La conquista di Roma

Part 17

Chapter 173,656 wordsPublic domain

La contessa di Malgrà, la simpatica bionda, dal pallore provocante e dagli occhi incantatori, diceva dei paradossi sociali a tre o quattro giovani deputati del centro che la seguivano nelle sue passeggiate; la signorina Maria Gaston, dalla bellezza dolcissima, figliuola del ministro della marina, in un vano di finestra, vestita di bianco, angeletta mondanamente soave, chiacchierava con due o tre vecchi ammiragli, rinunziando al ballo; la signora Giulia Greuze, la belga dallo spirito scintillante e dal bel corpo giovanile simile a una rosa che si sviluppi dall'involucro, ridacchiava sotto l'edera di una grande giardiniera, mostrando i dentini candidi.

Donn'Angelica, al braccio di Sangiorgio, passava, fermandosi ora qua ora là, scambiando saluti e sorrisi con le mogli dei deputati che incontrava: la marchesina di Santo Marta, bionda e ricciuta come un uccellino; la marchesa di Corvisea, fedele ai suoi vestiti di rosso-cupo, mostrando i più bei piedini della politica italiana; la baronessa de Romito, la bellissima e tranquilla Giunone; la contessa di Trecastagne, una francese pallidina e gentile che aveva sposato un siciliano; la baronessa di Sparanise, la spirituale signora dai nerissimi occhi egiziani; la mite e piacente marchesa Costanza, dalla voce affettuosa e dall'incesso molle; le due bionde signore figliuole del ministro di grazia e giustizia, una bionda ed esile, l'altra bionda e pensosa: esse andavano in su e in giù, senza rientrare nella sala da ballo, formandosi ogni tanto in gruppi, ridendo fra loro, narrandosi gli aneddoti della serata, guardandosi da capo a piedi, con un sorriso benevolo ma profondo, misurandosi giustamente in tutta la loro manifestazione di lusso e di bellezza.

Donna Clara Tasca era rimasta mezz'ora, aveva chiacchierato con ministri, uomini politici e deputati, ed era subito partita, trascinandosi dietro don Mario, di cui certo avrebbe completata la fortuna politica, se egli fosse stato meno nebuloso, meno fantastico, meno _virtuoso_ di politica.

Donna Angelica, al braccio di Sangiorgio, parlava poco: ma egli non chiedeva altro, felice di avere, sulla manica della sua marsina, quel braccio nascosto pudicamente dal guanto, felice di poter contare, ogni tanto, macchinalmente, le perle di quel monile, felice di sentirsi sfiorare il piede, ogni tanto, dall'orlo di quel vestito di broccato. Ella cercava suo marito, ma quietamente, senza troppo insistere, senza chiederne a nessuno: e col suo cavaliere scambiava solo qualche rara parola. Finalmente don Silvio, al braccio di un deputato d'opposizione, comparve sotto una porta, si avanzò verso lei e senza quasi guardarla, senza accorgersi di chi l'accompagnava, le chiese subito, sottovoce:

«Sua Maestà?»

«Amabilissima,» fece lei, chinando gli occhi.

«Più del solito?»

«Non so... mi pare...»

«Ti pare o sei certa?» ribattè egli, duramente.

«Sono certa, sono certa,» si affrettò ella a soggiungere.

Egli le voltò le spalle: ella era pallida e turbata.

«Volete sedere, forse?» le chiese Sangiorgio, pietosamente.

«No, no,» disse donn'Angelica, «passeggiamo, passeggiamo.»

Andarono in una sala del _buffet_, sala da dolci, da caffè, da thè, da gelati, piena di gente che rosicchiava e beveva, con una quantità di cartine ricce da confetti sparse sul tappeto. Anche qui era pieno di donne, la principessa di Valmy sorbiva del thè, discorrendo col piccolino-grande traduttore di Platone, atleta della Camera, il meridionale profondo, dalla voce un po' stridula e dalla frase incisiva, talvolta terribile; la contessa di Roccamorice mangiava delle castagne giulebbate, parlando col Gran Maestro dell'Ordine Mauriziano, dalla barba bianca e dal fine sorriso lombardo; la principessa di Tocco, la più bella donna di Roma, seduta in una poltrona, avendo intorno l'on. Melillo, l'on. Marchetti, l'on. di Sangarzìa, sorbiva un gelato, col suo contegno buono e placido di Dea; la baronessa Noir, piccolina, sottile, dall'abito di azzurro giapponese, dai magnifici giojelli, turchesi grosse circondate di brillanti, si batteva il ventaglio sulle dita, nervosamente, ascoltando una discussione fra il ministro d'Italia a Bruxelles e il ministro d'Italia a Bucarest.

