Part 21
Quanto ella aveva da dire, ella ridotta a un continuo silenzio, dalle preoccupazioni politiche, dall'età, dal natural carattere ironico di don Silvio! Quanto ella aveva da dire, ella a cui la posizione di suo marito proibiva di legarsi in amicizia con nessuna donna del suo mondo! Ed ecco, ella aveva trovato un confidente, il migliore dei confidenti, sempre felice di ascoltarla, sempre pronto a darle ragione, sempre disposto a compatirla, sempre disposto ad ammirarla, sentendo nelle sue parole il suono e il motto, il senso aperto e la intenzione, quello che essa diceva e quello che essa pensava; egli era l'interprete migliore, quello che le donne cercano, l'uomo che tutto vuol sapere, la cui curiosità è insaziabile, che intende tutto, che è indulgente per tutti i piccoli torti, che trasforma e glorifica le più piccole virtù, che fa di una parola una poesia, di una frase una emozione e di una bontà un eroismo, — l'uomo che ama.
Seduta accanto a lui, nella pace di quel salotto profumato di fiori, fra i molli colori e le pieghe ricche, profonde, persuaditrici d'intimità delle stoffe, fra quella bizzarra intonazione di oggetti esotici, perduti gli occhi in un punto luminoso, d'oro, di un tessuto, ella gli parlava di sè, del suo cuore, delle ineffabili tristezze che niuno doveva sapere, che _lui_ sapeva, delle piccole gioie spirituali, i brevi godimenti che si narrano solo a sè stessi o alla più intima persona.
La delusione di Angelica, dopo il matrimonio, non era stata improvvisa, ma graduale, continua, discendendo ogni giorno di più, per una via di piccole amarezze, sino alla indifferenza e alla solitudine; le oneste speranze di felicità coniugale, i bei sogni puri di amore lungo e tranquillo, la fiducia di un'anima leale, si erano frantumati, sgretolati, miseramente, contro la grande, ardente, egoistica passione di don Silvio: la politica. Non era la catastrofe di un minuto solo, la immensa catastrofe che atterra, ma da cui si solleva, per forza naturale, l'anima forte: era lo stillicidio quotidiano che scava, che scava, che fa solco, che consuma finanche la durezza e la freddezza della pietra.
Molto aveva da narrare donn'Angelica, per fare la storia della sua vedovanza spirituale: e la lagnanza, infinita, variava musicalmente su tutti i toni della malinconia.
Non accusava apertamente, ella, no: non una parola di violenza, d'ingiuria, le usciva dalle labbra: ma tutto quello che diceva era una recriminazione dolente e semplice, era la storia di una oppressione crescente e schiacciante, raccontata con una grande delicatezza di parole, ma con un senso interminabile di mestizia.
Egli ascoltava, Sangiorgio: e vedendola immersa in quella storia, così presa da quella che era stata la lenta sciagura del cuore, non aveva il coraggio d'interromperla mai, non osava neppure dirle quanto l'avrebbe adorata, se il destino gli avesse concesso il supremo bene di averla per moglie.
Avidamente, egli raccoglieva, da quelle labbra adorate, i dettagli, minutissimi, di quelle piccole angosce quotidiane, fremendo a ognuna di esse, sentendo quello che essa aveva sentito: egli s'impregnava di quella storia, che quasi quasi diventava la sua, dove sempre più si perdeva la sua individualità: quando ella, eccitata dai propri racconti, vedendo il pallore e la emozione di colui che l'ascoltava, arrossiva e a stento frenava le lagrime, egli provava, per ripercussione, la stessa sensazione.
Più in là di lei, egli andava in un solo sentimento: donn'Angelica non odiava don Silvio, ella non sapeva odiare, ma era uscita per sempre dal suo cuore, ella non poteva amarlo, poichè egli non aveva saputo amarla, ella non poteva rispettarlo, poichè a troppe transazioni, a troppe viltà costringe la passione politica, — ma non l'odiava, no, gli era indifferente. E diceva questa piccola frase della indifferenza con tanto distacco freddo, con una così glaciale semplicità, che Sangiorgio ne rabbrividiva di paura, pensando che forse quella frase che uccide si potesse applicare a lui.
