La conquista di Roma

Part 7

Chapter 73,519 wordsPublic domain

Il brutto uomo, strisciando nervosamente le dita sul piano del parapetto, aveva trovato un grosso frammento di calcinaccio secco: ne staccava dei pezzetti e li buttava giù, per la proda verde. Francesco Sangiorgio seguiva attento attento il moto delle mani magre e brune, dalle grosse vene gonfie.

«Non si vede quel caldaione di Montecitorio,» riprese il deputato toscano, con la voce diventata più aspra: «è affogato tra le case; noi affoghiamo in esso. Un forno di cartapesta, dentro cui si cuoce lentamente, con una cottura disseccante, temperatura da bachi che addormenta tutte le audacie e riscalda tutte le timidità, che finisce per dare una dannosa cocciutaggine a tutti gl'irresoluti, e che solleva qualche pseudo-idea sotto il cranio dei cretini. Non si vede di qui il paese della politica, color di legno, come il signor Comotto ha voluto che fosse. Tutti gli abitanti di quel tamburone di cartone si agitano, gridano o tacciono, per una legge, per una leggina, per una ferrovia, per un ponte: più della legge, piccola o grande, più di ogni ferrovia o di ogni ponte, esser ministro, portare un'uniforme, sentirsi assordato dalla marcia reale nei paesi dove si arriva, aver per naturali nemici gli amici di prima, sentirsi dare del ladro dai giornali, vedersi aprire le lettere private da un segretario troppo zelante... e altre dolcezze simili. Vi sono dei disgraziati che desiderano di esser segretari generali! Uno di questi disgraziati sono stato io. Oh, brutto forno che fai ridurre l'uomo come una fava secca, arso da un desiderio irrefrenato e consumato dalla inettezza di questo desiderio!»

Ora il cielo tutto bianco allo zenit si faceva di un bigio delicato sulla linea circolare dell'orizzonte: una dolcezza serale saliva dalla città nell'aria, come un velo finissimo. Francesco Sangiorgio provava un malessere strano: Tullio Giustini gli sembrava più terreo, più brutto che mai, in quel momento: ridendo, gli si scoprivano due fila di denti giallastri.

«Com'è quieta la città!» riprese Tullio Giustini; «pare che si goda, dormendo, la festa di Natale. Pare, pare, non è. Lassù, in quel verde del Pincio e di villa Medici che discende fino a Via Babuino, i pittori cantano, ridono, dicono delle eresie come teoriche d'arte, e producono dei quadri che sembrano follie grandi. Che gliene importa, a loro? Per consolarsi dell'insuccesso, hanno inventato la parola _borghese_, con cui disprezzano il pubblico. In tutto quel biancore, dall'altra parte, sono i _quartieri nuovi_. C'è stato mai? Settantamila impiegati, famiglie, servi, cani e gattini: un attendamento di barbari disarmati e affamati, che se ne stanno accoccolati lassù, guardando Roma e odiandola, perchè non la possono capire, e perchè la trovano esorbitante, mentre le loro donne fanno i figli e cucinano, pallide, col seno smunto e colle mani rosse. Costoro avran festeggiato il Natale nelle loro casette, sfogandosi a parlar male del governo, delle serve, di Roma, del macellaio, come veri barbari, miserabili e ottusi. E i Romani, i veri Romani della Regola e del Popolo, del rione Monti e del rione Trevi, che mettono l'aggettivo _romano_ accanto al loro nome come un titolo di nobiltà, che mangiano gli gnocchi il giovedì, la trippa il sabato e l'agnello sempre, che amano il vino bianco e i fuochi d'artifizio di Castel Sant'Angelo, che si vantano dell'acqua Marcia, e fanno placidamente pullulare gli scarafaggi nelle loro case vecchie, i Romani scettici, arguti, indifferenti e laboriosi, eccellenti mariti e amanti affettuosi, quelli lì non dormono sicuro. E tutte le donne, romane o napoletane, italiane o straniere, che passeggiano, stanno alla finestra, discorrono, ridono, amanti baciano, e amate si fanno baciare, non dormono, no!... le donne non dormono mai, neanche le notte. Oh, Roma è così viva, mentre vi sembra immobile: essa è così grande, così complicata, così delicata nel suo congegno, così potente nelle sue leve di acciaio, che quando io mi piego a guardarla, di quassù, mi fa spavento, come una macchina infernale.»

