Part 18
Infatti, com'ella volgeva le spalle al panorama di Roma, il volto le si serenava e pareva che i pensieri prendessero un corso meno lugubre. La grande pace campestre del colle Pinciano, quella solitudine, quel primo fiato di primavera, quel dolcissimo pomeriggio fra il verde e il tepore dell'aria, quello sguardo innamorato e reverente con cui egli la circuiva, quella fedeltà con cui la seguiva, quel rispetto amoroso con cui le parlava, le facevano scordare l'urlio, la gazzarra della città ammalata di carnevale, le facevano scordare che un altro mondo esistesse, oltre la campagna, oltre la primavera, oltre l'amore.
Oh, egli bene intendeva che un poco di quell'anima era sua, che gli era pietosa in quell'ambiente deserto, fra le piante, le cadenti acque della fontana, l'orizzonte agreste e semplice: indovinava che quel poco di anima femminile gli sfuggiva, che quel cuore gli si chiudeva, appena il vasto e duro orizzonte cittadino se ne impossessava, appena la grande voce della folla saliva sino alle sue orecchie.
Nella solitudine, fra il novello germoglio degli alberi e dei fiori, in tanta soavità di cose e di cielo, ella era buona e cara e amorosamente compassionevole: ma al cospetto della maligna e dura città che non perdona, ella chiamava tutto il suo coraggio per diventare inflessibile, s'irrigidiva nella sua volontà di chiedere e di ottener sacrificio dell'amore. Così egli faceva di tutto perchè non ritornasse più verso il grande terrazzo, verso la breccia cittadina, persuaso che l'ora e il tempo e la stagione l'avrebbero indotta a mitezza. La trattenne presso il parapetto, donde giù giù si vede quello stretto budello che è la Via delle Mura: non vi passava un'anima.
«Non bisogna amare troppo tardi,» riprese ella, con un'infinita dolcezza di mestizia, «è inutile, è doloroso. Dove eravate voi cinque anni fa?»
«Laggiù, in Basilicata,» rispose, con un gesto vago.
«Io lassù, lassù, nei monti, fra le nevi. Credevo alla neve dei ghiacciai, io, il ghiacciaio che nulla vince. Ho sposato don Silvio: egli era buono, io non sapevo nulla del sole. Ora, il sole viene per me troppo tardi.»
«Non lo dite, non lo dite,» egli mormorò.
«Non possiamo fare convertire la neve in fango, amico.»
Un silenzio regnò: egli era pallidissimo, come se dovesse morire. Ella aveva gli occhi pieni di lagrime: e lui, guardava quelle pupille nuotanti, tremante di vedere scorrere quelle lagrime, commosso come se quella fosse l'ultima sua ora.
Ma non le disse quanto soffriva: non voleva, non sapeva lamentarsi: tutto quanto veniva da lei era bene, era dolcezza. Con quel profondo altruismo che dànno i veri e forti amori, egli dimenticava tutta l'angoscia propria, guardando quei begli occhi lagrimosi, vedendo la piega dolorosa di quelle labbra. Il dolore di lei lo scoteva e lo esaltava; una grande, spasimante voluttà sentimentale lo trasportava.
«Eppure per me la vita è molto dura,» continuò lei, fievolmente, come se la emozione la accasciasse. «Io non ho figliuoli per riscaldarmi il cuore con l'amore materno: accanto a me, vi è un vecchio dall'anima gelida per me, avvampante di passione per un'altra cosa, per un'altra idea. Oh se sapeste, amico, che è questa solitudine, questo eterno silenzio!»
«Ma perchè rinunziate?»
«Così,» disse lei, come se quella fosse la inesplicabile parola della fatalità.
E camminò di nuovo, tacendo, ma sempre più lentamente, come se la stanchezza la signoreggiasse: egli la seguiva, senza vedere più niente, senza intendere più nulla, in uno di quegli oblii dell'anima e dei sensi.
Cadeva il sole, dietro San Pietro, fra la Chiesa e Monte Mario.
«È finita, amico, è finita, mi pare quasi di essere morta. La gente vede la mia faccia serena, la mia tranquillità imperturbabile, e non deve saper altro, non deve indovinare la verità. Ma non vi è più nulla qui dentro.»
