La contessa di Karolystria: Storia tragicomica

Part 3

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Proferite queste parole, la contessa, dalla porta socchiusa, accennò al notaio di seguirla, e tutti discesero nella sala terrena, dove il padrone dell'albergo li attendeva.

--Signori: disse il notaio colla falsa intonazione di una mestizia rettorica; il forastiero alloggiato al numero 74 ha cessato di vivere poco dianzi nelle braccia dell'illustrissima signora contessa Anna Maria di Karolystria qui presente, dopo aver segnato di sua mano un codicillo contenente le sue ultime disposizioni. Vi prego, signore e signori, di prendere atto di questo documento. «Io, sottoscritto, nomino ed istituisco erede di ogni mio avere la signora contessa Anna Maria di Karolystria, la quale pietosamente mi ha assistito negli ultimi istanti della vita, e intendo che immediatamente dopo la mia morte, la suddetta vada al possesso dell'intero mio patrimonio, il quale, essendo in massima parte costituito di enti animati, verrebbe a subire un irremediabile deperimento qualora dovesse anche per poche ore rimanere negletto. Intendo però e voglio che del fenomenale individuo nominato Boo-bom-bomm, da me per molti anni condotto in giro ed esposto sulle piazze di Europa, dove per la sua straordinaria grassezza fu oggetto della universale ammirazione, la signora contessa di Karolystria non abbia a godere che l'usufrutto; e questo fino al giorno in cui alla suddetta venga dato, come io verbalmente le ho indetto, di riconsegnare a chi di diritto quei duecentoventitrè chilogrammi di carne viva, da me illecitamente posseduti e fatti oggetto di lucro. Dopo questo, raccomando la mia anima a Dio e impongo alla mia erede di far celebrare cento messe ad espiazione de' miei peccati.

» Segnato: NABAKAK.»

Durante la lettura di quel documento, la contessa non avea mai distolti gli occhi dal visconte. I tratti di quel volto aristocraticamente profilato, che tanto distonavano colle rozze e mal foggiate sottane del prete, richiamavano al di lei pensiero delle confuse reminiscenze. Ella si chiedeva, non senza un leggero turbamento, dove mai e in quale epoca della vita le fosse accaduto di vedere quell'uomo.

Il visconte, leggendo nel cuore della contessa, la guardava maliziosamente sorridendo, ciò che irritava davvantaggio la di lei curiosità di donna galante e capricciosa.

Nessuno degli astanti, il grosso albergatore compreso, si avvisò di constatare se il testamento, dichiarato olografo dal notaio, fosse redatto nei termini e modi dalla legge prescritti. La eredità di un povero saltimbanco non fa gola a nessuno; e poi... (questa osservazione prima di me l'avranno fatta i lettori), essendo il massimo capitale del legato costituito da un ammasso di carne vivente, da un individuo che pesava duecentoventi chili e altrettanti chili di commestibili poteva divorarsi in una settimana, l'affare, sotto le apparenze più grasse, era da ritenersi magrissimo.

La contessa, dopo aver congedato il notaio promettendogli di recarsi quel giorno istesso al suo studio per adempiere alle ultime formalità dell'atto, pregò l'oste e i camerieri che eran stati presenti alla lettura, di volerla per un istante lasciare sola col prete. La sala in un attimo fu sgombra--il visconte e la contessa si trovarono di fronte.

--Voi comprenderete, diss'ella guardando fissamente lo strano sacerdote che le stava dinanzi col viso compunto e in atteggiamento sommesso--voi comprenderete, reverendo signore, quali ragioni mi obblighino a trattenervi meco un istante, mentre oggi avete tanto da fare in chiesa. In questa casa c'è un morto; nella mia qualità di ereditiera io debbo provvedere alle esequie, e voglio che queste sieno celebrate splendidamente. Circostanze dolorose, stranissime, quasi inverosimili, hanno condotta la contessa Anna Maria di Karolystria, che vi sta innanzi, nella situazione di dover fare assegnamento sul credito del suo nome e della sua alta posizione sociale per ottenere l'esonero dalle anticipazioni richieste dalla Chiesa e dal Municipio per le funebri pompe. Vi parlo schiettamente, signor abate.... Al momento io mi trovo affatto sprovveduta di denaro, nè saprei, in questa umile borgata, dove trovarne. Prima di indirizzare le mie suppliche al Municipio, io mi rivolgo a voi, a voi, ministro di Dio, e membro del capitolo... Fra dieci, fra otto giorni io sarò in grado di rimborsarvi--al momento, ve lo ripeto, sono povera come Eva appena uscita dalle coste di Adamo.