In quel tramonto crescente, Francesco Sangiorgio, tutto pallido, si piegò macchinalmente a guardare anche lui, in giù, come per scoprire la misteriosa macchina di Roma.

«E quel che si sogna, venendo qui!» seguitò Tullio Giustini, con un breve riso sarcastico. «Tutta una serenità amorosa di grande città che vi aspetta, poichè voi siete giovane e avete ingegno e volete lavorare e non essere indegno della città augusta. Anche io ci son venuto così e mi pareva che il primo cittadino romano dovesse abbracciarmi. Invece, dopo tre o quattro anni di rodimento, di tormenti interni e di forti delusioni, ho imparato varie cose: che ero troppo aperto per riuscire in politica, che ero troppo brutto per piacere alle donne, che ero troppo malato per riuscire in una scienza, che ero troppo duro per riuscire in diplomazia. Questo ho imparato e da questo una verità fulgida come il sole, terribile come la stessa verità: Roma non si dà a nessuno!»

«E che bisogna fare?» domandò, quasi tremando, Francesco Sangiorgio.

«Conquistarla.»

E Tullio Giustini, con la mano scarna, fece un largo gesto verso la città.

«Conquistarla... Guai ai mediocri, guai ai paurosi, guai ai deboli, come me! Questa città non vi aspetta e non vi teme: non vi accoglie e non scaccia: non vi combatte e non si degna di accettare la battaglia. La sua forza, la sua potenza, la sua attitudine è in una virtù quasi divina: l'_indifferenza_. Vi movete, gridate, urlate, mettete a fuoco la vostra casa e i vostri libri, danzate sul rogo: essa non se n'accorge. È la città dove tutti son venuti, dove tutto è accaduto: che gliene importa di voi, atomo impercettibile che passate così presto? Ella è indifferente, è la immensa città cosmopolita, che ha questo carattere di universalità, che sa tutto, perchè tutto ha veduto. L'indifferenza: la serenità imperturbabile, l'anima sorda, _la donna che non sa amare_. È lo scirocco spirituale, la temperatura tepida e uniforme, che vi fiacca i nervi, vi ammollisce la volontà e vi dà, ogni tanto, le grandi ribellioni interne e i grandi accasciamenti. Eppure vi dev'essere qualcuno o qualche cosa che turbi questa serenità, che vinca questa indifferenza. Qualcuno bisogna pur che la conquisti, Roma: sia pure per dieci anni, per un anno, per un mese, ma conquistarla, ma prenderla, ma far la vendetta di tutti i morti, di tutti i caduti, di tutti i deboli che hanno toccato le sue mura, senza poterle superare. Oh, costui, bisogna che abbia il cuore di bronzo, una volontà inflessibile e rigida; bisogna che sia giovane, sano, robusto e audace, senza legami, senza debolezze; bisogna che si concentri, profondamente, intensamente, in questo unico ideale di conquista. Qualcuno deve conquistarla, questa superba Roma».

«Io,» disse Francesco Sangiorgio.

PARTE SECONDA

I.