Ma egli andava più innanzi di Angelica, egli era uomo e odiava don Silvio, come tutti coloro che amano veramente. Egli lo odiava cordialmente, in tutte le forme, materiali e morali, come un nemico e come un uomo cattivo, come un rivale fortunato e come un essere spregevole, lo odiava al punto da desiderarlo vinto, avvilito, insultato, disonorato, morto. Egli gli aveva presa donn'Angelica: egli ne aveva inaridita l'anima, l'aveva resa delusa e incapace di nuove illusioni, infelice e diffidente della felicità, non l'aveva amata e le aveva tolta la facoltà di amare; egli, egli aveva ancora in suo potere Angelica. E Sangiorgio odiava don Silvio, questo marito, con la collera, la gelosia, il disprezzo e la ingiustizia dell'amante che ama veramente.
* * * * *
Ma non solo questo narrava donn'Angelica, in quelle visite a Piazza di Spagna: con quella ingenuità infantile delle donne che ignorano il peccato, con quella incosciente, ma pericolosa lealtà che rassomiglia tanto alla provocazione e alla civetteria, ella si abbandonava a quelle confidenze picciolette di sensazioni, di usi, di consuetudini, di gusti che formano la base della vita femminile.
Sangiorgio conosceva, ora, minutamente, tutta la giornata di donn'Angelica: a tutte le ore, chiudendo gli occhi, egli si poteva figurare quello che facesse, tante volte ella gli aveva narrato le occupazioni predilette.
Malgrado andasse tardi a letto, ella si alzava presto la mattina, per abitudine giovanile di settentrionale che mai aveva potuto smettere: niuno entrava in camera sua, neppure la cameriera. Angelica ci teneva che nessuno penetrasse nel suo nido dove ella aveva pensato, sognato, dormito, nella notte: non gli pareva a lui, Sangiorgio, che la stanza da letto fosse un sacrario, dove nessun profano dovesse penetrare? — Sì, gli pareva bene, ella faceva benissimo, — rispondeva lui, turbato assai, con un calore che gli mordeva lo stomaco. Donn'Angelica non si lasciava pettinare e vestire dalla cameriera che quando andava ai balli: ella odiava quelle mani servili affaccendate attorno al suo corpo; quel chiacchiericcio volgare, quel contatto delle dita coi suoi capelli, le urtavano i nervi, la disgustavano: per molto tempo, da giovanetta, dandole fastidio, nel pettinarsi, la lunghezza delle trecce, ella le aveva fatte tagliare, portando i capelli corti, la zazzerina riccia e bruna di un'adolescente.
Un giorno, mentre parlava di ciò, sottovoce, come in sogno, Sangiorgio la pregò umilmente di sciogliersi i capelli, non ne aveva mai vista la lunghezza: ella disse di no, semplicemente, non avrebbe mai avuto tempo di riacconciarseli, ci voleva un'ora. Egli la pregò di nuovo, invano: glielo promise per un altro giorno, quando avesse avuto più tempo da restare.
Dopo l'acconciatura, donn'Angelica passava un paio d'ore nel suo salottino, accanto alla sua stanza, leggendo, suonando, scrivendo, sempre sola.
Ella rispondeva alle sue amiche di lassù, alle persone che le dirigevano delle suppliche, alle raccomandazioni: ella scriveva rapidamente, sempre sulla carta bianca, senza emblemi, senza motto, senza cifra: tutto questo, che le altre donne prediligevano, le sembrava una chincaglieria, una volgarità.
Egli la pregò, un giorno, di scrivergli qualche cosa sopra una carta, un rigo solo; non aveva mai avuta una parola scritta da lei: ed ella lo avrebbe fatto, forse, ma Sangiorgio girò inutilmente pel quartierino, non trovò nè un calamaio, nè una penna, nè un foglio di carta, — in quella casa destinata all'amore, logicamente, mancavano le cose destinate allo studio, agli affari, a tutto quello che non è l'amore.
Ella osservò, sorridendo, che egli non scriveva mai dunque? No, non scriveva mai, amava soltanto: e Angelica, sempre sorridendo, gli fece cenno di tacere, non voleva udir parlare di questo, non sarebbe più tornata, se continuava.
E le adorabili, provocatrici confidenze continuavano: alle undici e mezzo don Silvio e donna Angelica si ritrovavano per la colazione.
