# La contessa di Karolystria: Storia tragicomica

## Part 5

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Il medico si scostò dal paziente, e fattosi dappresso ai due che lo avevano seguito: mi pare, disse loro a voce bassa, che le facoltà mentali di quell'uomo sieno in pieno equilibrio. Ad ogni modo, sarà utile sottoporlo a qualche prova. Venite... facciamolo parlare... pulsiamogli i tasti più sensibili... usiamo di tutti i mezzi che la scienza mette a nostra disposizione, perchè una diagnosi non fallisca.

--Mi riconoscete, signore? chiese il commissario presentandosi al conte.

--Perfettamente, rispose questi; godo di rivedervi, signor commissario; non avrei mai pensato di incontrarvi sul campanile della chiesa di Mirlovia.

--Casi che accadono ogni giorno! esclamò il commissario alquanto sconcertato; e cedendo il posto al visconte, mormorò nell'orecchio del medico: eppure io vi dico che è pazzo.

--Mi gode l'animo, cominciò il visconte, di essere stato prescelto all'incarico di comunicarvi una notìzia che deve riempirvi di gioia. Mi affretto dunque ad annunziarvi che la vostra degnissima consorte, la signora contessa di Karolystria, ha nella scorsa notte dato alla luce un figlio maschio perfettamente conformato, al quale monsignor vescovo di Guttinga imporrà oggi stesso il vostro riverito nome!...

--La contessa!... un figlio!... il vescovo di Guttinga!... il mio nome!...

Il conte era ridiventato livido e i suoi occhi gettavano fiamme.

--Calmatevi! disse il medico, osservandolo coll'occhìo penetrante dello scienziato che afferra un sintomo; la paternità non è scevra di disturbi, ma a questi porge largo compenso l'amore dei figli.

--Io non riconosco a quella donna il diritto di regalarmi una prole, gridò il conte serrando i pugni.

Il medico si scostò da lui, e fattosi dappresso agli altri due, disse a voce bassa:

--Questo accesso di furore mi metterebbe in sospetto, pure non abbiamo ancora gli estremi coi quali ci sia dato formulare un giudizio assoluto.

--Pazzo da legare! mormorò il commissario crollando la testa.

Il visconte taceva, e spaziava collo sguardo nella piazza sottostante, coll'aria di un annoiato che cerca divagarsi.

--Un pazzo, ripigliò il medico, non è altra cosa che un pianoforte scordato; convien toccargli tutti i tasti per far vibrare la corda che risponde falso.

--Toccatelo sul tasto della politica, disse il visconte sbadatamente, mentre i suoi occhi dilatati si affissavano a qualche oggetto lontano che lo attraeva.

--Sarebbe una soperchieria, rispose il medico solennemente; toccate sul tasto della politica l'uomo più assennato e più calmo; ne uscirà una dissonanza così mostruosa da farlo ritenere maniaco.

Il medico non aveva finito di parlare, che un coro di voci umane rinforzato dallo squillo delle fanfare salì dalla piazza al campanile.

--La processione esce dalla chiesa, disse il visconte; osservate! ammirate! qual splendida pompa di paramenti e di lumi!

Il commissario si scoperse il capo e piegò il ginocchio...

--Un momento! un momento! gridò il medico; ho bisogno del vostro braccio. Mi è venuto un pensiero...

E fatto un passo verso il conte, che, a giudicarne dai tratti del volto, si era alquanto rabbonito:

--Signore, gli disse battendogli paternamente la spalla; affacciandovi a quel parapetto, voi potrete dare uno sguardo alla processione che sfila in questo momento sul sagrato. Nulla giova tanto a distrarre le tetre immagini dallo spirito umano, quanto la vista dì una pompa religiosa. Venite! noi vi sorreggeremo.

Il conte era divoto. Già il suono delle lontane fanfare (le quali sia detto fra noi, erano atrocemente stonate) aveva predisposto l'animo di lui alle emozioni di un soave misticismo. Egli si lasciò trascinare al parapetto, e appoggiandosi al braccio del medico, si mise in posizione da poter collo sguardo dominare un gran tratto della piazza.

Al veder quella doppia schiera di popolo e di sacerdoti che muoveva pel sagrato salmodiando, all'udire le voci paradisiache dei chierichetti e delle vergini (se ne trova ancora nelle processioni), respirando il profumo degli incensi e dei ceri sollevato dalla brezza, un rapimento quasi divino assorbì l'anima del conte. Se non temessi di commettere un irriverente bisticcio, direi, che dinanzi a quel sublime spettacolo, a lui parve di obliare la sua terribile posizione di conte contuso.