E dette un colpettino sulla mantellina, al posto dove il cuore batte. E non sentì quale ferita crudele portava al cuore di quell'uomo innamorato, dicendogli che mai potrebbe amarlo. In quell'ora e in quel posto, ella si lasciava andare a uno di quegli sfoghi malinconici ed egoistici delle anime che restarono lungamente chiuse: ella non vedeva più il suo compagno, si abbandonava a tutta la personale amarezza di un cuore giovane e deluso.
«Eppure,» mormorò lui, «vi è accanto a voi un'amicizia schietta e tenace, una devozione a tutta prova: quello che voi volete, egli vuole; il suo desiderio di giovarvi, umilmente, segretamente, non conosce nessun limite...»
E si arrestò, perchè la voce gli tremava, perchè le parole lo affogavano, perchè questo suo amore, esorbitante, parea volesse traboccar tutto.
«Grazie, grazie,» ella disse con un lieve sorriso mesto, che le rischiarò la fisonomia, «io lo so...»
«Non potete, non potete sapere, non ve l'ho mai detto, non ve lo dirò mai, non so dirvelo: vi assicuro che è la devozione più grande... perchè respingerla? Come potete rinunziarvi?»
«Perchè essa rassomiglia troppo all'amore, amico.»
«Essa non vi parla d'amore...»
«Io lo indovino...»
«Non dovete intenderlo, non dovete indovinarlo; io non vi chiedo nulla, non voglio da voi che il permesso di dedicarvi questa devozione...»
«Oggi, così: domani l'amore esigerà l'amore...»
«Chi lo dice?»
«Ahimè! l'esperienza, amico».
«L'esperienza mentisce!» esclamò egli, con violenza, «l'amore mio non è simile a nessun altro.»
Angelica chinò il capo, come vinta, per un momento: e Sangiorgio si pentì della sua violenza.
«Perdonatemi, signora,» le disse, umilmente, «ma l'idea di perdervi mi è insopportabile.»
«Eppure dobbiamo lasciarci. Meglio ora che più tardi: più tardi soffrireste molto di più, io avrei maggiori torti, voi avreste il diritto di accusarmi. La consuetudine inacerbisce ed esalta l'amore: verrebbe un giorno in cui non potremmo dividerci più, giorno di spasimo per voi, di vergogna per me. Ora... ora, ancora tutto è possibile. Che siamo l'uno per l'altro? Nulla: meglio così. Ci siamo visti, quattro o cinque volte...»
«Io vi ho vista sempre.»
«In mezzo alle volgarità della vita...»
«Io ho pianto con voi, signora, quando piangevate nel Pantheon.»
«Fra la gente curiosa e maligna...»
«Io vi ho guardata per un'ora, quel giorno, a Ponte Nomentano, quando lasciavate andare alla corrente dell'Aniene le foglie delle rose... eravate sola... eravamo soli...»
«Fra gli obblighi convenzionali della vita politica...»
«Quanto eravate bella, signora, quella sera, al ballo del Quirinale: io venni via con voi: non vi parlai: non mi diceste nulla: quanto eravate bella!»
«È un sogno, è un sogno,» ribattè lei, esaltata nel sacrificio dalle vibranti parole dell'amore, «bisogna svegliarsi. Bisogna dividersi.»
«Bisogna morire, allora.»
«Chi parla di morte?»
Non rispose egli alla sua domanda, ma nello sguardo di dolore e di rimprovero con cui la fissò, ella comprese. Oramai il sole tramontato e i grandi veli violetti crepuscolari salivano dalla terra al cielo bianco: una brezza fredda e cattiva si alzava nell'aria: dalla terrazza era scomparso il prete tedesco, lettore del breviario; dal banco di legno il vecchietto era scomparso: tutto il colle Pinciano si oscurava; e laggiù la folla urlava più che mai, eccitata dalla sera che veniva. Ella si avviò per andarsene, pel grande viale che portava alla Trinità dei Monti; ma egli la seguiva, come stordito, senza osare di dirle altro, deciso a seguirla dovunque. Al pilastro di marmo dove l'aveva incontrato, ella si volse e gli tese la mano:
«Addio, amico.»
«No addio, no!»
«È tardi,» pronunziò quella voce amata e glaciale.
E Angelica si perdette nelle brume crepuscolari.
