La contessa di Karolystria: Storia tragicomica

Part 2

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La persona, che in atto di umile e desolata preghiera gli volgeva le spalle e le calcagne, non poteva che essere una donna colpevole. Il cappellino bizzarro a piume azzurre, la magnifica veste da amazzone stabilivano l'identità di quella dama. Quel cappellino il conte l'aveva donato a sua moglie nell'anniversario del malassortito imeneo. L'elegante ciarpa di raso, ricamata in oro, che il visconte teneva annodata al collo, ricordava al terribile marito un altro regalo da lui fatto all'indegna, in un lucido intervallo di tenerezza coniugale... Quella ciarpa gli era costata cinquecento rubli... Cappellino, amazzone, ciarpa, tutto concorreva a denunciare la perfida moglie... La contessa era là... L'occhio grifagno, l'artiglio adunco del marito le stavano sopra.

--Sciagurata! tu preghi? esordì il conte con voce sepolcrale...

Il visconte, compreso dalla stranezza quasi inverosimile della propria situazione, sprofondando la testa nelle mani, diede in uno scroscio di risa che sembrava una scarica di singhiozzi.

--E tu piangi! proseguì l'altro, ingrossando la voce...

La seggiola sulla quale il visconte era appoggiato, scricchiolava sotto gli scoppi delle sue risa irrefrenabili.

--Per chi preghi? Per chi piangi?... Ma alzati, dunque! Questi mattoni screpolati ti sciupano la gonnella... Dio! uno strappo!... due strappi!... Quante ammaccature sul cappello!... Un cappello che mi è costato seicento rubli!... Non importa... Oramai tu hai finito di smungermi... Le tue lagrime, le tue moine non fanno più breccia. Mi hai detto mille volte che ero un mezzo uomo; diverrò uomo tutto intero, e un uomo corazzato, per giunta. Non credere che io sia mai per ricondurti al castello dei miei padri. Se ho spedito dei telegrammi a cento città dello impero per ottenere il tuo arresto, l'ho fatto perchè pretendo, perchè esigo che tu mi renda il denaro e i gioielli che mi hai rubati. Mi hai tu capito, o femmina immonda? Il mio denaro, i miei gioielli, e poi il diavolo ti porti!

Le parole: _denaro_, _gioielli_, erano articolate su due note rauche e stridenti, che mettevano raccapriccio.

Il visconte, sempre inginocchiato colla testa sprofondata tra le braccia, studiava uno stratagemma per uscire da quella posizione che oramai cominciava ad annoiarlo.

--Ah! tu vuoi dunque che io ricorra ai mezzi estremi! riprendeva l'altro con voce più cupa; ebbene: tal sia di te; ma bada che questa volta ti lascerò il segno... Sai tu cosa significa la forza irresistibile? Rispondi, sciagurata, lo sai?... Or bene: te lo diranno gli avvocati, te lo diranno i giurati alla Corte di Assise... quand'io con queste mie mani, tramutate in artigli da pantera, ti avrò afferrata per il collo e strozzata come un pollastro...

E il conte Bradamano, cogli occhi iniettati di sangue, colla bocca spumosa e le narici frementi, già stava per slanciarsi a ghermire la sua vittima, quando il visconte, balzato in piedi lestamente, lo investì di fronte e gli applicò sulle guancie due schiaffi così poderosi, che avrebbero ammaccata la faccia della luna.

Il conte barcollò...

Tentò di avventarsi... voleva parlare... voleva gridare... ma le gambe lo reggevano a stento e la voce non gli usciva dalla strozza. All'impeto della collera era succeduta in lui una sincope di stupore.

Schiaffeggiato da una donna!... Un conte Bradamano, un elettore dell'impero, un arcidecano del grand'ordine della Cervia Massonica, che si riteneva inviolabile...!

E quella donna (oramai egli era in grado di giudicarne) non era sua moglie, bensì una incognita minacciosa e terribile, che aveva mostrato di saper picchiare più forte di lui.

Mentre i due antagonisti si sfidavano collo sguardo, il commissario di polizia entrò nella stanza, e inchinandosi rispettosamente, presentò al conte una lettera.

Lo scritto era umido ancora... i caratteri eran quelli della contessa di Karolystria.

Livido dallo stupore, il conte leggeva battendo i denti.