«Non voglio nulla, non voglio nulla,» mormorò ella a Sangiorgio che la portava verso la tavola imbandita.

Cercava di dominare, a poco a poco, il suo turbamento. Parlò un minuto con la signora Gasperini, la moglie del segretario, cercando di riprendere la sua serenità; ma non vi riesciva che a metà. Un'agitazione restava ancora al fondo di quell'anima.

«Vorreste andar via?» le domandò Sangiorgio.

«Oh sì!» esclamò lei con uno slancio.

Si rimisero a cercare don Silvio di nuovo, attraversarono di nuovo la sala rossa, il salone azzurro, il salone da ballo, il corridoio delle statue dove ella rabbrividì dal freddo, con un tremito delle spalle nude; attraversarono altri tre o quattro saloni vuoti, si trovarono nel salone delle cene, dove era un allegro rumorìo di forchette, un tintinnìo di bicchieri. Ritornarono indietro: infine nel salottino degli arazzi di don Chisciotte, trovarono don Silvio in uno strettissimo colloquio con l'ambasciatore d'Inghilterra. Donn'Angelica fece per accostarsi, ma con un cenno delle palpebre don Silvio glielo proibì, le fece intendere di allontanarsi: ella chinò il capo, arrossendo, trascinò via Sangiorgio rapidamente.

«Non ballate voi, Sangiorgio?» gli domandò, ridendo. «Siete troppo serio, voi: a che pensate sempre così? Non alla politica, spero?»

«Oh no!»

«Non ci pensate, non ci pensate, ve ne prego,» fece lei, appoggiandosi maggiormente sul suo braccio. «Non sareste innamorato per caso?»

«Sì,» disse lui, schiettamente.

Ella si arrestò, un po' interdetta, pentita di aver detto troppo. E subito parlò di altro, del ballo, degli arazzi, di don Chisciotte, del caldo, di tutto, con una voce un po' velata. Il ballo, alle due dopo mezzanotte, era nel suo più vivo splendore: nel salone da ballo una quarantina di coppie ballavano il _waltzer_, e in tutte le sale, sotto gli arazzi, fra le giardiniere, fra le portiere di broccato, fra il bianco dello stucco e l'oro degli ornamenti, era un sorgere, un pullulare, un espandersi di donne, una lucentezza di chiome stellate, un anelare di petti femminili luminosi. Il segretario di don Silvio si accostò a donn'Angelica, con la sua aria affaccendata.

«Sua Eccellenza deve andare immediatamente al ministero, per un telegramma di urgenza. Non può accompagnare la signora.»

«Bene,» fece lei, licenziandolo con lo sguardo.

Tacitamente egli l'aveva accompagnata in anticamera, dove, nello scialbo luccicore della luce elettrica, sotto gli occhi dei camerieri muti, quasi automatici, l'aveva aiutata a infilare il grande mantello di broccato bianco, foderato di ermellino. E, senza avere spiegazioni, senza dirsi nulla, ella aveva ripreso il suo braccio ed era discesa placidamente per lo scalone: il cameriere di casa Vargas li aveva preceduti, per chiamare la carrozza. E con un moto gentile e rapido, innanzi allo sportello aperto del _coupé_, ella raccolse lo strascico, inarcò il piedino calzato di raso bianco e saltò in carrozza: non salutò, non tese la mano, — naturalmente, egli salì in carrozza con lei.

Nulla si dissero: ma lo strascico bianco copriva i piedi e le gambe di Francesco Sangiorgio, empiendo la piccola vettura delle sue onde seriche e candide, e si distingueva, nel breve ambiente, un lievissimo odore di mughetti.