Qual dolce risveglio di sentimenti e di ricordi! Egli tornava col pensiero a quell'epoca beata della fanciullezza, quando le solennità della chiesa, il presepio, la scarpetta esposta sul terrazzo per accogliere le strenne dei Magi, una messa servita al cappellano nell'avito castello, la processione del _Corpus Domini_ e le litanie delle Rogazioni occupavano tanta parte de' suoi pensieri, rappresentavano i suoi tripudii più graditi.

Sventurato mille volte colui (mi si permetta questo breve sfogo dell'anima), sventurato mille volte colui, che nell'ora dei disinganni e delle amarezze...

Ahimè!... Cos'è stato?... Misericordia!... Il conte ha dato in ismanie, e in questo nuovo accesso di furore, più violento del primo, grida a tutta voce:

--Vedetela! Vedetela, quella svergognata!... È dessa... la riconosco al vestito... la riconosco a quella ciarpa trapunta in oro che si è gettata sulle spalle come un mantello... Arrestatela, arrestatela, commissario!

--Calmatevi, signore!

--Io vi dico di arrestare quella pettegola che ha la tolla di farsi portare in volta sopra una barella...

--Via, signore! è la santa patrona del paese... parlatene con rispetto.

--La santa! una santa!... quella là! Mia moglie!... E dopo uno scroscio di risa convulso, svincolatosi dalle braccia che lo reggevano, il misero conte arretrò dal parapetto e andò a ricadere sul posto donde era stato tolto poco prima.

Se Dante non avesse creato, or fanno parecchi secoli, lo stupendo verso:

E cadde come corpo morto cade

scommetto che, a questo punto del mio romanzo, lo avrei creato io. Quale disgrazia esser nati troppo tardi! A noi non è più permesso di crear nulla.

Il medico impensierito da questa seconda crisi, tanto più atta a impensierirlo quanto meno attesa da lui, si raccolse per un istante nella sua dignità di scienziato.

Poi, volgendosi al visconte ed al commissario, i quali, nella duplice ansietà della compassione e del trionfo, attendevano il verdetto:

--Lasciamo, disse loro, che la malattia compia il suo periodo naturale di reazione. Ormai non è più lecito dubitare che questo sventurato sia profondamente leso nelle sue facoltà intellettuali. Egli è affetto da quella specie di mania, oggimai comune alla più parte degli uomini coniugati, e per la quale la scienza non ha rimedii, che si chiama in linguaggio tecnico: _uxorofobia_. È una morbosità del cervello insidiosa e terribile, tanto più difficile a curarsi, in quanto i sintomi di essa talvolta rimangano latenti pel corso di parecchi anni. Quando il medico riesce ad afferrarli, il più delle volte la malattia è già entrata nella fase cronica. Vi prego, signori, di seguirmi. Voi siete chiamati a convalidare colla vostra testimonianza la relazione del grave caso e il conseguente certificato di demenza che io vado a redigere. Più tardi, noi torneremo presso il malato, e procaccieremo che egli venga calato sulla piazza coi meccanismi più acconci.

Dopo questo, i tre valentuomini discesero dal campanile.

CAPITOLO IX.

I fatti ch'io vado esponendo non sono che il prologo di un grandioso romanzo intitolato: _Il Re Barile_, che verrà in luce Dio sa quando; romanzo che, in seguito agli ultimi avvenimenti militari, quali l'occupazione della Tunisia, il bombardamento di Alessandria, l'invasione dell'Egitto, ecc., ecc., e in presenza di quel nuovo e formidabile elemento della dinamite oggimai felicemente introdotto nei congegni della politica europea; stante la complicazione sempre più arruffata delle alleanze fra i Gabinetti, ecc., ecc., è destinato ad ottenere un tal successo di stupefazione generale, da schiacciare e seppellire tutto quanto si è fin qui perpetrato in tal genere per allettare e inebetire le masse.

Premesso questo briciolo di fervorino, riprendiamo il filo della nostra narrazione che ormai volge allo scioglimento. Sono trascorse quattro ore dacchè il conte Bradamano è rimasto solo ad attendere in cima del campanile i benefici effetti della reazione.

