La Costa d'Avorio

Part 20

Chapter 203,634 wordsPublic domain

Mentre la popolazione tutta della capitale, il re, i ministri, i soldati e le amazzoni continuavano la gazzarra con crescente animazione, una piccola truppa d’uomini, che era uscita quasi di nascosto dall’_apatam_ dell’ambasciata, attraversava rapidamente le vie meno frequentate e meno illuminate, tenendosi rasente le pareti delle capanne.

Era composta d’Alfredo, d’Antao, di Gamani, dell’amazzone e di suo padre. Nessuno portava lo splendido costume dei borgani, ma tutti erano armati di fucili.

Chi li avesse veduti, avrebbe potuto crederli un piccolo gruppo di soldati del re incaricati di mantenere l’ordine nei quartieri più lontani della città o di eseguire qualche segreta missione.

Passarono dinanzi a parecchi falò, senza rispondere all’invito dei bevitori e delle danzatrici di arrestarsi per vuotare un bicchierino e scomparvero fra un dedalo di viuzze oscure e assolutamente deserte, arrestandosi in una piccola piazza coperta da sette od otto gigantesche palme.

— Ci siamo, — aveva detto il padre di Urada, arrestandosi, in un luogo dove maggiore era l’oscurità.

— Dove si trova?... — chiese Alfredo, con una viva emozione.

— Dietro a quella muraglia, — rispose il dahomeno, indicando un’alta e massiccia parete che univa le grandi capanne occupanti i due angoli della piazza.

— Sei certo di non ingannarti?

— Oh!... Certissimo.

— I sacerdoti veglieranno però nella stanza del mio Bruno!...

— Stanno gozzovigliando nella capanna centrale che contiene i feticci più pregiati ed a quest’ora saranno tutti ubriachi, avendo io veduto introdurre nel recinto due casse piene di bottiglie di ginepro mandate dal re.

— Sì, — disse Gamani, che aveva osservata attentamente la muraglia. — Il padroncino deve trovarsi dietro a questa cinta, nella piccola capanna sacra.

— Allora andiamo a torcere il collo ai sacerdoti ed a liberare il ragazzo, — disse Antao. — Mi vendicherò su quelle canaglie delle terribili emozioni fattemi provare quest’oggi dal gran macellaio Geletè I.

— Sì, affrettiamoci, — rispose Alfredo. — Finchè dura l’orgia della popolazione non abbiamo da temere di venire importunati, ma è meglio sbrigarsi presto. Hai la fune, Gamani?...

— Sì, padrone.

— Sei capace di giungere sulle muraglia?...

— Sì, purchè abbia un punto d’appoggio qualunque.

— L’avrai. —

Si appoggiò contro la parete piantandosi per bene sulle gambe e inarcando la robusta schiena, poi disse ad Antao:

— Sali che io non cederò. —

Il portoghese, con un solo slancio, si trovò sulle spalle dell’amico.

— Ci sono, — disse.

— Manca molto alla cima?...

— Meno di due metri, Alfredo.

— Tocca a te, Gamani. —

Il negro, agile e lesto come tutti quelli della sua razza, s’arrampicò rapidamente su quei due corpi, posò i piedi sulle spalle del portoghese, poi si slanciò in alto aggrappandosi all’orlo superiore della muraglia.

Issarvisi sopra, mettersi a cavalcioni, sciogliere la fune a nodi che portava stretta attorno al corpo e gettare un capo ai compagni, fu l’affare di un solo momento.

Alfredo fu pronto a salire ed a raggiungerlo, gettando uno sguardo nell’interno della cinta.

Quantunque l’oscurità fosse profonda, vide delle palme che formavano dei grandi gruppi, parecchie grandi capanne disposte in semi-cerchio ed alcune più piccole che stavano disseminate lungo le muraglie.

