Part 5
La sora Virginia inchinò il capo e gli tese una manina, come una gran signora. Ancora, per le scale, egli restava sbalordito e stanco di quel chiacchiericcio: e già gli sembrava di aver visitato dieci case. Aveva due altri indirizzi sul pezzetto di carta e gli veniva meno la voglia di recarvisi. Fu proprio per una reazione di volontà che si fece condurre, in carrozza, in Via del Gambero, 37, poichè non ancora conosceva le vie. La strada aveva l'aria misteriosa delle parallele al Corso, le vie scorciatoie che scelgono gli uomini frettolosi e le donne preoccupate: dal grande palazzo Raggi, che ha un cortile come una piazza, un portone sul Corso e l'altro sul Gambero, ogni tanto se ne vedeva sfilare qualcuna, che sfuggiva la folla e gl'incontri pericolosi, scantonava rapidamente, senza guardarsi indietro. Nel portoncino n. 37, dall'aria decente, vi era un casotto di legno con vetri, che prendeva luce dalla sala. Una donnetta ne uscì, incontro al deputato.
«Non si affitta, qui, al terzo piano, un quartino?»
«Sissignore; vuol vederlo?»
«Vorrei vederlo».
La donnetta rientrò nel suo casotto, scelse una chiave da un mazzo e s'avviò, ammiccando con un par di occhietti bigi dalle palpebre rosse e gonfie. Era evidentemente la portinaia: portava un vestito di lana verdognola, smesso, stinto, guarnito con una certa pompa di raso verde: un perucchino di raso cupo, con un treccione finto sulla nuca e una sfioccatura a frangia sulla fronte: salendo, le calze di seta rosse si vedevano, smorte. E nella floscezza scialba delle guance di un biancore punteggiato di lentiggini, nel pallore violetto di una bocca dal disegno infantile, s'indovinava un viso che una volta era stato rotondo, roseo e che si era a un tratto appassito, vuotato, come quello di una pupattola a cui è sfuggita la crusca da un bucherello. La scala era larga e girava ampiamente, caso raro negli edifizi romani: sopra ogni pianerottolo, tre porte corrispondevano. Al primo piano, a destra, l'onorevole Sangiorgio lesse: _Barone di Sangarzia, deputato al Parlamento_, nulla sulla porta di mezzo, e a sinistra: _Anna Scartozzi, sarta_. Al secondo piano a destra: _Marchese di Tuttavilla, deputato al Parlamento_, nulla sulla porta di mezzo, e a sinistra: _Ditta di commissioni e rappresentanze._
«Anche questi due deputati hanno dei quartini mobiliati?»
«Nossignore; hanno mobiliato del loro; ma il quartino è simile,» rispose la portinaia, mettendo la chiave nella toppa della porta a destra: anche al terzo piano, non vi era alcuna leggenda sulla porta di mezzo, e a quella di sinistra: _Cav. Paolo Galasso, dentista._
Il quartino che dava sulla strada era pieno di luce, e i mobili, quasi nuovi, pretendevano alla eleganza. Un vaso di maiolica per fiori posava sopra un tavolino: vi era un caminetto, un vero e buon caminetto, l'estremo lusso delle case borghesi romane. «Qui si può accendere il fuoco e dopo pranzo d'inverno, è un piacere,» disse la portinaia. «Il caminetto ci è in tutti i piani: che anzi il deputato del primo piano lo fa accendere dalla mattina, una gran fiammata tutto il giorno».
«Ma non va alla Camera?» domandò Sangiorgio, cedendo al pettegolezzo.
«Non sempre, non sempre,» rispose, con sorriso malizioso che le aggrinzò tutto il floscio viso, la portinaia.
«E quanto si paga, qui?» interruppe Sangiorgio, seccamente.
«Centotrenta lire al mese.»
«E a chi?»
«A me.»
«Affittate voi?»
«Sissignore.»
«Mi sembra caro».
«Nossignore, Lei s'informi dei prezzi, poichè è forestiero, e vedrà che non è caro, nel centro di Roma, a un passo dal Corso. Non faccio per vantarmi, ma il quartino è messo con molto gusto: ne ho sempre capito io...»
E la portinaia si arruffò la frangetta del parrucchino sulla fronte. Il deputato si strinse nelle spalle.
