La conquista di Roma

Part 8

Chapter 83,506 wordsPublic domain

L'onorevole Francesco Sangiorgio rientrò nel suo banco e sedette al suo posto. Dei _bene_, dei _bravo_ gli giungevano agli orecchi, ma confusamente: sentiva quel ronzio di discussione che tien dietro a ogni discorso importante. Giusto innanzi al suo settore, un gruppo di deputati si era formato e fra loro discutevano un po' forte, nominando ogni tanto l'onorevole collega Sangiorgio, volgendosi a lui, quasi a chiamarlo in appoggio. E stando fermo al suo posto, con le palpebre abbassate, senza che nessuno venisse a stringergli la mano, poichè nessuno lo conosceva, Francesco Sangiorgio sentiva però salire fino all'ultimo banco dov'egli sedeva la soddisfazione di tutta la Camera: della vecchia destra, carezzata nel suo orgoglio politico; della estrema sinistra, che credeva di avere scoperto un socialista in un deputato del centro; di tutti i deputati egoisti e sentimentali, pronti a impietosirsi a tutte le disgrazie, senza cercare di porvi rimedio; di tutti i deputati economisti, con vaghi ideali di socialismo agrario. Questo discorso, che in altra occasione sarebbe passato come uno squarcio qualunque di letteratura, assumeva oggi una grande importanza: trionfavano con Sangiorgio i modesti e intelligenti deputati di Basilicata, che una strana fatalità teneva sempre lontani dal potere; trionfavano tutti gli avvocati, a cui par solo debba spettare il regno parlamentare; trionfavano tutti i meridionali, in genere, a cui è sempre un po' lesinato il successo. La Camera, infine, in certe ore di bontà, presa da un abbandono amoroso quasi femminile, si compiace a questi battesimi pieni di superbia e pieni di dolcezza.

Ogni minuto, la porta a cristalli della sala terrena, N. 9, in Via della Missione, si schiudeva per lasciar passare una nuova persona. Quelli che erano già nella sala, seduti sui divanetti, o in piedi, rivolgevano al nuovo venuto una occhiata astiosa: colui che entrava, frettoloso e freddoloso, andava diviato al grande banco che divide in due la sala terrena, prendeva una piccola scheda, vi scriveva il proprio nome e quello del deputato che desiderava vedere: e come costui, ve ne erano sempre cinque o sei che scrivevano sulle piccole schede. Dall'altra parte del banco, gli uscieri, in uniforme, col petto coperto di medaglie, con una fascia tricolore al braccio, teste calve, teste canute, andavano e venivano, portando via, a cinque a cinque, quelle schede, comparendo dietro una porta, che per certi corridoi dava accesso all'aula. Soddisfatto, colui che aveva mandata di là la sua richiesta si metteva a passeggiare, o, se vi era posto, a sedere, senza impazienza, anzi con una certa sicurezza presuntuosa. La porta sacra si schiudeva, e un usciere ricompariva, con varie schede tra le mani: tutti alzavano il capo e tendevano l'orecchio.

«Chi ha cercato l'onorevole Parodi?» gridava l'usciere.

«Io,» rispondeva una voce tra la folla degli aspettanti.

«Non vi è.»

«Avete cercato bene?» insisteva la voce, un vecchio col naso rosso e fiorito, con certe labbra grosse e pavonazze.

«L'onorevole Parodi non vi è,» replicava lo usciere con pazienza.

«Eppure ci dovrebbe essere,» mormorava l'altro.

«Chi ha chiesto l'onorevole Sambuchetto?»

«Io,» rispondeva un giovanotto, dal viso smorto e dal soprabito gramo, col bavero alzato.

«Vi è, ma non può venire.»

«Perchè non può venire?» chiedeva, con tono insolente, il giovanotto, quasi facendosi livido.

«Non ha scritto altro: non può venire.»

