La conquista di Roma

Part 9

Chapter 93,644 wordsPublic domain

L'ultimo veglione, l'ultimo martedì di carnevale, al Costanzi. La gente minuta che di carnevale ha solo il veglione pel divertimento serale, tutti gli studenti che hanno ancora dieci lire in saccoccia, tutti gl'impiegati che si abbandonano a una piccola orgia onesta, tutt'i commessi di negozio la cui bottega restava chiusa il domani, piccoli avvocati e piccoli dottori, tutti costoro e altri ancora, sfilavano, dalle dieci, attraverso le quattro porte rosse, che non si richiudevano mai. Nel corridoio terreno, i guardarobieri perdevano un po' la testa, numerando soprabiti e pellicce, unendo sciarpe, veli, bastoni e scialli in pacchetti. La vastissima platea ingoiava gente, sempre, e non pareva mai piena, malgrado quel brulichìo di persone, di colori vivi a fondo nero. La gente si dava a quell'eterno passeggio circolare che è la nota caratteristica del veglione romano. Ventiquattro pulcinella, una chiassosa compagnia di giovanotti, tenendosi per la camicia bianca, l'un dopo l'altro, correvano attraverso la sala, ridendo e gridando, come una valanga di neve che precipiti, roteando. In mezzo alla sala, in un largo circolo, erano riunite una quantità di mascherette femminili, per lo più con una vesticciuola bianca e corta, una vera blusa infantile, stretta un po' alle ginocchia da un largo nastro azzurro o rosso, con la cuffietta bambinesca sul capo e un giocattolo tintinnante in mano: l'economico, carino e provocante costume di _donna Juanita_, nell'atto della Giamaica. Venute in buona compagnia, queste mascherette non lasciavano mai il loro cavaliere; appena l'orchestra, dalla tribuna elevata sul palcoscenico, dietro la grande fontana zampillante, preludiava per una _polka_, le coppie si mettevano a girare, con una gravità singolare, misurando il passo, strisciando per non urtarsi, ballando con coscienza; quando la musica cessava, si fermavano di botto, come sorprese: il cavaliere offriva il braccio alla dama, e senza scambiare una parola, si davano alla passeggiata circolare; alle nuove prime battute penetravano nuovamente nel circolo e ballavano ancora, con una ostinazione quasi doverosa, mentre intorno a loro tre file di spettatori ammiravano.

Tre ragazze, vestite di lana nera, con certi grembiuli bianchi e certi immensi cuffioni di mussola bianca, si tenevano a braccetto e con un filo di voci sottili, agitando le manine calzate di guanti neri, andavano intrigando mezzo mondo. In un palco di seconda fila, un domino femminile, scarlatto, di raso, con un cappuccio a cresta di gallo, se ne stava solo, quieto, tenendo lungo il parapetto un braccio tutto rosso, financo nel guanto. Qualche altro domino femminile elegante e misterioso appariva qua e là: uno svelto, tutto azzurro, con un grande cappello a forma di conchiglia schiusa; un altro di raso nero, col capo avvolto in una blonda nera veneziana; una opulenta persona che lasciava vedere, dal domino aperto, di broccato fiamma e oro, un vestito di broccato crema: e altri ancora, seguiti da giovanotti che cercavano d'indovinarne la figura. Ma la massa era formata dalle oneste famiglie borghesi, padre e madre, figliuoli e figliuole, che venivano al veglione come a uno spettacolo notturno di passeggiata, col vestitino di lanetta scura, il colletto bianco, il cappellino nero piumato, e incontrandosi fra loro, si fermavano, si salutavano, chiacchieravano, spassandosi con quella serenità della borghesia romana che non si esalta mai.

La calca si faceva fittissima innanzi alle due _barcacce_ (palchettoni di proscenio), dove i soci del _Club delle Cacce_, in marsina, cravatta nera, gardenia all'occhiello, da una parte, gli ufficiali di cavalleria, dall'altra, si piegavano a parlare, a ridere con gli amici che passavano in platea.

Quando Francesco Sangiorgio entrò nell'atrio e comprò un biglietto di ingresso, erano le undici e mezzo. Una figura femminile avvolta in una stoffa ricamata, con la testa coperta e il volto nascosto sotto una trina bianca, gli disse, con una voce finissima:

«Oh caro Sangiorgio, buona sera, perchè sei malinconico?»

«Perchè non ti ho riconosciuto ancora, carina».