Un uomo di poca levatura, meno atto ad assaporare gli squisiti diletti di una bella situazione drammatica e di un equivoco piccante, al posto del visconte si sarebbe sfasciato in una grassa risata; ovvero, dandosi prontamente a conoscere, avrebbe precipitato lo scioglimento del duetto con una di quelle cabalette che mettono la febbre ai vagneristi.

Da quell'uomo di gusto che egli era, il falso abate rilevò il capo, e posando dinanzi alla contessa in atteggiamento da Levita crucciato:--Signora, le disse, se ciò che voi asserite è la verità, come potrete voi render conto al tribunale del supremo Giudice, alla banca dell'Eterno cassiere, delle trecento cedole da lire venti che ieri sera all'albergo della _Maga-rossa_ erano ancora nel vostro portafoglio, o meglio, nel portafoglio del visconte Daguilar, vostro salvatore ed amico?...

--In nome di Dio! chi siete voi? gridò la contessa arretrando.

--Chi son io! rispose il visconte, passando dal solenne al patetico con una modulazione degna di Salvini--l'ingrata, non mi riconosce! Io sono uno, che per due ore ho respirato, ho palpitato, ho sofferto i più atroci brividi dentro le vostre gonnelle....

--Stelle del firmamento!

--E voi, signora? non avete voi pure la scorsa notte galoppato sul mio Morello e sudato per un'ora nella mia giacca elegante di stoffa di Bristol?...

--Voi siete... dunque!!!...

--Sì, contessa, proruppe l'altro gettandosele ai piedi e abbracciandole le ginocchia con trasporto--io sono il visconte Daguilar... io son quel desso che nella foresta di Bathelmatt, agli incerti crepuscoli della sera, ho potuto ammirare di sbieco i contorni di una Diana nuotante nelle foglie...

--Tacete! alzatevi, uomo incomparabile!... Dio!... Ciò che mi accade è così strano... così fuori dell'ordine naturale... Se sapeste quanto desideravo di rivedervi!... Ma... ditemi... come avviene che io vi trovo qui? Perchè indossate quell'abbigliamento che sì male vi si attaglia? In verità, la sarebbe da ridere, se di ridere fosse capace una donna, agitata, qual io mi sono, da avvenimenti e da preoccupazioni sì gravi, da soperchiare ogni frivolo istinto.

Il visconte, ripresa la spigliatezza della indole sua cavalieresca e brillante, narrò succintamente alla contessa quanto gli era accaduto dacchè si erano separati. Immagini il lettore se quel racconto venne ascoltato con meraviglia e commozione!

--Visconte! esclamò la contessa stendendo al giovane la sua bella mano diafana e sottile--la vostra avventura è davvero singolarissima; pure, se io avessi a narrarvi le strane sorprese a me toccate dacché giunsi in questo albergo, voi rimarreste, pel restante dei giorni che il buon Dio ha segnati alla vostra esistenza, colle ciglia inarcate, Ma questo non è luogo dove si possano senza pericolo rivelare certi segreti... Qualche briccone potrebbe spiarci.... Ascoltate! le campane suonano l'_Angelus_... a momenti la chiesa sarà aperta ai fedeli... Là potremo rivederci e stabilire i nostri patti d'alleanza offensiva e difensiva... Andate! precedetemi!... fra dieci minuti prometto raggiungervi...

--Ma, vi pare, contessa! con questo abito da prete!...

--È l'abito che conviene all'ambiente.

--E le vostre superbe vesti rimaste nella casa del parroco?...

--A me non preme di riaverle, e il buon prete si terrà soddisfatto del cambio.

--Ma il vostro portafoglio... il vostro orologio...

--Miserie che appartengono al passato. Fra il mio passato ed il mio --avvenire da questo momento si apre un abisso.

--Contessa di Karolystria, vado ad attendere i vostri ordini.