Il giovanotto si mescolava alla gente che riempiva la stanza, ma non se ne andava: restava rabbioso, borbottando, col cappelletto abbassato sugli occhi, con una cera di malcontento poco promettente. Del resto, tutt'i visi della gente che andava e veniva impaziente, in quella sala, o se ne stava accasciata sui divanetti appoggiati al muro, tutti quei visi avevano un'impronta di tristezza, di fastidio, di sofferenza repressa. Pareva l'anticamera d'un medico celebre, dove vengono a riunirsi, l'un dopo l'altro, gl'infermi, aspettando il loro turno, guardandosi intorno, con l'occhio vago di chi non s'interessa più a nulla, col pensiero sempre rivolto alla propria infermità. E come in quell'anticamera lugubre, che chi l'ha vista una volta, per sè o per una persona cara, non può dimenticare; come in quella stanza si riuniscono insieme tutt'i malori che tormentano il povero corpo umano: il tisico con le spalle strette e curve, il collo sottile e gli occhi nuotanti in un fluido morboso; il cardiaco dal viso pallido, dall'arteria grossa, dalle mani giallastre e gonfie; l'anemico dalle labbra violacee e dalle gengive bianche; il nevrotico dalle mascelle rimontanti, dai pomelli sporgenti, dal corpo scarnato, — e tutte le altre malattie ignobili o pietose, che torcono le linee del viso, che serrano nervosamente le bocche e danno quel calore insolito alle mani, quel calore che fa spavento alle persone sane; — così in quella stanza fredda, venivano a raccogliersi tutte le miserie morali umane, di tutto dimentiche, concentrate nella propria pena.

Vi era il giovanotto che ha fatto il maestro elementare senza patente, è venuto a Roma per avere un impieguccio qualunque, e poichè gira da un mese invano, timido, ha finito per chiedere un posto di servitore che non vogliono dargli, perchè ha l'aria poco servile; l'ex-impiegato del Banco di Napoli o di Sicilia che fu destituito per malversazione dodici anni fa sotto il partito di destra e ora vuol essere reintegrato dal partito progressista che ha sempre servito fedelmente; l'industriale dalle speculazioni vacillanti, che deve pagare una fortissima multa al fisco, perchè non ha fatto registrare un contratto, e che spera nella grazia del signor ministro per essere assoluto dall'ammenda inflittagli; la vedova del pensionato accompagnata da un bambino tutto piagnoloso pel freddo, che chiede da dieci mesi una prenditoria del lotto, rinunziando alla pensione; il fannullone che sa far di tutto e non è buono a niente, che vuole assolutamente un posto, qualunque sia, col pretesto che, mentre alla Camera e ai ministeri ci sono tante bestie, anche lui deve prender parte alla cuccagna.

E le variazioni dei bisogni, delle necessità, sono infinite: ognuna di quelle persone ha dentro l'anima un cruccio, un desiderio insoddisfatto, una illusione vivace e tormentosa, una cura segreta, un'asprezza di aspirazione, un malcontento: e sulle facce corrisponde una contrazione spasmodica, uno stringimento di labbra colleriche, una dilatazione di nari che tremano all'urto nervoso, un aggrottamento di sopracciglia che contrista tutto il viso, una convulsione di mani che si serrano nelle tasche del _paletot_, una curva malinconica nel sorriso femminile che va discendendo di delusione in delusione: e insieme un concentramento profondo, una dimenticanza di tutti gli interessi altrui, un pensiero unico, una idea fissa, per cui si guardano, s'incontrano, si urtano, ma par quasi che non si sentano e non si vedano. La sala è sudicia sul pavimento, sporcata dai piedi che hanno attraversato le pozzanghere dei vicoli, tutta macchiata di grossi sputi di persone raffreddate.

«Chi ha chiesto l'onorevole Moraldi?» grida la voce dell'usciere.

«Io», risponde un vocione imponente, un uomo grasso e grosso, con la pappagorgia rossa.

«Prega di aspettare un poco: parla il signor ministro.»

E il grosso uomo si pavoneggia nel suo soprabitone caldo, che descrive una curva sensibilissima sulla pancia. Qualcuno lo guarda con invidia, poichè il _suo_ deputato lo ha almeno pregato di aspettare, mentre altri si dànno per assenti, o mandano secco secco a dire che non possono venire. Forse lo invidiano per quel soprabitone caldo, poichè quanti abiti troppo leggieri coperti da un meschino _paletot_ ragnato, quante giacche di autunno portate ancora nell'inverno, con una disinvoltura rassegnata, quanti calzoni _sale e pepe_ sotto un soprabito verde, quanti calzoni di un giallore offuscante sotto la stoffa color cannella di un vecchio e logoro soprabitone!