Ella non aveva nulla sul capo, nè una sciarpa, nè un cappuccio, nè un merletto: la testa libera si ergeva dal candore morbido dell'ermellino e nei capelli neri le stelle di diamanti scintillavano. Dalle ampie maniche del mantello le mani uscivano, si abbandonavano sulle ginocchia: una calzata ancora dal guanto di camoscio chiarissimo: l'altra, senza guanto, nuda, con un brillante all'anulare, che scintillava. E nella penombra della carrozza che a mezzo trotto scendeva dal colle del Quirinale alla vecchia Roma, Francesco Sangiorgio guardava ora quel viso soavissimo che un pallore vivo rendeva più affascinante che mai, ora quella piccola mano lasciata con tanto abbandono in grembo, come se una mortale stanchezza l'avesse vinta. Nella dolcezza desiderata e aspettata di quel momento, nella solitudine bizzarra di quel piccolo nido azzurro cupo che riconduceva a casa la soavissima donna, l'amatore non era preso da alcun desiderio, niuna ansia del minuto che fuggiva, niuno spavento del tempo che passava e che avrebbe portato la loro divisione: egli godeva delicatamente quel vivissimo piacere spirituale, quella felicità era per lui senza mescolanza di amarezza. Immobile, muto, con gli occhi quasi incantati, i quali null'altro sapevano vedere che quel viso bianco e quella mano piccoletta e molle che parea dormisse, egli non si moveva e non parlava, buddista dell'amore, perchè in nulla l'altissima sensazione venisse scemata.

Giammai aveva inteso la sua vita svolgersi ed allargarsi con tanta dolcezza, come un fiume largo e felice che se ne va innamorato al mare, nella bellezza della pianura verde, sotto il sole, appena appena mormorando sotto i giuncheti: giammai si era sentito così inondato di una letizia pura, dove egualmente si fondeva l'appagamento dello spirito e dei sensi, la delizia del cuore e dei nervi. Delibava, intensamente, completamente, quella letizia, nella immobilità, nella passività dell'uomo felice.

Donn'Angelica, ogni tanto, lo guardava con un lento moto di occhi. Buttata in quell'angolo, ma non rannicchiata, non raggomitolata, con quella bella compostezza di forme e di pose che era la sua grazia, ella pareva si riposasse, senza troppo abbandono e senza troppa rigidità. Non dormiva, no, tenendo gli occhioni scuri spalancati e rivolgendoli, tratto tratto, quietamente, su colui che l'amava, — ma tutte le linee del volto si erano quasi ammollite, arrotondate nel riposo.

Come i fanciulli, come certe donne che riprendono la infantilità, dormendo, il cui volto si ringiovanisce, si addolcisce, ridiventa ingenuo e bonario, ella aveva, in quel momento di calma, l'aria di una fanciulletta, di un'adolescente creatura ingenua. Era scomparsa l'apparenza di donna vestita con la pompa di un ballo: il mantello pareva il vestito di una educanda, un vestito morbido e candido, senza forma, castissimo, un manto verginale: e lo scintillio dei brillanti nei capelli neri, sulla mano piccola, pareva raggio di luce, non ricchezza fulgida di gioielli. Ella era ridiventata giovanetta, in una pura essenza spirituale di bellezza e di grazia, in un riposo che era anche un rinascimento.

Niuna fiamma si accendeva nei begli occhi pieni di ombra e pieni di pace; nessun sorriso veniva a dissuggellare le labbra chiuse e arcuate come quelle delle statue, non una parola usciva da quelle labbra. Anche ella era immobile, la piccola mano pareva di cera sul bianco della stoffa, il volto si delineava sul fondo cupo della carrozza, come un ovale chiaro: e che pensasse, che sentisse, non si sapeva, non s'intendeva. Dietro quell'apparenza di pace, dietro quel riposo delle linee, forse era alacre il pensiero, forse il cuore fortemente palpitava, forse la grande vita interiore dell'intelletto del sentimento passava per tutti i fenomeni dell'attività. E forse in lei erano penetrati sin nello spirito quella calma e quel riposo: forse ella era simile, dentro, al grande lago profondo d'acciaio che niuna tempesta mai può turbare. Ma non si sapeva nulla: ella, come sempre, era avvolta nel grande mistero della serenità.

Fra loro due, fra l'essere felice che si lasciava annegare dall'onda soverchiante di delizia spirituale che lo assaliva senza strepito, e fra la creatura giovane, casta, quieta, serena, sedeva terzo l'amore.

III.