«Tu non mi conosci, tu non devi conoscermi, tu non mi conoscerai mai. Io lo so, perchè sei malinconico, Sangiorgio. Te lo dico in un orecchio: sei innamorato».

«Di te, cara».

«Mi fai ridere: sei troppo galante: non si usa, al veglione. Sii brutale, te ne prego; ne va del tuo decoro. Senti ancora: il Ferrante non è più candidato a membro della commissione del bilancio. Si parla di te: te lo avverto; sii cauto».

Egli restò colpito. Il domino sfilò tra la folla e scomparve. La notizia lo aveva meravigliato molto: non se l'aspettava. Che ne aveva ricavato dal suo grande discorso? Una discussione lusinghiera col capo della destra, don Mario Tasca, l'oratore freddo, mite ed elegante, il moderato socialista, l'uomo politico che aveva perduto il proprio partito per la nebulosità delle proprie tendenze. E poi saluti, presentazioni, strette di mano. Il ministro, rispondendo, aveva reso omaggio all'avversario, ma aveva insistito sulla proposta, e la Camera aveva votato il bilancio con una forte maggioranza. Chi si occupava più del suo discorso? L'onorevole Dalma glielo aveva detto, con quel suo poetico cinismo parlamentare:

— In politica tutto si dimentica. —

Nel vestibolo, dove le coppie passeggiavano, tenendosi a braccetto, discorrendo, dove gruppi di giovinotti si consultavano finanziariamente, per metter su una cena, dove i domino solitari andavano su e giù aspettando qualcuno che non veniva, Sangiorgio incontrò l'onorevole Gullì-Pausania. Il deputato siciliano era addossato al muro, aspettando anche lui, elegante e corretto nella marsina di meridionale galante, con la barbetta castagna tagliata a punta, con gli occhi verdini che cercavano nella folla e il _gibus_ che nascondeva la calvizie precoce, per cui molte donne lo amavano.

«Oh caro Sangiorgio,» disse Gullì, con un forte accento siciliano: «solo, solo, al veglione!».

«Solo: non aspetto nessuno, nessuno mi aspetta e l'onorevole mio collega Gullì-Pausania non mi imita, certo....»

«Che ci volete fare?» rispose, ridendo, Gullì, «passiamo la vita ad aspettare.....»

«Non la stessa persona, sempre, per fortuna».

«Oh no, sarebbe troppo grave... Nessuna notizia politica?»

«Nessuna, caro collega. Buon divertimento!»

«Grazie,» fece Gullì-Pausania, sorridendo con la sua fine aria voluttuosa.

Sangiorgio entrò. Le palpebre gli battevano sugli occhi abbarbagliati. Il teatro, nelle sue tre file di palchi, sulle gallerie, sul palcoscenico, era strabbocchevolmente illuminato, e il fondo bianco della sua decorazione ne raddoppiava il fulgore: sul palcoscenico, lo zampillo della fontana, altissimo, era colorato di rosso da un raggio di luce elettrica. La sala era piena: arrivava ancora gente dagli altri veglioni, dai caffè, dai ricevimenti, dai balli. Non era più permesso nè di fermarsi, nè di camminare presto: Sangiorgio principiò col non veder altro che le spalle di un alto signore robusto che camminava innanzi a lui, a diritta l'orecchio rosso di una _ciociaretta_, a cui certo era troppo stretto il lacciuolo della mascherina, a sinistra il profilo sperso di una giovanetta alta e magra, con gli occhi malinconici. L'alto signore guardava a destra e a manca nei palchi, movendo una testa dalla zazzera bionda, ripartita da una diritta scriminatura. Una volta che costui si fermò per poco a guardare in un palchetto di prima fila, pieno di domino neri che se ne stavano immobili e zitti zitti, Sangiorgio gli si trovò accanto. Era l'onorevole principe di Sirmio che portava il titolo di Altezza Serenissima ed era il più ricco signore di Roma.