E il visconte, fatto un inchino sbilenco da prete digiuno, usciva dignitosamente dall'albergo per avviarsi alla chiesa, mentre la contessa in preda ad una esaltazione indescrivibile, soffermandosi al banco dell'oste ordinava una colazione di ventiquattro _bistecche_ guarnite di dieci chili di patate fritte.

Quella colazione era destinata a Boo-boom-bom, l'uomo più grasso del mondo, sul quale, in seguito al legato dello zingaro Nabakak, la contessa cominciava ad esercitare i suoi diritti di usufrutto.

CAPITOLO VI.

I rosei crepuscoli del mattino annunziavano una splendida giornata.

Nessuno de' miei lettori avrà il cattivo gusto di esigere che io descriva la chiesa di Mirlovia. Chi desidera vederla si rechi sul luogo; il viaggio non è lungo, e la spesa in proporzione. D'altra parte, i fatti che io vo narrando sono abbastanza interessanti e straordinarî perchè io sia dispensato dallo adornarli di frangie rettoriche.

La contessa non indugiò molto a recarsi sul luogo del convegno, dove il visconte lo aveva preceduta.

La chiesa era quasi deserta, debolmente rischiarata dalla luce funerea che traspariva dai finestroni colorati.

--Innanzi tutto, cominciò la contessa, io debbo chiedervi mille scuse... La sorpresa del rivedervi così inaspettatamente, e sotto quelle vesti, mi ha impedito poco dianzi di esprimervi con parole adeguate la mia riconoscenza. Voi mi salvaste la vita; avete fatto di più, mi avete sottratta al peggiore dei supplizi, quello di ricadere negli artigli di un marito che abbomino. Il caso mi porge i mezzi di offrirvi un compenso.... Sareste voi tanto gentile da accettare la tenue somma di cinque milioni di ducati che io metto a vostra disposizione?

---Avete... detto...?

--Cinque milioni di ducati, nè più, nè meno.

--La somma è rotonda, ed io l'accetto.

--Sta bene. Ma v'è una condizione...

--Indovino. I cinque milioni di ducati, se è vero ciò che mi dicevate ora è poco delle vostre momentanee strettezze, non esistono che nella vostra fantasia,

--No, vi ingannate. I milioni esistono, i milioni son là, accatastati in uno scrigno, del quale io tengo la chiave. Ora, questa chiave, o visconte, io l'offro a voi... Ve la offro a patto di un ultimo favore, di un ultimo sacrifizio.

--Contessa! la mia vita... il mio sangue....

--No, non si esige tanto, mio bel cavaliere--Ciò che io vi domando è di darmi una mano a salire il primo gradino di un trono.

--(È pazza!) Se ho ben compreso, o signora, il modesto titolo di contessa vi è venuto a noia, e voi aspirate a mutarlo in quello di regina.

--Per lo appunto; ammiro il vostro acume. Ma voi comprenderete parimenti che, per diventare regina, è necessario ch'io sposi un re...

--Lo troveremo.... Converrà affrettarsi a cercarlo, prima che i nichilisti se li mangino tutti.

--Il re è trovato.

--Dunque... che si aspetta?

--Posso io sposare un re, se prima non rimango vedova?

--Avete ragione, non ci avevo pensato.

--Come vedete... è necessario che l'_altro_ muoia...

--Ciò potrebbe accadere... Quasi tutti siamo mortali...

--Ciò deve... accadere, mi capite? E questo è appunto il favore....

Su questa reticenza, la contessa proiettò dai suoi occhioni neri e fosforescenti una scarica di elettricità che trapassò il visconte dal petto alla schiena.

--Ciò che voi mi chiedete, o signora, disse egli con una vibrazione di accento che esprimeva l'indignazione e l'orrore del delitto; ciò che voi mi chiedete, o signora, sarebbe dunque un... assassinio?

La contessa impallidì, e sommessamente, nel timore di avergli recata offesa:

--Signore, disse al visconte, ciò che io intenderei di proporvi non sarebbe un delitto... a meno che voi non giudichiate delitto una provocazione seguita da uno scontro ad armi uguali, in presenza di testimoni, con tutte le regole della più perfetta cavalleria.