Tutte quelle abitazioni erano oscure e parevano disabitate, ma una, la più vasta e la più lontana, era illuminata ed anche abitata, poichè vi si sentivano voci rauche, grida, scrosci di risa e canti.

— Sono i sacerdoti che vuotano le bottiglie del re, — disse Gamani ad Alfredo. — Credo che non ci daranno alcun disturbo.

— E la capanna abitata da Bruno?... La vedi, Gamani?... — chiese Alfredo, con ansietà.

— È quella laggiù, — rispose il negro, indicandogli una piccola costruzione, col tetto piatto, che si rizzava fra quattro grandi sicomori. — La riconoscerei fra mille.

— Ah!... È là, il povero ragazzo!... E forse ci aspetta da parecchie notti e chissà fra quali ansie!... Ma noi questa notte lo salveremo. —

Intanto Antao, Urada e suo padre, dopo d’aver fatto il giro della piazza per essere certi di non essere stati spiati, li avevano raggiunti.

Gamani lanciò la fune dall’altra parte della muraglia e pel primo si calò nel recinto, nascondendosi sotto la cupa ombra d’un albero di dimensioni gigantesche. Alfredo e tutti gli altri, nel più profondo silenzio, lo seguirono.

— Finalmente!... — mormorò Antao, che non poteva stare zitto due minuti. — Se quei beoni non lasciano le bottiglie, rapiremo il nostro piccolo Bruno. Che bella sorpresa per Kalani!... Creperà di rabbia.

— Non gli rimarrà il tempo, — disse Alfredo, con voce sorda. — Dopo Bruno mi occuperò di lui. Guidaci, Gamani.

— Perlustriamo prima i dintorni, — consigliò il padre di Urada. — Se qualche sacerdote ci scorge darà l’allarme ed allora più nessuno di noi uscirebbe vivo di qui.

— Quanti sacerdoti vi sono nel recinto?... — chiese Alfredo.

— Ordinariamente ve n’erano dodici, — rispose Gamani.

— Anche se ci sorprendono, non saranno tanti da darci dei fastidi.

— Tanto più che saranno ubriachi, — aggiunse Antao.

— Andiamo a perlustrare il recinto, Gamani, — disse Alfredo. — Questo luogo ti è famigliare?

— Sì, padrone, — rispose il negro.

— Voi ci aspetterete qui, — continuò il cacciatore, rivolgendosi ad Antao, Urada ed al vecchio. — Sorveglierete la fune affinchè non ci venga tagliata la ritirata.

— Nessuno si avvicinerà senza il mio consenso, — disse il portoghese. — Morte di Giove!... Il primo che mi capita fra i piedi lo mando a tener compagnia ai defunti monarchi di questa grande macelleria.

— Silenzio ed aprite gli occhi. —

Alfredo e Gamani abbandonarono l’ombra cupa delle palme e tenendosi nascosti dietro ad un filare di cespugli, si diressero verso la capanna principale, dalle cui finestre, che erano assai basse, si poteva vedere comodamente quanto succedeva nell’interno.

Procedevano cauti, tenendosi curvi verso terra e girando dovunque gli sguardi per timore che vi fosse qualche sacerdote in sentinella dinanzi alle capanne contenenti i _feticci_, ma pareva che per quella notte i guardiani del sacro recinto si occupassero più delle bottiglie di ginepro regalate dal re che delle divinità protettrici del regno.

Giunti presso la grande capanna, Alfredo e Gamani, dopo essersi assicurati che al di fuori non vi era alcuno, guardarono cautamente attraverso una finestra. Alla luce d’una lampada fumosa, che spandeva all’intorno dei riflessi sanguigni, scorsero sette od otto negri adorni d’orpelli d’ogni specie, sdraiati attorno ad una stuoia, mentre altri tre o quattro, probabilmente ubriachi, russavano in un angolo della stanza.

