fai un viaggio, distraiti, dimentica".

NICOLETTA.

Già, del resto, io non ti rimprovero, e non ti serberei rancore neppure se tu gli avessi detto chiaro e tondo: no, la signorina De Rienzi non è di quelle che si sposano, o, per lo meno, che un uomo come te deve sposare.

RAIMONDO.

E come glielo avrei detto?... Ma sai che quasi mi spaventi? Perbacco, mi faresti credere che le informazioni ch'io ricevetti furono molto.... ottimiste, o per lo meno, incomplete. Perchè ti assicuro che non furono tali da suggerirmi un simile consiglio. Tu vai più in là degli stessi informatori miei.

NICOLETTA.

Gli è che tutto è relativo. Chi mi conosceva bene a Roma, dove crebbi e vissi sino ai vent'anni, e a Milano dove venni ad abitare dopo, mi giudicava esattamente. Ma chi giudicava dalle apparenze, o per udito dire.... E poi, si sa, delle notizie sommarie che giungono da tre mila leghe di distanza, possono facilmente ingannare.

RAIMONDO.

Ma....

NICOLETTA.

Se ti dò ragione! In quello che hanno scritto ce n'era d'avanzo....

RAIMONDO.

Ma che cosa mi hanno scritto, in nome d'Iddio?!

NICOLETTA.

Vuoi che te lo dica io? Prima di tutto, che non avevo un soldo di dote.

Movimento di RAIMONDO.

No, scusa, per la gente seria e pratica, che ha esperienza della vita, questo è sempre un argomento fortissimo. E capirei perfettamente che tu....

RAIMONDO.

Mi giudichi male. Tutta la mia vita sta a dimostrare che sono un uomo disinteressato. La stessa mia rinuncia al grado e all'impiego, per ridurmi a vivere con quel poco che posseggo, e che spendo in gran parte per soddisfare una passione di viaggi istruttivi, è una prova di disinteresse. Ma ti dirò una cosa che non sai. Sono celibe perchè non ho potuto sposare, anni fa, una fanciulla che amavo e ch'era povera. E non la sposai perchè ella, lealmente, mi disse che amava già un altro uomo. Vedi?

NICOLETTA.

E sia! Andiamo avanti. Ti dissero ch'ero una ragazza cresciuta senza la mamma, poichè la mamma, pur non essendo morta.... più non esisteva.... per me; ch'ero stata allevata da una zia, sorella di mio padre, buona donna, ma niente altro che buona donna; e che il papà era uno spirito bizzarro, un misantropo, dedito soltanto ai suoi studi, certi studi di astronomia, ch'erano anch'essi una prova della stranezza del suo carattere. Il babbo non si occupava di me, e la povera zia non riusciva a frenarmi, a dominarmi, a educarmi.... all'italiana. E così, i più benevoli dicevano ch'ero allevata all'inglese. anzi all'americana, con una libertà di modi e una noncuranza delle forme da far strabiliare ogni onesto e assennato borghese? Nevvero? È così? Sono esatta?

RAIMONDO sorridendo.

Press'a poco.

NICOLETTA.

Entrando nei particolari, ti raccontavano dei fatti enormi, di una impudenza inaudita. Andavo a cavallo, sola, ogni mattina, a Villa Borghese, e non arrossivo e non svenivo per la paura se dei _gentlemen_ o degli ufficiali mi si mettevano a lato, nei viali. Anzi, chiacchieravo con loro, e, incredibile ma vero, accettavo delle sfide di corsa, nelle quali, e non per troppa bontà dei cavalieri, giungevo prima, sovente, per varie lunghezze. Te l'hanno scritto questo?

RAIMONDO.

Come sopra, accendendo una sigaretta.

Sì.

NICOLETTA.

Togliendone una dall'astuccio.

E che fumavo?

RAIMONDO.

Sì.

Le offre il fuoco

NICOLETTA.

In pubblico?

RAIMONDO.

Questo particolare non lo ricordo. Ma non ha importanza. Sono sempre meno gravi le cose che si fanno in pubblico. Spaventano di più quelle che si fanno in privato.

NICOLETTA.

Io ne ho fatta una che era un misto tra il pubblico e il privato.

RAIMONDO.

Mi metti in curiosità.

NICOLETTA.

Te l'avranno scritta anche questa. Sono andata in pallone, con un capitano del genio. La partenza fu pubblica, naturalmente; ma quando fummo lassù si era in privato.

RAIMONDO.

Questa non la sapevo.

NICOLETTA.