* * * * *
Ora, da Piazza del Popolo a Piazza di Venezia, accendevano i moccoletti. Era una miriade di punti luminosi, di fiammelle erranti, per la via, sui poggiuoli, sui balconi, sui carri: e un volare di mazzettacci informi e infangati, un soffiare di lunghe ventole, un agitarsi di fazzoletti, di stracci, un saltare, un soffiare di bocche, tutti i mezzi, tutti gli scherzi, tutte le violenze, tutte le brutalità per spegnere il moccolo: e i gridi di resistenza e quelli di attacco e la gran voce umana ripercossa:
— Moccoli, moccoli, moccoli!
Fra tanta luce, fra tanto schiamazzo, fra tanto baccano d'allegrezza, andava urtato, sballottato, sospinto, incosciente, un povero essere agonizzante di angoscia.
IV.
Tre volte avevano camminato accanto, sulla larga via di campagna che va da Ponte Molle a Porta Angelica, sotto gli olmi e i platani, costeggiando il Tevere biancastro.
Ella lasciava la carrozza prima del Ponte Milvio, dicendo al cocchiere di andarla ad aspettare in Piazza S. Pietro: e faceva un centinaio di passi a piedi, passando il Ponte, cercando con gli occhi.
Egli era sempre là, aspettando da due ore, turbato dall'impazienza e dal desiderio, passeggiando su e giù innanzi all'osteria di Morteo, internandosi un poco nella Via di Tor di Quinto, tornando indietro sino al Ponte, arrivando sin dove comincia la Via Flaminia, tornando ancora indietro, dando dappertutto delle occhiate distratte, ai salici rinverditi che si piegavano sulle sponde del fiume, ai mandorli fioriti che sorgevano dietro le siepi della Farnesina, non vedendo nulla, col capo rivolto sempre verso Ponte Milvio, donde ella doveva arrivare: e di lontano la vedeva spuntare, un improvviso rossore colorava di fiamma il suo volto pallido, non le andava incontro, l'aspettava di piè fermo, fingendosi distratto, disattento.
Ella arrivava sempre dopo il terzo o il quarto convegno mancato, sempre con un'ora e mezzo di ritardo, ma non si scusava mai, non ricorreva neppure a uno dei tanti pretesti femminili: e lui che fremeva di dolore, che sino a quel momento l'aveva incolpata di freddezza, di noncuranza, battendo i piedi, in preda a una nervosità invincibile, quando la vedeva comparire, non le diceva più nulla, la guardava, incantato, pagando con quel minuto acuto di gioia tutte le sofferenze passate.
Il primo minuto era sempre imbarazzante: non si sapevano dire nulla, ella seria e preoccupata, egli incapace di profferir parola, per l'emozione: e si mettevano a camminare, sotto gli alberi, lentamente, ella con gli occhi bassi, con le mani ficcate nel manicotto, per avere il pretesto di non andare sotto il suo braccio; egli girando fra le dita il sigaro spento, sogguardandola, felice, malgrado il contegno severo e triste di donna Angelica.
Dolcissima la primavera romana si allargava nell'aria dai cipressetti di Monte Mario sui platani dei Monti Parioli; e dalle siepi alte, sul fiume e sulla campagna, un candore di biancospino si offriva acutamente profumato. Le prime parole di donn'Angelica sonavano dolore, rimpianto, pentimento: parole brevi, ma profonde, che piombavano, tutte, sul cuore dell'amatore. Egli taceva umiliato, non sapendo che offrire di consolazione a questa virtuosa e santa donna, che per lui aveva la coscienza turbata dai rimorsi. Ma come la naturale pietà rifioriva nell'ora e nel tempo in donn'Angelica, ella moderava i suoi lamenti che diventavano sempre meno precisi, più vaghi, erano infine un ritornello malinconico che l'amatore ascoltava, come una musica dilettosa e rattristante:
— Se soffre per me, mi ama, — egli pensava, nella follìa dell'amore.
Ma nè ella aveva mai detto di amarlo, nè lui mai lo aveva chiesto: una timidezza paurosa, una vergogna e un riserbo strano avevano impedito all'amatore di fare questa domanda. Sì, temeva la risposta, la risposta serena, ma crudele della donna che non ama e a cui la pietà, per quanto grande, non concede di mentire.