«È caro,» insistette.
«Non ci è obbligo, sa, di pigliarlo; ma che Lei vuole un quartino libero, con la porta sulle scale, mobiliato e senza noie, chè qui ognuno bada ai fatti suoi, col caminetto, è un lusso che non si trova altrove; che Lei vuole tutto questo in Via del Gambero per meno di centottanta lire, caro signore, Le assicuro che non è possibile. Il deputato del primo piano ci è venuto da quattro anni e vi si trova benissimo, non se ne va più; il deputato del secondo piano ci è venuto, consigliato dall'amico, e ci è rimasto, son già due anni. Qui non si sfitta mai: la sarta del primo piano ha una clientela di signore dell'aristocrazia, che ci è sempre una vettura innanzi alla porta.»
«Va bene, capisco, ma tutte queste cose non mi servono».
«A piacer suo: ma girerà, girerà, vede, e non troverà nulla di buono come questo. Sono sicura che ci ritorna, signor deputato; questo è proprio un posto fatto per Lei».
E scendevano per le scale, mentre saliva una signora, chiusa in una pelliccia di lontra, con un velo marrone che avvolgeva il berrettino di lontra, la testa, il collo, il mento, sotto cui s'annodava con un cappio vistoso. Ella saliva lentamente e presso la porta della sarta si fermò.
«Eccone una,» mormorò la portinaia. «Andrà certo a provare un vestito».
Ma non s'intese rumore di campanello e di giù, alzando gli occhi, l'onorevole Sangiorgio vide quella irriconoscibile figura femminile salire chetamente al secondo piano.
Presto presto, per finirla, egli si fece condurre sempre in carrozza, alla salita di Capo le Case, la via chiara ed allegra, tutta sole, che taglia in mezzo quella dei Due Macelli. Un'aria di signorilità, di tranquillità aristocratica, veniva dalla vicina Piazza di Spagna, da Via Sistina, da Via Propaganda, da Via Condotti, il centro più esotico di Roma. La porta 128 si trovava dirimpetto ad una bottega di biscotti inglesi, di conserve, di liquori, di saponi, ciò che gl'Inglesi chiamano _grocery_, da cui usciva un sentore pungente e quasi caldo di spezierie: dall'altra parte una bottega di fioraio, piena di portafiori di giunco, di vimini dorati, di tronchi grezzi, che aveva, nella mostra, delle rose invernali, e financo in un vasettino, un ramoscello di mughetto, una primizia delicata. La scaletta era di marmo, netta, illuminata, dall'alto, da una finestra sul tetto. Sopra ogni pianerottolo davano tre porte, di legno biondo, un acero venato, coi pomi lucidissimi di ottone, per bussare. Un servitorello in mezza livrea venne ad aprire, subito, e fece entrare l'onorevole Sangiorgio in un salottino semibuio, dicendo che la signora sarebbe venuta a momenti: l'onorevole sentì un tappeto molle in terra e sedette, tastando un poco, sopra una poltroncina, bassa e soffice. Così, nella penombra, distingueva un tavolino coperto di felpa gialla, d'oro, un portacenere giapponese, un vaso di vetro veneziano. Ma un lieve passo si udì: la signora s'intravedeva, alta, non grassa, ma pienotta, con acconciatura corretta di capelli castagni tutta ondulata dal ferro della pettinatrice e ornata di fornicelle di tartaruga bionda; con un vestito di lana nera, semplice, di una stoffa molle, un goletto alto di tela bianca, chiuso da un ferro di cavallo in oro.
«Vuol favorire?» chiese la signora.