«Buona sera, onorevole signor collega,» disse il principe, con quella sua voce liquida e lenta, con quel tono di stanchezza fredda che era una delle sue originalità. «Credo sia la prima volta che capita in uno di questi luoghi di corruzione dove tutti si danno a una virtù scrupolosa. Una virtù scrupolosa, non Le pare? Le avran detto che noialtri della capitale si fa una vita sfrenata: invece, come vede, noi si gira in tondo, con molta lentezza, _pour le bon motif_, poichè noi si cerca la moglie, che dev'essere in un palco con sua sorella. Intanto si va tra la folla, come vede, per sentire e sapere. Sento dirmi da tutti che son democratico... e ubbidisco. Lei fa della politica, onorevole collega? _Ce n'est pas le bonheur_, ma infine... io non ne fo più, da tempo immemorabile. Il capo del mio partito è don Emilio Castelar: io sono repubblicano spagnuolo. Se ne maraviglia?»

Francesco Sangiorgio sorrise e non rispose, il che fece piacere al principe, poichè egli non amava troppo i parlatori e gli interruttori: con quel suo discorrere molle molle, una interruzione lo seccava.

«Ah! ecco la moglie,» riprese Sirmio. «Chi sta nell'altro palco, accanto a lei? Ah! è il ministro degli affari esteri con le sue figliuole, la Grazia e l'altra che dovrebbe chiamarsi Giustizia, ma si chiama Eleonora. La freddura non è mia, è di un giornale. Buona notte, onorevole collega».

«Buona notte, principe».

Sangiorgio, invece di fare il giro minore intorno alla sala, faceva il giro maggiore, ascendeva verso il palcoscenico, dove, dall'una parte e dall'altra, lungo le quinte, stavano dei tavolini e delle sedie, e tutt'intorno famiglie intiere borghesi che bevevano delle gassose, o delle coppie inseparabili e annoiate che, non osando dividersi, bevevano una tazza di birra. Egli rasentava la fontana che adesso la luce elettrica tingeva di violetto, un colore delicatissimo, e passava fra la vasca e il grande specchio del fondo, sotto la tribuna dell'orchestra. Questa, a un tratto, scoppiò sul suo capo, con le prime note della mazurka dei postiglioni del ballo _Excelsior_, che era popolare in quell'inverno. Vi fu un momento di fluttuazione dal palcoscenico alla platea, come se tutte le teste ondeggiassero a quel ritmo vivace: la gente rifluì verso la platea a veder ballare. In un angolo di quinta, a sinistra, solo a un tavolino, l'onorevole Schuffer beveva della birra guardando la gente coi suoi occhietti chiari dietro gli occhiali, rizzando ogni tanto il nasetto sottile e il mento arguto.

«Oh caro collega,» disse Schuffer con la dolcezza dell'accento veneziano; «prende una tazza di birra con me? Ma già Lei è napoletano, e non gusterà la birra».

«Grazie, grazie, onorevole, non prendo nulla: sono entrato adesso.»

«Io, da un'ora, ma in un'ora quante gomitate nelle costole, quanti spintoni, quanti piedi passati sui miei! Mi sono rifugiato qua per evitare le occasioni: Lei già saprà che io sono sfortunato, in certe cose.»

Sangiorgio sorrise: l'onorevole Schuffer, con la sua aria di giovanetto biondino e furbettino dalla zazzeretta ricciuta, aveva già avuto tre querele per ingiurie. Questo deputato, fatalmente, capitava ogni tanto a dover litigare con una guardia, con un facchino, con un capo-stazione, con un cameriere di caffè: e mentre a cento altri deputati accadeva lo stesso senza veruna conseguenza, a farlo apposta, la guardia, il facchino, il capo-stazione, il cameriere gli davano querela; onde, di tanto in tanto, la Camera era chiamata ad accordare l'autorizzazione a procedere.

«Io ho imparato a bere la birra, viaggiando, andando al Giappone,» proseguì Schuffer. «Gran paese quello, onorevole collega! Là non ho mai litigato con alcuno, glielo assicuro.... Onorevole, Ella è ministeriale: voterà Ella i milioni al ministro della guerra?» soggiunse, come colpito improvvisamente da un'idea.

«E Lei, onorevole Schuffer?» rispose, pronto pronto, Sangiorgio.

«Io?... Io?...» fece quello, sconcertato, «ci debbo pensare. Ne dovremmo parlare, non Le pare? metterci un po' d'accordo: è una cosa grave: la guerra mangia tutt'i quattrini della nazione».

«Non chieggo di meglio, ne riparleremo, sicuramente. Buona notte, onorevole Schuffer.»