Il ministro parlava da un'ora. Non era un oratore: gli mancavano la foga e l'eleganza. Era piuttosto un parlatore modesto, colui che non ricerca verun effetto di eloquenza politica e dice le cose precisamente, nell'ordine logico, matematico, con cui si presentano in un cervello quadrato e solido. Il discorso era, com'è naturale, irto di numeri, una sfilata interminabile di cifre: egli le pronunziava con una certa lentezza, quasi volesse farle apprezzare ad amici e nemici. La voce era un po' molle, troppo familiare forse, ma nel silenzio si effondeva con chiarezza: pareva di assistere a una seduta di consiglio amministrativo: l'intonazione parlamentare mancava affatto. Il ministro, ogni tanto, s'interrompeva, per soffiarsi il naso, con un grande fazzoletto di seta, a scacchi rossi e neri. In realtà, in quella breve personcina grassoccia, onestamente vestita di nero, in quel volto placido, raso sulle labbra e sul mento, ma incorniciato inglesemente da due fedine brizzolate, in quelle mani bianche e grassocce, in tutto quel senso di calma e di meditazione che da lui traspirava, s'indovinava il grande lavoratore di gabinetto, l'uomo che passa dodici ore al giorno al ministero, innanzi a una scrivania ingombra di carte, scrivendo, leggendo, compulsando registri, discutendo coi capi di servizio, coi direttori generali. Così il ministro, l'uomo raccolto, concentrato in un lavoro immane ma segreto, pareva spostato a dover discorrere innanzi ai deputati; e dicendo delle cose importanti, facendo una relazione minuta e profonda, egli conservava una bonarietà di scienziato che spiega popolarmente l'altitudine della sua scienza.

La Camera taceva per rispetto, ma in verità era distratta. Erano così sicuri di lui, i suoi amici! Egli era forte, anzi era tutta una forza, metallica, massiccia, lucida, che gli ossidi della maldicenza politica o della discussione non potevano corrodere. Gli stessi avversari suoi ammettevano la sua potenza e contribuivano a rendere più grande il suo trionfo. A studiarlo acutamente, si finiva per intendere com'egli fosse fuori della passione politica, tutto preso dall'amore della finanza.

Poi l'atmosfera dell'aula conciliava un certo raccoglimento vago, senza pensiero. Mentre fuori, a metà gennaio, spirava una tramontana secca, fischiante e tagliente, uno dei tre giorni di freddo dell'inverno romano, dentro l'aula le bocche dei caloriferi mandavano un continuo alito di calore. Tutta chiusa, senza finestre, con qualche rara apertura di porte nelle tribune, porte che si richiudevano subito, senza rumore, come se strisciassero sul velluto, con quelle stuoie su cui si smorzava ogni passo, l'aula aveva un aspetto fisicamente confortante. Con tutto questo, il presidente, il bell'uomo cinquantenne, dal viso bruno e dai capelli ancora tutti neri, aveva le gambe avvolte in una coperta di velluto azzurro, foderata di pelliccia; e ascoltando il ministro, ogni tanto dava uno sguardo circolare alle tribune, cercandovi forse una persona. I segretari stavano immobili, seduti alla sua destra e alla sua sinistra: Falucci, l'abruzzese, alto e nerboruto, con una zazzera riccia, un po' brizzolata, diceva tratto tratto, sottovoce, una parolina al bel Sangarzia che approvava col capo, senza rispondere, avvezzo alle lunghe pazienze silenziose; Varrini, il calabrese gentile e intelligente, dalla testa di sorcetto astuto, con una finezza di damina sopra una gagliardia di tribuno, scriveva delle lettere; e Bulgaro, il napoletano, faceva scricchiolare la sedia sotto il suo grosso corpo, portando sul viso imbronciato le tracce di una noia quasi infantile. Non più, come negli altri giorni, durante le piccole discussioni, al banco della presidenza, un viavai di deputati che facevano un discorsetto col presidente, scambiavano una barzelletta con qualcuno dei segretari e ridiscendevano dall'altra parte: poi, una passeggiatina fuori, a brevi intervalli, due chiacchiere fatte nella sala dei _passi perduti:_ la seduta passava via. Ma il ministro faceva, oggi, una esposizione molto seria; bisognava ascoltarlo, ministeriali e oppositori.