«Uomo brutale,

«È vano che tu mi insegua. Al momento in cui ti verrà consegnato questo scritto, io non sarò più in Borgoflores; la mia puledra mi trarrà lungi, ben lungi, ben lungi... Se vorrai prendere alla _Maga rossa_ delle informazioni sulla mia partenza, ti converrà saldare i due conti che qui ti accludo, due conti da me liquidati e fatti iscrivere al tuo nome. Tanto per tua norma.

»ANNA MARIA.»

Sulle due noticine involte nella lettera stava scritto:

» Abito di moerro confezionato, con guarnizione di raso e bott. di corallo L. 600 50

» Per rinfresco a due cavalli e vino al doganiere » 3 50

» Candele steariche e servizio » 10 75

--Commissario, urlò il conte Bradamano, sbarrando gli occhi come un ossesso; per quante porte credete voi che una donna a cavallo possa uscire da Borgoflores?

--La cittadella ha dieci porte, rispose il commissario, e queste, salvo errore, servono tanto per l'uscita come per l'entrata delle persone d'ambo i sessi.

--Or bene: è necessario che sull'istante, da ciascuna porta escano due carabinieri a cavallo... Si tratta di inseguire mia moglie... avete capito, signor commissario?... mia moglie che mi tradisce, che mi deruba, che mi assassina nell'onore... Su, dunque! Che fate lì, con quell'aria da trasognato?... Se entro un'ora voi non riuscite a far trascinare quella perfida a' miei piedi, vi do parola che domani sarete dimesso dall'impiego e punito della vostra negligenza con ventiquattro giri di verghe.

Il commissario, punto atterrito da quelle minaccie, rispose colla massima calma:

--Vi prego, o signore, di riflettere che noi ci troviamo in presenza di una dama la quale venne testè arrestata sotto l'imputazione di essere vostra moglie. Come si spiega ora?...

--Se costei fosse mia moglie, disse il conte bruscamente, credete voi, uomo di poco senno, che io reclamerei l'intervento dei vostri carabinieri per arrestarla?

--Gentildonna, riprese il commissario indirizzandosi al visconte, quando noi, in ossequio agli ordini ricevuti, vi abbiamo intimato di presentarci il passaporto, voi ci avete esibito una carta da visita, affermando nello stesso tempo a viva voce di essere voi la contessa Anna Maria di Karolystria. Ora, come avete udito, l'eccellentissimo signor conte oppone un formale diniego alle vostre asserzioni.... Degnatevi dunque, o signora, di sciogliermi questo enigma. Sebbene nella condotta del signor conte io riconosca esservi qualche cosa di anormale e di inesplicabile, voi converrete, o signora, che anche il vostro contegno in questa imbrogliata vertenza non si presenta abbastanza corretto per escludere ogni supposizione meno favorevole alla vostra onoratezza.

Il visconte, che fin là era rimasto mutolo cercando una scappatoia per uscire da quella falsa posizione, atteggiando il volto a mestizia, con voce supplichevole rispose:

--Io vi ho dichiarato il mio nome, io vi ho presentato un documento, mio marito poco dianzi ha mostrato di riconoscermi. Signor commissario, ne attesto il cielo, ne attesto tutti i santi, io sono la sola donna che sulla terra abbia il dritto di chiamarsi Anna Maria contessa di Karolystria, Via, Bradamano! guardami bene... riconoscimi... Questo elegante cappellino ch'io tengo in testa... questa splendida ciarpa ricamata in oro... questa veste... questi gioielli... non rappresentano altrettanti pegni della tua generosità e del fervido amore che mi portavi in altri tempi?

Il conte guardava fissamente, cogli occhi gonfi di lacrime, e pareva affermasse con meccanico ondulamento del capo.

Poi, come riscuotendosi da una momentanea allucinazione, slanciossi col pugno alzato verso il visconte.

--In nome di Dio! esclamò questi riparandosi dietro le spalle del commissario, difendetemi da questo pazzo furioso!

--Pazzo! lo aveva sospettato... Venite, povera contessa... mettetevi in salvo!

Il conte, avventandosi con tutto l'impeto della sua rabbia, andò a stramazzare presso l'uscio che si chiudeva fragorosamente dietro i passi del commissario e del visconte,

--Maledizione! Maledizione! ruggiva lo sventurato, avvoltolandosi sul pavimento.