Appena spuntò dal Babuino in Piazza del Popolo, Francesco Sangiorgio ebbe un pugno di coriandoli nel collo, senza sapere donde gli venissero: un mazzettaccio informe, di fiori di cicoria, gli sfiorò una guancia: egli fu preso da un flotto di folla che lo trasportò verso l'obelisco. Una grande folla nera, tumultuante, urlante, fischiante, ondeggiava intorno alla fontana, sotto un nembo bianco di coriandoli lanciati dai pedoni, dalle carrozze, dalle due grandi tribune di legno che quasi continuavano il Corso sino alla fontana.

La chiarezza pomeridiana, larghissima, si effondeva su questa folla scura, dai volti convulsi, mettendo la piazza sotto una grande calotta luminosa di primavera, e nell'aria tepida, nello scirocco mite di febbraio, la polvere di gesso dei coriandoli sfarinati bruciava la gola e attirava il sangue alle guance. Sangiorgio dovette fare forza di gomiti e di spalle per liberarsi da quell'onda clamante che lo sospingeva, lo travolgeva, e una collera lo prese contro quella brutalità di divertimento che rassomigliava o superava i furori degli animali festanti.

La gente rifluiva sino alle due porte del Pincio, sbarrandole, chiudendole, aggrappata ai cancelli aperti, volgendo le spalle ai due viali ascendenti: ma niuno entrava, niuno pensava di salire al Pincio, presi da quell'ardore concentrato che danno i grandi spettacoli dello sfrenamento umano. Sangiorgio camminava con stento, contro corrente, ora pallido, ora rosso, frenandosi malamente a non dare dei pugni a quelli che lo spingevano. Ma la estrema difficoltà fu per lui di poter entrare al Pincio: la folla che ne sbarrava l'entrata non lo voleva lasciar passare, non voleva perdere il posto, non voleva che lui ne usurpasse uno, credendo che egli volesse installarsi là, non supponendo mai che egli volesse andare a passeggiare lassù.

Quale singolarità di gusti poteva dunque condurre quell'uomo a passeggiare pel Pincio deserto, in quella giornata di baldoria, in quell'ora tiepida pomeridiana, quando tutta la gente impazziva di gioia carnevalesca da Piazza Venezia a Piazza del Popolo? La folla non voleva crederci, a questa stranezza, e non voleva lasciar passare Francesco Sangiorgio. Egli gridò, di nuovo, due o tre volte, avendo le fiamme della collera sul volto:

— Vado al Pincio, vado al Pincio!

Passò. Appena fatto il gomito del viale, un gran respiro di contentezza gli sollevò il petto, un senso di calma gli si diffuse pei nervi esaltati. Entrava nella solitudine saliente e verde del grande viale, sotto la mite ombra degli olmi che fiorivano novellamente, nella primavera che veniva.

Non una persona s'incontrava nel viale che da una parte andava verso villa Medici e verso la Trinità dei Monti, dall'altra saliva al Pincio: non un viandante, non una donna, non un fanciullo. Tutti, tutti erano al Corso, per la via, nei portoni, sui balconi, sulle logge, sulle tribune improvvisate, sui fusti dei lampioni, attaccati al soffietto delle carrozze, tutti, tutti al Corso, presi dalla grande follia carnevalesca.

Francesco Sangiorgio si sentiva sempre più rassicurato, sempre più tranquillo, montando a quell'alta pace di campagna solitaria. Ogni tanto gli arrivava un'eco fioca, da Piazza del Popolo, di voci stridule e gravi che la distanza attenuava; ma come si allontanava, sempre più questa eco diminuiva, arrivava ancora fievolissima, poi moriva. Solo, costeggiando il muretto che dava sulla Piazza del Popolo, si vedeva ancora, sotto, un'agitazione confusa di una gran massa nera e una grande nuvola trasparente bianca, una nuvola bianca e bassa come quelle palustri.