Quei sacerdoti trincavano allegramente le bottiglie del re, ridendo e schiamazzando. Dovevano averne bevute già parecchie, poichè non erano più in grado di mantenersi ritti e di quando in quando cadevano sconciamente a terra, non risollevandosi che dopo molte fatiche.

— Bah!... — disse Alfredo a Gamani. — Questi ubriachi non sono più in caso di opporre resistenza e non ci saranno d’impiccio. Ci sono tutti?...

— Mi sembra che non manchi alcuno, — rispose il negro.

— Allora affrettiamoci a salvare il mio Bruno. —

Tornarono rapidamente verso i compagni informandoli del felice esito della loro perlustrazione e certi di non venire inquietati da quegli ubriaconi, si diressero senz’altro verso una piccola capanna, entro la quale doveva trovarsi il ragazzo.

La capannuccia era chiusa da una specie di cancello coperto da stuoie, che impediva di vedere nell’interno, ma Alfredo, che in quel momento decisivo si sentiva tanto forte da sfondare una parete, con uno strappo violento lo scardinò, gettandolo a terra.

Senza attendere che Gamani accendesse la lanterna che aveva portato con sè, il cacciatore si slanciò nell’interno, chiamando:

— Bruno!... Bruno!... Svegliati!... Siamo noi!... —

Invece di udire la ben nota voce del fratello, udì una voce minacciosa che chiedeva:

— Chi viene a disturbare Ahantu?...

— Morte di Urano e di Nettuno!... — esclamò Antao. — Chi è che ha parlato?... —

Alfredo si era arrestato come fosse stato fulminato, ma il suo stupore fu però di breve durata. Strappò a Gamani la lanterna, impugnò una pistola e s’avanzò risolutamente nella capanna coll’arma tesa, pronto ad abbattere qualsiasi ostacolo.

Un negro, col capo coperto di penne d’uccelli di rapina ed il corpo avvolto in un ampio mantello di cotonina rossa a disegni strani che somigliavano a teschi di morto incrociati con ossa umane, si era bruscamente alzato da un lettuccio formato da stuoie sovrapposte.

Nella destra teneva uno di quei lunghi e larghi coltellacci usati dai dahomeni.

Vedendo entrare quegli sconosciuti, con un balzo repentino si gettò in fondo alla capanna sfondando, con un urto irresistibile, la leggiera parete di vimini e si slanciò all’aperto fuggendo attraverso i viali del recinto e urlando con quanta voce aveva.

Alfredo, Antao e Gamani, passato il primo istante di stupore, gli si erano lanciati dietro minacciando di ucciderlo se non si arrestava, ma il negro, che pareva fosse impazzito per lo spavento, continuava a fuggire come un cervo, girando e rigirando attorno alle capanne ed ai tronchi degli alberi.

— Fermati, non vogliamo farti male!... — gridavano Alfredo e Gamani, mentre il portoghese, furibondo, giurava su tutti i pianeti di scorticarlo vivo se non cessava dall’urlare.

Finalmente, dopo una lunga corsa, il sacerdote si cacciò in una capanna. I due bianchi e Gamani credettero di poterlo raggiungere e costringerlo al silenzio, ma si erano ingannati, poichè quell’indemoniato aveva già dato l’allarme e che allarme fragoroso!... Armatosi d’una specie di mazza, si era messo a percuotere, con una foga diabolica, una grande lastra di metallo che pendeva dal tetto della capanna, facendo un tale fracasso da svegliare anche un ubriaco. Pareva che tuonassero dei piccoli pezzi d’artiglieria.

Gamani, con un pugno poderoso, aveva mandato a gambe levate quell’ostinato, ma ormai tutti gli abitanti del recinto e dei dintorni dovevano aver udito quella campana di nuova specie.

— Siamo presi!... — aveva esclamato Antao, impallidendo. — Ma prima scorticherò vivo questo birbante!...

— Non ci hanno ancora in mano, — disse Alfredo. — Prima che gli abitanti siano qui, noi avremo superata la muraglia. Gamani, lega ben bene quest’uomo.