Frattanto, il commissario spediva al manicomio un avviso perché gli mandassero due guardie provvedute di una camicia di forza; e il visconte, rimasto libero, scambiate poche parole con un doganiere che lo attendeva alla porta, si dirigeva a passo concitato verso l'albergo della _Maga-rossa_.

Chi era quel doganiere? domanderanno i lettori meno perspicaci. Perché era là, appostato, ad attendere il visconte? Cosa si dissero in quel breve colloquio?...

Il doganiere era quello stesso (fate di sovvenirvene), al quale il visconte, al momento del suo arresto, aveva affidata la puledra perché la conducesse all'albergo della _Maga rossa_.

Il buon ragazzo, adempiendo scrupolosamente alla commissione ricevuta, aveva parlato colla contessa, e questa a sua volta lo aveva incaricato, se per caso gli fosse occorso di poter abboccarsi col visconte, di comunicargli colla maggior segretezza i suoi divisamenti.

Per tal guisa, il nostro gentiluomo venne a sapere che la bella signora di Karolystria intendeva partire quella notte istessa alla volta di Mirlovia; che giunta colà, essa avrebbe pernottato all'albergo del _Pappagallo_ per proseguire il viaggio al mattino seguente; ch'ella aveva ripresa la sua puledra, lasciando il cavallo del visconte nella scuderia dell'albergo; che infine gli abiti del visconte erano stati rinviati alla foresta di Bathelmatt a mezzo di un guattero di buona volontà, del quale non si era più avuta contezza.

Raccolte queste informazioni, e promessa una larga mercede al doganiere, il visconte, come abbiam detto, correva alla _Maga rossa_; quivi giunto traeva dalla stalla il suo Morello, e senza mutare d'abiti, nel suo splendido abbigliamento da amazzone, montava in sella e partiva di galoppo sulle orme della bella fuggitiva.

Il visconte amava dunque la contessa? No. Il visconte amava le avventure, ed era anche (è tempo che i lettori ne siano informati) un enfatico propugnatore dell'emancipazione della donna.

CAPITOLO IV.

La pioggia imperversava; i lampi succedevano ai lampi; pareva che la vôlta del cielo stesse per crollare, bombardata da un esercito di diavoli.

Frattanto, in un modesto salottino al pian terreno, due preti sonnolenti ruminavano gli ultimi crostini di una cena ritardata. In quel giorno, i due preti avevan proprio lavorato da forzati: perocchè all'indomani ricorresse a Mirlovia il centenario della santa patrona del paese.

Figuratevi, dunque, se alla vigilia della grande solennità, il parroco e il coadiutore di Mirlovia dovean esser spossati!

--Peccato! esclamava don Fulgenzio, portando alle labbra un bicchiere di malvasia, questo tempaccio manderà sossopra le porte trionfali e le impalcature che abbiamo erette sul sagrato--Domattina ci converrà esser in piedi di buon'ora e rimetterci di lena al lavoro...

--_Ergo_, andiamo a coricarci, rispose il parroco levandosi in piedi e stendendo la mano al candelliere. Son l'undici e trenta... Ho dato ordine al sacrista che venga a svegliarci alle cinque...

I due preti eran sulle mosse per salire alle loro stanze, quando alla porta della casa parrocchiale vennero bussati due colpi...

--Chi mai a quest'ora?

--Qualche disgraziato sorpreso dal temporale per via.... Don Fulgenzio, andate ad aprire.

--Vi faccio osservare...

--Andate subito, don Fulgenzio! In una notte come questa sarebbe peccato negare ricovero, ad un cane.

Don Fulgenzio attraversò il porticato e andò a schiudere la porticella che dava sulla, via.

--Dio di misericordia!.... Venite, venite, povera signora! Si è mai veduta una creatura umana più maltrattata dalle intemperie?

Così esclamando, il coadiutore introdusse nella casa una figura animata che aveva tutte le apparenze di una bella e giovane dama, sebbene, allo scompiglio delle vesti ed alla concitazione dei movimenti, sulle prime la si potesse scambiare per un fantasma.

--Grazie! mille grazie, signor abate! esclamava a sua volta quel personaggio in gonnella, che, avanzandosi, lasciava dietro i suoi passi un rigagnolo.