Uscirono insieme sul pianerottolo: ora si vedeva il pallore opaco, di avorio, di quel volto trentenne e gli occhi di un nero cupo, torbido, di carbone, con qualche cosa di claustrale, dentro. La mano bianca e grassa della signora si arrotondò mollemente sulla chiave. Il quartino era piccolo, ma luminoso, gaio, come se fosse nel sole dell'aperta campagna. Il salottino aveva un mobilio di tela stampata, grigio e rosa, molto carezzevole alla vista: lo specchio era ovale con una cornice di legno, intagliato; una _dormeuse_, lunga e bassa, era distesa presso il balcone, innanzi a cui pendevano delle tendine larghe, di mussola ricamata, molto fitta: senza bracciuoli, a pieghe profonde, esse trascinavansi per terra. Una grande raggiera di fotografie era disposta bizzarramente sul muro, come se vi fossero state buttate a caso: un tavolincino da scrivere, minuscolo, su cui era appoggiata una cornice da fotografia, di felpa rossa, senza ritratto. La stanza da letto aveva un mobilio di raso in lana azzurro-pallido, una coltre simile sul lettuccio, velata da un largo merletto bianco; la toletta era tutta di mussola bianca ricamata, con fiocchi di nastro azzurro; l'armadio era a specchio; e alla finestra, oltre le molli tendine che trascinavansi sul suolo, ai vetri erano attaccate certe cortinette di seta azzurrina, a flotti, a ondatine.
«Vi è anche un gabinettino da toletta,» mormorò la signora, senza sorridere.
«Non si voglia incomodare» soggiunse l'altro.
«No, no, voglio farvelo vedere: è importante, ha una porta sulla scala.»
La signora, con quel suo viso corretto, un po' grosso, un po' impastato, come quello di certe teste antiche romane, non chinò neppure gli occhi sul lavabo di marmo, dai cui bastoni di legno giallo pendevano gli asciugamani spiegati: aprì una porticina, dava di nuovo sul pianerottolo, era la terza porta: quel quartino di due stanze e mezzo aveva due ingressi liberi.
«È una casa comodissima,» soggiunse ella semplicemente, guardandosi una mano e soffregandola per farla diventare più bianca. Nel suo vestito nero, dalle pieghe statuarie, con la pallida e quieta faccia di matrona romana ella imponeva rispetto. L'onorevole Sangiorgio le parlò come a una gran signora.
«Il quartino è un po' troppo elegante, per me,» disse. «Mi piace molto, ma sono pochissimo esigente.»
«Oh!» fece la signora, quasi non ci credesse, con una lusinghiera intonazione di cortesia.
«Glielo assicuro: sono un po' selvaggio,» riprese Sangiorgio, abbandonandosi, «ho bisogno di tranquillità pel mio lavoro, null'altro. Sto molte ore al Parlamento. Qui è un po' femminile, mi pare,» soggiunse, sorridendo.
«Infatti vi fu una dama, una russa, l'anno scorso: poi la richiamarono, dovette partire.» E si tacque, senza dare altre spiegazioni.
«.... E... costa?» domandò il deputato, dopo un momento di esitazione.
«Duecentocinquanta franchi il mese,» disse la signora, con trascuranza, raddrizzandosi il ferro di cavallo al collo.
«Ah! e vi sarà, inoltre, la servitù, il gas?» chiese con una curiosità gentile, l'onorevole Sangiorgio.
«Bisogna intendersi con Teresa, la mia cameriera...»
«È naturale, è naturale,» mormorò l'altro, come se chiedesse scusa.
La pallida signora, dai profondi occhi neri, che eran pieni di quel malinconico fluido monacale, ricondusse sino alla porta il deputato, senza neppur chiedergli se avesse intenzione di prendere il quartino, si licenziò da lui con un sorriso, il primo, e non gli strinse la mano.
Ora, egli si sentiva snervato, vinto da una fiacchezza mortale: il sole di novembre lo mordeva come quello rovente di agosto, e l'aria gli pesava addosso. Certo, in quella casa di Capo le Case, vi doveva essere un profumo indistinto, ma, permanente, di quelli che eccitano i nervi e poi li buttano in un accasciamento. Forse il profumo lo portava la signora, così smorta, così severa, con la sua grand'aria claustrale, di badessa nobile, dall'abito nero e dal goletto bianco. Mentre andava, con indolenza, per Via Mercede, gli si ripresentava alla fantasia il salotto bigio e roseo, così dolce nella sua semplicità, la camera azzurra tutta velata di bianco, e le doppie tendine, fluttuanti, ondeggianti, che le davano un carattere intimo, di nido involato in alto, lontano dal mondo. Tutti quei mobili, la _dormeuse_ dove si era certo sdraiata la dama russa, a sognarvi i suoi sogni di straniera bizzarra, quel tavolino piccolo su cui aveva scritte le sue lettere, quella toletta davanti a cui si era acconciata, questo _interno_ femminile gli si ripresentava: ma più di ogni altra cosa, lo interessava quella cornice rossa, a cui mancava il ritratto, come se fosse stato portato via in fretta, da una viaggiatrice affannosa.
