Part 20
* * * * *
Era nel primo mattino odoroso di maggio, nel chiarore allegro, fra lo scampanio festoso che veniva da Trinità dei Monti. Egli era entrato nel suo tempio, carico di rose, ma col viso pallido ed emaciato: e quella freschezza umida dei fiori, quel loro colorito di salute e di bellezza, urtava con colui che li portava, triste e infermiccio come una serata di ottobre carica di miasmi. Egli metteva al posto le rose, con quell'aria quasi infantile di dolore che fa tanta pietà, per quanto più è ingenua e silenziosa. Quando un lieve tocco del campanello gli sconvolse i nervi, lo fece arrossire, gli mandò le lagrime agli occhi: caddero le rose sul tappeto.
«Sono io, io,» disse, a voce bassa, donn'Angelica, entrando.
Ella non si guardò neppure intorno, entrò subito nel salotto, si buttò sopra una poltrona, mormorando ancora:
«Sono io, sono io.»
Egli restava ritto innanzi a lei, contemplandola con gli occhi inumiditi dalle lagrime, nulla osando dire, non avendo neanche il coraggio di ringraziarla.
La dolce donna aveva tenuta la sua promessa, ella non poteva mentire: col maggio odoroso, col mese delle rose, delle preghiere a Maria Vergine, ella era venuta, la divina. Non lei era dunque la Madonna a cui si offrono le rose? Senza dire niente, egli, preso da un moto improvviso, andò raccogliendo per casa tutte le rose, sparse per terra, già semiaperte nei vasi, e con un gesto gentile e delicato, senz'altro soggiungere, gliele andava gettando in grembo, tanto che la stoffa di un bigio chiaro del vestito ne rimase coperta.
«Ho tardato, ho tardato assai,» mormorò ella, chinando il capo a quella pioggia di fiori, «ma non ho potuto...»
E fece un gesto vago, di donna oppressa. Egli la pregò di cessare, con lo sguardo e col cenno della mano: non lei aveva bisogno di giustificazione innanzi a lui. Ed era così profonda la consolazione della sua presenza in quella casa, così completa la felicità del suo cuore, che nulla voleva la turbasse, nulla di amaro, nulla che sonasse rimprovero. La dolce donna, vestita di un tenerissimo color bigio, con una lieve piuma bianca sul cappello, con una velettina bianca sugli occhi che ne aumentava la giovanilità della fisonomia, posava compostamente, con le ginocchia coperte di rose, con una mano inguantata di grigio, abbandonata in grembo, perduta fra le rose; l'altra manina inguantata pendeva fuori del bracciuolo con le dita chiuse, come se avessero lasciate sfuggire qualche cosa. Egli sedette là accanto, sollevò lievemente quella manina inerte, la portò alle labbra, la baciò, con un soffio; parve che non se ne accorgesse.
«È bello, qui,» disse lei, placidamente, come se si trovasse in visita da un'amica, «è molto bello.»
«Mi sembrò udirvi dire che amavate Piazza di Spagna,» disse lui.
«È la strada che più amo, avete fatto bene a venir qui. Io non ho potuto, mai: non ho trovato. Quella vecchia Roma, dove io abito, è così triste, così triste! Per questo esco sempre: ogni volta che io esco, per quanta fretta abbia, passo sempre per Piazza di Spagna.»
«Venite a star qui, in questa stanza,» disse lui, sorridendo, come se scherzasse.
«Vorrei, se potessi,» rispose ella, con molta semplicità. «Ma non posso: debbo restare laggiù, nell'ombra. Che sole che ci è qui! Sulla soglia delle porticine si vendono dei fiori: anche qui, entrando, ne ho visti. Pare che trabocchino dalle case. Mi pare che in questa piazza sieno tutte case di felici: tanto sole, tanta primavera, tanta bellezza! Non siete felice voi, amico?»
«Sì,» disse lui, profondamente.
«Iddio vi assista,» diss'ella a voce bassa, congiungendo le mani, come se pregasse.
Acuto l'odore delle rose di maggio. Ella ne odorò una a lungo.
«E in fondo alla piazza, per contrasto a tanta chiarezza, ai bei palazzi bianchi, alle ricche botteghe d'oggetti d'arte, quanto è mai strano quel grande palazzo bigio, severissimo, su cui stanno scritte le parole: _Propaganda Fide! — Propaganda Fide!_ non vi sembra che queste due parole abbiano qualche cosa di vasto e di misterioso, che si allarghino repentinamente per tutto il mondo? Io spero che voi siate credente, amico.»