Il parroco, uscito ad incontrare quell'ospite inaspettato, lo introdusse nel salottino, commiserandolo con parole e con sguardi ripieni di dolcezza evangelica.

--Il mio bisogno più urgente, disse il visconte (i nostri lettori lo avran già riconosciuto) è quello di spogliarmi di queste vesti dove sta raccolta tant'acqua da spremerne un mare. Con questa pozzanghera indosso, non posso fare un movimento, non posso sedere... Ah! l'ho scampata bella! Si è mai dato un acquazzone più micidiale? Io veniva da Borgoflores; il mio cavallo, spaventato dal fragore di un fulmine, mi avea balzato di sella... Ho dovuto proseguire a piedi sotto un diluvio dì pioggia, per una strada tramutata in torrente... Buon per me che all'ingresso del paese ho veduto del lume agli spiragli delle vostre griglie; buon per me che, bussando alla vostra porta, ebbi la consolazione di vederla aprirsi immediatamente e di trovar qui l'accoglienza più cordiale ed onesta! Dunque, miei buoni reverendi, non serve che io insista davantaggio.... Compite l'opera di carità, liberatemi da questo incubo di acqua piovana da cui sento a dozzine filtrarmi i reumi nelle carni e nelle ossa. Io spero bene di potere un giorno compensarvi...

--Calmatevi, gentildonna, interruppe il parroco con apostolica benevolenza; poiché il Signore Iddio e la beata Dorotea nostra patrona ci hanno voluto porgere una così bella occasiono di esercitare la carità e la fratellanza cristiana, noi soccorreremo con gioia al vostro infortunio, esclusa ogni idea di compensi terreni. Don Fulgenzio, conducete subito alla guardaroba questa donna sventurata! La nostra guardaroba, o gentildonna, non può fornirvi che degli abiti da prete; ma, tanto, per questa notte vi serviranno... Domani si penserà a far asciugare e stirare le vostre gonnelle; e voi potrete, o signora, colla benedizione di Dio, riposata ed incolume, proseguire il vostro cammino.

Il visconte, amantissimo, come sappiamo, delle strane avventure, all'idea di quel nuovo e bizzarro travestimento, provò un sussulto di gioia, e seguendo senz'altro attendere il coadiutore che lo precedeva col lume, salì con esso alle stanze superiori, dove il dabben prete, dopo avergli messo innanzi un copioso assortimento di braghe e di sottane nere, lo lasciò solo. Era don Fulgenzio uno di quei preti esemplarmente morigerati, ai quali sembra di commettere peccato mortale al solo gettar gli occhi sul collo ignudo di una donna.

In meno di un quarto d'ora la trasfigurazione del visconte fu completa. I due reverendi che lo attendevano nel salottino, al vederlo rientrare, non poterono trattenere un'esclamazione di meraviglia. Essi erano ben lungi dall'immaginare che una donna potesse con tanta dignità e disinvoltura portare l'abito sacerdotale. Il visconte avea le sembianze di un ingenuo e modesto diacono, che rientra dalla chiesa nella sacristia dopo aver celebrata la sua prima messa.

--Miei ospiti reverendi, disse il giovane coll'accento della più cordiale riconoscenza, in questi abiti asciutti e puliti m'è sembrato di rivivere. Ora, vi prego di non darvi altra pena per me. La notte è molto avanzata, andate a riposarvi. Io attenderò il mattino in questo salotto, dormirò sovrà una seggiola....

--Per verità, interruppe il parroco, saremmo stati imbarazzati ad offrirvi una camera ed un letto. Domani, per solennizzare il centenario della nostra santa patrona, deve giungere a Mirlovia l'arcivescovo di Rosinburgos, e noi, naturalmente, abbiamo già preparati i letti e addobbate le camere per alloggiare monsignore ed il suo seguito. Poichè non vi disgrada di passare la notte in questo salottino, vi prego di osservare che qui vi è un divano abbastanza soffice e pulito, dove potrete coricarvi. Buona notte, signora! Sulla mensa c'è del pane e del cacio, nel fiaschetto dell'eccellente malvasia; servitevi a piacer vostro! Noi siamo affranti dalle fatiche della giornata e abbiamo bisogno di dormire in pace qualche ora.... Che il buon Dio vi benedica e guardi noi tutti dalle tentazioni!