Ella aveva sempre molta fame, la mattina; come tutte le persone sane e giovani ella avrebbe amato di stare con un essere giovane e allegro come lei, chiacchierando, ridendo, in quell'ora lieta del giorno: ma don Silvio era sempre livido, in quell'ora, di collera o di noia mattutina, non aveva mai fame, la febbre della politica gli rodeva il fegato e lo stomaco, e sempre leggeva giornali, lettere, scriveva a tavola, come nel suo salone di palazzo Braschi, come alla Camera, come dappertutto.
Oh, ella preferiva alla compagnia di quel magro, vecchio, ostinato divoratore di giornali, di lettere, di telegrammi, che lasciava raffreddare sul piatto la sua costoletta, che dimenticava di mangiare le frutta, nel primo accesso giornaliero del suo morbo, ella preferiva la solitudine, col sole che si allungava sulla tovaglia, col suono di un pianoforte poco lontano, col ronzìo di qualche moscone nel meriggio che si faceva caldo. E presa da un capriccio bizzarro di donna virtuosa, ella proponeva a Sangiorgio di andare, una mattina, presto, col sole, in campagna, in una di quelle piccole osterie, dalla terrazza coperta di un pergolato, dove la vite si arrampica, a far colazione insieme, come due scolari che hanno marinata la scuola.
«Ma perchè mi tormentate, perchè mi dite questo?» le chiedeva lui, con un dolcissimo rimprovero.
«Vi tormento io?...»
«Voi non ci verreste mai...»
«Ci verrò, ci verrò...» mormorava lei, vagamente, sorridendo ancora al suo sogno infantile.
Dopo colazione, alle due, donn'Angelica cominciava la sua vita di ministressa, di donna che si deve al pubblico, le corse pei magazzini, le compre: ella amava i vestiti semplici, il nero era il colore che preferiva. Anche lui, Sangiorgio, preferiva il nero, così l'aveva vista vestita la prima volta, alla stazione, il giorno in cui era arrivato a Roma.
Poi venivano: tutta la parte femminile della politica, le visite fatte e ricevute, le commissioni di patronato, le associazioni di carità, i concerti di beneficenza, i ricevimenti diplomatici, le inaugurazioni, le conferenze, le premiazioni, tutta questa roba noiosa, lunga, senza causa, esteriore, vernice lucidissima sopra il cartone, ossequio fatto a Sua Eccellenza, nulla per sè, nulla per lo spirito: ella odiava tutto questo; oh, come sarebbe stata felice di essere la moglie di un uomo tranquillo, intelligente, che la febbre della politica non divorasse, a cui il potere sembrasse una ignobile burletta, a cui l'esser ministro paresse quello che è, il passaggio da giudice a imputato, il banco dei colpevoli!
«Moglie vostra, Sangiorgio,» soggiunse.
«Oh Angelica!...» disse lui con un accento singolare.
Ma ella non intese nulla. Gli rivelava tutta la sua vita, gli diceva tutto. Sangiorgio la conosceva: ma ella non conosceva Sangiorgio.
* * * * *
E un mutamento avveniva in ambedue. Angelica si assuefaceva oramai a queste visite, essa veniva spesso, disinvolta, come se capitasse a un ritrovo di amiche: neppure un'ombra di emozione, neppure il minimo imbarazzo. Sangiorgio ne interrogava il viso, ogni volta: era sereno, senza che lo turbasse nè paura nè vergogna.
Veniva, si sedeva, come in una casa qualunque, non un palpito nella voce, non un tremito nella mano, nulla della donna che commette un'azione furtiva, nulla che indicasse l'inganno fatto. Oramai ella non trovava più difficoltà a venire, le pareva una cosa semplice, naturale; capitava sempre, fra due visite, usciva dalla Camera, andava dall'ambasciatrice di Russia, era venuta per un momento, un momento solo, prima di salire all'ambasciata; capitava fra due affari, uscendo dalla sua sarta che era in Piazza di Spagna, per andare da Janetti a comperare un oggetto e veniva a chiedere il consiglio di Sangiorgio sopra un vestito, sopra uno scrignetto del Rinascimento. Una volta, crudelmente, comparendo, gli disse:
«Son passata di qui, per caso; ho pensato che forse eravate in casa, sono salita...»
