La conquista di Roma

Part 16

Chapter 163,573 wordsPublic domain

Passava l'ora e niente nella casa si moveva, che fosse appartenuto alla lietezza di un ballo: essa serbava il suo aspetto confuso, il suo batter di porte, il suo discorrere ora concitato, ora sommesso, il suo andirivieni di carte scritte e stampate, il suo aspetto di piazza, di Borsa, di casa politica dove viene ad approdare ogni intrigo, ogni falsità, ogni imbroglio. Forse, di là, nel santuario, la bellezza giovanile di donn'Angelica si manifestava nella piccola febbre femminile che precede il ballo, mettendo nella sua camera il disordine inebbriante delle biancherie sparse, delle calze di seta che sgorgano dai cassetti aperti, delle boccette sturate, dei busti che trascinano sul tappeto: ma questa confusione muliebre, questo scombussolamento inebbriante che innamora un marito o un amante più profondamente che mai, si ignorava.

Francesco Sangiorgio sentiva, sì, attraverso le tre o quattro porte che lo dividevano dalla donna che amava, sentiva questo fascino novello, tutto umano, che lo dominava in modo diverso, che s'indirizzava all'uomo; sentiva il contrasto fra la secchezza, l'aridità di quella esistenza tumultuosa di don Silvio, e la morbidezza poetica di quella acconciatura di donna, laggiù, nel grande turbamento tenero e sensuale che dànno tutte le cose che hanno toccato il corpo femminile.

Finalmente, alle dieci, si udì aprire e chiudere qualche porta, qualche voce parlò sommessa: e Sangiorgio, preso alla gola dalla soffocazione di un desiderio, chiuse gli occhi per salvarsi dallo spettacolo abbagliante della bellezza di donn'Angelica. Ma niuno comparve, un rotolìo sordo si udì nel cortile e sulla Piazza dell'Apollinare.

«Donn'Angelica è partita pel Quirinale,» disse quietamente don Silvio, aprendo la _Riforma_ che gli avevano portato allora. «Non andate anche voi, Sangiorgio?»

«Più tardi,» rispose fievolmente Sangiorgio che era diventato pallidissimo.

Nella bianchissima luce elettrica che illuminava lo scalone d'onore, le donne ascendevano lentissimamente, posando appena il piede calzato di raso sul tappeto: e con lo strascico abbandonato, il ricco mantello di lana bianca molle e caldo sulle spalle nude, la testa ingemmata o piumata o infiorata, davano, salendo, certe occhiate lente e distratte alle due grandi siepi di piante verdi, alle muse dalle foglie larghe venate di rosso, alle palme che parevan cupissime sullo stucco bianco delle pareti.

Le donne guardavano, inerti, come se non vedessero nulla, per conservare la serenità — e salivano piano, per non scalmanarsi, perchè sul viso non fosse turbato il pallore eguale o il fiorente roseo. Dopo tanta nervosità febbrile, la calma egoistica della donna che vuol restar bella era scesa in loro: e bastava vedere la tranquillità con cui nel grandissimo salone degli arazzi, trasformato in guardaroba, un po' freddo, esse discioglievano i nastri, snodavano i cappi dei mantelli, lasciandoseli togliere delicatamente dalle spalle, conservando la loro apparenza di bellissime statue insensibili e semoventi; bastava vedere il gesto flemmatico, con cui distendevano su per le braccia la pelle cedevole dei guanti di Svezia, mentre il marito, o il fratello, o il padre, aspettava, impaziente, col braccio pronto, per accompagnare la bella indifferente e serena che si rialzava pacificamente le spalline del corpetto un po' spostate.

E anche l'attraversare i due saloni e il corridoio delle statue era una passeggiata molle e silenziosa: ma già nel fiato caldo che i caloriferi mettevano dappertutto e in quell'approssimamento quieto e pieno di dolcezza, le donne schiudevano le labbra al sorriso florido dei balli, il sorriso che si diffonde per tutta la faccia, per tutta la persona. E alla porta del grande salone da ballo, il cerimoniere, che offriva loro il taccuino da ballo, un mazzetto di fiori e il braccio per introdurle nel salone, aveva la primizia incantevole di quel sorriso: il padre, il marito, il fratello erano abbandonati senza un saluto, senza una parola.