«Se voi credete, io credo, Angelica.»
«È così volgare essere atei! La religione è bella, è buona, vale molto più di molte cose che il mondo apprezza. Siete mai stato in qualche chiesa di Roma?»
«Ho visto le basiliche per curiosità di arte.»
«Sì, sì, sono grandi chiese vuote, non servono a nulla. Bisogna vedere le piccole chiese di Roma, quelle che servono per pregare. Ve n'è una quassù, la Trinità, dove cantano le monachelle, ogni domenica, dietro la grata: che soavità di canto! Non le vedete, vi sembrano anime esalanti il loro amore e il loro dolore. Ci andremo una volta insieme, dite, nevvero?»
«Se voi volete, io ci verrò.»
«Io vorrei che pensaste quello che penso, amico mio: vorrei che sentiste quello che sento. Non indovinate, forse?»
«Vi voglio tanto bene, indovinerò,» disse lui, con quella soffocazione di voce che gli veniva quando le parlava del suo amore.
«Non dite questo,» ella mormorò arrossendo come una fanciulla, «avevate promesso di non dirmelo.»
«È che, talvolta, ciò è più forte di me. Lasciatemelo dire, qualche volta, Angelica: siate dolce, voi che siete la dolcezza. Io vi voglio tanto bene, tanto bene, che me ne muoio. Sono solo, non amo altri, non debbo amare altri, voglio bene a voi, Angelica.»
E vedendolo diventare rosso di passione, ella non gli disse più nulla, ma leggermente, come l'ala di un uccello, come una foglia d'albero, agitata dalla brezza, gli agitò la manina sul volto. Egli tacque, come un fanciullo vergognoso, un po' sorridente, un po' imbronciato, sentendosi rinfrescare il viso da quel soffio. Ella sorrise, con una certa malizia ingenua, prima di fargli questa domanda:
«È vero che avete amato donna Elena Fiammanti?»
«No, mai.»
«Allora ella ha amato voi?»
«No, neppure.»
«Voi non mentite mai, mi pare?»
«Mai.»
«Eppure ella deve avervi amato, credo. Sembra una donna leggera, volubile, ma deve avere il cuore molto buono, molto affettuoso. Io non la vedo quasi mai, ella preferisce la compagnia degli uomini a quella delle donne. Proprio mai le avete voluto bene?»
«Io non ho voluto bene a nessun'altra donna che a voi, Angelica.»
«Non parliamo d'amore, amico. Me lo avete promesso. Se io ne parlo, non mi rispondete: lasciatemi dire, non m'interrompete. Io ho bisogno di pensare ad alla voce, accanto a una persona che m'intenda, che abbia per me dell'affetto, che mi compatisca. La pietà, anzitutto: voi sarete pietoso per me, nevvero, amico?»
«Angelica, Angelica, non dite questo...»
«Perchè, vedete, io sono come una bimba, talvolta, io dimentico la mia parte di donna grave, di persona seria. Io ridivento una creatura timida e paurosa, superstiziosa, sognatrice, piena di stravaganze puerili, di capricci inevitabili. Io sono serena, pel mondo, questo è il mio dovere, questo è il mio obbligo: ma nell'ora bizzarra, nell'ora della tristezza indefinibile, delle gioie impensate, che niuno sa spiegare, io ho bisogno che qualcuno abbia pietà di me. Avrete voi pietà di me, amico?»
E quasi a pregarlo, giunse le mani, gli rivolse gli occhi supplicanti: egli si chinò, un minuto, sulla fronte dolce e bianca, la baciò così lievemente, che parve un soffio, ma con tanta amorosa pietà, con tanta innocenza di amore, che ella, commossa, si mise a piangere silenziosamente.
«Non piangete, Angelica,» diss'egli, dopo un poco, con una voce tramutata, «non piangete.»
«Lasciatemi piangere, lasciatemi: mi fa piacere, è uno sfogo: a casa non posso piangere mai. Ora.... ora non piangerò più, vedrete, mi passerà.»