Un'altra volta egli era dietro ai vetri, guardando nella piazza, temendo di aprire per non farsi riconoscere, soffrendo del caldo: ella passava per la piazza, col suo bel passo ritmico, guardando le botteghe e i viandanti. Egli trabalzò, avrebbe voluto chiamarla, gridare, per farla venir su, ma non ne ebbe il coraggio, gli mancò la voce: ella se ne andava, se ne andava, senza voltarsi: a un certo punto, ella parve ricordarsi, si voltò, dette un'occhiata a quei balconi del primo piano, vide dietro i vetri quella faccia pallida e ardente, sorrise, tornò indietro, salì su, come quando si va da un'amica, che si è vista sul balcone, — crudelmente, crudelmente. Quei convegni con un uomo che l'amava, in una casa appartata, in un salotto dove nessuno poteva penetrare, non avevano per lei nessun sapore di colpa, di tradimento.
Erano un'abitudine. Gli stringeva la mano come se lo incontrasse in una passeggiata; si faceva riabottonare il guanto, come in una festa da ballo; lo guardava francamente, negli occhi, come quando egli era nel salotto dell'Apollinare; gli parlava di cose profonde o di cose frivole, egualmente, come capitava; gli dava da leggere le lettere che si trovava in tasca; lo consultava sugli affari di famiglia; si era familiarizzata, come da amico ad amico, senza parlar mai più dell'amore, senza pensarvi più, con una franchezza ingenua e feroce.
Non così Sangiorgio. Quella familiarità continua, quelle confidenze intime, quei colloqui solitari, in una stanzetta calda, con la bella signora del suo cuore, quella mano che ella gli lasciava baciare, quel braccio che si appoggiava così mollemente sul suo, quei capelli ondulanti sulla fronte che ella gli lasciava accarezzare; tutta questa umanità muliebre penetrava nel suo sangue e nei suoi nervi, rievocandone la forza e la gioventù.
Era un uomo, infine: e quando quel viso adorato si piegava sul suo, vicinissimo, per dirgli qualche cosa; quando sentiva l'odore di quei capelli salirgli al cervello; quando quel corpo sottile si arrovesciava sulla poltroncina sotto l'impeto di un singhiozzo, o per la scossa di una fresca risata; quando quella fronte bianca s'inchinava sotto il peso di una preoccupazione, — egli era lì lì per prendere Angelica nelle braccia, dolcemente, furiosamente, ma tenacemente.
Troppo la divina immagine era diventata buona, familiare, amichevole, perchè egli non sentisse la donna in lei, con tutte le sue attrazioni, con tutte le sue seduzioni; troppo vivevano insieme, soli, sicuri, perchè egli restasse sempre il cristiano che adora passivamente; troppo era vero e grande l'amore suo, perchè non mirasse, finalmente, ad avere, tutta sua, quella donna.
Invano egli voleva scacciare quella tentazione, richiamandosi all'anima i primi dolci tempi purissimi, quando l'amore fluttuava nei campi dell'idea e del sentimento: che anzi, troppo grande essendo stata la dedizione, ecco, adesso era impossibile levarsi Angelica dal sangue e dai nervi.
Invano, invano: l'assorbimento dell'anima, assoluto, buddistico, di cinque mesi, aveva portato con sè anche l'assorbimento di un solo desiderio; il temperamento robusto, sobrio, semplice, invano usciva da quella contemplazione spirituale, non sapendo volere altro. Ed erano lotte quotidiane per non far leggere la verità ad Angelica negli occhi desiosi, per non farle intendere il tremito delle labbra desiose, per impedire alle braccia desiose di stringerla in un abbracciamento. Era uomo, infine: e combatteva con la disperazione interna tanto della vittoria quanto della sconfitta. La dolce donna gli sorrideva, accostava il suo viso a quello di lui, gli parlava sottovoce, inconscia, crudele e innocente: egli soffocava, chiudeva gli occhi, come se si sentisse perduto. Aveva promesso, aveva promesso: ma ella, perchè non intendeva? Ma non era donna dunque? Ma perchè giocare con quel cimento? Aveva promesso: ma era un uomo, non poteva durare a quella lotta. Come non capiva Angelica? Non avrebbe mai capito? Fino a quando sarebbe durata quella croce? Ecco, il tormento era superiore alle sue forze, tenerla accanto, bella, giovine, amata, nel silenzio, nella solitudine, — non poteva no, mancare alla sua promessa, ma glielo avrebbe detto, gli risparmiasse questo calice, lo abbandonasse, non venisse più...