Scintillìo profondo di gemme. Su tre file di panchette rosse, trecento donne erano sedute, ingemmate nei capelli, alle orecchie, al collo nudo e sul seno, sulle braccia. Da certe testine, più modeste, partiva un raggio sottile, vivissimo, a ogni movenza: ma alla ondulazione di certe spalle altiere che s'inchinavano, al moto di un braccio che agitava un ventaglio piumato, era tutto un vivido fluire di scintille, un balenìo chiarissimo e fulgido. Strette le donne l'una all'altra, l'un vestito femminile assorbiva e confondeva quello dell'altra, per essere a sua volta assorbito e confuso: e nulla si discerneva di colori e di stoffe, si vedeva solo un po' di corpetto, un lembo breve di spallina che talvolta un fiore o un nastro o un gioiello copriva. E quello che vinceva tutto, sul molle soffio del velo, sulla lucentezza del raso, sulla delicatezza del merletto, sulla pesantezza nera dei capelli, sulla leggerezza delle chiome bionde, sulla pelle quasi viva dei guanti, sulla carnagione del collo, delle spalle, del braccio, era il gioiello, più di tutti lucido, vivido, colorito, iridescente, era il gioiello trionfante.

E su quella triplice profondità scintillante, quella che sgorgava, che si allargava, che dominava tutto, era la plasticità varia, infinita, delle braccia e delle spalle denudate. Qui il biancore anemico e freddo che più si assomiglia alla glacialità del marmo e che gela lo sguardo che vi si ferma; e qui il perlaceo, la carnagione dalla trasparenza levigata che nessun'ombra verrà mai a colorire; subito dopo la carnagione bianca e forte, sotto cui scorre, come un flutto, il sangue ricco, una stoffa rossa dietro un tessuto leggiero bianco; altrove il carnicino mite e eguale, temperamento medio, temperatura media che nulla vale a rialzare mai; altrove il bianco opaco che il calore o l'emozione marmorizza qua e là, a placche di roseo; altrove ancora la carnagione nè bruna nè bianca, ma scura, come se il sangue fluttuante portasse seco un letto di sabbia nera; altrove ancora, il carnicino vivo, bello, attraente, simile alla densità grassa di un petalo di magnolia, simile alla polpa nutrita di un frutto maturo.

Questa plasticità germogliava dai corpetti, come se si sprigionasse delicatamente da un legame; fioriva dalla strettezza delle spalline, dall'arricciatura del velo, come dal calice; aveva qualche cosa di rigoglioso, di spontaneo, come le bellissime generazioni del mondo vegetale. Questa plasticità ripetuta su tutti i toni, trecento volte, finiva per acquistare un generale carattere di bellezza, d'insieme, come è la bellezza di una grande foresta: l'individuo vi scompariva, la personalità era assorbita.

Nulla più che parlasse febbrilmente all'occhio, nulla più che turbasse la fantasia, più nulla che inducesse alla particolar seduzione: ma invece la grande nota della bellezza femminile, presa in complesso, che i sensi non sentono, ma che lo spirito sente; il coro unico dove tutte quelle voci bianche, rosee, rosse, diventavano una sola voce.

Invano, invano, sotto l'orchestra, dietro le panchette, nei vani delle porte, la siepe nera e bianca degli uomini, fittissima, cercava discernere un viso, una fisonomia, una persona, la persona, quella donna. Essi, gli uomini, non percepivano più che un grande splendore di gioielli, dove ogni altra cosa moriva: non percepivano più che una donna sola, la donna, dalle braccia nude, dalle spalle nude, dove trecento donne scollate erano assorbite.