— È già legato, padrone, — rispose il negro. — Credo anzi che non si muoverà per un bel po’, poichè non dà segno di vita.

— Meglio così: orsù, in ritirata.

— E Bruno?... — chiese Antao.

— Andiamo a frugare le capanne prima, ma temo che non si trovi più qui. Forse Kalani l’avrà condotto seco, ma lo ritroveremo Antao, non dubitare o meglio li troveremo tutti e due. —

Abbandonarono precipitosamente la capanna e si slanciarono attraverso ai viali. Avevano veduti alcuni lumi dalla parte opposta del recinto e s’affrettavano, per tema di venire sorpresi dai sacerdoti che stavano vuotando le bottiglie del re.

Ai piedi della muraglia s’incontrarono con Urada e suo padre. Un breve e rapido dialogo s’impegnò fra il vecchio ed Alfredo.

— Nulla?...

— Nulla; il ragazzo è scomparso. Credi che si trovi da Kalani?

— Lo sospetto, — rispose il vecchio.

— Come potremo saperlo?...

— Interrogando uno dei sacerdoti.

— Ma è stato dato l’allarme.

— Portiamone via uno e andiamo ad interrogarlo in un posto sicuro.

— Hai ragione: a me Gamani!... Vieni Antao!... Voialtri salite intanto sulla muraglia. —

Stava per slanciarsi attraverso ai viali per piombare addosso ai sacerdoti che erano già usciti dalla capanna e che s’avanzavano fra le piante, tentennando e sorreggendosi l’un l’altro per mantenersi un po’ ritti, quando Urada lo trattenne, dicendogli:

— Odi, padrone?... —

Alfredo ed i suoi compagni si erano arrestati. Al di là della muraglia si udivano delle persone a schiamazzare ed interrogarsi reciprocamente.

— Hanno dato l’allarme, — dicevano alcune voci.

— Che sia scoppiato il fuoco?...

— Che i sacerdoti corrano qualche pericolo?...

— Che i feticci sieno sdegnati pei sacrifici di quest’oggi?...

— Bisogna andare a vedere.

— Andate ad avvertire i soldati.

— Morte di papà Giove e di tutti i suoi figli!... — esclamò Antao, rabbrividendo. — Vedo la mia testa nelle mani dei macellai di Geletè!...

— Non è ancora perduta la nostra testa, — disse Alfredo, con voce risoluta. — Nè Kalani, nè Geletè ci avranno così facilmente nelle loro mani. —

Poi volgendosi verso Gamani:

— È tutto chiuso il recinto?...

— Vi è una sola porta che di notte si chiude.

— Ebbene, seguitemi.

— Ma cosa vuoi fare, Alfredo? — chiese Antao.

— Lo saprai. Per ora sgominiamo i sacerdoti. —

CAPITOLO XXXII.

L’incendio del recinto sacro

I guardiani dei feticci, strappati alle loro libazioni dallo spaventevole fracasso prodotto dal loro compagno, si erano affrettati a lasciare la capanna per vedere di che cosa si trattava, ma non erano usciti tutti. Cinque di loro, probabilmente incapaci di tenersi in piedi per aver voluto fare troppo onore alle bottiglie del re, erano rimasti sdraiati sulle stuoie e forse si erano subito riaddormentati.

D’altronde nemmeno quelli che si erano risoluti ad uscire, si trovavano in migliori condizioni, poichè s’avanzavano attraverso i viali puntellandosi gli uni cogli altri e descrivendo delle serpentine molto accentuate. Qualcuno anzi era già caduto fracassando la lanterna che portava e si arrabattava, ma invano, per rimettersi in piedi.

Alfredo, Antao e Gamani incontratisi con quei sette od otto ubriachi, li caricarono con impeto irresistibile, tempestando a destra ed a manca pugni formidabili che risuonavano come colpi di gran cassa su quelle teste lanute.