--Il duello non rappresenta in molti casi che un surrogato dell'assassinio, rispose il visconte con una intonazione di mestizia che rivelava il pensatore umanitario sotto la scorza del gentiluomo. Pure, o contessa, trattandosi di favorire i vostri alti disegni, io non esiterei ad assumermi il mandato di trapassare con una buona lama di fioretto l'addome dell'importuno compagno de' vostri giorni, se una tale cerimonia non mi apparisse superflua. Per diventare regina, per sposarvi ad un re, non vi occorrono, o signora, dei fatti di sangue. Narrandovi la scena accaduta a Borgoflores fra me ed il conte, vi ho detto che questi è rimasto nelle grinfe degli aguzzini del manicomio... Al momento in cui stiamo parlando, egli è forse là.... ad ululare disperatamente nelle strettoie di una camicia di forza... Ora, voi sapete, o contessa, che il nostro codice accorda piena facoltà di divorzio nel caso in cui uno dei coniugi sia affetto da pazzia incurabile. Il manicomio e la camicia di forza, non dubitatene, contessa, in meno di due giorni condurranno vostro marito al delirio furioso. Il sistema di cura è infallibile, nè farà eccezione in questo caso. Io riparto oggi stesso per Borgoflores, fo constatare dai medici la pazzia del conte, vi riporto il documento; voi presentate subito la vostra domanda di divorzio e fra dieci o quindici giorni...

--Libera! libera! libera! esclama la contessa, battendo le palme. E obliando di trovarsi in una chiesa, in presenza di un uomo che aveva tutte le apparenze di un sacerdote, spiccava dei salti da capriola in amore.

Ahimè! come brevi e fallaci sono le gioie umane! (Frase vecchia, ma sempre opportuna, sempre efficace nelle transazioni del sentimento). Ed ora--come preparare il lettore alla nuova sorpresa?

La contessa, che stava quasi, nell'impeto della riconoscenza e della gioia, per slanciarsi al collo del visconte, arretrò improvvisamente mettendo un grido di terrore.

--Guardate là... là!

Il visconte corse coll'occhio ad una delle porte laterali della chiesa e vide... non vide soltanto... ma riconobbe il conte Bradamano di Karolystria, grande elettore dell'impero e arcidiacono della Massoneria della Cervia, che a passo lento si dirigeva alla sua volta.

--Come salvar la contessa? pensò il giovane rabbrividendo.

Ma la contessa era già in salvo. Prima che egli si volgesse a cercarla collo sguardo, ella si era involata per una porticiuola bassa, che metteva al campanile. Imaginate con quanta lestezza si slanciò sulla scaletta e raggiunse la cima della torre quella donna energica e leggera, creata per salire!

Come avviene, chiederà qualcuno, che il conte Bradamano apparisca ora nella chiesa di Mirlovia, mentre la sera innanzi, a Borgoflores, il commissario superiore di polizia aveva dato ordine di tradurlo al manicomio?

Nulla di più naturale. Si è forse detto che gli ordini venissero eseguiti? Non è più verosimile che il conte, vedendosi al mal partito, abbia dato tali prove di assennatezza e di calma, da indurre il commissario a lasciarlo andar libero, fors'anche a chiedergli scusa dei rigori inconsulti?

Quanto al fatto della venuta a Mirlovia, basti sapere che il conte, appena uscito a Borgoflores dalla caserma dei poliziotti, si era abboccato con quel medesimo doganiere che aveva poco prima recati al visconte i messaggi della contessa. Quel mascalzone, poco soddisfatto delle laute rimunerazioni a lui promesse, per un bicchiere di _rataffià_ aveva tradito il segreto, rivelando l'itinerario e il punto di convegno stabilito fra i due fuggiaschi.

Dopo queste spiegazioni franche e leali, io vi prego quanto so e posso, miei buoni lettori, di non volermi più oltre interrompere. Quella ch'io vo narrando non è storia verista, è semplicemente storia vera: e il vero sfida ogni obiezione, si impone ad ogni criterio.

Dunque... come si è detto...

Ci siamo... Il conte Bradamano si avanzava a passo misurato, guardando a destra ed a manca, esplorando gli intercolonî e le nicchie.

I suoi occhi bigi nuotavano entro due solchi azzurrognoli. Il suo volto pallido, quasi terreo, da marito vilipeso, non rivelava turbamenti profondi, non esprimeva sinistri disegni.