La destra, una sessantina, quasi tutti vecchi deputati di otto legislature, ascoltavano senza attenzione, sapendo che quello era un avversario invincibile, e avevano l'aria di veterani, consegnati al loro posto, che non soffrono e non godono. La estrema Sinistra non ascoltava punto, ma non turbava la discussione; essa disdegnava le quistioni di ordine economico-amministrativo, non aveva studiato la finanza e aspettava qualche discussione politica per fare un po' di chiasso: uno della piccola falange, Degli Uberti, dormiva, nascondendosi decorosamente la faccia tra le mani, un altro, Gagliardi, dormiva senza celarsi. Solo sopra un banco del centro l'attenzione era sincera, quasi di scolari ardenti innanzi alla parola rivelatrice del maestro. Dei quattro deputati, giovani, intelligenti e ambiziosi: Seymour, anglico, bruno, miope e corretto, prendeva delle note sopra una carta; accanto a lui, la barba da nazzareno di Marchetti; Gerino, fiorentino, taciturno, con una lunga barba bionda e fluente, un po' duro nel volto, passava degli appunti a Joanna, il meridionale, bella testa contemplativa e studiosa. Ma tutta la Camera, presidente, segretari, commissari, deputati, subiva la molle influenza di quell'aria calda, di quel posto chiuso, di quel silenzio che solo la voce tranquilla del ministro interrompeva.

Le tribune erano affollate, caso strano in un giorno di discussione finanziaria. Ma il freddo aveva, certo, sorpreso per le vie quelle signore che se ne stavano nella loro tribuna, con le pellicce sbottonate, le mani ficcate nel manicotto, la faccia rosea pel buon caldo dell'aula: esse erano tutte felici di restar là, quantunque non capissero nulla, sentendo la voce del parlatore come un ronzio, rabbrividendo al pensiero di rimettersi per le strade, con quella tramontana che faceva lacrimar gli occhi e arrossire il naso. Così la tribuna pubblica era piena di gente: facce smorte e stanche di sfaccendati, figure miserabili di sollecitatori che passano la giornata a cercare il cugino di un amico di un deputato e che a una certa ora, demoralizzati, tremanti di freddo, vengono a finire alla Camera, alla tribuna pubblica, ascoltando senza batter palpebre. Anche la lunga tribuna dei giornalisti era più popolata del solito e quelli della prima fila fingevano di scrivere il sunto della relazione: ma chi scriveva una lettera, chi un articoletto teatrale, chi disegnava un profilo fantastico di Depretis, chi si esercitava alla calligrafia, scrivendo a svolazzi il proprio nome; i giornalisti di opposizione avevano già in macchina un semplice attacco tutto platonico, quelli ministeriali decantavano già da dieci giorni la esposizione finanziaria del ministro, tutti avevano un'aria tranquilla. Solo Gennaro Casale, impiegato governativo, giornalista napoletano ed enfatico, nemico del governo qualunque esso fosse, ci si riscaldava, e in fondo alla tribuna esclamava:

«Signori, il pareggio è una slealtà ministeriale!»

Financo nella tribuna diplomatica, appoggiata alla balaustra di velluto azzurro, si vedeva la snella persona e i grandi miti occhi profondi della contessa Beatrice di Santaninfa, che non ascoltava, pensava.

Quando, alle quattro e mezzo, il ministro ebbe finito il suo discorso, un grande movimento di soddisfazione, di ammirazione, piegò quelle teste di vecchi e giovani parlamentari. Egli rassettava le sue carte nel grande portafoglio, senza un tremito nelle mani, senza un mutamento di colore nel volto. Poi, intorno gli si aggrupparono amici cadenti e amici tiepidi, per stringergli la mano, per congratularsi con lui: financo qualche ex-ministro delle finanze discese dai banchi di destra a salutare il piccolo ministro grassoccio, dal cervello di acciaio. Vi fu un po' di disordine, un po' di tumulto. E la voce del presidente, sonora e chiara:

«Onorevoli colleghi, prego far silenzio. La parola è all'onorevole Sangiorgio».

«Chi? chi? chi?» fu una domanda generale.

E di nuovo, il presidente disse:

«Prego far silenzio. L'onorevole Sangiorgio ha facoltà di parlare».