--_Amen!_ rispose don Fulgenzio, uscendo col parroco dal salottino.

E il visconte rimase solo a pavoneggiarsi nel suo abbigliamento da abate, in preda ad una esaltazione di ilarità, che mai l'uguale gli era accaduto di gustare nelle molteplici vicende della sua vita avventurosa e brillante.

CAPITOLO V.

La pioggia era cessata, le nubi si diradavano, e all'orologio del campanile battevano i tre tocchi.

--Non mi farebbe male l'adagiarmi per qualche ora su quel divano, pensava il visconte, dopo aver sorseggiato un mezzo bicchiere di malvasia. Alle cinque i miei reverendi ospiti saranno in piedi, ed io... Ma... ho ben inteso? Qualcuno ha bussato alla porta di strada... Due colpi ancora... Chi sarà il malcreato che ad ora sì avanzata della notto osa martellare con tanta ferocia la porta della casa parrocchiale?...

Balzò dalla seggiola, prese il lume, attraversò lesto lesto il porticato, fu alla porta, l'aprì, e il visconte si trovò di faccia un giovinotto, il quale teneva tra le mani un bambinello mal coperto di cenci, che strillava come una capretta...

--Chi siete? che volete? domandò il visconte, fissando nello sconosciuto il suo sguardo penetrante e sereno.

--Mi scusi tanto, rispose il giovine, se ho dovuto disturbarlo a quest'ora... Ma si tratta di un caso molto grave... Un disgraziato forastiero che questa notte ha preso alloggio all'albergo del _Pappagallo_, versa in grave pericolo di vita e reclama gli estremi conforti della religione. È necessario che vi affrettiate.... Una bella e pietosa dama, che ha prestato al poveretto le prime cure, mi ha raccomandato la maggior sollecitudine. Voi vedete dunque, monsignore reverendissimo...

--Io vedo, rispose il visconte al colmo dello stupore, un neonato che strilla; e tu mi parli di un moribondo!... Che istorie son queste?...

--In verità sono istorie da perderci la testa.... Mentre io bussava alla porta, ho sentito guaire sul lastrico questo marmocchio mal fasciato. Sulle prime ho creduto di aver messo il piede sulla coda d'un gatto... Ma poi... toccando... palpeggiando... ho dovuto convincermi...

--Sta bene! interruppe il visconte; tu m'hai l'aria di un buon figliuolo, ed io do fede alle tue asserzioni.... Questa povera creaturina abbandonata dev'essere il frutto di qualche amore illegittimo; fino quando non saremo riusciti ad emancipare la donna dalla doppia tirannia che la opprime, pur troppo questi casi dello snaturato abbandono della prole non cesseranno di riprodursi spaventevolmente ad obbrobrio della società umana.

--Ma.... signor mio reverendissimo... mi permetto di ricordarvi che il povero moribondo dell'albergo del _Pappagallo_... non aspetta che il passaporto per andarsene all'altro mondo.

--Là si muore... e qui si nasce! esclamò il visconte, dimenticando per un istante la sua compostezza da sacerdote per assumere l'atteggiamento di Amleto.--Là si muore... e qui si nasce! Prima di assistere al moribondo, è giusto che si provveda al neonato!

E dopo breve silenzio, il visconte si prese il marmocchio tra le braccia, e raccomandato al giovinotto di attenderlo un istante, rientrò frettoloso nella casa parrocchiale.

Puoi tu immaginare, o lettore, da quale farraginoso tramestío di pensieri, di speranze, di dubbi, di desideri e di paure andasse sconvolto, durante quel breve tragitto dalla porta di strada al salottino della parrocchia, il cervello del nostro brillante avventuriere?

Non era egli partito da Borgoflores per correre sulle traccie della vezzosa contessa di Karolystria, che a mezzo del doganiere gli aveva indicato il suo itinerario, e dimostrato il più vivo desiderio di rivederlo? Non dovea la contessa di Karolystria prendere alloggio a quel medesimo albergo del _Pappagallo_, che a lui si apriva quasi prodigiosamente alle tre ore dopo mezzanotte pei reclami di un moribondo? E chi era quel moribondo? E la dama che gli prestava amorosamente le ultime cure, non dovea, secondo ogni probabilità, essere la contessa di Karolystria? E quali ragioni poteva avere la contessa per vegliare al capezzale di un morente, dopo le tante peripezie e i tanti travagli della giornata trascorsa?