Bastarono cinque secondi per mandare a gambe levate i sacerdoti di Geletè; i pugni avevano completato gli effetti troppo alcoolici delle bottiglie reali.

— Morte di Nettuno!... — esclamò Antao, quando li vide tutti a terra e nell’assoluta impossibilità di fare un movimento, tanto li avevano storditi quella scarica di scapaccioni. — Cosa facciamo ora di questi ubriachi?... —

Alfredo, invece di rispondere, s’abbassò rapidamente su quell’ammasso di corpi, afferrò un braccio e tirò fuori il più piccolo ed il più magro di tutti. Era un negro assai giovane, poco più d’un ragazzo.

— Tieni questo, Gamani, — disse al servo — e non lasciarlo finchè te lo dirò io. Deve venire con noi.

— Nessuno me lo strapperà di mano, padrone.

— Ora spogliamo questi sacerdoti e copriamoci coi loro mantelli.

— Noi?... — chiese Antao, stupito.

— Zitti!... Affrettiamoci, se vi preme la pelle. —

In meno di mezzo minuto i sacerdoti furono spogliati e le loro vesti ed i loro orpelli furono indossati dai due bianchi e dai loro compagni.

Avevano appena terminato di camuffarsi, quando udirono picchiare furiosamente al portone della cinta. Pareva che una vera folla si pigiasse al di fuori, attirata dalla campana d’allarme di quel malaugurato negro.

— Aprite!... — si urlava.

— Sono giunti i soldati!...

— Spicciatevi!...

— Sangue di Urano!... — esclamò Antao, impallidendo. — I soldati!... Povere le nostre teste!...

— Silenzio, — ripetè Alfredo. — Agite senza perdere tempo!... —

Poi volgendosi verso il padre di Urada ed alla ragazza, disse rapidamente:

— Entrate in qualcuna di quelle capanne e portate qui alcuni idoli, i più venerati possibilmente. —

Poi mentre il vecchio e la giovane s’affrettavano ad obbedire senza chiedere spiegazione, si volse verso Antao, dicendogli:

— Tu va’ ad incendiare quel gruppo di capanne. Sono costruite di giunchi e arderanno come zolfanelli.

— E se vi sono dentro dei negri ubriachi?...

— Tanto peggio per loro. Affrettati: stanno per abbattere il portone. Io intanto vado a mettere fuoco a quella capannuccia. —

Intanto che agivano, la folla, impaziente di non ricevere risposta dai sacerdoti, temendo forse che fossero stati assassinati o che i _feticci_ stessero per venire rubati, aveva assalito il portone per irrompere nella cinta. Picchiava furiosamente, urlava e per spaventare i supposti ladri o assassini, sparava colpi di fucile.

Fortunatamente il portone, costruito con grosse tavole e rinforzato da traverse, teneva duro, ma non poteva però opporre una resistenza lunga a quei continui urti.

Già alcune traverse erano cominciate a cadere, quando i due bianchi ed i loro compagni si ritrovarono riuniti. Le capanne avevano preso subito fuoco e le fiamme, trovando un buon elemento, divampavano rapidamente, lanciando in aria i primi turbini di scintille.

Alfredo s’impadronì d’un _feticcio_, una specie di leone di creta coperto di carta dorata, Antao d’un mostriciattolo metà uomo e metà bestia pure coperto di carta dorata, Urada e suo padre di due strani volatili colla testa da serpente e si slanciarono tutti verso il portone seguiti da Gamani che teneva ben stretto il suo prigioniero, il quale doveva figurare come un compagno ferito.