Il movimento continuava; quelli che avevano avuto un rifiuto definitivo restavano un po' indecisi, con la faccia smorta, guardando verso l'uscio, quasi non avessero il coraggio di uscire, pel freddo; poi si decidevano ad andarsene, le spalle curve, lentamente, senza voltarsi. Per uno che ne usciva, due o tre ne entravano: la sala non si vuotava mai: gli uscieri andavano e venivano da quella porta, che pareva quella di un tabernacolo: le risposte negative piovevano.

«Chi ha cercato l'onorevole Nicotera?»

«Io,» rispondeva un uomo alto e magro, con un collo scarnato, una faccia scheletrita, con pochi peli incolori.

«Vi è: si scusa, non può venire.»

L'uomo dalla magrezza fantastica si piegava in due, come un bruco, sul banco, scriveva un'altra scheda, la consegnava a un altro usciere, che tornava, gridando:

«Chi ha chiesto l'onorevole Zanardelli?»

«Io,» rispondeva quella vocetta sibilante.

«Vi è: parla il ministro, non può venire.»

Lo spettro scriveva ancora, senza perdere la pazienza.

Ma un deputato, più arrendevole, era uscito all'appello di colui che lo desiderava, accogliendolo con una certa premura frettolosa, conducendoselo nell'altro salone dove avvengono le conversazioni fra clienti e deputati. In quel salone vi erano tre o quattro signore, sedute nell'ombra, aspettando, con le mani nel manicotto. Il deputato e il cliente andavano su e giù: il cliente discorreva con vivacità, gesticolando, e l'onorevole lo ascoltava, con gli occhi bassi, attentamente, chinando il capo ogni tanto per approvare.

Nella sala d'aspetto l'attesa aveva stancato tutta quella gente: una lassezza fisica e morale piombava su loro: la nuova delusione, in quella caduta di giornata, spezzava le loro gambe; qualcuno si appoggiava al muro; sulle ginocchia della vedova il bimbo si era addormentato, un silenzio regnava. E miserie vere o false miserie, desiderii di cervelli oziosi, o pii ferventi desiderii di anime laboriose, necessità in cui il vizio ha fatto precipitare o infortuni immeritati, ambizioni modeste, fantasticherie di nervi esaltati, sete di giustizia di mattoidi ostinati: tutta questa intima pena umana, sopportata in silenzio, si confondeva in un senso di oppressione, di mestizia, in un sentimento di abbandono, in un rammarico sconsolato di essere venuti là, un'altra volta, a picchiare a quella porta che non voleva aprirsi. Già ardevano le fiammelle del gas, vivamente, ma battevano sopra facce scomposte, in una prostrazione, in una immobilità di gente morta. Tre uscieri vennero fuori dalla porta, uno dietro l'altro:

«Chi ha chiesto l'onorevole Sella?»

«Chi ha chiesto l'onorevole Bomba?»

«Chi ha chiesto l'onorevole Crispi?»

«Io, io, io,» rispose la vocina piccola dell'uomo scheletro.

«L'onorevole Sella non può lasciar l'aula».

«L'onorevole Bomba è occupato nell'aula».

«L'onorevole Crispi è nella commissione del bilancio».

Tranquillamente l'essere scheletrito scrisse una altra scheda e la porse a un usciere.

«Scusi,» osservò quello, «non possiamo chiamare i signori ministri e specialmente il presidente del consiglio».

«E perchè?» fece lo spettro, meravigliato.

«È il regolamento».

Ma quello, sempre paziente, scrisse un altro nome e si mise a passeggiare su e giù, sorpassando la statura di tutti. Qualcuno cominciava ad andar via, trascinando il passo, portando seco la umiliazione di quella lunga attesa inutile; altri, prendendo una risoluzione disperata, uscivano di là per andare a piantarsi, nel freddo serale, innanzi alla porta di Montecitorio, aspettando i deputati all'uscita; altri, più timidi, restavano ancora: il gas dava un po' di calore, alla fine della seduta qualche deputato sarebbe comparso. Un _coupé_ si fermò davanti alla porta, restò chiuso, un servitore scese di cassetta, entrò, consegnò un biglietto ad un usciere e stette aspettando, con l'aria indifferente della gente comandata. Un usciere gridò:

«Chi ha chiesto l'onorevole Barbarulo?»