La mazurka dei postiglioni riscaldava il veglione: ora si ballava in tre circoli, presso la porta della platea, in mezzo alla sala, sul palcoscenico. Una mascherina vestita da ufficiale dei bersaglieri, col cappello piumato sull'orecchio, le braccia nude che uscivano di sotto le frange dorate delle spalline, i calzoncini stretti al ginocchio, ballava con una ragazza vestita da diavolo, serie serie, respingendo quelli che volevano dividerle. Ora anche i palchi erano stati occupati dalle signore che venivano dai ricevimenti, dai balli: tutta la prima e la seconda fila eran piene. In quello subito dopo la _barcaccia_, in prima fila, vi era la bellezza delicata e gentilmente fiorentina di Elsa Bellini, maritata a Novelli, e quella opulenta e biondissima di Lalla Terziani: le due signore venivano dal Valle. Con loro stavano Rosolino Scalìa, il deputato siciliano dall'aria militare, il piccolo principe di Nerola, nuovo deputato per gli Abruzzi, un giovanottino dall'aria fine e dal mustacchietto nero, il cavalier Novelli e Terziani, i due mariti.

«Onorevole Sangiorgio?» fece il piccolo principe, piegandosi sul parapetto del palco.

«Onorevole collega?» fece quello, alzando il capo.

«Se vedete Sangarzia, non vi dispiaccia di dirgli che sono qui..... Sapete chi porteranno, dopodomani, alla commissione del bilancio?»

«L'onorevole Ferrante, com'è naturale.»

«Non credo, non credo,» disse il principino, sorridendo maliziosamente.

Nell'andarsene, Sangiorgio sentì dire nel palco: giovane intelligente... meridionale di talento..... Egli cercava Sangarzia nei palchi. Sempre in prima fila, le due sorelle napoletane, le Acquaviva, maritate una al deputato marchese di Santa Maria, l'altra al deputato conte Lapucci. La contessa, bruna, vivacissima, con una bocca carnosa e colorita, con due occhi folgoranti, era come il contrapposto di suo marito, un giovane bruno ed esile, molto taciturno, molto pensoso, tenuto in conto di orgoglioso, malgrado che fosse un deputato socialista. La coppia Santa Maria era diversa: la moglie, biondina, ricciuta, con un visetto giovanile e un vestito semplicissimo, l'aria candida: il marito, biondo, con gli occhi socchiusi, molto indolente. La contessa Lapucci rideva forte, la marchesa di Santa Maria sorrideva: il conte Lapucci guardava la folla, silenzioso, coi due pollici ficcati nei taschini della sottoveste, il marchese di Santa Maria chiacchierava sbadatamente con l'onorevole Melillo, la testa forte finanziaria della Basilicata, il cuore troppo debole con le donne, un celibato ostinato che lo rendeva interessante a tutte le ragazze, di cui egli non si curava. L'onorevole Melillo rispose con un gran saluto e un cenno protettore della mano al saluto di Francesco Sangiorgio, e costui s'accorse che, per un momento, nel palco si parlava di lui: l'onorevole Melillo diceva forse delle belle speranze che dava il suo compatriota.

Nel palco presso la porta, la segretariessa generale delle finanze era arrivata, venendo da un circolo serale del Quirinale: la piemontese magra e svelta, con un viso pallido e interessante d'inferma, era scollata e carica di gemme, tossiva spesso, portava la pezzuola alle labbra un po' vive, si rialzava i lunghi guanti di camoscio fino ai gomiti, con un moto nervoso. L'onorevole Pasta, l'avvocato subalpino, dalla faccia rasa e dalle fedine biondo-brizzolate, le diceva qualche cosa di molto spiritoso che la faceva ridere; l'onorevole Cimbro, il deputato giornalista piemontese, assorbito dietro le lenti, con la cravatta che gli era risalita sotto l'orecchio, aveva l'aria di un uomo che è imbarazzato della propria persona: invece il segretario generale, piccolo, un po' calvo, con un mustacchietto grosso e corto, serbava un silenzio solenne guardando la platea come se non la vedesse. Quando Sangiorgio passò, gli fece un saluto profondo, pieno di espressione, quasi affettuoso, il saluto riconoscente del segretario generale che dimostra la sua gratitudine a colui che gli ha fatto il piacere di attaccare il ministro.

— Dove sarà Sangarzia? — pensava tra sè Sangiorgio, camminando a stento in quella folla che cresceva sempre.