La popolazione di Mirlovia (ottima gente, ne converrete), dopo aver pranzato come non si pranza che alle feste centenarie, si è di nuovo riversata nella chiesa per assistere ai Vespri.

Frattanto, all'albergo del _Pappagallo_, la contessa di Karolystria ed il visconte Daguilar hanno finito di consumare il loro pranzerello in un gabinetto riservato.

La contessa è radiante, il visconte le ha recato il documento che attesta la demenza del diletto consorte, e la prospettiva del prossimo divorzio la riempie di giubilo. Fra pochi istanti, ella partirà per Rosinburgo in compagnia del simpatico gentiluomo, che l'ha sì validamente protetta ed assistita. Che più le rimane a desiderare?...

Mentre la bella e avventurosa donna sta assaporando la sua felicità leggermente ingrossata di una polpa di costoletta, il visconte si intrattiene coll'albergatore.

--Possibile che in Mirlovia non vi sia riescito di trovare un cavallo di puro sangue, da appaiare alla bella e vigorosa puledra della signora?

--Tutte le mie ricerche furono vane. Quando si dice: destino! Figuratevi che appunto questa mattina, uno dei più stupendi cavalli di razza che io m'abbia veduti, è proprio andato a fratturarsi le gambe in un burrone a dieci passi dal paese! Io l'ho comprato da un villano pel valore della pelle e della carne.

--Fosse il mio morello! esclamò il visconte vivamente commosso.

--Mantello bruno...

--Una stella bianca sulla fronte...

--Una ciocca parimenti bianca nella coda...

--Era lui! era lui! gridò il visconte battendo il pugno sulla tavola; il mio buon morello!... ma dov'è? che avete fatto di quell'eccellente animale, a me più caro di un fratello?...

--In verità, rispose l'albergatore colla sua falsa tenerezza da _brugnone_ saldato, doveva essere un animale eccellentissimo, se tale altresì vi è sembrato quel frammento delle sue carni che ora avete finito di consumare. Dopo la corpacciata che se n'è data stamane quel grosso ippopotamo di Boom-bom-bom, non ci rimanevano in cucina altre reliquie del vostro disgraziato corridore.

Il visconte lasciò cadere una lacrima sull'osso della costoletta; ma, ripreso bentosto il suo fare da zerbinotto spensierato, balzò in piedi, porse il braccio alla contessa e uscì con quella nel cortile, dove lo attendeva il convoglio che doveva trasportarli a Rosinburgo.

Strano convoglio davvero, per una contessa ed un visconte, nati entrambi e vissuti nell'ambiente più aristocratico della più aristocratica provincia d'Europa! Era uno di quei grandi baracconi mobili, quali ne vediamo sulle piazze ai tempi di fiera, che servono ai cerretani da veicolo, da casa di abitazione e da teatro. Era diviso in tre compartimenti, dei quali il più spazioso, quello del centro, veniva ad essere esclusivamente occupato dal fenomenale Boom-bom-bom, altrimenti denominato: l'uomo più grasso del mondo. L'altro compartimento era formato dalla serpa, larga, comoda, ombreggiata da una gigantesca calotta e adorna di emblemi zingareschi. Su questa era già salito Zaccometto, quello stesso garzone della _Maga rossa_ che la sera innanzi, dietro ordine della contessa, era andato alla foresta di Bathelmatt per riportare gli abiti al visconte. Non avendolo ivi rinvenuto, il bravo garzone era ritornato a Borgoflores, e di là si era rimesso in marcia per Mirlovia, dove finalmente gli veniva fatto di consegnare il fardello. Il visconte, ricuperati sì opportunamente i suoi abiti e il suo denaro, aveva elevato il buon Zaccometto alla carica di suo domestico, assegnandogli lo stipendio annuo di cento lire, più i mozziconi degli zigari. La virtù è tosto o tardi premiata, nei romanzi.

Poichè tutto fa pronto per la partenza, la contessa ed il visconte montarono in una specie di cabina, situata alla estremità posteriore del baraccone. Era il più angusto, ma il più pulito dei tre compartimenti, e due viaggiatori di sesso differente potevano acconciarvisi a meraviglia.

Tutti erano al loro posto; si parte? Zaccometto agitò allegramente la frusta, e il convoglio uscì dall'albergo tra le riverenze dei camerieri, che lo guardavano come si guarda dagli idioti ogni oggetto grosso e misterioso.