«Io», fece la fantasima.

«Non vi è.»

«È in congedo?»

«E morto da quattro mesi.»

Questa notizia colpì l'uomo-cadavere: egli pensò un momento, ma forse non trovò altro nome da chiamare e se ne andò, lentamente, anche lui. Dopo un minuto, Francesco Sangiorgio attraversò la sala, parlò col servitore — due parole — e accompagnato da lui fin sulla piazzetta, entrò nel _coupé_, vibrando ancora pel successo.

«Mi congratulo sinceramente,» disse donna Elena Fiammanti, stringendogli la mano.

Il _coupé_ filò via. Nella sala il viavai cessava, il bimbo gridava, svegliato dalla mamma, gli uscieri si sedevano un momento, stanchi: due deputati, uno con tre interlocutori, un altro con due signore, chiacchieravano nel salone attiguo.

La vampa ardeva, piccolina, nel caminetto: tre ceppi in triangolo bruciavano, alle punte. Donna Elena stuzzicò un poco la cenere calda e i carboncini accesi, ne schizzò fuori qualche scintilla, i tre ceppi s'infiammarono. Ella si rialzò subito: si stirò, con un moto macchinale, la maglia di seta nera sui fianchi.

«Vi piace la vampa, Sangiorgio? Vi dev'esser freddo laggiù, in Basilicata».

«Molto freddo», diss'egli, sedendosi in una poltroncina. «I caminetti eleganti non ci sono: ci sono certi larghi e alti camini, sotto la cui cappa, a destra, si pone un banco di legno. Ivi siede il capo della casa, nell'inverno, e attorno i figliuoli e i parenti».

«Io amo molto il fuoco, nel caminetto,» diss'ella, con gli occhi socchiusi, come gravi di languore; ma quando vi è qualcuno. Da sola, mi contrista».

Parlava, con le due braccia abbandonate lungo i bracciuoli del suo seggiolone, appoggiando la testa alla spalliera. La luce della lampada faceva scintillare l'oro con cui era ricamato l'alto goletto della sua maglia e traeva una scintilla da una fibbia d'oro, sopra la scarpetta nera: il piedino si avanzava, un po' grasso, ma inarcato.

«Non sarete mai sola, credo».

«No, mai,» rispose ella francamente; «la solitudine è odiosa».

«Infatti.....» assentì lui, vagamente.

«No, no, non mi date ragione per cortesia. Lo so che voialtri uomini, massime quando avete una grande ambizione o un grande amore, desiderate la solitudine. Ma noi donne, no. Noi abbiamo bisogno della gente. Se una donna vi dice che preferisce la solitudine, non ci credete, Sangiorgio; vi inganna per bontà o per non discutere. Esse sono tutte come me, o, piuttosto, io sono donna come le altre. La gente mi diverte. Anche uno sciocco m'interessa. Oggi, alla Camera, per esempio.....»

«Per esempio?...» fece lui, con un mezzo sorriso.

«Vi era uno sciocco dietro a me, nella tribuna della presidenza: mi ha parlato di scempiaggini, per un'ora».

«E non vi ha seccato?»

«No, mi ha impedito di udire il discorso del ministro. Fumate?»

«Grazie».

Ella gli porse la scatola degli avana. La mano era grassoccina, con certe unghie rosee, lucidissime.

«Avete fatto un bellissimo discorso, oggi, Sangiorgio», riprese ella, accendendo una sigaretta gialla.

Sangiorgio alzò gli occhi su lei, senza rispondere.

«Se ci tenete, comperate i giornali domani: saranno pieni di voi».

«Non mi pare: il ministro è molto amato».

«Bah!... egli è come Aristide: i suoi concittadini si sono annoiati di udirlo chiamare giusto. Non v'illudete per questa citazione, Sangiorgio: io non so nè il greco, nè il latino. Sono ricordi di giovinezza, quando leggevo».