Egli non insistette, parendogli di togliere un conforto alla povera donna: ma le lagrime che le correvano per le guance gli procuravano un grande spasimo, erano per lui un dolore acuto e un'acuta seduzione, lo vincevano con la irresistibile voluttà dell'angoscia. Mentre ella parlava, placida, sorridente, come se fosse nel proprio salotto o in visita nel salotto di un'amica e non chiusa con un amante in una casa recondita, dove nessuno sarebbe mai venuto a disturbarli, egli poteva dominare il suo temperamento d'uomo, sino al punto di non chiederle nulla, sino al punto di non parlarle di amore: ma quando ella, dopo aver parlato del suo cuore ferito insanabilmente, dei suoi sogni perduti, della sua giovinezza morta per sempre, piangeva, piangeva su questa tomba, quando egli la sentiva singhiozzare lievemente, immota, come una bambina che soffra, allora egli non poteva resistere alla tentazione di prendersela nelle sue braccia, di tenersela stretta a sè, per sempre, sino alla ultima ora.
Sangiorgio chinava il capo per non veder più quel viso solcato di pianto, quel petto che si gonfiava e alenava, come quello di un uccellino: ma stanca, ella si acchetò, lentamente, conservando ancora la malinconia di chi ha pianto, il profumo delle lagrime. Guardava il merletto del suo fazzoletto molle di lagrime e taceva.
«Perdono, amico,» disse, dopo, come se allora soltanto si ricordasse che egli era là.
«Non lo dite... non sono io il vostro amico?»
«Ohimè, sono una triste amica, io,» soggiunse ella con un sorriso mesto: «non vi allieterò certamente la vita. Val meglio perdermi che guadagnarmi, ve lo assicuro.»
«Io vi amo così, io vi amo come siete, io vi amo per questo,» soggiunse lui, con una certa violenza. Ella tacque un momento, guardando la striscia di sole meridiano che attraversava la tendina di merletto di un giallo antico e si distendeva sul tappeto, sino al mucchio di cuscini di seta rossa che aspettavano una bella donna stanca. E un pensiero le venne, ella si alzò di scatto:
«Vado via,» disse.
«No, no,» egli mormorò, smarrito, come se non si attendesse mai a quello schianto.
«Debbo andare,» rispose ella, seria.
«Perchè?» chiese egli, infantilmente.
«Per questo,» ed era ritornata al sorriso, per la ingenuità della domanda.
«Restate ancora, siete giunta adesso.»
«È un'ora, è già tardi, debbo andare.»
«Un altro poco, un altro pochino,» insisteva lui, nella puerilità del suo amore.
«Non posso, ve lo assicuro, sono restata già troppo.»
«Che vi fa un altro pochino?»
«Nulla mi fa, ma a che serve? Un minuto di più, cinque minuti di più, che vi fanno?»
«Non mi tormentate, Angelica, siate buona, concedetemi altri cinque minuti.»
«Rimarrò, ma esigete troppo,» diss'ella, crollando il capo, come una mamma che concede, sforzata, una chicca al fanciulletto che strepita.
E stettero fermi, presso la porta del salotto, una innanzi all'altro, ella come annoiata e impaziente di andar via, egli come imbarazzato e pentito di averla trattenuta. A un tratto un pensiero cattivo contrasse il viso di Sangiorgio:
«È vero che non volete tornar più?»
«Tornerò, tornerò,» mormorò ella, facendo per uscire, parendole che già fossero passati quegli eterni cinque minuti.
«Oh, non lo dite, voi non tornerete, non volete tornar più,» riprese lui, tutto agitato, incapace di resistere a questa idea; «perchè ingannarmi? Ora ve ne andate, ma non ritornerete più, lo so, qualcuno me lo ha detto, dentro di me.»
«Ritornerò, ritornerò,» continuava a dire ella, con la sua voce dolce e ferma che aveva il potere di calmarlo. E per dargli la tranquillità, lo tenne per un momento sotto la freschezza del suo sorriso, sotto la serenità del suo sguardo.
Egli si placava, mansuefatto.
«Promettetelo, allora, che ritornerete: potete promettermelo?»
«Ve lo prometto.»
«Per la cosa o per la persona che più vi interessano nel mondo?»
«Per la cosa o per la persona che più mi interessano nel mondo, ve lo prometto.»
«Quando tornerete?»
«Questo non posso dirvelo: non posso venir sempre: quando potrò, verrò.»
«Sta a voi, Angelica, di tornar presto. Ma non potreste dirmi, così, un giorno, un'ora?»