— Gridate più che potete che è scoppiato il fuoco, — disse Alfredo a Urada ed a suo padre, — e seguitemi senza curarvi della folla. —

In quel momento il portone, sotto un’ultima e più vigorosa spinta, cadeva al suolo sfasciato. Alfredo ed i suoi compagni si precipitarono verso la folla atterrita, tenendosi stretti i feticci per nascondere il viso, mentre Urada, il vecchio e Gamani urlavano a squarciagola:

— Al fuoco!... Al fuoco!... Salvate i _feticci_!... —

I negri, vedendo i loro sacerdoti si ritrassero prontamente da un lato per lasciarli fuggire e porre in salvo le divinità, poi si precipitarono confusamente nell’interno del recinto fra clamori assordanti, cercando di combattere il fuoco che minacciava di distruggere tutte le capanne sacre.

I falsi sacerdoti, che ridevano in cuore loro della splendida riuscita della gherminella che li salvava dalle più terribili vendette, appena si trovarono fuori dalla folla, la quale d’altronde non si occupava più di loro, si cacciarono in mezzo ad un dedalo di oscure viuzze, galoppando furiosamente.

Sull’angolo d’una via Antao si sbarazzò del suo mostriciattolo, mandandolo a frantumarsi contro la porta d’una capanna, mentre Alfredo faceva volare in un’ortaglia il suo leone, poi il vecchio e Urada si liberarono pure dei loro volatili frantumandoli contro il tronco d’un albero. Gamani però si teneva ben stretto il prigioniero, minacciando di strangolarlo se mandava un solo grido.

Dopo mezz’ora di corsa attraverso a viuzze deserte, a ortaglie e terrapieni, il vecchio negro, che si era messo alla testa per guidarli, s’arrestava in un orticello abbandonato, cinto da un’alta siepe e dove si trovava una capannuccia quasi sventrata, col tetto sfondato.

— Qui non correremo alcun pericolo, — disse. — Quest’abitazione e quest’orto appartenevano ad un mio parente morto due anni or sono e più nessuno è venuto ad abitarvi.

— Siamo lontani dal nostro _apatam_? — chiese Alfredo. — Sono inquieto pei miei uomini.

— In un quarto d’ora possiamo giungervi.

— Desidererei che i due negri ed i cavalli si concentrassero qui.

— Perchè Alfredo? — chiese Antao.

— Per essere più pronti a lasciare la città.

— Ma Bruno?...

— Questa notte lo salveremo.

— E Kalani?...

— Questa notte lo ucciderò.

— Ma se non sappiamo ancora dove si trovano?...

— Ce lo dirà il prigioniero.

— Parlerà?...

— Ve lo costringeremo. Dopo quanto è accaduto questa notte, noi non possiamo rimanere qui ad aspettare che Geletè si risolva a riceverci. Un solo sospetto può costare la vita a tutti noi.

— L’ambasciata adunque ha finita la sua missione, — disse il portoghese, ridendo. — Geletè andrà in furia di vedersi burlato dai famosi principi del Borgu.

— E ci farà inseguire, Antao, ma mentre i suoi soldati ci cercheranno verso il nord noi fuggiremo verso l’est e quando avremo attraversato l’Okpa, potremo ridercene dei furori di Geletè.

— Padrone, se tu lo vuoi, io vado ad avvertire i due schiavi di venire qui, — disse Gamani.

— No, andrò io, — disse il vecchio negro. — Conosco meglio di tutti la via e certe scorciatoie deserte per le quali farò passare i cavalli senza che alcuno s’accorga della fuga dell’ambasciata. Urada basta per servire d’interprete nell’interrogatorio del sacerdote.

— Allora partite senza indugio, — disse Alfredo. — Sono già le undici e vorrei, prima dell’alba, trovarmi lontano da Abomey. Questa notte tutti sono in orgia e ci sarà facile lasciare la città inosservati.

— Fra mezz’ora sarò di ritorno, — concluse il vecchio negro.

Poi aggiunse, con aria misteriosa:

— Chissà?... Posso recare qualche notizia su Kalani. —

Mentre il negro si allontanava, Gamani aveva trascinato il prigioniero sotto la capanna ed aveva accesa la lanterna che aveva portata con sè. Il povero sacerdote era più morto che vivo, credendo che i suoi rapitori si preparassero ad assassinarlo.