Non si poteva figurare la faccia di quella dama russa: e al posto vuoto che la immaginazione non sapeva riempire ritrovava sempre l'ovale pallido, quella carnagione di avorio della signora, su cui scendevano le onde molli dei capelli castagni. Involontariamente, era entrato nel Caffè Aragno, nell'ultima stanza stretta e solitaria e si era fatto servire un _cognac_ per scuotere quella depressione.
La signora di Capo le Case gli ricompariva, ma con contorni meno precisi: più nettamente, ora, gli si ripresentava la donna dal mantello di lontra, incontrata per le scale, in Via del Gambero; ne aveva visto il piede, arcuato, snello, che si appoggiava con precauzione sugli scalini, lungo la ringhiera di ferro, — e avrebbe voluto sapere dove andava, poichè, turbata da quell'incontro, ella aveva finto di picchiare alla porta della sarta e poi era salita più su, chinando il capo, immergendo il basso del viso nel grande fiocco di velo marrone. La portinaia, certo, doveva conoscerla: la doveva saper lunga quella portinaia dal viso floscio e dagli occhi che facevano schifo: una malizia filtrava dalle sue parole leziose. Chissà! doveva essere stata bella, la portinaia dal parrucchino ignobile, fors'anche elegante: doveva aver tutta una singolare istoria che egli non le aveva dato il tempo di raccontare, com'ella desiderava. La sora Virginia invece gliene aveva narrata molta parte, della sua storia: ma che era questa moglie che leggeva romanzi, mentre il marito cucinava gli gnocchi, in cucina? E dall'abbattimento egli risorgeva, a grado a grado, con una curiosità crescente per tutti questi enigmi femminili: la visione della signora russa, il mistero di quella figura mistica, in Via Capo le Case: la visitatrice di Via del Gambero e il suo segreto: il passato della portinaia: lo strano intreccio che appariva e scompariva nella loquacità della sora Virginia. Avrebbe voluto sapere, conoscere, apprezzare tutta questa femminilità fuggente, che spariva, che si nascondeva alla sua curiosità; e da questa sua minuta ricerca, da quest'analisi delle donne viste e delle donne immaginate, una domanda, sino allora latente, sorgeva, una figura si sovrapponeva a tutte, le assorbiva e si rizzava, alta, flessuosa, nerovestita, placidamente rosea dietro il velo nero, andante lontano, con gli occhi raccolti e il passo misurato: la moglie di Sua Eccellenza. Dove poteva andare a quell'ora, dove andava la moglie di Sua Eccellenza?
Ma fuori, nella strada, il grosso largo duca di Bonito, il popolare deputato napoletano, dalla facciona tagliata da un colpo di sciabola, passò, con quel movimento di rullìo sulle gambe che lo faceva rassomigliare, camminando, a una nave pesante mercantile, una di quelle navi nere e piatte che approdano nei piccoli porti di Torregreco e del Granatello a Portici, a portarvi carbone e a caricare maccheroni: accanto a lui, il fido amico, il deputato Pietraroia, dal quieto viso e dal carattere violento, dalla voce moderata e dalle frasi appassionate, che taceva per mesi e mesi alla Camera, e poi, un giorno, scoppiava con una forza meridionale, meravigliando tutti.
L'onorevole Sangiorgio li seguì con l'occhio, un minuto; tornavano da colazione, si fermarono sul marciapiede, con la terza figura della Trinità napoletana, l'onorevole Piccirillo, dalla bionda barba fluente, dagli occhietti azzurri, il domatore degli irruenti quartieri popolari napoletani. E sul marciapiede, un dialogo vivace cominciò: l'onorevole Piccirillo narrava un fatto grave, senza dubbio, gesticolando, agitando la mano storpiata in duello con l'onorevole Dalma, afferrando il bottone dell'amplissimo soprabito del duca di Bonito che sogghignava e sghignazzava, incredulo, ironico, con la freddezza dell'uomo che ha vissuto, mentre l'onorevole Pietraroia, tranquillo, ascoltava, arricciandosi delicatamente un baffo. E dirimpetto all'onorevole Sangiorgio, nascosto dietro un tavolino, con le gambette raccolte e il viso di bambino vecchiotto, l'onorevole Scalzi, il deputato operaio, il solo che vi fosse al Parlamento e che Milano aveva mandato, faceva colazione, modicamente, con una tazza di caffè e un panino.