Le vie di Mirlovia erano deserte; la gente, uscita dai vespri, si intratteneva sulla piazza a godere lo spettacolo della cuccagna. Il visconte e la contessa, seduti di fronte e irradiati da uno di quegli splendidi tramonti autunnali, così rossi, quando son rossi, parevano assorti in un'estasi di silenzio. Quando si ha molto da dire, tra le idee e le parole succede un ingorgo.

Alla fine, quando il convoglio fu uscito dall'abitato, la contessa prese a parlare di tal guisa:

--Visconte: io vi debbo la vita, più della vita vi debbo la libertà; la mercé vostra io mi sento sciolta da un vincolo pel quale ero costretta di rasentare la terra mentre ero nata pei voli eccelsi. Ignoro se davvero possano sussistere gli amori platonici, ma questo so di certo, che la riconoscenza platonica non è riconoscenza. Ho forse commesso una indelicatezza imponendo un patto al compenso che mi piacque di offrirvi, ma voi avete adempiuto quel patto, è tempo che io vi dica: signore, i cinque milioni di ducati vi appartengono.

--Via! non occupiamoci di tali miserie, disse il visconte sorridendo; cinque milioni di ducati non valgono la soddisfazione che ho provata nel rendervi un lieve servigio.

--Debbo io rammentarvi, o signore, che la somma venne da voi accettata, e che io, contessa di Karolystria, ci tengo un poco a soddisfare i miei debiti?

--Ebbene, sia pure! Ammettiamo che io abbia intascato il denaro...

--Ve ne prego, visconte; smettete quel tono di ironia, e ascoltatemi seriamente, poiché io vi parlo colla maggiore serietà. No, non è più tempo di esitazioni e di reticenze. Dopo le prove di lealtà che mi avete dato, io debbo essere altrettanto leale con voi; dunque, vi dirò tutto. Immagino che a voi sia noto il funesto caso, che ora fanno diciott'anni all'incirca, venne a contristare la nostra casa reale, portando un sì fiero colpo nell'animo già profondamente turbato del nostro buon re Finimondo...

--A quell'epoca io aveva appena compiuti i cinque anni, ma leggevo assiduamente i giornali del mio partito, e ricordo tutti i particolari di quell'infausto avvenimento.

--Un ignoto, probabilmente affigliato alla abbominevole setta dei nihilisti, trafugò col favor delle tenebre l'unico rampollo, l'unico ed ultimo rampollo della stirpe reale, un caro bambinello di due anni, sul quale si appoggiavano tutte le speranze della corona. Colla morte di quell'infante, l'antica dinastia dei Finimondo minacciava di estinguersi.

--Il mondo non sarebbe finito per questo; ma un tale avvenimento, ne convengo, poteva produrre delle conseguenze assai gravi. È noto, che in seguito alla disparizione dell'augusto bimbo, lo sventurato Finimondo prese a dimagrare sifattamente, da meritarsi il soprannome di _Re-Scheletro_.

--Strane contraddizioni della sorte! esclamò la contessa con aria di mistero; qualche volta si diventa scheletri sul trono, e si esubera di pinguedine dentro una tana da zingaro! Se io vi dicessi, proseguì la contessa dopo breve pausa e abbassando di tre toni la voce; se io vi dicessi che Boom-bom-bom, l'uom più grasso del mondo, È figliuolo dal Re Finimondo?...

--Vi farei osservare, rispose il visconte col suo risolino da scettico, che una rima sonora non può sempre valere come argomento di prova per convalidare l'asserzione di un fatto inverosimile.

--Se aggiungessi che il sicario incaricato di uccidere l'infante, avendo riscontrato in esso dei tratti di somiglianza con una sua bambina morta due anni prima, preso da tenerezza irresistibile, si trattenne dal vibrare il colpo?

--Siffatti episodii di tenerezza estemporanea, prodotta dalla somiglianza dei volti, so che fecero ottima prova in parecchie centinaia di romanzi e di drammi, ma non trovano riscontro nella storia.

--Ciò che noi vediamo coi nostri occhi, ciò che noi raccogliamo colle nostre orecchie, sarebbe dunque, domandò la contessa con dispetto, meno attendibile delle grosse panzane spacciate dai così detti libri storici? Quando io vi abbia rivelato che il sicario stipendiato dai nihilisti era quello stesso Zabakadak che spirava la scorsa notte nelle mie braccia all'albergo del _Papagallo_.

