La conquista di Roma

Part 19

Chapter 193,737 wordsPublic domain

Disteso sul letto, in un dormiveglia, soffrendo e pur godendo del suo sogno, egli non si moveva per paura che tutto s'involasse, anche la promessa di donn'Angelica: e ogni quarto d'ora che passava, nel parossismo, il sogno cambiava d'aspetto, si tramutava, si arrovesciava stranamente, diventava pauroso o comico. Talvolta gli pareva che stesse da tempo immemorabile aspettando donn'Angelica, la quale non veniva mai, mai: le tende bianche erano diventate prima gialle, poi bige; le stoffe si erano scolorite, il tarlo le aveva rosicchiate, cadevano in pezzi, cadevano in polvere; i mobili erano tutti sporchi, cadenti per vecchiaia; in fondo alle giardiniere vi era un po' di cenere puzzolente che era stata fiore; le mura stesse stillavano umidità e vecchiaia, sembravano danneggiate. Ed egli stesso, Sangiorgio, nell'attesa lunghissima, sembrava diventato un vecchione più che centenario, lento, infermo, con una lunga barba bianca e la vista indebolita. Donn'Angelica non veniva mai, mai; e Sangiorgio continuava ad aspettarla, paziente, innamorato. Poi, una gran voce aveva tonato in quella casa tre volte: donn'Angelica è morta, donn'Angelica è morta, donn'Angelica è morta.

Alla prima volta erano caduti in un ammasso di frantumi i mobili, alla seconda il vecchione era caduto morto, col viso in terra e le braccia aperte, alla terza le mura della casa erano crollate, seppellendo tutto, facendo una tomba di quella casa che donn'Angelica non aveva voluto visitare.

Si tramutava il sogno, continuamente. Gli pareva che nel giorno del primo convegno, in quella casa, egli, per un caso stranissimo, avesse dimenticata l'ora dell'appuntamento e si torturava per rammentarsela, le due o le tre, non sapeva bene, non giungeva a ricordare.

Poi si avviava da Montecitorio a mezzogiorno, per essere in tempo: ma incontrava in un corridoio il vecchio presidente del consiglio, che lo fermava, e, carezzandosi la barba bianca fluente, gli parlava della Basilicata, del sale, dei contadini, di cose che egli non capiva troppo bene, tanto il suo spirito era altrove.

Arrivava a sbrigarsi di costui, ma sulla soglia del portone incontrava l'onorevole Giustini, la cui gobba era diventata immensa e il cui sorriso velenoso gli faceva male al petto, come se un succhiello gli cavasse il sangue. Giustini gli sbarrava la via, inarcando le gambe storte, parlandogli di Roma, di Roma che fingeva di dormire nella indifferenza e che era invece bene sveglia: e gli scoteva il braccio, facendogli male. Passava il tempo, passava. Sangiorgio si scioglieva bruscamente da Giustini, correva per Piazza Colonna, quando una voce femminile lo chiamava, da una carrozza ferma. Non avrebbe voluto arrestarsi, ma si sentiva trascinato, suo malgrado, verso quella carrozza: era un paio di occhi neri e scintillanti che lo guardavano con amore e con desiderio, erano certe labbra sanguigne e provocanti che lo avevano baciato e lo volevano baciare ancora, era la mano molle e carezzevole, era il profumo forte e dolce di violetta, era donna Elena Fiammanti che gli aveva voluto bene e gliene voleva, e, quasi senza muovere le labbra, gli diceva:

«Vieni, vieni, rammentati tutto, rammentati quando ci siamo visti, il giorno di Natale, al Gianicolo; rammentati la notte del veglione e la luna a Piazza di Spagna; rammentati le rose che ho lasciate a casa tua, quel giorno; rammenta il bacio che ti ho dato, nel teatro, dopo il duello; rammenta tutti i baci, tutto l'amore; vieni con me, con me è la gioia, con me è il piacere, con me non piangerai, con me non dovrai spasimare. Vieni dunque, mi dirai tutto quello che soffri, ti consolerò: non ti dirò quello che soffro, non dovrai consolarmi.»