Sul grande terrazzo, che è piuttosto una spianata, amplissimo, chiaro, che guarda Roma e San Pietro al Vaticano e Monte Mario e tutta la campagna romana intorno al Tevere, oltre la Porta Flaminia, sopra un banco, sotto un albero, un vecchio, modestamente vestito, era seduto. Il bastone gli si abbandonava fra le gambe, il sole gli batteva sulla faccia, ed egli chiudeva gli occhi, inebetito dall'età, dal riposo e dal tepore. Appoggiato, o piuttosto buttato sulla larga balaustra del terrazzo, un prete guardava Roma, piccola macchia nera di fronte alla grande macchia biancastra della città bagnata nella dolce luce del pomeriggio. Francesco Sangiorgio, per vedere, si accostò a questo prete: era un giovanotto magro e pallido, dal volto sparso di macchie di lentiggini: ma non guardava Roma, nè la indistinta massa bruna che fluttuava in Piazza del Popolo: leggeva il breviario, un grosso libro legato di nero. Sangiorgio si allontanò rapidamente, sempre più fiducioso. E invero, in tutto il giardino che le balie, le cameriere, le istitutrici, le mamme modeste prediligono e che i bimbi adorano, era uno squallore di parco abbandonato, donde è fuggito ogni rumore, ogni traccia di vita: l'aiuola grande intorno a cui si mette la musica, pareva da anni non richiamasse più nessuno; i leggii di ferro, sparsi qua e là e che servono per la musica del concerto, erano sbandati e arrugginiti, come se per un'infinita quantità di tempo avessero ricevute le ingiurie del sole e della pioggia, senza che la mano dell'uomo li toccasse; nella piccola bacheca del venditore di palle elastiche, di cerchi, di corde per saltare, non vi era un'anima, e la sua merce era sospesa all'albero senza che niuno pensasse a venderla, a comperarla, a rubarla; silenzioso, deserto, immobile, coi suoi cavallucci azzurri e rossi, il carosello; pendente, come piangente, come trascinante il suo abbandono, la corda dell'altalena. Negli altri giorni tutti questi ingenui divertimenti eran pieni di strilli infantili, di vive risate, di richiami materni, di voci allegre: ora i bimbi e le madri e le serve erano laggiù, perduti nella grande voragine carnascialesca e da anni sembravano aver dimenticato quell'amabile ritrovo verde che la incipiente primavera già faceva germogliare tutto.

Intorno al minuscolo laghetto, niuno buttava la mica di pane al bel cigno candido che chinava il collo delicatamente, come una donnina malata, e navigava con lentezza in quel breve giro di acque verdigne: pareva vecchio e triste di vecchiaia il cigno, come se avesse perso l'abitudine di vedere le manine gentili delle creature dargli da mangiare. L'orologio ad acqua, sporco, appannato, segnava le 5.15; di quale giorno, di quale anno? Una sfera era rotta. Nessuno, nessuno seduto all'ombra della capanna svizzera che gli strani seminaristi tedeschi vestiti di rosso e gli allievi del collegio del Nazzareno amano: e dal cancello che separa villa Medici dal Pincio, si vedeva un lungo viale cupo, deserto, bruno e umido. Sotto i platani le erme marmoree, dalle guance un po' consumate dalle piogge, con le anella delle chiome abbrunite dall'umidità, pareva si annoiassero lì, da secoli.

E Francesco Sangiorgio si consolava di questo profondo deserto campestre che si rigonfiava di succhio novello, come la dolce stagione lo comportava. Il grande giardino, coi suoi larghi viali, pareva tutto suo, lasciato in abbandono dalla folla chiassona, pronto a nascondere i suoi amori, nido solitario di un purissimo idillio sentimentale. Lontano, dalla terrazza posteriore, egli aveva ben guardato la immensa massa verde di villa Borghese dove sarebbe stato così facile il celarsi: ma ella non aveva voluto, per non attraversare piazza del Popolo, in quell'orrendo giorno di carnevale: e più del Pincio, villa Borghese sembrava un immenso parco naturale, senza traccia di uomo, una vasta campagna vergine e solitaria.

Passando innanzi al cancello che separa il Pincio da villa Medici, Sangiorgio dette un'occhiata di rimpianto alla cupezza malinconica di quel viale fittissimo, dove l'idillio soave sarebbe stato anche al coperto della chiarezza larga del cielo: ma ella non aveva voluto, per entrare a villa Medici ci vuole un permesso speciale. E quello che turbava Sangiorgio, nei suoi giri attorno al grande giardino, era la parte che dava sopra Roma e sopra Piazza del Popolo, tutto quel lato scoperto, quell'immensa breccia, donde veniva, a riprese, un rombo cupo, il clamore giocondo e pauroso della folla: ogni volta che girava verso villa Borghese, gli pareva di essere in pace, solo con l'amor suo, non disturbato, nel beneficio della solitudine campestre; ogni volta che ritornava verso Roma, l'improvvisa visione della città e il rombo e tutto quel mondo estraneo che s'imponeva, gli guastavano tutti i sogni. Sentiva in quel pubblico, in quella folla, l'ostacolo, la difficoltà, il dolore.