Appressandosi al falso prete, fece un inchino da borghese credente, e a voce bassa, con accento mansueto gli disse:

--Se non vi recasse troppo disturbo, io vi pregherei, monsignore, di voler ascoltare la mia confessione.

Il visconte, per darsi tempo di riflettere, non proferse parola.

--Avete inteso, monsignore? replicò l'altro con una intonazione di voce più vibrata--vorrei mettermi in grazia di Dio, e imploro a tal uopo l'assistenza di un ministro del culto.

Il visconte, che aveva riflettuto, senza venir a capo di indovinare dove si fosse nascosta la contessa, assentì con un cenno del capo, e veduto a poca distanza un confessionale, a quello si diresse, invitando l'altro a seguirlo.

Destino! Destino! Chi oserà più mai in presenza degli avvenimenti che qui si narrano, chi oserà, ripeto, negare la tua potenza, tanto più terribile, quanto più occulta? Io so che di questa apostrofe al fato (da taluni chiamato anche dito di Dio) non va esente verun romanzo dell'epoca antica e moderna; ma, qual sarebbe, senza il fato o il dito, la logica dei romanzi?

Non sa di miracolo ciò che noi vediamo? Quei che la sera innanzi se ne stava prostrato in atteggiamento di vittima, ora siede da giudice sulla cattedra del tribunale di Dio, mirando a' suoi piedi genuflesso colui che poche ore prima avea minacciato di schiantarlo. Imponiamo alla nostra meraviglia, e porgiamo orecchio alla confessione del conte.

--Dall'ultima volta ch'io mi accostai al tribunale di penitenza, cominciò il penitente con voce contrita, io non credo aver commesso verun di quei peccati che la chiesa dichiara _mortali_ ma, in seguito ad alcune recenti peripezie, io mi sento oggi trascinato, ed ho anzi deliberato di compiere un enorme delitto.

--Vuol uccidere la moglie, pensò il visconte; è bene ch'io ne sia prevenuto.

--Uno di quei delitti, proseguì l'altro, che tanto più sgomentano le timide coscienze, in quanto non vi abbia speranza, una volta che sieno consumati, di ottenere l'assoluzione di Dio. In una parola, io avrei deliberato di togliermi la vita.

--Meno male! esclamò il visconte--ciò calzerebbe a meraviglia....

--Ho io ben inteso?... Padre: voi.... dicevate?...

--Ho detto: meno male; poiché vi è grande differenza di colpabilità fra chi toglie la vita ad altri e quegli che con rara abnegazione preferisce di sacrificare la propria.

--Voi mi consolate, buon padre. Ma.... dite un po'... Non avreste voi autorità, in certi casi, nel mio caso per esempio, di assolvere in anticipazione colui che schiettamente si confessa del suo colpevole disegno, col ferino proposito di non più mai rinnovarlo dopo il primo attentato?

--Voi mi proponete, disse il visconte con gravità caricata, una questione che ha fatto perdere il cervello ai più insigni casisti. Converrà, perché io mi metta in grado di giudicare rettamente, che voi mi informiate del _cur, quomodo, quando, quibus auxiliis, eccetera, eccetera _. Cominciamo, se vi piace, dal _cur_, ovverosia dalle cause impellenti.

--Ohimè! sclamò il conte, traendo un sospiro dagli stivali, voi dovete sapere ch'io m'ebbi la mala ventura di unirmi in matrimonio ad una di quelle figlie di Satana che l'inferno vomita sulla terra per la disperazione dei mariti.... Non vi dirò quale sia stata la mia esistenza nei due anni che ho vissuti con lei... Ho vegliato sotto un'incudine, ho dormito sovra una graticola rovente.

--L'espiazione ha preceduto la colpa, interruppe il confessore, come se parlasse a sè stesso.

--Ieri... non più tardi di ieri... la sciagurata si avvisa di mettere il colmo alle sue scelleraggini, abbandonando furtivamente il castello coniugale. Un domestico l'aveva spiata.... io fui avvertito.... Su una trentina di fili elettrici corse il mandato di arrestarla, ed io stesso, subodorando le sue orme, mi diedi ad inseguirla...

--Imbecillità manifesta! mormorò il confessore.

--Voi osate trattarmi da imbecille! esclamò il conte con qualche risentimento.