Ma egli chinava il capo, si turava le orecchie, chiudeva gli occhi, per non udire quella voce ammaliatrice, per non vedere quel volto farsi triste triste, diceva fra sè un nome, _Angelica_, il suo talismano, e pareva che donna Elena ne ricevesse il contraccolpo nel cuore, che si buttasse indietro, nella carrozza, come disperata e dicesse al cocchiere di fuggir via. Sangiorgio correva, correva, per la strada, tutte le carrozze che incontrava, erano piene; tutti gli amici che incontrava, volevano fermarlo; la folla che gli si assiepava dintorno gl'impediva di camminare; i cani gli attraversavano la via. Egli correva, correva, affannava, affannava, oramai non era più in tempo, era troppo tardi, donn'Angelica era già arrivata, sarebbe già partita, non avrebbe atteso. Quanto lungo il cammino, quanti ostacoli, quante difficoltà! Infine, giunto al posto, rosso, ansimante, perso, si doveva fermare: innanzi al portone, l'onorevole Oldofredi passeggiava, ironico, minaccioso, ridente. Gli rideva finanche sul volto, sanguigna, la ferita che Sangiorgio gli aveva fatta. E faceva la guardia, andava e veniva, bruttissimo, odioso, odiante, implacabile.

* * * * *

La casa era al numero 62, in Piazza di Spagna, al primo piano. Sulla soglia del portoncino, un fioraio ambulante aveva posato il suo largo cesto pieno di fiori primaverili, le violette pallide e profumate di Parma, le rose doppie, vivissime, le giunchiglie volgari dal forte odore; e tutto lo scalino era bagnato di acqua, vi era appena posto per entrare. Mancava il portinaio, come in quasi tutti i portoncini di Piazza di Spagna; e le scalette erano oscure: il pianerottolo, dove tre porte si aprivano, era appena illuminato da un piccolo finestrino. Sulla porta di mezzo, un biglietto da visita era conficcato con due spilli, il biglietto dell'onorevole Francesco Sangiorgio. Nella piccola anticamera un po' scura, Noci aveva messo un grande cofano da nozze, nero, antico, delicatamente scolpito, su cui era disteso un lungo e sottile cuscino di seta rossa e gialla; tre o quattro sedie di legno bruno, cupo, scolpito, e un tavolino uguale; dal soffitto una lampada di bronzo pendeva, sempre accesa, dando una falsa apparenza di notte a quell'anticamera un po' tetra, di cui una grande tela dipinta copriva il triviale soffitto e le pareti, nascondendo le grottesche pitture e il parato di carta di Francia.

Dopo veniva il salotto che aveva un grande balcone sulla piazza, un salotto largo e luminoso, sempre pieno di sole: ma certe tende antiche, di un lampasso roseo e verdigno molto chiaro e un grande pezzo di merletto antico giallastro, innanzi al balcone, mitigavano la luce. Le pareti erano tese di un raso molto lucido color nocciuola, ma scomparivano sotto le stoffe orientali, sotto i tappeti persiani, sotto i brani di broccato vecchio, tesi, aggruppati fantasticamente, tenuti fermi qui da un grande piatto lucidissimo di ottone a sbalzo, altrove da una scimitarra artisticamente cesellata, altrove da un grande fascio di piume di pavone disposte a ventaglio. Un rosario di legno di sandalo, una di quelle lunghe collane a grani profumati, che le donne turche girano e rigirano continuamente fra le dita, per profumarsi le mani e per ingannare, con un esercizio monotono, il tempo che non vuole passare, il rosario turco che non è preghiera, ma è un piacere del tatto e dello spirito, il _comboloi_, pendeva da una gran parete; un grande velo biancastro a stelline d'argento, il mantello delle donne orientali, il _feredjè_, pendeva da un'altra. Ma la nota dominante, stranissima, era, sopra una parete, un pezzo di broccato giallo antico, qualche cosa come un oriflamma, tagliato nella larghezza e nella lunghezza da una croce che acciecava, che risaltava su tutte le mezze tinte di nocciuola, di mattone smorto, di rosa pallidissima che regnavano in quel salotto. Vi era una morbidezza profonda, mancava sapientemente qualunque mobile di legno, non un tavolino dagli angoli duri, non uno sgabello: il velluto, la seta, il raso nascondevano qualunque traccia di durezza. In certi leggierissimi vaselli opalini dei giacinti rosei, carnicini, violetti, bianchi, lilla pallidissimi; sopra un divano, da un vaso giapponese, una rosa si era sfogliata, come di languore. Dei cuscini di piume, larghi, di seta rossa, rosea, scarlatta, porporina, rosa secca, in tutte le gradazioni del rosso, dal seno della rosa bianca sino al tetro color vinoso, erano ammucchiati in un angolo: se ne poteva formare un sedile, un letto, un trono.