Nel suo palco, la baronessa Noir, un corpicciuolo serpentino, una simpatica testina viperea, avvolta in uno strano abito di seta cangiante, dove erano ricamati dei tulipani e dei pavoni, aveva raccolto un secondo piccolo ministero degli affari esteri: per vero, ella era stata segretariessa generale. Suo marito si teneva in ombra, con la gravità del diplomatico che aspetta una destinazione; ma l'onorevole di San Demetrio, un abruzzese tranquillo, dalla barba nera già brizzolata, un forte aspirante al ministero, si teneva dritto, sul davanti, in luce; poi l'onorevole di Campofranco, un siciliano freddo e nordico, il figliuolo della più forte donna politica che abbia l'Italia, la principessa di Campofranco. L'onorevole di San Demetrio parlava, spiegando forse qualche paragrafo della sua relazione del bilancio, e la piccola baronessa ascoltava, interessata, dandosi dei colpettini di ventaglio sulle dita. Pressato dalla folla, Sangiorgio si fermò un momento sotto quel palco: una stanchezza gli saliva dai piedi alla testa, i lumi gli davano fastidio, quell'aria già impregnata di odori acri, l'opprimeva.

«Sangiorgio,» chiamò San Demetrio.

Quello trasalì, come in un sogno.

«Sapete se l'onorevole Mascari si è iscritto per parlare contro, nella discussione del bilancio degli esteri?».

«No, non si è iscritto.»

«Positivamente?»

«Positivamente.»

«Grazie... Scusate tanto.»

E si ricollocò al suo posto, sollevato al pensiero di questo avversario di meno. Sangiorgio si teneva ritto contro la parete, senza muoversi, sentendosi riconfortato da quella immobilità, socchiudendo gli occhi per non vedere i lumi.

Seymour e Marchetti, dandosi il braccio, si fermarono accanto a lui; facevano un vivo contrasto le due figure degli apostoli della scienza sociale: Seymour, bruno e asciutto, con un mento rialzato di uomo energico e una spazzola di capelli neri, in cui già spiccavano i bianchi; Marchetti, col viso ingenuo e roseo, la lunga barba castagna e gli occhi azzurri, brillanti, di un entusiasta. Ambedue erravano per quel veglione, senza osare di andare a trovar le signore, poichè erano in soprabito.

«Vi annoiate, Sangiorgio?» chiese Seymour.

«Un poco: sono anche stanco.»

«Siete stato agli uffici, stasera?» domandò Marchetti.

«No: che si è fatto?»

«Nulla di concreto ancora: si lavora poco,» fece Seymour, raddrizzandosi le lenti sul naso, con un moto familiare. «Perchè non fate stampare il vostro discorso, Sangiorgio?»

«A che serve?» rispose questi, con un accento sincero di sfiducia; «ritornerò alla carica diversamente, al bilancio di agricoltura,» riprese poi, come rianimato.

Ma come l'orchestra aveva intonato lo stridulo ed eccitante _waltzer_ di Strauss, _Saluto di gioia_, un grande movimento vi fu nella folla, il circolo del ballo si allargò, la gente fu respinta sotto i palchi, il gruppo dei deputati fu diviso. Sangiorgio restò solo. Le signore dei palchi guardavano giù, ardentemente, invidiando quelle pedine che ballavano con tanto entusiasmo: ed esse, lassù, dover starsene sedute, mentre quella musica e il veder gli altri ballare, le eccitavano alla danza. Tre o quattro, scollacciate, venivano dal ballo di casa Huffer e lasciavano ammirare tutta la magnificenza dei loro vestiti. Il piccolo principe di Nerola, adesso, era nel palco di sua cugina, la contessa di Genzano, la grande bionda affascinante e tizianesca: nell'ombra si vedeva il viso un po' scialbo, ma ancora corretto, quasi bello, di lineamenti, del ministro di grazia e giustizia, il magistrato inflessibile e galante, ostinato nella inflessibilità e nella galanteria. Sangiorgio si riscosse da quel torpore che lo invadeva: doveva trovare Sangarzia. Guardando bene, palco per palco, alla fine giunse a scoprirlo in seconda fila, presso il palco reale. Un domino nero, femminile, di raso, elegantissimo, con un fitto velo nero che gli copriva la testa e la faccia, fermato da un grosso ciuffo di garofani, sedeva al primo posto; dirimpetto a lui l'onorevole Valitutti, un calabrese ricco, metteva la sua faccia olivastra, la sua barba nera, la figura di un arabo taciturno; nell'ombra vi era l'onorevole Fraccacreta, uno dei più forti negozianti di cereali del paese di Puglia; in mezzo, l'onorevole Sangarzia, il siciliano simpatico, lo schermidore eccezionale, il gentiluomo perfetto, che tutti amavano.