Così, naturalmente, in questa loro singolare relazione, senza nessuno suo sforzo, donna Angelica nulla doveva concedere del suo cuore e nulla le si doveva chiedere che concedesse: tacitamente, senz'altro, era stato inteso che ella accettasse, sopportasse, subisse l'amore, senza mai aver l'obbligo di ricambiarlo. Ella era la immagine benedetta che si degnava tenere gli occhi pieni di grazia sul suo devoto — e il devoto la benediceva sempre più, l'adorava, le parlava del suo amore. Sotto i grandi alberi di Via Angelica, attraverso i quali il fiume s'inargenta, andando fra gli odori forti campestri sul terreno duro, egli, poco a poco, come quel cullamento triste della voce di donn'Angelica si affievoliva, le parlava sottovoce del suo amore. Sulle prime erano delle frasi tronche che la passione spezzava, il riassunto frettoloso di quello che aveva pensato e sentito nei giorni in cui non l'aveva vista, o, vedendola, non aveva potuto parlarle: e allora, pronunziando quelle frasi smozzicate, quasi violente, la fissava con certi occhi pazzi, che a lei davano un'impressione rapidissima di terrore. Ma al suono della propria voce, Sangiorgio andava riprendendo cuore, la parola diventava più facile, le idee si annodavano fra loro logicamente, il suo amore trovava in lui una eloquenza di sentimento così semplice e così convincente, che donn'Angelica, a quell'onda umile e letificante, andava riprendendo la sua bella pace: la faccia le si faceva rosea, come quella di una fanciulla che si gode puramente l'omaggio dell'amore. Talvolta in quei momenti ella andava cogliendo dei lunghi rami verdi o un fascio di celidonie giallissime o quei mucchietti di fiorellini bianchi minuti, come un merletto, o quelle bacche rosse e velenose, dall'aspetto così attraente: ed egli parlava d'amore ed ella coglieva fiori, a un tratto ringiovanita, — e talvolta dal suo fascio staccava un fiore e glielo dava.
Egli lo teneva fra le mani, arso dal desiderio di morderlo: e un giorno volle mangiare le bacche rosse, dalla tinta viva, così provocante.
«Volete morire?» fece ella scherzando, ma tremando.
E quel tremito fu uno dei tesori morali che andava raccogliendo Sangiorgio. Un giorno, presso un mandorlo basso, ella si eresse sulla punta dei piedi e staccò alcuni ramoscelli rosei, odorandoli lungamente, col sorriso della felicità sulla faccia. Non ella era dunque la primavera fresca e amabile? Il fiorellino di mandorlo che ella gli donò, andò a raggiungere un mazzolino appassito di mughetti, un pezzetto di stoffa di un vestito, chiesto e ottenuto per grazia, e che cosa preziosa, impagabile, un fazzolettino di battista, orlato di merletto antico — ottenuto in una sera di disperazione, dopo tre giorni inutili di attesa, invocato come un conforto. Ella sapeva questo: e le piaceva di saperlo. Ella guardava sì, lontano, verso Castel S. Angelo, verso la nuova caserma dei carabinieri, verso Roma vecchia, in cui qualche lume cominciava ad accendersi: ma ascoltava, pur guardando altrove, tutte le parole che Sangiorgio le diceva, dolcissimamente, e crollava il capo, come una bimba lusingata. Arrivavano a Porta Angelica, così, calmati, pacificati: egli doveva andarsene per la Via Reale che va ai Prati di Castello e a Ripetta, ella per la porta che conduce a San Pietro, — ma il loro saluto era pieno di tenerezza e lungo.
Un giorno ella giunse tutta tremante. Presso l'Arco Oscuro ella aveva incontrato l'onorevole Giustini, quel toscano tanto maligno, mezzo gobbo, mezzo sciancato, che trascinava intorno la sua noia cinica e la sua salute distrutta. Sì, ella era passata in _coupè_, rapidamente, ma Giustini l'aveva perfettamente riconosciuta, le aveva fatto un grande saluto a fondo di meraviglia, poi si era piantato sulla via, a seguire con l'occhio la carrozza che fuggiva. Ella tremava tutta: per poco non era tornata indietro, tanto la possedeva il terrore che quel cattivo di Giustini la seguisse, per curiosità maligna, per sapere. E si voltava, ogni tanto, spaurita, credendo che ogni villano che passava per Via Angelica fosse il gobbo deputato di Toscana, guardando Sangiorgio con certi occhi timidi e dolenti che lo desolavano; egli cercava invano di rassicurarla, di dirle che un uomo a piedi non segue mai una carrozza al trotto, che Giustini era là per caso, che, del resto, Via Flaminia era una passeggiata pubblica, dove non era da meravigliare nessuno se ci s'incontrava una signora in carrozza. Ma egli stesso era preso dal primo glaciale brivido di spavento, quello che colpisce gli amanti in piena sicurezza e turba tutta la purezza della loro gioia: cercava di rinfrancar lei, ma egli stesso era scosso profondamente. Quell'ora di convegno fu amara, non ritrovarono mai più la serenità, e donn'Angelica, a un certo punto, riassunse tutte le sue paure, con la precisione che hanno le donne pel dramma che le sovrasta:
«Ora Giustini va alla Camera e dice a tutti, anche a don Silvio, che mi ha incontrata a Via Flaminia.»