La stanza da letto dava pure su Piazza di Spagna, ma con due balconi: per smorzare la soverchia luminosità, oltre le tende e le cortine, tutta la stanza era parata di velluto azzurro cupo, ricamato a larghe striscie di seta bianca e di argento. Ma non vi era letto, sembrava piuttosto un altro salotto, più cupo, più severo, senza tanti ornamenti: vi era un basso e largo divano, senza spalliera, su cui era stata buttata una grande coltre di velluto azzurro, ricamata d'argento, con una cifra in mezzo, un'audacia del tappezziere, un'_A_ lunga e sottile. Sopra vi proiettava la sua ombra una tenda azzurro cupo, tutta stellata, come il firmamento: una tenda che formava un triangolo strano, rialzato da cordoni e da fiocchi d'argento. Rallegravano quella tetraggine uno scrigno di legno di rosa, due o tre di quei mobili piccolini e civettuoli che la Pompadour amava.

In un vaso alto del Giappone, un vaso dove un uomo si poteva nascondere, una musa paradisiaca allargava le sue foglie doviziose, dalla grossa vena sanguigna: nessun'altra pianta, nessun altro fiore. E il piccolo stanzino da _toilette_, accanto, era parato di casimiro bianco e di rosso, con un _nécessaire_ d'argento brunito, segnato colle cifre di Francesco Sangiorgio: due enormi azalee bianche vi fiorivano.

In quattro giorni, cedendo alla fretta del deputato, l'artista gli aveva messo su quella casa: sulle prime Sangiorgio si era tenuto guardingo, andando ogni tanto a sorvegliare: ma la impazienza lo mordeva troppo, tutto gli sembrava troppo brutto per lei, troppo lento per il suo amore. Se ne andò via, deciso a ritornare solo quando la casa fosse finita, dormendo e sonnecchiando e sognando nel suo freddo e puzzolente quartierino di Via Angelo Custode, mentre a Piazza di Spagna preparava il nido dell'amore.

Egli vi ritornò, solo quando tutto era a posto, e ne ricevette una impressione gioconda e dolorosa. Che avrebbe ella detto? Non era troppo morbido quel salotto per la bella e composta persona, che non si abbandonava mai sopra una poltrona? Non era troppo sensuale tutto quell'Oriente per la casta fantasia della soavissima? Non erano forse troppo voluttuosi quei giacinti, fiori senza foglie, carnali in tutta la loro efflorescenza? E quell'ammasso di cuscini sanguigni e delicatamente rosati, non erano forse un invito troppo manifesto al riposo, al perfido riposo, che è l'abbandono dell'anima? La stanza da letto gli pareva bella per la sua severità: ma giammai la pura signora sarebbe entrata lì dentro. Egli era soddisfatto e turbato: aveva chiesto all'artista un quartierino destinato all'amore, e costui glielo aveva fatto. Ora quell'ambiente chiuso, sacro, quei profumi floreali ed esotici gli sconvolgevano il suo ideale: o piuttosto facevano sorgere in lui un nuovo ideale, più vivo, più umano.

* * * * *

Qui, in questo quartierino che il lieto sole di primavera riscaldava, conquistando Piazza di Spagna dal bigio palazzo di _Propaganda Fide_ sino al biondo palazzo dello _Albergo di Londra_, innanzi al caminetto dove sempre scoppiettava e divampava un fuoco di legna secca, Francesco Sangiorgio aspettava donn'Angelica. Quando l'arredamento fu finito, egli ricominciò a insistere con lei, dovunque la trovava per un minuto solo, in casa, al teatro, alla tribuna di un diplomatico, fra due porte, in un corridoio, sulla soglia di casa sua, dovunque le poteva dire una parola, dirigere uno sguardo di preghiera senza esser visto, senza essere udito. Diventava la sua idea fissa quel convegno nella casa a Piazza di Spagna, non sapeva balbettare altro, non chiedeva altro. Ella, pentita della sua concessione, ripresa dagli scrupoli, diceva ancora di no, scrollando il capo, non persuasa, diffidente di lui, dell'amore, paurosa delle strade e delle persone. Ella non parlava delle sue paure, dei suoi sospetti, ma rifiutava sempre, ostinata, vinta di nuovo dalla indolenza della donna virtuosa, guarita da quell'impeto di febbre, scampata da quel desiderio di peccato spirituale. Egli s'inaspriva, sdegnato di quei sospetti, amareggiato dalla resistenza, urtandosi colla violenza del suo temperamento e del suo desiderio contro la mitezza di donn'Angelica, spezzandosi contro quel rifiuto. Uno scontento profondo di sè e dell'amore cominciava a nascergli nell'anima: e aveva il senso di una grande ingiustizia che la donna amata gli usava. Una sera, soccombendo all'amarezza per l'ingratitudine di donn'Angelica, le disse, tremando di ira e di dolore:

«Infine.... che temete? Voi siete sicura, voi che avete l'anima invincibile: non ho io sempre fatto quello che voi volevate? Non sentite, nella vostra invincibilità, Angelica, che non correte nessun pericolo, in casa mia? La vostra difesa è in voi: e voi siete senza debolezza, senz'abbandono.»

Ella rizzò il capo, tutta rosea di coraggio e di orgoglio:

«Verrò,» disse, come una eroina sicura della vittoria.

«Quando?»

«Non so: non so bene, aspettatemi, conoscete le mie ore.»

E null'altro precisò. Non credeva di dovergli dire altro, credeva che egli abitasse proprio lì, in Piazza di Spagna e non gli costasse nulla di aspettarla, credeva alla sua divozione; come tutte le donne, calcolava solo il proprio sacrificio, non sapeva misurare quello altrui.

E tutti i giorni, in quella fine gaia di aprile, Francesco Sangiorgio andava ad aspettarla nel salottino, a Piazza di Spagna. Egli si alzava un po' tardi, nell'ambiente scuriccio e sudicio di Via Angelo Custode, andava attorno, macchinalmente, vestendosi, bevendo la cattiva tazza di caffè che la servaccia gli portava, non toccava nè un libro, nè una penna, uscendo subito da quella brutta casa, dove si sentiva soffocare. Per istinto si recava a Montecitorio, ma non andava nei corridoi, nè alla sala di lettura: si spingeva sino alla posta, preso da una curiosità istintiva, sempre, cercando le sue lettere. Incontrava qualche collega, che gli domandava:

«Che fai, che non ti si vede più? Perchè non vieni alle sedute?»

«Lavoro, lavoro,» rispondeva lui, pensoso, passandosi una mano sulla fronte.

Oppure:

«Siete stato in Basilicata, Sangiorgio? E quelle relazioni, per l'inchiesta agraria, saranno a buon termine?»

«Sì, sono stato in Basilicata,» rispondeva lui, arrossendo, imbarazzato, per un minuto, dalla bugìa. «Le relazioni.... presto, presto saranno finite,» soggiungeva vagamente, «....è un lavoro che mi affoga...»

Ma cercava di evitare questi incontri, non sapendo mentire, turbandosi innanzi a queste risorgenti voci della coscienza: e se ne andava, leggendo le sue lettere, senza intenderne il senso, preso da una grande indifferenza innanzi a quelle domande dei suoi elettori, innanzi a quelle raccomandazioni dei sindaci, pressanti, insistenti, noiose. Sino a un mese prima, era stato un deputato freddo, ma compìto, rispondendo sempre, a tutti, talvolta il giorno stesso, non curandosi delle persone poco influenti, saggiamente rendendo servigi ai grandi elettori, a tutti coloro che potevano essergli utili, appagando costui con una promessa, per qualcuno ottenendo quello che desiderava, in realtà non disgustando nessuno. Ma tutti quegli affari gli erano prima tornati indifferenti, ora lo seccavano, lo irritavano: egli pensava solo a quel nido odoroso dove forse, in quel giorno, la dolce signora sarebbe venuta, rimetteva in saccoccia, con un moto nervoso, quelle lettere e andava a far colazione, presto, alle _Colonne_, solo solo, assorbito dal suo pensiero, immerso in una contemplazione buddistica dell'amore. Mangiava senza vedere: e se a un tratto la coscienza gli rimproverava di non rispondere alle lettere urgenti, si faceva portare della carta, il calamaio e la penna, e scriveva frettolosamente, brevemente, sopra un angolo del tavolino, lasciando raffreddare la bistecca.