Francesco Sangiorgio, messo di nuovo a contatto con quel suo mondo, ripreso da un più serio bisogno di osservazione, si sentì a un tratto rinvigorito, come strappato a quel vaneggiamento d'indolenza, che lo turbava dalla mattina. Tutte quelle donne che aveva viste, con cui aveva parlato, gli avevano messo nelle fibre una debolezza, gli avevano immeschinito l'animo sino al pettegolezzo, e scomposta la fantasia in sogni ridicoli e inutili.
Una natural reazione gli restituiva l'equilibrio, e col buon senso egli acquistava una lucidezza di ragionamento, un'acutezza di logica che penetrava e intendeva quanto gli era rimasto oscuro la mattina. Egli intendeva che fosse questo accumulamento di case mobiliate, di quartini mobiliati, di stanze mobiliate, che sorgono, s'infittiscono in tutta Roma, e formano in essa una vegetazione larga e potente che quasi la soffoca; e tutto questo rimescolìo bizzarro di donne borghesi, di sarte, di portinaie, di serve, di bottegaie, che dall'affittar camere traggono il più facile e più sicuro guadagno; e fra colui che cerca casa e tutte queste donne, un contatto necessario, le comunicazioni interne delle porte chiuse e aperte, in cui si conviveva, un vedersi al mattino, alla sera, nelle ore pericolose della giornata, una dominazione femminile che comincia dalla casa, si estende alla biancheria, poi ai vestiti, poi ai libri, poi alle lettere dell'inquilino, e arriva sicuramente, per vie oblique, sino alla persona. Egli sentiva quanto vi era di drammatico, di comico, di appassionato e di corrotto, in tutto quel sistema di ingressi liberi, di quartini a due porte, di portoni a due sbocchi, di chiavi inglesi a due ingegni, in tutto quello sdoppiamento, in quella fantasmagoria di usci chiusi, di serrature che stridono, di campanelli che non squillano, di scarpette femminili che non scricchiolano, di veli femminili molto fitti e di mantelli di pelliccia ermeticamente chiusi: e il grande equivoco della vita romana, così corretta e immobile nella apparenza, così inquieta, fervida, calda nella sostanza, gli si rivelava in una delle sue parti.
E nel suo vago, istintivo terrore del femminile preponderante e prepotente, nel suo bisogno selvaggio di solitudine e di forza, egli prese la casa in Via Angelo Custode, dove non vi erano donne.
V.
Ancora una passeggiata dall'angolo di Piazza Sciarra sino a Piazza San Carlo, sempre lungo il Corso, un Corso di giorno festivo, con tutte le botteghe chiuse e in quell'ora del pomeriggio invernale, fra le due e mezzo e le tre, un'ora vuota. A Piazza Colonna, il pasticciere Ronzi e Singer era aperto, ma senza un'anima, con le vetrine dove restavano poche bomboniere e sul grande banco marmoreo i piattelli di cristallo vuoti di pasticcini; chiuso il chiosco dei giornali accanto alla fontana. Da Montecitorio, un grande angolo di sole pallido sulla facciata del palazzo Chigi; qualche rara carrozza da nolo sbucava da Via Bergamaschi, rasentava la bruna colonna Antonina, e andava lentamente a infilarsi nel vicolo del Cacciabove. Dai vetri chiusi si vedeva il Caffè del Parlamento, basso, azzurrognolo, simile ad una cripta dalle ombre fitte: dentro, nessuno.