«Ora non leggete?»

«No, i libri mi annoiano».

«Sono inutili».

Il cameriere entrò con un piccolo vassoio di bambù e col caffè: anche le tazze erano giapponesi, di una porcellana delicatissima, azzurrina.

«Quanti pezzi?» domandò ella, tenendo sospesa la morsetta d'argento.

«Due».

Mentre prendevano il caffè, Sangiorgio guardava il salotto. Vi era stato un momento, prima del pranzo, mentre la contessa era di là a cambiarsi di vestito. Era un salotto piccolo, senza tavolini, senza mobili di legno, tutto pieno di poltrone, poltroncine, divanetti, sgabelli, una stanzetta senz'angoli: anche il pianoforte era dissimulato sotto una quantità di stoffe turche e persiane: sul muro, un pezzo di piviale roseo, ricamato in oro, brillava.

«Vedrete, vedrete, Sangiorgio: domani molti deputati vi si faranno presentare. Voi godrete tutte le dolcezze del successo».

«Bisogna crederci all'ammirazione dei colleghi?»

«No, caro amico, ma goderne. Una quantità di cose umane, belle e buone, sono false nella loro essenza. La saggezza è di approfittarne, di prenderle come sono, senza chiedere di più».

E gli diede un'occhiata, alla sfuggita, rapidissima. Egli capì subito: lo assisteva in quella piccola stanza la stessa lucidità che, nella giornata, innanzi alla Camera, lo aveva soccorso nella sua audacia.

«Anche l'amore è così,» mormorò lui.

«Specialmente l'amore,» rispose donna Elena, spalancando i suoi occhioni bigi che avevano delle tinte turchine, quella sera. «Vi siete mai innamorato, Sangiorgio?»

«Mai molto,» disse subito lui, «... ancora,» soggiunse.

«Grazie. Quando v'innamorate, ricordatevene. L'amore è una cosa bella, non bellissima: non bisogna chiedergli più di quello che può dare. Ma l'uomo è esigente, l'uomo è egoista, l'uomo vuole la passione... e allora... la donna dice la bugia. In realtà il sentimento è mediocre, ce ne sono dei più forti, l'amore è una forma passeggiera, spesso inefficace.»

E mentre ella spifferava questi paradossi romantici con un'aria un po' pedantesca, le labbra incarnate si delineavano nella loro tumidezza, la mano arruffava un poco i riccioli naturali della fronte, ella agitava in su e giù il piedino grassoccio, la cui pelle traspariva dalla calza di seta nera traforata. Sangiorgio, già familiarizzato, la guardava con un sorriso un po' fatuo che ella forse non vedeva, infervorata nei suoi paradossi.

«Anche la donna vuole essere ingannata,» continuò donna Elena, buttando la sua sigaretta nel caminetto. « — Questi traditori d'uomini non sanno amare! — le sentite gridare, e piangono e si disperano. Esse esigono la fedeltà! la bella frottolina da raccontare ai bimbi. Come se si potesse esser fedeli! come se non si avessero nervi, sangue, fantasia, tutte cose contrarie alla fedeltà! Centomila lire di mancia a chi mi porti in casa un uomo e una donna veramente fedeli, assolutamente fedeli!»

Francesco Sangiorgio aveva preso quella mano alzata: egli scherzava con le dita, leggermente, intorno agli anelli di brillanti, intorno a un'opale allungata, dalla tinta lattea. Sangiorgio abbassava ogni tanto la testa sulla mano come per ischerzo, e finì per baciarla, sulla linea del polso. Donna Elena non gl'inspirava più alcuna soggezione: gli sembrava di essere in intimità, con lei, da un pezzo; gli venivano una quantità di idee volgari; una leggera ebbrezza rimastagli dal giorno, rinforzata ora da quell'ambiente femminile tutto profumato di _corylopsis_, da quella donna provocante, da quelle parole che a forza di paradossi diventavano brutali, gli faceva crollare il capo. Per affermare questa sua intimità con donna Elena, avrebbe voluto distendersi sopra un divano, o buttarsi sul tappeto, o gittare i fiammiferi nel caminetto, fare delle impertinenze da bambino ineducato. Resisteva a queste tentazioni con uno sforzo di volontà, ma il sorriso ironico che piegava sdegnosamente il labbro inferiore di donna Elena, ma il lieve fremito delle nari che animava quel grande naso aquilino femminile — l'aristocrazia e la bruttezza di quel volto — lo eccitavano. Piano piano le cavò gli anelli dalla mano sinistra, facendoli ballonzolare nella propria mano; e in quella specie di ubbriachezza che lo vinceva, il suo più forte desiderio era di cavarle una scarpetta, per vedere il piedino che si sarebbe ripiegato, nudo nella calza, quasi pudico.