Allora gli occhi curiosi dei deputati cercarono questo collega che quasi nessuno conosceva: era lassù, all'ultimo banco di un settore del centro destro. Stava ritto e calmo, aspettando di poter parlare: anzi si trasse quasi sulla scaletta, fuori del banco, perchè lo vedessero meglio. Non era alto, ma lassù pareva alto, poichè si teneva dritto ed era molto robusto: non era neppur bello, ma la testa aveva tutt'i caratteri della forza, i capelli piantati rudemente sulla fronte bassa, il naso aquilino, i mustacchi bruni e folti, un mento duro, pieno di volontà: a nessuno egli parve insignificante. Poi, una curiosità diversa nasceva ora nella Camera. Questo deputato nuovo parlava in favore o contro? Era uno dei piaggiatori che appena arrivati, si affrettano a far dichiarazione di fedeltà?

O qualche piccolo insolente che avrebbe balbettato, innanzi alla Camera, un debole attacco, affogato tra i mormorii ironici dei colleghi? Un meridionale, avvocato: ecco quello che si sapeva. Dunque avrebbe declamato: la solita rettorica che i Piemontesi odiano, i Milanesi deridono, e i Toscani disprezzano.

Invece l'onorevole Sangiorgio cominciò a parlare lento, ma con voce così sonora e virile, che si allargava in tutta l'aula e per cui tutti gli ascoltanti respirarono di soddisfazione. Persino le signore, che quasi dormivano pel calduccio, si riscossero: e nella tribuna della stampa, rimasta vuota dopo il discorso del ministro, i giornalisti cominciarono a ricomparire, riprendendo i loro posti. L'onorevole Sangiorgio preludiava con un esordio pieno di riverenza per l'illustre uomo che dirigeva la finanza italiana, e l'elogio non aveva nulla dell'adulazione brutale: era dato con una forma sobria e delicata. Fuggevolmente, il parlatore accennò alla propria giovinezza, alla oscurità di colui che, costretto alla vita provinciale, volse gli occhi sempre verso Roma, dove ferve una continua e nobile lotta politica. Egli esaltò la politica, dicendola più grande dell'arte, più grande della scienza: in essa si compendiava tutta la storia dell'attività umana, e a lui l'uomo politico pareva il tipo supremo dell'uomo, apostolo e operaio, braccio e testa.

Un _bene_ squillante partì dalla destra. L'onorevole Sangiorgio si fermò per un minuto secondo: ma solo un minuto secondo. Però quel richiamo alla sublimità dell'idea politica, quella specie di idealità larga, a cui era portata una cosa che nelle mani degli uomini diventa volgare, era piaciuto generalmente, e aveva fatto ringalluzzire una quantità di teste piccole. Il ministro, che sul principio aveva rizzato il capo, fissando bene l'oratore coi suoi occhi di un azzurro pallidissimo, ora lo aveva di nuovo abbassato, sentendosi venire addosso un discorso di parole, di quelli che lo imbarazzavano e lo stizzivano.

Sangiorgio però diceva che quegli anni di giovinezza in provincia non sono inutili, a chi vuol sorprendere il mondo moderno in tutt'i suoi bisogni. Le grandi città sono invaditrici, divoratrici, e hanno necessità di vivere dell'esistenza altrui, e sfruttano forze, e affogano lamenti, e danno all'uomo che ci vive una tal febbre, che lo fa dimentico di qualunque altro interesse umano. Chi le sa le miserie delle provincie? Chi si fa l'eco di quegli sfoghi dolorosi e sommessi che non possono arrivare sino a Roma? Certo, alcuni valenti e buoni e coraggiosi, ogni tanto, narrano alla Camera le pene di tanta parte degl'Italiani; ma sono voci isolate, si affiochiscono, poi tacciono. Eppure non bisogna tacere: bisogna che la verità si sappia.

Ora la Camera ascoltava attentamente, con un certo interesse meno ironico, più benevolo. Era una neutralizzazione allo stento, alla difficoltà di comprensione che presentava il discorso antecedente del ministro: dopo una tensione dolorosa di due ore e mezzo a seguire il ballo fantastico delle cifre, quella eloquenza abbastanza semplice sollevava gli spiriti oppressi. Eppoi, in quella calata di giorno, freddissima e oscura fuori, beneficamente calda e chiara dentro l'aula, la Camera era presa da una sentimentalità, da un gran bisogno di affetto e di generosità. Di che si lagnavano le province, dunque?