Era un giorno di giugno, quand'ella, parlando di un'acconciatura di capelli, si ricordò di avergli promesso di fargli vedere disciolti i suoi.
«No, no,» mormorò lui.
«E perchè?» chiese ella, ingenuamente.
«Mi farebbe male.»
«Male?»
Nulla egli rispose: ella ridendo si tolse il cappello, cavò via tre forcinelle bionde, il pettine di bionda tartaruga e scosse i bruni capelli per le spalle, ridendo ancora, come una bimba che fa un giuoco.
«Come son belli, come son belli!» diceva egli con voce semispenta, pigliandone ogni tanto una ciocca, e baciandola.
«Si può entrare in camera vostra, per acconciarsi?» diss'ella, balzando in piedi, tutta rosea e fresca sotto quel manto.
Non era mai entrata lì dentro, non ne aveva mostrata la curiosità: ma ora non aveva neppure aspettata la risposta, era già entrata, familiare, confidente, senza sospetto. Pure era rimasta colpita innanzi a quell'azzurro listato di argento, così serio e così amoroso nel medesimo tempo. Si passava fra i capelli il pettine biondo, macchinalmente, senza guardarsi nello specchio _Pompadour_, come se pensasse a tante cose mai pensate. Accanto a lei, Sangiorgio non parlava. Poi, ella chinò un minuto gli occhi sulla coltre di velluto azzurro, vide la lettera maiuscola che vi era ricamata, vide quell'audacia e diede un leggiero grido di angoscia: guardò negli occhi di Sangiorgio e la verità le fu palese. Muta, raccolse i capelli sulla nuca, uscì di camera, rimise il cappello, prese i guanti, uscì senza volgersi indietro.
VII.
Sotto il portone di Montecitorio, Francesco Sangiorgio s'indugiava, mentre dietro a lui gli uscieri avevano man mano spento il gas della biblioteca, delle sale di lettura e di scrittura, degli uffici: egli guardava il cielo stellato estivo e la piazza, non sapendo decidersi a ritornare in casa. Un'alta figura magra, venendo dagli Orfanelli, gli si accostò, traendosi di bocca il sigaro, piegando un po' le spalle:
«Buona sera, Sangiorgio,» gli disse. «Siete libero?»
«Buona sera, don Silvio. Libero.».
«Ho da dirvi qualche cosa.»
«Andiamo al ministero, allora?»
«No, no, non al ministero.»
«... A casa vostra?»
«Neppure. Preferisco venir da voi, Sangiorgio,» ribattè il ministro, brevemente, rialzando il capo.
«A piacer vostro,» rispose Sangiorgio, con lo stesso tono di voce, avendo inteso tutto. «Andiamo.»
Si avviarono per Piazza Colonna, taciturni, fumando i loro sigari, guardando le loro ombre che si disegnavano in terra, in quella notte lunare. All'angolo di Via Cacciobove, Sangiorgio volle voltare.
«Di qua?» domandò don Silvio, con un dubbio.
«Già.»
«Non abitate voi, Sangiorgio, in Piazza di Spagna, numero 62?»
«Avete ragione, don Silvio,» soggiunse ancora Sangiorgio, con freddezza.
Camminarono pel Corso, sempre senza parlarsi, incontrando quelli che uscivano dai teatri estivi, il Quirino, il Corea, l'Alhambra, e che malgrado la notte, riconoscendo l'alta statura del vecchio ministro, se lo indicavano, sottovoce, voltandosi ancora a guardarlo, pigliando Sangiorgio per un segretario, per un impiegato. Andavano lenti lenti. A Via Condotti non incontrarono più nessuno: nessuno a Piazza di Spagna. Il portoncino numero 62 era chiuso, ma Sangiorgio aveva la chiave, sebbene non ci fosse mai venuto di notte: per le scale oscure egli accese un fiammifero, don Silvio veniva di dietro, sempre fumando. Nell'anticamera l'antica lampada a olio, perpetua, gettava delle ombre tragiche sul nero cofano di nozze, di legno scolpito, sulle sedie dalla spalliera alta; nel salotto dove mai lume era stato acceso, Sangiorgio si trovò imbarazzato, girava col fiammifero in mano, non sapendo come far la luce; alla fine trovò un sottile candeliere di bronzo, pompeiano, in cui tre candele rosee erano infitte, e le accese. Si sedette, dirimpetto a don Silvio, già seduto; costui aveva buttato il sigaro sul pianerottolo, lasciato il cappello in anticamera e teneva il capo abbassato sul petto: di nuovo, la lente pendeva sul soprabito, don Silvio era in uno dei suoi momenti di raccoglimento.