Quando ella giunse, egli l'aspettava da un'ora, non essendosi ancora impazientito, ignorando ancora i tormenti di colui che attende nell'incertezza, fiducioso ancora nella parola femminile.

Ella venne dallo stradone che dà sulla Trinità dei Monti, avendo lasciata la carrozza in Piazza di Spagna: era vestita di lana azzurro cupo, con una veletta bianca sulla faccia che aumentava la giovanilità del suo aspetto: camminava piano, senza muovere le gonne, come se scivolasse sul suolo, non venendo, ma avanzandosi. In un minuto, alzando ambedue gli occhi, senza affrettare il passo: egli non si era mosso dal pilastrino dove stava appoggiato, aspettandola, vedendola avanzarsi, nella cupezza della stoffa bruna, nel candore della veletta bianca. Non dunque lei era un fiore primaverile, un grande fiore umano sbocciato per la sua delizia?

Quando furono accanto, non si salutarono, non si tesero la mano, ella stringeva nel piccolo pugno il manico dell'ombrellino, un galletto di legno scolpito, con la cresta rossa: non si parlavano, camminavano l'uno accanto all'altro, senza guardarsi.

«Grazie,» disse lui.

«No, no,» rispose lei, subito.

E guardandosi intorno, con un'occhiata timida, soggiunse:

«Qui ci vedranno tutti.»

«Non vi è nessuno; non temete.»

«Nessuno?»

«Nessuno; è carnevale.»

«È vero; tutti sono al Corso: dovevo andare anch'io...»

E si accostò al largo terrazzo soleggiato, donde si vedeva tutto il mare magno della folla clamante, in Piazza del Popolo: egli provò una fitta al cuore, come se quello spettacolo gli togliesse una parte della sua felicità. Ella appoggiò al parapetto la mano sottile inguantata di camoscio: e guardò quei grandi flotti oscuri di gente, da cui saliva un rombo come di vulcano.

«Come si divertono, laggiù!» ella mormorò melanconicamente.

Egli l'aspettava, tenendosi indietro, preso da un senso d'impazienza.

«Venite via,» le disse.

Ella voltò le spalle alla città, internandosi con lui nel grande viale a sinistra; e guardava in terra, come se pensasse profondamente.

«Nessuno, nessuno,» diss'ella, come sollevata. «È una fortuna che sia carnevale. La gente impazzisce. Non preferireste voi essere laggiù?...»

«Come potete credere...» cominciò lui, addolorato.

«Non posso più credere in molte cose,» susurrò ella, come se parlasse a sè stessa.

«Siete così buona: io non so dirvi nulla: risparmiatemi,» la pregò lui, con l'umiltà del cristiano innanzi l'immagine benedetta.

«Ho da dirvi delle cose tristi, amico,» disse ella, con la sua bella voce dolente.

«Non oggi, non oggi, domani, un altro giorno...»

«Meglio oggi che domani,» soggiunse ella, fissando i begli occhi mesti sopra la campagna di villa Borghese. «Bisogna aver coraggio...»

«Io non ne ho, non ne ho niente...»

«Bisogna averne,» insistette ella, «per vivere in pace con la propria coscienza.»

E si strinse, con un brivido, nella piccola mantellina di pelliccia, passando innanzi alla freddezza nera di villa Medici.

«La coscienza, la coscienza!» esclamò lui, ribellandosi, «e l'amore?»

«Non si deve amare,» pronunziò ella, come una sentenza.

«E perchè?»

«Perchè non vogliono.»

«Chi non vuole?»

«Quelli,» e tendendo la mano, indicò Roma e Piazza del Popolo, dove alta ferveva la follia carnevalesca.

«Non sapete chi siano.»

«Sono la coscienza: io non saprei ingannare, amando.»

«Voi non amate,» fece egli con amarezza.

«... Forse,» diss'ella, perdendosi nella contemplazione di Monte Mario.

«Venite via, venite via,» ripetette lui, preso da un'angoscia di pentimento, volendo sottrarla allo spettacolo della folla.