Sangiorgio proseguiva, dicendo che tutta la triste esperienza della sua gioventù, a contatto coi contadini, si era ribellata a una proposta del ministro, che pareva molto innocente. Il ministro aveva detto che, dovendo dare dei milioni al collega della guerra, era mestieri fare ancora delle economie. Benissimo; l'economia era una forza nelle nazioni giovani. Ma il ministro chiedeva inoltre un piccolo aumento sulla tassa del sale. Sangiorgio intendeva la necessità di Stato che obbligava il ministro a chiedere quell'aumento di tassa, ma quei pochi centesimi rappresentavano una sequela di guai, un aggravamento a condizioni di vita già insopportabili. E allora egli rifece con vivezza il quadro della miseria contadinesca, così maggiormente e diversamente terribile della miseria cittadina, narrando coi particolari più veristi, con aneddoti brevi e lugubri, dove abitavano i contadini, quello che mangiavano, cioè come digiunavano, e come l'esattore delle tasse fosse per loro lo spettro pauroso della fame e della morte. Egli descrisse tutta la nudità rossastra del grande paese di Basilicata, le frane che ruinano dai monti dispogliati, andando a coprire i pochi pascoli, e la lontananza dei villaggi poveri dalla linea ferroviaria, onde la nessuna possibilità d'industrie, e la malaria della pianura dove gli ingegneri, i cantonieri e i capistazione prendono le febbri.

Parlando del proprio paese, così misero, tanto infelice, la voce gli si era abbassata, come se una emozione la velasse: ma si rinfrancò subito, andando alla questione. La tassa sul sale colpiva le classi povere, più nelle province che nelle città: già mangiavano la minestra con poco sale, ora l'avrebbero mangiata senza sale affatto. E le ultime verità igieniche, crudeli ma precise, stabilivano nella scarsezza del sale la origine delle fiere malattie dei contadini nella Lombardia e nel Piemonte.

Un mormorìo di approvazione corse per certi banchi: quello dove stavano le quattro teste giovani e vive del centro, Seymour, Gerini, Joanna e Marchetti, prestava la maggiore attenzione, ma senz'approvare, con quella rigidità inglese dei giovani deputati economisti.

«Nelle piccole città, nelle borgate, nei villaggi meridionali», proseguiva Sangiorgio, «i fornai hanno sempre due qualità di pane: quello insipido che costa poco, pei poveri, e quello salato pei signori. E a quello salato, spesso i fornai dànno il sapore, non col sale, perchè costa troppo caro, ma passando sulla pasta fresca un panno bagnato nell'acqua di mare; e nelle case povere si usa un sale grosso, nero, grezzo, che si dovrebbe vendere solo per le bestie, ma che sono costretti a comperare gli esseri umani. Coll'aumento della tassa, il governo condannerebbe tutta una classe di contribuenti a privazioni intollerabili, cui terrebbero dietro gravi malattie e sempre più profonda miseria.

«I milioni spesi per la difesa nazionale, per l'esercito, sono santamente prodigati; ma è egli necessario essere forti, quando si è così poveri? Quando il ministro della guerra chiamerà sotto le armi i giovani di Basilicata e crederà di trovare una schiera di montanari robusti e animosi, sarà deluso vedendosi davanti un branco di esseri pallidi e rosi dalle febbri, cachettici, malinconici. O piuttosto, questo non accadrà; le province aride e infruttifere si vanno sempre più spopolando; il contadino, desolato dalla durezza della terra, angariato dal fisco, abbandonato dalla natura, perseguitato dagli uomini, preferisce voltare le spalle al proprio paese e andarsene nei lidi lontani di America. Il contadino preferisce una gente straniera, un paese straniero, donde non si ritorna più. Quando si chiameranno all'appello della guerra i figliuoli italiani di Basilicata, essi non risponderanno: spinti dalla fame e dalla disperazione, essi saranno andati a perire lontano.»