--Zabakadak! lo zingaro! colui che vi nominò erede di tutte le sue sostanze morte e da morire! esclamò il visconte, passando dalla incredulità assoluta alla sorpresa di chi intravvede il probabile nell'assurdo.

--Sul limitare della tomba, disse la contessa coll'enfasi della convinzione, un uomo non può mentire. Tra gli spasimi di una agonia resa più atroce dai rimorsi, Zabakadak mi ha tutto rivelato. Unica depositarla di un segreto, che senza il mio intervento, poteva scendere nella tomba con quello sciagurato di zingaro, io sono in grado di fornire tali prove sull'identità del regio infante, che il re, la corte, la nazione, l'Europa intera dovranno arrendersi all'evidenza del fatto.

--E queste prove, se è lecito?...

--Un amuleto con impronta dello stemma reale, che il bambino portava al collo il giorno in cui venne rapito.

--Buono, l'amuleto!

--Una crocetta in brillanti, dono della regina madre...

--Buonissima la crocetta.

--Una protuberanza ossea cartilaginosa al garretto destro, somigliante allo sperone di un gallo....

--Stupendo, lo sperone! Vengano ora a negarmi le influenze dell'atavismo! Tutti sanno che l'augusta bisavola dell'infante non smetteva mai gli speroni, né anche nelle sue rare ascensioni sul talamo reale.

--Tanto meglio! Vedo che vi arrendete all'evidenza delle prove, e questo mi rassicura sulla riuscita de' miei disegni. Dovrò io ancora, dopo quanto vi ho esposto, nominarvi il banchiere, al quale dovrete presentarvi per riscuotere la somma che ho messo a vostra disposizione?

--Ah! è vero... è vero!... esclamò il visconte risovvenendosi: sono appunto cinque milioni di ducati il premio stabilito dal re Finimondo per colui che riuscisse a rendergli il figlio. Tutti gli anni la Gazzetta Ufficiale riproduce il bando del generoso monarca... Ma, credete voi, contessa, ch'io possa mai consentire ad appropriarmi una somma... ad usurpare un premio che spetta a voi sola?...

--Fanciullo! interruppe la contessa col più amabile sorriso; ci vuol tanto a comprendere che le mie aspirazioni mirano ben più alto, e che io riserbo a me stessa la più lauta parte del compenso? Prima di stendere la mano ai cinque milioni, non mi userete voi la gentilezza di attendere che sieno compiute tutte le formalità relative al mio matrimonio coll'erede della corona, e ch'io mi sia per tal modo accaparrata la mia parte di scettro?

--Voi... avreste... il coraggio... di sposare Bom-bom-bom!!! esclamò il visconte, sbarrando gli occhi dallo stupore.

--Io sposerò Bom-bom-bom, rispose la contessa arrossendo leggermente.

--Un uomo, che pesa duecentoventi kili!!!

--Ha venti anni ed una fisonomia non spiacente.. Le cure del matrimonio, e più tardi le cure del regno ridurranno quel grosso volume di marito in un formato tascabile.

--O mia regina! esclamò il visconte, coprendo di baci la mano della contessa, mentre questa, con voce languida da sovrana indulgente, gli ripeteva all'orecchio:

--Calmatevi, Gran cancelliere!

Frattanto, il convoglio roteava senza scosse sulla strada umidiccia; Zaccometto cantarellava dalla serpa uno stornello libertino; Bom-bom-bom russava maestosamente nella sua ampia cabina come un principe ignaro: in lontananza, dolcemente cullato dagli zeffiri, penzolava dal campanile il conte Bradamano di Karolystria; il commissario di Borgoflores arrestava un nihilista, e monsignore di Guttinga vescovo di Bosinburgo, presso la cappella di santa Dorotea, battezzava solennemente il bambino, raccolto la notte precedente dal visconte sulla porta della casa parrocchiale...

Un romanziere che si rispetta deve render conto di tutti i suoi personaggi, anche accessorii: e qualche lettore vorrà appunto sapere da qual parte sia scaturito quel bambino, venuto ad introdursi così enigmaticamente nel mio racconto...

In verità... sarei alquanto imbarazzato.... a spiegare...

Ma via!... volete proprio saper tutto?

Ebbene: quel bambino... (sacrifichiamoci alle esigenze dell'arte) quel bambino era... mio figlio.

FINE

End of Project Gutenberg's La contessa di Karolystria, by Antonio Ghislanzoni