Ma dopo un paio di lettere, la stanchezza, l'impazienza lo vincevano: e pagava il conto, andava via subito. Talvolta le lettere scritte gli restavano in tasca due o tre giorni, le dimenticava, non servivano più.

All'una era sempre in Piazza di Spagna, comprando dei fiori da tutti i fiorai, caricandosi di rose, di giacinti, di mammole, infilando subito il portoncino, preso da un'ansietà, quasi che donna Angelica dovesse essere là ad aspettarlo, lei, mentre egli aveva la chiave in tasca.

Subito, l'ambiente calmo, ricco, felice del quartierino gli procurava una sensazione di benessere. Là, certo, sarebbe venuta donn'Angelica: lo aveva promesso, sarebbe venuta. E si metteva ad accendere il fuoco, accovacciato per terra, come uno sposo premuroso e innamorato: non era contento, se non quando la catasta divampava, donn'Angelica adorava il fuoco vivo, che rallegra le fibre e riscalda il cuore.

Poi girava per la casa, metteva fiori nei vasi, cambiandovi l'acqua, buttando via quelli appassiti, nella piccola cucinetta vuota: e certe volte mutava posto a un fascio di giacinti, univa le mammole alle rose, le disuniva, mai contento, occupandosi a quel lavoro d'amante con un grande ardore. Girava per la casa: sempre la stanza da letto, con quel grande divano basso e molle, gli dava un crollo ai nervi. Ritornava in salotto, accanto al fuoco, al fuoco casto e familiare, al fuoco che purifica e che è l'immagine dell'anima nobile. Ivi aspettava.

Per fortuna, la contemplazione del fuoco è un grande diletto per gli spiriti pensosi e raccolti; così Francesco Sangiorgio poteva dominare, quasi cullare, la sua impazienza, poichè donn'Angelica non veniva.

Passando in quel salotto, accanto al caminetto, cinque o sei ore al giorno, solo solo, senza osare di muoversi, egli aveva imparato a seguire tutta la vita del fuoco, dalla lieve scintilla che si comunica, si propaga, si dilata, si dilata, sino alla vampa larga e crepitante: dalla incandescenza viva e forte, sino alla scintilla che si va restringendo, si appanna, muore. L'occhio suo, macchinalmente, in quei lunghi pomeriggi primaverili, soffocanti di dolcezza, seguiva la vita, l'accensione, la morte di ogni tizzo: e mentre tutta l'anima sua invocava e aspettava donn'Angelica, consumandosi come lui, con gli stessi ardori, gli stessi avvampamenti, gli stessi languori smorenti a poco a poco. Le maggiori ore di fiamma erano dalle quattro alle sei, in cui donn'Angelica avrebbe potuto venire: allora nel cuore dell'uomo e nel fondo del caminetto, era tutto un bruciare altissimo, una temperatura dove tutto si strugge, il coraggio e il metallo.

Ella poteva capitare da un minuto all'altro, era forse per le scale, si fermava sul pianerottolo, esitante, tremante: ed egli chiudeva gli occhi, nel sussulto caldo e febbrile di quell'idea: ogni giorno, dalle quattro alle sei, l'eccitamento dei nervi diventava acutissimo; e in quelle due ore l'incendio di una catasta di legna lambiva le pareti del caminetto. Poi veniva l'imbrunire: il desiderio e la speranza s'illanguidivano nel cuore dell'amante, accasciati in un sopore, s'illanguidiva il fuoco nel caminetto: cadeva la luce, cadevano le vampate, la cenere bigia del crepuscolo discendeva sulla terra, sull'uomo, sull'amore, sul fuoco. Egli usciva di là, ogni sera, alle sette e mezzo, fra il freddo della strada e della sera che lo colpiva: fra il freddo del disinganno che era in lui. Andava, smorto, tutto raggricchiato, con le mani in tasca e il capo chinato sul petto, come un miserabile febbricitante, che ha addosso il ribrezzo del male, come un giuocatore che ha perduta l'ultima sua partita.

E così, come il giuocatore che ogni giorno si abbatte nella sua delusione, ma ogni notte ritrova le forze per sperare e per giocare, più ardimentoso, più audace, l'amatore avvilito nella sua speranza ritrovava la sera al cospetto di Angelica la fede nell'Amore. Non la vedeva che fra la gente, non poteva quasi mai parlarle, ma lo sguardo di lei gli diceva sempre, esortandolo alla pazienza, alla rassegnazione:

— Aspettami, aspettami ancora: verrò.