Urada, già istruita da Alfredo, aveva subito cominciato l’interrogatorio.

— Se ti preme salvare la vita, tu parlerai, — gli aveva detto. — Questi uomini, che sono nemici di Geletè, sono terribili e se ti ostinerai a tacere ti scorticheranno vivo, mentre se parlerai ti regaleranno tanto oro da comperare diecimila _cauris_. —

Il giovane sacerdote, udendo parlare d’oro, ebbe un sorriso da ebete, ma i suoi occhi mandarono un lampo di cupidigia. Come tutti i suoi compatrioti doveva essere venale.

— Guarda quest’uomo, — continuò Urada, indicando Alfredo che era allora entrato assieme ad Antao. — È il fratello del ragazzo dalla pelle bianca, che Kalani teneva prigioniero nel recinto sacro. Mi comprendi?...

— Sì, — rispose il sacerdote.

— Quest’uomo che non è un negro come ti sembra, ma un bianco, vuole riavere suo fratello che Kalani gli ha rapito e lo avrà, dovesse uccidere Geletè e mandare un esercito di europei a distruggere il Dahomey. Se tu ti ostinerai a tacere e ti rifiuterai ad aiutarlo, fra un mese Abomey verrà presa d’assalto dagli uomini bianchi e data alle fiamme.

— Ma sa il re del pericolo che corre il suo regno? — chiese il sacerdote, con voce tremante.

— Lo saprà domani: intanto comincia tu a parlare, se vuoi risparmiare al Dahomey questo disastro.

— Cosa devo fare?...

— Dire dove è stato condotto il fanciullo dalla pelle bianca, che fino a ieri si trovava prigioniero nel sacro recinto.

— Ma io lo so.

— Allora ce lo dirai.

— Si trova nella casa di Kalani.

— Da quando?...

— Da stamane.

— Perchè l’ha condotto nella sua casa?...

— Aveva dei timori. Un negro che veniva dai paesi dei Krepi lo aveva avvertito che degli uomini bianchi avevano lasciato il regno degli Ascianti per venire qui a rapire il ragazzo. —

Udendo la traduzione di quelle parole, Antao e Alfredo si erano guardati in viso con stupore e con inquietudine.

— Chi può averci traditi?... — chiese il portoghese. — Nessuno poteva sapere che noi eravamo venuti dal paese degli Ascianti.

— Urada, — disse Alfredo, che era in preda ad una viva agitazione. — Domanda spiegazioni su quel negro. Bisogna sapere chi è quel negro, per metterci in guardia da questo nuovo e gravissimo pericolo. —

La risposta fu pronta.

— È un negro che aveva seguiti gli uomini bianchi da Porto Novo, — aveva detto il sacerdote.

— Morte di Saturno!... Ora comprendo tutto!... — esclamò Antao. — È lo spione che ci ha fatti imprigionare dai Krepi.

— Quello che è sfuggito ai soldati del giudice, — aggiunse Alfredo. — Non credevo che quel briccone potesse giungere vivo fin qui. Amici miei, il pericolo ingrossa e se restiamo qui ancora domani, non risponderei più delle nostre teste. È necessario questa notte rapire Bruno o nessuno di noi lascierà più mai la capitale del Dahomey.

— Ma ne avremo il tempo, Alfredo?

— Ora lo sapremo. —

Si rivolse verso Urada e la istruì su quanto doveva chiedere al prigioniero. La brava ragazza s’affrettò a obbedire.

— Tu devi dirci altre cose ancora che ci preme di sapere, — disse al prigioniero. — Bada di non ingannarci, poichè noi non ti lasceremo libero, nè ti daremo l’oro promesso se non quando avremo le prove che tu avrai detto la verità.