Fu in quest'ora di amarezza che egli, sentendo i lamenti di donn'Angelica, osò dirle che bisognava levare dalla strada questo amore e metterlo in una casa, fra quattro pareti, al coperto dallo sguardo della gente, dalla curiosità dei viandanti. E glielo disse con tanta emozione rispettosa, con un sentimento così alto di riverenza, con una semplicità così onesta, che ella disse subito _no_, brevemente, ma non potette offendersene. No, ripeteva ella a tutte le umili considerazioni che egli le veniva facendo, un _no_ lento ma deciso, senza collera, ma senza debolezza. A un certo momento, ella, come infastidita, gli disse:
«Tacete.»
Tacque: si separarono, senz'altre parole. Ma da quel minuto fatale in cui ella aveva incontrato Giustini, essi sentirono sempre più la pena di quell'amore in pubblico e intanto non prendevano nessuna precauzione, la pena di quell'amore randagio che non aveva tetto: amore vagabondo che faceva sorridere d'ironia i camerieri della trattoria Morteo a Ponte Molle, oziosi sulla porta e sul terrazzo della palazzina: amore malinconico che faceva ridere, coi suoi saluti teneri, i doganieri grossolani di Porta Angelica.
Due altri convegni furono molto penosi: la paura, oramai, si era messa in fondo al cuore di donn'Angelica e la faceva fremere al passaggio di un carrettiere, di un cacciatore: persino i canotti sul Tevere la spaventavano, le sembrava sempre che i canottieri la conoscessero e che alzassero il remo in segno di saluto. Non più parlavano d'amore: cioè non più egli poteva parlarle d'amore, ella lo interrompeva, ogni momento, sogguardandosi intorno, chinando il capo a qualche rara carrozza di forestieri che passava, arrossendo, impallidendo, respirando appena.
Un giorno di convegno, piovve dirottamente, da un'ora prima dell'appuntamento: egli si ricoverò sotto il portone di Morteo, ma non potendo reggere alla impazienza, si avanzava continuamente verso Ponte Milvio, bagnandosi tutto, cercando di distinguere qualche cosa attraverso quel velo di pioggia. Non vedeva nulla, ella non sarebbe venuta, era impossibile con quella pioggia, ma intanto egli continuava ad aspettare, sorretto da una uniforme speranza; la pioggia seguitava, ella non venne, naturalmente, ed egli ritornò in Roma, soltanto alle sette, bagnato, con l'umido nelle ossa, nel _tram_ aperto, coi piedi sul legno intriso dell'ultimo carrozzone che faceva il viaggio da Ponte Molle a Roma, preso da una grande desolazione, abbattuto, con un principio di febbre. Non potette dirle nulla alla sera, ella era circondata di gente e non seppe le ore dolorose che egli aveva vissuto, là, tra la pioggia del cielo e la nebbia del fiume.
Ma l'altra volta, egli insistette. Ella disse ancora _no_, ma vagamente, come se rispondesse più a sè stessa che a lui. Era tarda l'ora e la temperatura fredda. Era una di quelle pessime giornate di gennaio trasportate in aprile, vento noioso e glaciale, cielo nuvoloso e basso, terreno bagnato e fangoso. Ella aveva soltanto una piccola mantellina di velluto che le copriva le spalle e il petto, e sentiva un gran freddo salirle dai piedini irrigiditi sino al cervello, abbassava la testa, portava il fazzoletto alla bocca. Anche Sangiorgio aveva molto freddo, col soprabito leggiero primaverile, ma non le diceva nulla, ambedue mortificati e oppressi dall'ora e dal tempo. Ogni tanto le chiedeva:
«Avete molto freddo, è vero?»