Il giorno seguente, malgrado una voce scettica che gli parlava nell'anima, malgrado tutte le delusioni passate, egli andava a chiudersi più presto nel quartierino di Piazza di Spagna. Era una follia sperare che ella avesse potuto venire prima delle due: ma, nella sua impazienza, egli arrivava ogni giorno più presto, penetrando nel salotto a mezzodì col bel sole meridiano di aprile, ne usciva alla sera, sempre più tardi, alle otto. Alle volte, accanto al fuoco semispento, un assopimento lo prendeva, come quelli che colgono i febbricitanti: sonnecchiava, sognava quasi, svegliandosi in sussulto, credendo di aver udito squillare il campanello. Non era nulla: donn'Angelica non veniva. E in quell'attesa, un grande cruccio lo teneva: quando non doveva aspettare, immobile e solitario, donn'Angelica; quando non vi era ancora l'idea del quartierino, egli, in quelle ore, aveva la libertà di cercarla dovunque, al Parlamento, a una conferenza, a un ricevimento, a una passeggiata; poteva trovare un pretesto per andare, finanche, un minuto, in casa di lei: poteva, in mancanza di meglio, parlare di lei, un minuto, con don Silvio. Ma ora no. Mentre ella andava e veniva, forse a villa Borghese, forse a una visita di amiche, forse a una seduta parlamentare, mentre ella beava di sua presenza le donne, gli sciocchi, gli indifferenti, e il primo imbecille capitato poteva vederla, salutarla, parlarle: egli, che l'amava, che la desiderava, che viveva soltanto per lei, era ridotto all'inazione, all'impotenza, solo solo, fra quattro pareti, martoriato da due pensieri:

— Dove sarà? Verrà?

Prima, quando non vi era ancora l'idea del quartierino, egli faceva ancora parte del consorzio umano. Andava, veniva fra le gente, dominato da un sol pensiero, è vero, ma infine avendo tutte le apparenze dell'esistenza. I colleghi lo incontravano, discutevano con lui di politica, egli li ascoltava, macchinalmente, rispondeva loro, come un musicista che suona a orecchio; fingeva d'interessarsi ancora alla sua vecchia passione, — era ancora vivere, quello. Ma, ora, fra lui e la politica, fra lui e la vita, una grande divisione era accaduta: egli compariva un minuto solo a Montecitorio, di buon mattino, per quell'abitudine di aprir la posta, poi il quartierino di Piazza di Spagna ingoiava quel pensiero e quell'azione, sequestrava l'attività e l'attenzione di Sangiorgio. Tanto che, alla sera, quando si metteva in giro, per cercare donn'Angelica, egli ricascava nella vita, come un trasognato, non sapeva nulla, non aveva inteso e visto niente, non aveva parlato con nessuno, non aveva letto i giornali, aveva l'aria rimbecillita: tanto che sul conto suo cominciavano a correre di questi giudizi:

«Quel Sangiorgio! pareva una forza, ma che delusione....»

«Tutti così i meridionali: gran fuoco di paglia che non illumina, nè riscalda...»

«Uomo finito, Sangiorgio...»

Sentiva egli questo ghiaccio che gli si formava intorno, questo abbandono del pubblico, questo uscire dalla vita pubblica: aveva il senso di questo dissidio fra il suo spirito e la politica: intendeva che ogni giorno di assorbimento nel nuovo ideale consumatore lo allontanava, per migliaia di miglia, dai vecchi ideali: tutto intendeva.

Non cieco, no: non acciecato, ma veggente e volente il sacrificio. Non vittima mormorante parole di disperazione, non ribelle che oltraggia il tiranno: ma martire soddisfatto, felice, che vede scorrere con delizia tutto il miglior sangue delle sue vene. Anzi, più il suo amore gli toglieva, più cresceva il suo ardore: maggiore il desiderio del sacrificio. Così, una specie di lugubre, dolorosa voluttà lo colpiva, quando al mattino soleggiato egli abbandonava le vie piene di gente e il lavoro e il movimento e la vita, per andare a rinchiudersi in una stanzetta, ed aspettare. Come il fanatico adoratore di Buddha, egli saliva o discendeva tutti i cerchi dell'annichilimento, sino all'astrazione completa e amarissima, sino al nirvano pieno di dolore.