Tali le ansie, i dubbî, i desiderî. A sopracarico di questi, nella mente vulcanizzata del visconte si introducevano scrupoli e paure agghiaccianti.--Non era imprudenza e sacrilegio uscire nella strada in abito da prete, ingannando la buona fede di un uomo presso a morire, e ponendosi nella situazione di dover volgere in parodia gli augustissimi riti del sacramento? E quale indignazione nei due buoni reverendi che gli erano stati tanto larghi di cortesie, se all'indomani venisse a svelarsi l'indegno abuso ch'egli aveva fatto delle loro sottane venerande? E poi..... quel bambinello sudicio e ghiacciaio... uscito dalla terra come un rannocchio... E poi... e poi..,

Che volete, lettori garbatissimi? Gli uomini sono fatti così... Se in questo complicatissimo guazzabuglio non ci fosse entrata una donna, una bella e seducentissima donna, qual era (ve lo giuro sull'onor mio) la contessa Anna Maria di Karolystria, il nostro eroe avrebbe dato la sveglia ai due sacerdoti per informarli dell'accaduto, e avrebbe seguito una linea di condotta più conforme alla squisitezza del suo temperamento ed alle sue abitudini di perfetto gentiluomo.

In quella vece...

Osservate! Il bambinello testè raccolto sulla via ora giace adagiato sul divano del salottino. La Società per la protezione dei. fanciulli non ci troverebbe a ridire. Il visconte, prima di andarsene, non ha obliato di avvolgere il neonato in un nitido tovagliolo, al quale ha sovrapposto un soppedaneo per riparare dal freddo le gracili membra. Il lume è spento--le imposte sono ben chiuse--il bambino ha cessato di strillare--egli ha poppato un bicchiere di malvasia, e dorme saporitamente colle gotuzze iniettate di porpora.

Non mostriamoci dunque troppo severi nel giudicare la condotta del visconte. È ben vero che, per far buona figura nella città, egli si è messo in capo un bel cappello a triangoli: ma è forse detto ch'egli intenda di appropriarselo? Appena sbrigate le sue faccende al di fuori, non ha egli in animo di venire a riprendere gli abiti della contessa e di riconsegnare ai due buoni reverendi ciò che ad essi appartiene?

Via! le intenzioni sono ottime. Per conto mio, do piena assoluzione al visconte.

Ed ora, chi mi sa dire di quanti battiti vada pulsando il nobile cuore del nostro eroe dacché egli ha potuto scorgere, al chiarore della pallida luna, la desiata insegna dello albergo del _Pappagallo_?

Si arrestò sulla porta, perplesso, smarrito.

Il garzone che lo accompagnava, dovette spingerlo innanzi.

Entrarono--salirono al secondo piano--si diressero verso la stanza segnata col numero 74.

Il garzone bussò leggermente, la porta si aperse, e una bellissima dama.... (via! non facciamo misteri!) la contessa Anna Maria di Karolystria si presentò sulla soglia.

Era pallida, aveva i capelli in disordine, tremava... Pure, un occhio perspicace (il tuo, per esempio, o lettore) osservando con attenzione quelle sembianze, non vi avrebbe scorta veruna impronta di dolore.

--Troppo tardi, reverendo! esclamò la contessa avanzandosi di un passo verso il falso prete.--Il notaio fu più sollecito del ministro di Dio... Così, se lo zingaro Nabakak non ha potuto, prima di esalare l'ultimo sospiro, accomodare le sue partite coll'Essere supremo, egli ebbe però il conforto di veder raccolta e legalizzata la sua ultima volontà relativamente agli affari terreni. La vostra presenza, o sacerdote, sebbene tardiva, non riesce però inopportuna. Sarà bene che voi assistiate alla lettura del testamento che ora verrà fatta nella sala terrena dello albergo, acciò questo atto di volontà suprema, esercitato dal povero defunto in circostanze straordinarie e gravissime, acquisti maggiore autorità, e possa, all'occasione, venire appoggiato da testimonianze sotto ogni aspetto rispettabili. Signor abate, compiacetevi dunque di seguirmi!