Hai avuto dei cattivi informatori.

RAIMONDO.

Un capitano del genio, hai detto? Come si chiamava?

NICOLETTA.

Parella.

RAIMONDO.

Un biondo, alto?

NICOLETTA.

Sì, con un naso lungo così!

RAIMONDO.

E fu un'ascensione felice?

NICOLETTA.

Felicissima. Si discese ad Anzio, dopo essere saliti a 2000 metri. Io presi il treno e tornai a Roma, lui rimase a ripiegare il pallone. Quella volta però, ho avuto un piccolo scrupolo di coscienza, di essere stata meno americana del solito. Avevo una voglia matta di salire in pallone. Allorchè mi si presentò l'occasione, l'afferrai subito, pensa! Ma quando seppi che non si poteva salire che in due, rimasi titubante. Ricordo che insistetti perchè si accettasse nella navicella anche la zia. Impossibile: ho dovuto salir sola col capitano.

Si alza.

Infine, ti avranno detto che un giorno, essendomi stato riferito che un bellimbusto sparlava di mia madre, lo andai a cercare da Aragno, e trovatolo seduto a un tavolino, con parecchi amici, gli scaraventai due ceffoni che se li ricorderà sin che campa. Lo sapevi?

RAIMONDO.

Questo sì. E lo scandalo che ne nacque.

NICOLETTA.

Nessun scandalo. I suoi amici volevano protestare, ma tutti gli altri--il caffè era zeppo così--mi fecero un'ovazione. E un vecchio senatore, molto rispettabile, mi offrì la sua carrozza e mi riaccompagnò a casa. E sai che mi disse sul portone? Se avessi trent'anni di meno, signorina, salirei dal babbo a chiedere la sua mano. Lo ringraziai, e gli risposi che se avessi avuto vent'anni di più mi sarei offerta a lui per fargli da governante. Siamo diventati amici; e quando alla Camera si prevedevano degli scandali, mi mandava i biglietti per la tribuna riservata. Sai, gli scandali parlamentari sono i soli a cui possano assistere anche le signorine.

RAIMONDO.

Però tuo padre volle trasferirsi a Milano.

NICOLETTA.

Ah! Ti hanno detto che fu per questo? Niente affatto. Fu per la zia, che a Roma non poteva vedercisi. Perchè noi si è lombardi, e a Roma ci si era andati, quando ero bambina, per un capriccio della mamma. Quando la zia fu vecchia volle tornare, e si tornò. Pel babbo, qui o là, era la stessa cosa. Per lui si trattava di trasportare un mappamondo; e le stelle ci sono anche a Milano. Poi la zia morì, morì anche papà, ed io fui raccolta da vecchi amici, molto spaventati di questa tegola che era loro piombata sul capo....

RAIMONDO.

E da cui Piero li ha liberati.

NICOLETTA.

La parola è dura....

RAIMONDO.

Scherzavo, come te.

NICOLETTA.

....ma è esatta. Fu una liberazione per quella buona gente. Piero però, nella sua lealtà, ti avrà detto che nessuno, io meno di tutti, si fece nulla per....

RAIMONDO.

Oh! non lo penso neppure! E, del resto, trovo che se ricambiavi il suo affetto, avevi bene il diritto di mostrarglielo o di lasciarglielo capire. Perchè son persuaso che per amore soltanto, non per interesse, hai accettato di diventare sua moglie.

Un breve silenzio.

Non rispondi?

NICOLETTA.

Per amore?... No, l'ho sposato senza esserne innamorata.

RAIMONDO.

Me lo dici con molta franchezza.

NICOLETTA.

Non so mentire.

RAIMONDO.

Davvero? Avresti questa sublime virtù?

NICOLETTA.

Non so mentire sui miei sentimenti. Oh, le piccole bugie necessarie, quelle...! Perdio noi donne abbiamo la necessità assoluta di dir delle piccole e qualche volta anche delle grosse bugie....

RAIMONDO.

Infatti qualcuna l'hai già detta anche a me.

NICOLETTA.

Può darsi. Non ricordo. Ma sui miei sentimenti non so mentire. Ho accolta la domanda di Piero con molta gioia, anzi con un certo orgoglio. A venticinque anni, nella mia condizione, il trovar un uomo come lui, che si accendeva sul serio per me e che mi offriva il suo nome, era, e lo capii, una fortuna, e una grande soddisfazione. Non lo amavo, ma provai per lui un grande affetto....

RAIMONDO.

Serio, quasi solenne, e insieme pauroso.