--Io noto e aduno le attenuanti; e voi, figliuol caro, fate di sovvenirvi che l'umile mortale a cui state dinanzi, rappresenta in questo momento il vostro giudice supremo.

Il conte, giungendo le mani, balbettò qualche parola di scusa, e proseguì di tal guisa:

«Sì, ne convengo, fu un atto di imbecillità.... Inseguendo quella donna, io correva dietro alla sciagura, al disonore, al ridicolo... Non vi parlerò dell'infame tranello che mi attendeva a Borgoflores dove l'indegna si era rifugiata.... Vi basti sapere che, arrivato colà, io fui insultato, preso a schiaffi, trattato da demente. Eppure quando seppi che colei era partita dalla città coll'intendimento di pernottare a Mirlovia, io mi gettai ancora come un forsennato sul suo cammino.... Avevo giurato di raggiungerla, di sorprenderla nel sonno e trucidarla colle mie mani. Arrivai a Mirlovia al sorgere dell'alba. E già, coll'atroce proposito in cuore, io dirigeva i miei passi all'albergo del _Pappagallo_ dove sapevo che la turpe donna era alloggiata, quando lo squillo delle campane, quello squillo melanconico e solenne che ha sempre esercitato un gran fascino sul mio spirito, mi arrestò sul cammino.... Al furore subentrò nel mio animo una cupa melanconia. Perchè avrei ucciso quella donna? Con qual frutto? Al ridicolo che già mi copriva, all'ignominia, al dissesto, avrei aggiunto il supplizio dei rimorsi.

»Ecco, buon padre, per qual rapida transazione di sentimenti e di idee, volendo sciogliermi ad ogni costo da questa camicia di Nesso in cui mi trovo da due anni avviluppato, deliberai di troncar il filo dei miei giorni.

--Avete ben riflettuto? chiese il visconte con voce severa. Non nego che la vostra posizione sociale sia pregiudicata... Ma, infine... credete voi che non vi abbia altra via per uscirne, fuori quella disperatissima e peccaminosa del suicidio?

--Nessun'altra, rispose il conte.

--Siete dunque risoluto?...

--Lo sono.

--E se io vi pregassi in nome di Dio?...

--Sarebbe vano. Io vado soggetto, fin dalla mia più tenera infanzia, a fierissimi attacchi di forza irresistibile, e in questo momento mi sento preso più che mai. Credete voi che al tribunale celeste si tenga conto dei casi di forza irresistibile?

--Ne sono convinto.

--Negherete dunque ancora di assolvermi in anticipazione?

--Questo non è permesso dai canoni. Ma, poichè non è dato alla mia eloquenza di arrestarvi sull'orlo dell'abisso, ed io voglio d'altra parte provvedere per quanto da me si possa alla vostra salute eterna, ascoltate bene quanto sono per dirvi. Vi ha un solo modo di suicidio, che, praticato colle debite cautele, può offrire all'anima del delinquente qualche probabilità di salvezza; è il suicidio che si compie precipitando da una altura. In tali casi, la consumazione del peccato ha luogo immediatamente all'atto di spiccare il salto. Se, durante l'intervallo che separa l'atto dall'effetto, vale a dire nel brevissimo tempo che impiega a rotolare nello spazio, il disgraziato suicida si avvisa di recitare un semplice atto di pentimento, non vi è più dubbio che allo sfracellarsi delle membra, l'anima del misero contrito non si elevi perdonata e redenta alle sfere celesti.

--Oh! grazie! grazie, sacerdote!... esclamò il conte in un impeto di gioia--Ora non temo più nulla... Fra dieci minuti tutto sarà finito.... Io vado a precipitarmi dal campanile...

Il conte si era alzato.

--Fermate! è una follia! gridò, alzandosi a sua volta il visconte, nel cui animo era subentrata alla spensieratezza dell'avventuriero la pietà generosa dell'uomo di cuore; io non posso.... io non debbo permettere...

Ma l'altro sì era già discostato dal confessionale, avea trovata la porta del campanile, ed era sparito.

--Non vi è che un mezzo per salvarlo, esclamò il visconte balzando dal confessionale e correndogli dietro; egli è tanto sensibile al suono delle campane.... Dio voglia che queste gli tocchino il cuore!

Ed ora, lettori, ponete ben mente alla situazione dei singoli personaggi.