«A che serve? Vi duole l'aspettarmi? Non siete qui in casa vostra?»
«Sì, sì: ma ditemi almeno un giorno...»
«Non vi piace l'aspettarmi forse? Avvi alcuna cosa che vi piace di più?»
«Nessuna, Angelica, nessuna.»
«Ebbene?»
«Ebbene, se sapeste, per chi ha la dolcezza di aspettarvi, Angelica, quale amarezza è il non conoscere nè il giorno, nè l'ora in cui arriverete! Questo ignoto è un tormento, è un incubo, è una sofferenza così grave, nel cuore, nel cervello, Angelica, che se la sapeste, vi farebbe una grande pietà. Doveste anche ingannarmi o non potere, ditemi un giorno!»
«Oggi è domenica,» ella disse, pensando, «nè domani, nè dopo domani, nè mercoledì, il mio tempo è preso crudelmente. Verrò giovedì, sì, giovedì, credo di poter venire giovedì.»
«Non prima?»
«Chissà! forse potrei, un minuto, in uno di questi tre giorni... ma giovedì, sicuramente. A rivederci, amico.»
«Oh restate!...» egli gridò, trattenendola per la mano.
«È una fanciullaggine: a rivederci,» e fuggì per le scale, come liberata.
Immediatamente egli sentì come mancarsi la vita: pareva che tutto il sangue gli fosse andato via, per una ferita. Non dette neppure un'occhiata al salotto dove erano stati, al posto dove si erano seduti accanto: prese il cappello e scappò via, nella necessità di raggiungere Angelica, nella folle speranza di raggiungerla. La piazza, piena di sole, nel mezzogiorno, lo abbagliò: e istintivamente si buttò per via dei Condotti. Ma non vedeva in niuna parte il bel vestito bigio e la veletta bianca: a mezza strada tornò indietro, si mise a correre verso Propaganda Fide, quel nome gli era rimasto, si perdette per S. Andrea delle Fratte, la Mercede, San Silvestro, come istupidito, come colui che ricerca con cura un oggetto, che sa sicuramente di avere smarrito.
Ma la cara figura parea si fosse dileguata nel sole, poichè dopo aver battuto tutte le vie che circondano Piazza di Spagna, correndo, spronato da una necessità invincibile, Sangiorgio non arrivò a ritrovarla. Camminò ancora per un'ora, pel Babuino, per Due Macelli, Via Sistina, villa Medici, il Pincio, in preda a una febbrilità che non gli faceva sentire la stanchezza, lasciandosi vincere dall'idea folle che a quell'ora donn'Angelica avesse avuto voglia di passeggiare, dopo di essere stata un'ora con lui: si trovò in Piazza del Popolo, solo solo, a un tratto calmato, con le gambe stanche, con la testa piena di confusione. Doveva esser tardi, molto tardi; gli parea che fosse passata una lunga giornata piena di avvenimenti, sentiva la stanchezza morale e fisica delle grandi giornate della vita umana: cavò l'orologio. Era appena l'una e mezzo: l'altra metà del giorno rimaneva innanzi a lui vuota. Macchinalmente, pian piano, obbedendo a un antico istinto, si avviò pel Corso, alla Camera, con un'aria annoiata, non guardando neppure le belle romane borghesi che ritornavano dall'ultima messa, non riconoscendo neppure qualcuno che lo salutava, in quel lieto polverio luminoso della domenica di maggio. Andava al Parlamento, ma non sapeva neppure se vi fosse seduta, era domenica: a ogni modo, andava lì per rifugio, non sapendo dove buttare il suo corpo e il suo spirito. Gli sembrava tutta nuova, tutta estranea la gente che incontrava, e come egli la guardava, sorpreso di tante facce esotiche, pareva che anche costoro lo guardassero sorpresi, non conoscendolo. In quell'ora, il viavai dei deputati, intorno Montecitorio, era continuo, era un salire e discendere di coppie d'amici, di gruppetti di uomini politici che avevano fatto colazione insieme alle _Colonne_, al _Parlamento_, al _Fagiano_, alle _Sorelle Venete_: Sangiorgio scambiava qua e là dei saluti, come trasognato. Li vedeva discorrere, li udiva discutere: passando accanto a loro, afferrava dei brani di discussione, ma non intendeva nulla. Per fortuna, ci era seduta, quel giorno.