E dopo?

NICOLETTA.

Dopo?

RAIMONDO.

Adesso?

NICOLETTA.

Gli voglio molto bene.

Siede al pianoforte. Un silenzio. RAIMONDO si alza, va vicino al terrazzo, butta la sigaretta, poi ridiscende.

RAIMONDO.

Mi permetti una domanda indiscreta?

NICOLETTA.

Tutte quelle che vuoi.

RAIMONDO.

Sei mai stata innamorata?

NICOLETTA.

Mai.... Ho avuto dei _flirts_.... sciocchezze da ragazza....

RAIMONDO.

Dopo un breve silenzio, standole dietro, e posandole una mano su la spalla; con voce in cui è un'intima commozione rattenuta.

Cerca d'innamorarti di tuo marito.

NICOLETTA.

Senza voltarsi, e posando leggermente la mano sulla tastiera.

Non sono cose che si fanno per progetto.... E poi, perchè? Io non so se non ne sarebbe guastata la nostra esistenza. Così, io l'ho reso e lo renderò felice.

RAIMONDO.

Subito, quasi suo malgrado.

Chi sa?

NICOLETTA.

Volgendosi a lui di scatto.

Ne dubiti?

RAIMONDO.

No, ora egli è felice. È tanto innamorato! Speriamo che duri sempre.

NICOLETTA si alza.

Speriamo.

Si allontana.

RAIMONDO.

Dopo breve silenzio.

Sei veramente una donna strana.

NICOLETTA.

Perchè?

RAIMONDO.

Hai detto uno "speriamo!" Mi pare che in te dovrebbe essere qualcosa di più e di meglio di una speranza: ma desiderio, ma proponimento, ma volontà che sia.

NICOLETTA.

Son fatalista. Certo è che da parte mia farò di tutto perchè sia sempre così.... Ma....

RAIMONDO.

Ma....

NICOLETTA.

Il destino ci riserba talvolta delle brutte sorprese!

RAIMONDO.

È triste quello che dici.

NICOLETTA.

Forse. Ma è vero.

Un silenzio.

RAIMONDO.

Non dovevi uscire oggi?

NICOLETTA.

No. Perchè?

RAIMONDO.

Domando. Non vorrei trattenerti, riuscirti importuno!

NICOLETTA.

C'è un pensiero nascosto in quello che dici?

RAIMONDO.

Come puoi supporlo? No, Nicoletta, non credermi quello che non sono. Non nascondo mai un pensiero. Dico sempre quello che penso. Perchè hai potuto supporre?

NICOLETTA.

Perchè? Ebbene voglio dirtelo il perchè. Anch'io dico sempre quello che penso. Quando tu sei entrato qui dentro la prima volta, ieri l'altro, ho veduto in te un nemico.

RAIMONDO.

Un nemico? Ora non scherzi più, dici sul serio. Un nemico?

NICOLETTA.

Sì, la ragione non la so, ma è così.

RAIMONDO.

È strano.

NICOLETTA.

Ed è per questo che ho desiderato di rimanere sola con te, di parlarti, di dirti quello che ti ho detto; e di guardarti in faccia da sola a solo, e di udirti parlare, e di studiarti. Sono una donna forte, e guardo in faccia al pericolo, sempre. Sarai un amico o un nemico per me? Bada: essere nemico mio vuol dire essere nemico di Piero.

RAIMONDO.

Non ti capisco. Queste tue parole mi paiono assai strane. Non ne afferro la ragione. La si direbbe una dichiarazione di guerra. E perchè? Temi qualcosa da me? Che io mi possa mettere tra te e tuo marito? Perchè? Sei la compagna adorata dal fratello che amo. Il desiderio mio è di volerti bene.... Le tue parole mi hanno assai turbato, te lo confesso. Se fossi sospettoso le giudicherei imprudenti.

NICOLETTA.

Gli audaci sono sempre imprudenti. Ma non mi pento di aver detto quello che ho detto. Non ti pare che ora ci conosciamo meglio di mezz'ora fa? Desideri di volermi bene? Io pure lo desidero sinceramente.

Gli porge la mano.

RAIMONDO.

La prende e la tiene nella sua fissandola.

Sei una donna strana.

Poi, come spinto da un impulso improvviso, le afferra la testa, tra le mani, la fissa ancor di più, negli occhi, e, con un po' di commozione nella voce.

Che c'è qui dentro? Ti giudico giustamente, o m'inganno?

NICOLETTA.

Come mi giudichi?