«Certamente vi sono delle donne virtuose,» seguitò donna Elena: «chi lo nega? È tutta un'altra quistione. Vi sono delle donne fredde, vi sono delle donne che non amano. Io ne conosco varie: non molte, ma varie. Allora non ci vuole una gran forza a restar fedeli. Donna Angelica, la moglie di Sua Eccellenza, ecco una donna virtuosa! La conoscete, donna Angelica, Sangiorgio?»

«... Sì... di vista,» mormorò lui.

E restò tutto imbarazzato, con quegli anelli in mano, non sapendo cosa farne: finì per posarli sopra uno sgabello, senza osare di rimetterli alla mano, donde li aveva tolti. D'improvviso, quella nebbia bassa che gli offuscava il cervello si era dileguata, ed egli si vergognava di tutte le ignobili cose da fanciullo, che aveva pensato di fare. Quasi quasi avrebbe chiesto perdono a donna Elena: ma costei, forse, di nulla si era accorta. Tutta nervosa ancora, si passava le mani sulle pieghe della veste di lana nera, a stirarle, come se volesse far loro prendere una tensione immutabile.

«Che ve ne pare della mia predica?»

«Sono un neofita ardente: non intendo tutto, ma ammiro,» rispose il deputato, avendo ripreso elasticità di spirito, da poter esser frivolo.

«Vi farò della musica: questa la capirete,» disse ella, alzandosi a un tratto: «Fumate, leggete o dormite: se non mi ascoltate, non importa: io, la musica, la fo tanto per me che per voi.»

Dopo un momento, una voce delicata e toccante cantò le prime note dell'_Avemaria_ di Tosti. Francesco Sangiorgio trasalì, come a un suono inaspettato, impensato. Invero, la voce di donna Elena non rassomigliava a donna Elena, o, piuttosto, le rassomigliava per un lato solo, e, per gli altri lati, la completava.

Invero, donna Elena ritrovava, ogni tanto, nel canto, la nota _sua_, il _suo_ carattere; ritrovava quella nota grave di contralto, un po' rauca, calda, che scuote le fibre, quel tono basso e amoroso, che è una confidenza passionata e una gelosia improvvisa: e per codesto lato la voce le rassomigliava. Ma ella trovava anche la dolcezza molle di intonazione, la purezza di una nota filata senza un tremolìo, la delicatezza di un canto quasi infantile, la tenerezza fluida di una voce innocente di giovanetta: ella ritrovava, nota eccezionale nel canto, una voluttà quasi ideale, una trasfigurazione armoniosa della sensualità, un poetizzamento supremo: per questo, la sua voce la completava.

Dimentica di colui che l'ascoltava, ella cantava, la testa un po' arrovesciata, gli occhi tanto illanguiditi che le ciglia ombreggiavano le guance, la bocca appena schiusa, senza fare una contorsione, la gola che si gonfiava, bianca nel colletto nero e oro della maglia, con le mani che scorrevano lievi lievi sui tasti, staccandosene delicatamente come se li carezzassero. Una nuova dolcezza, una nuova serenità pareva che si fossero diffuse per quella stanzetta, sin allora dominata da un ambiente acre e provocante: una blandizie si allargava sulle cose inanimate, temperandone la vivacità. Donna Elena cantava la malinconica romanza di Schumann, il cui ritornello sembra più un novo contristamento che un conforto, tanto la musica ne è acutamente triste:

_Va, prends courage, cœur souffrant..._

e Sangiorgio l'ascoltava, pensoso, alla fine di quella giornata trionfale, preso da una emozione ignota di dolore.

II.