Sedette al suo posto abituale, ordinando per consuetudine fisica le carte che aveva innanzi, udendo la voce del segretario Sangarzìa, piccola ma sonora, leggere il processo verbale. Di che si trattava? Questa voce gli sonava confusa nella mente, quelle parole gli sembrava di averle udite altra volta, ma quando? Gli costava uno sforzo enorme il raccapezzarsi: era come colui che, vissuto per un certo tempo in un crescente esaltamento dei nervi, si abbandona poi a una stanchezza profonda, nell'esaurimento di tutte le sue forze. Assisteva a quella seduta, con la testa fra le mani, cercando di afferrare il suono e il senso di tutto quello che vi si diceva, ma era troppo sfinito, un torpore l'aveva invaso, aveva paura di addormentarsi. Uscì nei corridoi, a fumare un sigaro. L'onorevole di Carimate, il simpatico signore lombardo, presidente di una commissione agraria, gli corse incontro:
«Ebbene, Sangiorgio, e la relazione?»
«La relazione... già... quando si sarebbe dovuta presentarla?»
«Ma, una settimana fa: siamo in grave ritardo. Io vi ho cercato dovunque, non avete avuto due miei biglietti?»
«No, nulla,» rispose egli, mentendo.
«E ieri, ci hanno attaccati! Ho dovuto rispondere io, come presidente. Siete stato ammalato?»
«Molto ammalato.»
«Si vede. Curatevi, Sangiorgio. Non avreste per caso le febbri?»
«Credo.»
«Curatevi. E quando potremo essere pronti?»
«Non saprei... fra otto giorni, forse... Ve lo dirò.»
Egli rientrò nell'aula, avendo già scossa da sè la penosa impressione della menzogna. Si parlava ancora, l'onorevole Bonora, un deputatino nuovo e noioso che parlava di tutto, seccava la Camera. Il presidente, dal suo seggio, fece un piccolo cenno amichevole a Sangiorgio: costui scese e andò a stringergli la mano.
«Ammalato?» domandò il romagnolo, dai leali occhi bruni.
«Un poco.»
«Perchè non chiedere un congedo?»
«Lo chiederò: ne ho bisogno.»
E ritornò al suo posto, esausto. Una irritazione sorda cominciava a nascere in lui. Erano le cinque, gli pareva di stare da un secolo in quella Camera. Sandemetrio, il deputato abruzzese e Scalìa, il siciliano, parlavano accanto di un duello fra un giornalista e un deputato; chiesero il suo parere: egli fece vedere la sua indifferenza.
Tutte quelle voci alte o basse finirono per dargli un gran fastidio. Aveva caldo, ora: si sentiva male, in quell'ambiente: vi soffriva, non poteva più respirare. Uscì precipitosamente, prese una carrozza, difilato si recò al suo quartierino di Piazza di Spagna. Ivi si buttò a braccia aperte sulla poltrona dove Angelica si era seduta, appoggiata, e vi pianse su tutte le sue lagrime.
VI.
Angelica mancava, quasi sempre, agli appuntamenti. Talvolta, alla sera, offrendogli una tazza di thè, gli diceva, in fretta, sottovoce: «Domani, alle due.»
«Certo?» domandava lui, già deluso varie volte.
«Certo: non ne dubitate.»
E avendo fede in quella parola, la notte, la mattina seguente, di quella parola viveva.
Venivano le due: ella non veniva; egli cominciava per credere a un ritardo, pazientava, non si levava dal suo posto, per andare sino al balcone. Poi lo vinceva la incertezza: e infine, come calava la sera, in quel soave mese di maggio, egli perdeva ogni speranza, si abbatteva in un accasciamento.
Quando la rivedeva, bella, serena, rosea, senza una preoccupazione al mondo, amabile con tutti, prodiga di amabilità, un grande rancore misto di tenerezza, di rimpianto, gli si affondava nell'animo.
Giammai, giammai ella avrebbe saputo la misura del suo amore e delle sue sofferenze. Ella non si scusava o lo faceva con una parolina vaga, detta fuggendo, con una intonazione di voce, con un discorso fatto a un'altra persona, dove raccontava le infinite noie della sua giornata — ed era sempre un concerto, una conferenza, una visita agli asili, una funzione pubblica, noiosa o inutile, che glielo avevano impedito.