«Chi sarà quella signora?» si domandava Sangiorgio, avviandosi per salire al secondo ordine. Qualche signora, impazientita di non poter ballare, andava via di malumore, lasciando trascinare lo strascico, con la bocca stretta delle donne a cui si è proibito qualche cosa: e il marito e l'amante venivano dietro, con l'aria felice di chi si seccava, e che finalmente potrà andare a letto. I cinque domino neri femminili che erano stati tutta la sera in un palco senza muoversi e senza parlare, come tanti congiurati, ora scendevano al braccio di cinque giovanotti, coppie silenziose, quasi lugubri, che parea si avviassero a una cena funeraria. Giusto dietro loro scendeva l'onorevole Carusio, un deputatino dalla testa calva come una palla di bigliardo, con un lungo, stravagante pizzo nero napoleonico che gli arrivava sulla pancia e con un'aria di uomo timido e impacciato, pieno di faccende e pieno di preoccupazioni.

«Caro collega,» disse Carusio, fermando improvvisamente Sangiorgio sul primo scalino, «scusate se vi fermo così, perdonatemi, ve ne prego: sono in molta pena. Un parente di provincia, capitato qui, mi ha costretto ad accompagnarlo al veglione che non aveva mai visto: figuratevi se mi ci annoio. Sono inquietissimo. Il presidente del consiglio è dunque molto ammalato?»

«Non molto, non molto,» rispose sorridendo Sangiorgio: «è la solita gotta che lo tormenta.»

«Lo sapete di certo, caro collega? È almeno sicura la notizia?»

«Sono stato a informarmene personalmente.»

«Oh! quanto vi ringrazio, caro collega. È stato proprio un incontro fortunato: mi togliete da una viva inquietudine. Se ammalasse gravemente il presidente, pensate che disordine!? Se morisse, quante complicazioni!...»

«Dio sperda l'augurio,» fece Sangiorgio, sorridendo sempre.

«Ai vostri ordini, caro collega: sono rinfrancato, vi ringrazio molto, contate su me, ve ne prego, non mi risparmiate; non potevate capitare più a proposito; buona notte, buona notte, onorevole collega.»

«Buona notte: dormite tranquillo: il presidente starà bene domani.»

«E di nuovo, grazie, grazie.»

Sangiorgio picchiò pian piano al numero 15. Un _avanti_ fu pronunziato dalla voce di Fraccacreta. Sangiorgio schiuse appena la porta e disse: «Scusino, onorevoli colleghi, cerco l'onorevole Sangarzia.»

«Eccomi, eccomi.»

E uscirono fuori ambedue: il domino nero dai garofani aveva appena voltato il capo.

«Nerola, il principe, vi cerca, onorevole Sangarzia.»

«Oh! caro Sangiorgio, Nerola e voi non potevate rendermi miglior servigio: non sapeva come andar via di qui. E dov'è il principe?»

«In prima fila, dalla contessa di Genzano.»

«Andiamoci, andiamoci subito.»

Egli rientrò nel palco, s'infilò la pelliccia sulla marsina, salutò la signora e i due colleghi, discese con Sangiorgio.

«Che gran servigio mi avete reso! La signora si seccava, forse voleva ballare! Venite dalla contessa?»

«Non la conosco.»

In questo, da un palco di prima fila, una figura femminile, stranamente avvolta in stoffa turca, col capo e la faccia nascosti da un fitto velo bianco, uscì.

«Vieni con me,» disse con la sua sottile voce a Sangiorgio.

«È inutile augurarvi buona fortuna, collega,» mormorò Sangarzia, licenziandosi.

«Vieni con me,» ripetette ancora la donna, stringendogli un po' il braccio per trascinarlo via.

Erano le due e mezzo. La gente si accalcava al guardaroba per andar via, infilando i soprabiti con aria svogliata, avvolgendo la testa negli scialli, a guisa dei funamboli che, dopo aver eseguito dei giuochi in piazza, mettono una giacchetta vecchia e stinta sugli stracci di raso, dalle pagliette d'oro.

«Vieni, vieni,» disse, presa d'impazienza, la donna, mentre Sangiorgio s'infilava il _paletot_.