RAIMONDO.

Lasciandola e scostandosi un poco.

Non posso dirtelo adesso.

Con disinvoltura un poco forzata.

Ora scappo, è tardi, e ho tante cose da fare. A domani.

NICOLETTA.

A domani.

RAIMONDO.

Si avvia per la sala da pranzo.

Farò colazione con voi.

Sulla soglia si volge, e, scherzoso.

Possibilmente senza amici.... come quelli d'oggi.

NICOLETTA.

Raggiungendolo sulla soglia.

Non ti piacciono? Me n'ero accorta.

RAIMONDO.

Sarà un sacrificio?

NICOLETTA.

No.

RAIMONDO.

Arrivederci, Nicoletta.

NICOLETTA.

Arrivederci, Raimondo.

Egli esce, ella lo segue con gli occhi. Sipario.

FINE DEL PRIMO ATTO.

ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Giulietta, Raimondo, poi Fulvia.

GIULIETTA.

Precede RAIMONDO ch'entra nella sala da pranzo col cappello in mano.

Il signore è uscito di buon'ora, come al solito. La signora è ancora nella sua camera, ma c'è la signora Giuliuzzi con lei.

RAIMONDO.

Che appare agitato, in orgasmo.

Ah! Non importa, ditele che son qui e che ho bisogno di parlarle.

GIULIETTA si avvia verso la porta di sinistra, mentre ne esce FULVIA.. GIULIETTA la lascia passare, poi entra a sinistra. FULVIA. è in abito da mattina primaverile.

FULVIA..

Oh, Raimondo, siete qui, così di buon'ora?

RAIMONDO.

Seccato, s'inchina appena.

FULVIA..

È un secolo, sono due secoli che non vi si vede. Neppure qui. Che diavolo fate?

RAIMONDO.

Con tono secco, ma educato.

I due secoli si riducono, credo, a due settimane. Nè ho cessato di venir qui. Non ebbi la fortuna d'incontrarvi, ecco tutto.

FULVIA..

Siete di cattivo umore?

RAIMONDO.

Punto.

FULVIA..

Certo è che non siete più assiduo, qui, come nei primi giorni.

RAIMONDO.

Naturalmente. Non ho l'abitudine d'importunare il prossimo. E poi sono stato fuori, due o tre volte. Da qualche giorno, infine, sono molto occupato nell'arredo del mio alloggio.

FULVIA..

Quando sarà in ordine m'inviterete a vederlo? Sono curiosa di ammirare il contenuto delle vostre venti casse congolesi.

RAIMONDO.

Quando tutto sarà in ordine.

FULVIA..

Mi avvertirete?

RAIMONDO.

Contateci.

FULVIA..

Decisamente non siete di buon umore.... Ero venuta a prendere Nicoletta per condurla al Tennis, ma quella dormigliona si è appena levata. Voi l'aspettate?

RAIMONDO.

Sì.

FULVIA..

E allora vi lascio. Quando ci vediamo?

RAIMONDO.

Presto.

FULVIA..

Davvero? Attendo un vostro biglietto per la visita al Museo.

RAIMONDO.

Attendetelo.

FULVIA..

Porgendogli la mano.

Orso!

RAIMONDO l'accompagna sino alla porta della sala da pranzo. Poi ritorna. NICOLETTA, in vestaglia, entra dalla sinistra.

SCENA SECONDA.

Nicoletta, Raimondo.

NICOLETTA.

Buongiorno. Cerchi di me?

RAIMONDO.

Sì.

NICOLETTA.

Vedendo il suo fare e l'aspetto del suo volto.

Così di buon'ora? Ti occorre qualcosa?

RAIMONDO torna a guardare nella sala da pranzo, come per assicurarsi che non c'è nessuno. Poi viene alla porta di sinistra, che NICOLETTA lasciò aperta, e la chiude con cura.

NICOLETTA.

Che ha seguito quest'azione con un po' di stupore e anche di vago timore.

Che c'è?

RAIMONDO.

Debbo parlarti. Ti prego, siediti.

Ella siede sul divano. Egli rimane in piedi appoggiandosi con la schiena al pianoforte, vicino a lei, così da dominarla con lo sguardo.

RAIMONDO.

Dopo un attimo d'attesa, con voce bassa, calmo e reciso.

Tu inganni tuo marito. Hai un amante.

NICOLETTA sorge in piedi, fremente, ma con uno sforzo si domina e fissa RAIMONDO.

RAIMONDO.

Neghi?

NICOLETTA.