Così, l'amarezza di Sangiorgio cresceva, vedendo quanto poco gli appartenesse quell'anima, ma ella gli versava, in tutta la serata, la dolcezza di certe occhiate velate, ella lo teneva sotto la lucentezza blanda del suo sorriso, gli domandava un libro, o il suo ventaglio, o il suo fazzoletto con tanta mitezza di voce, insomma ella era per lui così femminilmente beatificante, che alla fine della serata egli era vinto: nella sua debolezza, mentalmente, le chiedeva perdono di averle serbato rancore.
Ma, ogni tanto, ella si rammentava del povero solitario che l'aspettava, chiuso in una casa, in quella primavera crescente, che era così dolce godere per le vie di Roma e per le sue ville e pei suoi colli fioriti. Ella capitava a Piazza di Spagna, improvvisamente, in un'ora imprevista, la mattina alle dieci, alle sette della sera, quando egli era per uscire, non aspettandola più: una volta, con una di quelle lunghissime piogge di maggio fra i primi lampi della elettricità estiva, elle venne. Così, per il suo arrivo imprevisto, donn'Angelica dava sempre una scossa profonda all'anima di Sangiorgio: egli non si poteva abituare a quelle visite, fatte quando non aveva più speranza di riceverle, quando era immerso nell'abbattimento della delusione o in quell'ebetismo che hanno gli esseri assorbiti da un sol pensiero; la sazietà non arrivava per lui, poichè ogni nuova apparizione di donn'Angelica gli sembrava una grazia singolare, una gemma del suo tesoro spirituale. E quando ella veniva, in quel primo minuto di consolazione, la fastidiosa, crucciante piaga dell'aspettazione inutile si guariva miracolosamente, l'uomo contristato, sofferente, ammalato, risorgeva, come Lazzaro evocato dalla tomba dalla forte voce di Gesù.
Tutto preso dalla sua amorosa realtà, egli si scordava di quello che aveva sofferto per la sua amorosa visione: e nel cospetto dell'amata, egli non sapeva che adorarla, che inginocchiarsi innanzi a lei, baciarle le mani, umilmente, ringraziandola d'essersi ricordata di lui, come il cristiano che dopo un periodo di travagli, sopportati senza mormorare, batte la fronte sulle pietre della chiesa per una piccola grazia ottenuta. E donn'Angelica rimaneva al posto dove l'amore di Sangiorgio l'aveva elevata, dove ella sapeva restare con la sua forza di temperamento e di carattere, una nicchia alta e solinga, inarrivabile, inattaccabile, tabernacolo di virtù e di purità, donde ella poteva degnarsi di abbassare gli occhi su colui che l'amava, poteva sorridergli, tendergli le mani, lasciarsi baciare l'orlo dell'abito, divinità pietosa, senza che però nessuna di queste degnazioni le offuscassero menomamente l'aureola, senza che la pietà arrivasse mai a umanizzarla, a femminizzarla. Quanto veniva da lei, era una grazia; dalle sue mani piovevano rose; ella portava con sè la felicità. Niente altro ella doveva fare che esistere, apparire, sorridere, scomparire: questo ella faceva.
Sicchè la personalità di Sangiorgio sempre più scompariva. Angelica non si occupava di quello che egli avesse pensato o sentito o sofferto, mentre ella non era venuta; non gli chiedeva nulla di lui, delle sue ore, delle sue occupazioni, dei suoi desiderii; non aveva nessuna curiosità di conoscerlo. Gli dava del _voi_, era questa la sola familiarità; lo chiamava Sangiorgio, poichè quel nome di Francesco era troppo volgare, troppo antipatico: e lui che sentiva questa volgarità e quest'antipatia, se ne doleva, ma non osava pregarla di chiamarlo per nome.
Seduta accanto a lui, guardando la grande croce di velluto nero che tagliava la stoffa di broccato giallo, con una vivacità e nello stesso tempo con una cupezza di tinta passionale, ella si piaceva di parlargli, lungamente, lungamente, vedendo l'estasi con cui egli l'ascoltava. Angelica obbediva a quel continuo bisogno di espansione che hanno le donne, per le piccole e per le grandi cose; a quella necessità di sfogo, che butta tante donne sui gradini di un confessionale, che crea tante amicizie fittizie con altre donne, che fa loro ricercare un confidente anche in un uomo, nulla curandosi dell'effetto di queste confidenze.