Innanzi al liquorista Morteo, due giornalisti, due giovinotti, chiacchieravano con le mani nelle tasche del _paletot_, sbadigliando, con la cera di due esseri mortalmente annoiati, un altro gruppo di quattro o cinque giovinotti, dietro i larghi cristalli del Caffè Aragno, prendendo dei _vermouth_, e leggendo un fascicoletto di carta rosa, un giornalettino letterario; e poi, tutta una lunghezza di Corso sino a San Carlo, con qualche raro passante, con qualche signora che sbucava da un portone, e montava subito nella carrozza chiusa, che partiva come una freccia. Un dolce scirocco invernale temperava e appesantiva l'aria; e in quel venerdì, in quel giorno di Natale, in quell'ora pomeridiana, pareva a un tratto sospesa la vita di Roma. Tutto quel quartiere centrale della città, quel tratto di Corso sempre così fervido di movimento, con le sue quattro piazze, Sciarra, Montecitorio, Colonna, S. Carlo, con i suoi caffè sempre chiassosi, con le sue botteghe eleganti, coi suoi marciapiedi affollati, sembrava, in quel lieto giorno di festa, in quella temperatura mite, come colto da improvvisa profonda atonia. Al contatto di quel breve mondo attivo, quasi febbrile, ogni giorno Francesco Sangiorgio provava lo stesso fenomeno di eccitamento, per quanto rimanesse estraneo a quell'attività. Ora, quella vuotaggine, quel sonno, quel silenzio del giorno di Natale, che altrove, in provincia, nei più piccoli villaggi si suol celebrare con grida di gioia e sparo di mortaretti, lo avevano colpito di meraviglia, come molte e molte cose di questa Roma, sempre così nuova, così impensata. Passeggiava da un'ora, su e giù, dopo colazione, dopo aver letto i tre o quattro giornali che erano usciti la mattina, e che contenevano delle tirate sentimentali natalizie; non incontrava alcuno, non già una faccia amica, perchè non aveva amici, ma neppure le faccie che per solito incontrava. Tutti quelli che avevan potuto partire per festeggiare il Natale nei loro paesi, con le loro famiglie, deputati, senatori, studenti, impiegati in permesso e ufficiali in licenza, erano scappati via, e quelli che erano restati, indifferenti, si chiudevano borghesemente o aristocraticamente in casa, poichè il romano non chiede e non aspetta ventura. Francesco Sangiorgio aveva presentito che si sarebbe trovato molto solo, molto abbandonato, smarrito in mezzo a una folla festante e spensierata: invece, Roma gli aveva preparata la sorpresa di un gran silenzio solenne di città morta.
Mentre tornava indietro per la quarta volta, pentendosi amaramente di non essere andato in quella povera umile e buona Basilicata a far Natale coi suoi vecchi zii, innanzi al ruvido ceppo che arde nell'ampio focolare; mentre s'irritava contro quel fascino singolare della città che se lo teneva stretto, nelle vacanze, quando tutti fuggivano, vide spuntare da Via Convertite al Corso un drappello di quaranta o cinquanta persone che procedevano quasi in processione, con a capo una bandiera tricolore.
Avanti, quattro o cinque signori, in soprabito e cappello basso, andavano tutti seri, quasi misurando il passo; il portabandiera aveva sul soprabito una tracolla di pelle, con un anello di metallo sulla pancia per reggere la bandiera, mentre una tuba lucida gli si abbassava fieramente sull'orecchio. Poi una ventina di uomini vecchi, in cappello di feltro molle, con certi soprabitoni grevi e pelosi, di antica data: chi aveva tre, chi quattro medaglie, varî andavano curvi, uno, zoppo, si trascinava a stento reggendosi sopra un bastone. Era un manipolo di reduci dalle battaglie 1848-49; qualche giovanotto, molto meno che trentenne, vi era frammischiato. In coda, le facce equivoche, brune, lucide, dai mustacchi a spazzola, di due guardie travestite, in giacchetta, cappello basso sull'orecchio, passo militare e bastoncino di giunco sotto l'ascella. I giovanotti del Caffè Aragno nemmanco si voltarono, abituati a vederne passar tante di queste processioni, indifferenti oramai: sui marciapiedi qualche persona si fermava distratta: i due giornalisti discussero un momento, davanti a Morteo, poi l'uno si decise, e si staccò dall'altro, si strinse nelle spalle e si unì alla dimostrazione, col contegno dell'uomo disoccupato. Francesco Sangiorgio non si mise in fila, ma costeggiò la dimostrazione, tenendosi sul marciapiedi, studiando il passo. Ogni tanto, lungo la strada, agli Orfanelli, ai Pastini, qualcuno si univa. In Piazza della Rotonda, dinanzi al Pantheon, ove il gran re dorme, la bandiera s'inchinò, i vecchi reduci si cavarono il cappello.