«Oh sì!» diceva lei, piano.
«Oh Dio!» ripeteva lui, guardandosi intorno, non sapendo che cosa fare per riscaldarla.
E affrettavano il passo, ma il fango inzaccherava gli stivalini di donn'Angelica e l'orlo della gonna, essi non potevano correre. Come per istinto, egli le disse di una stanza calda, come la sua, come quel salotto dell'Apollinare dove sempre divampava il fuoco nel caminetto, una stanza dove sarebbero stati soli: ella non rispose.
«Dove?» domandò ella, dopo una pausa.
Egli stette per dire, poi si fermò:
«Laggiù...» soggiunse vagamente, poi, indicando Roma.
Più altro. L'ora avanzava, cupa e fredda nella campagna deserta. Ella era così triste e spaventata, che per la prima volta passò il suo braccio sotto quello di lui: e quella intimità egli la ricevette umilmente.
Poi, per tre giorni non la vide, non potette vederla, non ne ebbe notizie, era un po' ammalata: glielo aveva detto don Silvio. Un minuto, dopo quattro sere, la trovò sola nel suo palco, all'Apollo: ella era pallida, come se avesse la febbre. E nascondendosi dietro il ventaglio di piume, gli disse subito che per giunta, in quell'ultimo giorno di convegno, aveva incontrato l'onorevole Oldofredi in Piazza di San Pietro e che l'aveva squadrata con un certo ghigno beffardo. Oldofredi era vendicativo. Per ultimo, arrossendo per la vergogna, la soave donna dovette confessargli che temeva, temeva, finanche del cocchiere e del cameriere: temeva che l'avessero spiata. E vedendolo sbalordito, gli soggiunse, presto presto, mentre bussavano alla porta del palco:
«Verrò, verrò, dove voi volete.»
V.
Quando rientrò, di notte, nel suo quartierino dell'Angelo Custode, Francesco Sangiorgio aveva un po' di febbre. La promessa fattagli da donna Angelica gli sconvolgeva il sangue: nella testa sentiva un grande ronzio, una confusione. E subito, entrando nel salottino, una impressione di freddo, il cattivo odore che vi regnava, sempre, gli aveva dato un fremito e una nausea: per non vedere quel brutto posto, così nudo, così miserabile, non accese nè il lume, nè il fiammifero. Si buttò, vestito, sul letto, sognando la casa dove avrebbe ricevuto donn'Angelica.
La sua fantasia accesa, rovente di febbre e di amore, fluttuava nelle visioni. Non sognava nulla di preciso, di determinato, egli vedeva innanzi ai suoi occhi aperti una fuga di stanze calde e profumate, dalle triplici tendine profonde, dal tappeto morbido che attutisce qualunque rumore di passi; ma non sapeva dove fossero, queste stanze, non si raccapezzava in che posto di Roma si trovassero, ora supponeva che fossero al Gianicolo, ora a Piazza Navona, ora a Via Sistina, ora a Piazza di Spagna. E questa indecisione, questo non sapere, lo crucciava molto, era il tormento di quelli che fanno un sogno cattivo e incompleto, e volendo camminare, non possono muoversi, volendo gridare, non trovano voce. Dove era la porta per entrare in quelle stanze, dove era situata la scala, dove sporgevano le finestre?
Egli vedeva, sì, ogni tanto, come un lampo di colori, il roseo di una tenda serica, sul muro; il riflesso fulvo di una poltrona di felpa; la scintilla metallica che partiva da un coltello damaschino colpito dalla luce; il disegno minuto di una trina antica giallastra, ma tutto questo confusamente, senza saper dove, nè come, nè quando, nulla. Dove si sarebbe seduta donn'Angelica, entrando in quella casa, dove avrebbe posato i bei piedini stanchi, dove avrebbe appoggiato il bel braccio, per sorreggersi, nella sua posa abituale, dolcissima?
Gli pareva che in quella casa non vi fossero nè sedie, nè divani, nè sgabelli, nè tavolini; gli pareva che fosse un gran posto vacuo, profondo, incommensurabile, in cui lui e donn'Angelica si fossero perduti.
Il suo sogno lo faceva spasimare d'angoscia, l'incubo gli premeva sul petto, la febbre gli mordeva il sangue, la testa gli girava.