«Io aspetto, don Silvio,» disse Sangiorgio, frenando a stento l'impazienza della sua voce.
«Pensavo, Sangiorgio,» cominciò quietamente il ministro, «quanto il desiderio di ammazzarmi debba essere violento in voi.»
«Molto violento.»
«Da oggi, poi, deve essere irresistibile.»
«Irresistibile.»
«Avete torto, Sangiorgio,» soggiunse don Silvio, con molta dolcezza. «Perchè mi uccidereste? Sono vecchio, vecchio assai: quello che voi non farete, farà naturalmente la morte.»
«Don Silvio!...» gridò l'altro, colpito improvvisamente.
«È così: ho settantadue anni, ma ho vissuto la vita di tre uomini. Sono stanco e rifinito, dentro, come nessuno s'immagina. Cadrò, quandochessia, di un colpo solo. Mi potreste esser figlio, Sangiorgio: non vorreste uccidere vostro padre, voi, per raccoglierne l'eredità.»
«Don Silvio, don Silvio, non dite!...»
«Lasciatemi dire. Per questo non ci batteremo insieme, quantunque in me fosse forte il diritto di farlo e in voi grande il desiderio. Eppoi, saremmo ridicoli: io, così presso alla tomba, pretendendo aver risentimenti e passioni da giovanotto: voi così giovane, non avendo la pazienza di aspettare. Ridicoli, mai. Capisco la tragedia, in simili cose, quando vi è l'amore e la gioventù: non capisco la farsa. Meglio il disonore che la burletta, Sangiorgio.»
«È vero, è vero.»
«Eppoi... vi è Angelica...» soggiunse il vecchio marito pronunziando quel nome con una infinita soavità.
Fu un silenzio prolungato, in quel piccoletto tempio dove la dea, assente, regnava sempre, invisibile.
«Angelica è buona, non deve soffrire. Quando oggi ella si è buttata nelle mie braccia, tremante di paura, scongiurandomi di salvarla — e non tremate voi di gelosia, Sangiorgio, ella è una figliuola per me, — io che sapeva tutto il suo segreto, l'ho lasciata dire, poichè quel pianto, quei singhiozzi, quella disperazione erano lo scoppio della sua rettitudine, erano lo spettacolo di una coscienza che si ribellava contro il male.»
«Voi sapevate il suo segreto, tutto?»
«Sì, dal primo giorno. Ella non rammentava bene se fosse venuta qui, la prima volta, il due o il tre maggio, ma io sapevo bene che era venuta una domenica, due maggio; ella mi ha confessato di esser venuta qui una quindicina di volte, ma io sapevo meglio di lei che erano diciotto le volte che ci era venuta: sono ministro dell'interno. Ma non le ho fatto rimproveri, come non ne faccio a voi. Voi avete ragione di amarvi.»
Sangiorgio alzò il capo umiliato per guardare negli occhi il vecchio marito malinconico.
«Naturalmente,» riprese costui. «Angelica è bella, è giovane, è intelligente, avrebbe bisogno di una persona giovane, come lei, tutta a lei dedicata, che la sapesse apprezzare in tutte le sue belle e buone qualità, che vivesse con lei la vita in comune, la vita dello spirito e del cuore: invece ha un vecchio inaridito, scettico, distrutto, che ha una vecchia e ardente passione da alimentare, l'ambizione, la passione esigente, concentrata, rabbiosa di quelli che hanno passato i quarant'anni.
«È naturale che Angelica preferisca voi a me: voi stesso, che volete e sapete ancora amare, che non avete ambizione, che non conoscete ancora questa febbre dell'anima che mai non si cheta, che avete il cuore pieno di fiducia e la fantasia piena di entusiasmo, voi preferite a tutto questa dolcissima ebbrezza dell'amore. Chi vi darà mai torto? Siete voi i più saggi, noi siamo i pazzi, noi meritiamo di essere burlati e ingannati, noi combattiamo per una illusione volgare, voi per una divina realtà! Io non posso rimproverarvi.»
Sangiorgio ascoltava, con la faccia fra le mani, senza rispondere.