Ma un improvviso silenzio cadde sulla sala: una immobilità colpì quelle trecento donne che rimasero con gli occhi fissi sulla porta del fondo, senza batter palpebra. Dall'orchestra risonarono le prime note della fanfara: chiarissime, squillanti, militari, di un effetto strano in quel silenzio, in quella pompa tutta femminile. Come di scatto, le trecento signore si alzarono, con un fruscìo di stoffe: e stettero aspettando, strette l'una all'altra: tutte sorridenti, con le spalle un po' sollevate che parea dovessero sfuggire dal vestito, con le braccia molli e abbandonate, con una serenità inflessibile di bellezza sulla figura. Dietro di loro, sotto l'orchestra, nei vani delle porte, la massa bianca e nera degli uomini fluttuava, ma silenziosamente: e l'attesa di un minuto parve lunghissima. Poi, sotto la porta del fondo, qualche cosa di fulgido apparve, un fulgore moltiplicato e concentrato che parve la visione di una cometa: e mentre lo splendore augusto femminile s'inchinava, scintillando, con un moto di grazia suprema, quella siepe scintillante di gioielli, quella gran fittezza di gemme, quello splendore di stelle, s'inchinò profondamente. Al femminile eterno, nella sua unicità, riveriva il femminile eterno nella sua molteplicità. Gli uomini — turbati — guardavano.

Ergendosi sulla punta dei piedi, Francesco Sangiorgio cercava di scorgere dove fosse la dolcissima donna. Egli era fra un gruppo di deputati, l'onorevole Galvagna, il colonnello delle province irridente, l'onorevole di Sangarzìa che aspettava pazientemente di raggiungere le signore, l'onorevole di San Demetrio che applicava la galanteria alla diplomazia: ma Sangiorgio cercava donn'Angelica.

Tutte quelle donne ritte, in fila, che sollevavano i loro mazzi di fiori e che guardavano, sorridendo, la quadriglia reale, lo confondevano, egli non distingueva i loro lineamenti, non ne riconosceva nessuna. Giammai aveva visto tante donne riunite, compatte, intensamente raccolte, in tutto lo splendore della bellezza e del lusso, in tutta la potenza della loro femminilità.

Chiudeva gli occhi, ogni tanto, abbarbagliato: li riapriva, cercando di distinguerne la più bella, la sola che a lui paresse donna.

A un tratto, mentre l'augusta donna girava mollemente intorno al canuto e bonario ambasciatore di Germania, e il lungo strascico regale, color fiamma, serpeggiava come la coda di una cometa, e il diadema reale aveva qualche cosa di siderale, Sangiorgio vide donn'Angelica Vargas al braccio di un signore bruno e vecchio, dai mustacchi tinti, dai capelli radi di un nero che tirava al rossastro: donn'Angelica figurava nella quadriglia reale, di fronte alla biondissima, pallida signora amletiana che era l'ambasciatrice di Germania.

Donn'Angelica passeggiava attraverso il salone con quell'incesso armonioso, quasi musicale, che rendeva la sua andatura una delle sue più grandi seduzioni: dietro lei, lo strascico di broccato bianco ondulava dolcemente, come a flutti: qualche filo d'argento, che passava nella trama del broccato, vi brillava.

Ogni tanto, come la nobile e lenta passeggiata, che era poi la quadriglia reale, lo consentiva, si vedeva il busto giovanile e snello di donn'Angelica e il corpetto di broccato bianco, pudicamente scollato, terminato da una nebulosa arricciatura di velo bianco: sulla nitidezza del collo bianco un monile di perle si confondeva col perlaceo della carnagione, e una grande croce di brillanti scendeva sul petto, luminosa.

Donn'Angelica, dai capelli castagni strettamente raccolti intorno al capo, era coronata di stelle: le lucenti stelle di brillanti le ingioiellavano tutta la scurezza della chioma bruna, quattro innanzi, quattro indietro, diffuse, senz'ordine, come realmente compaiono le stelle sulla nerezza notturna, sull'azzurro cupo e profondo del firmamento.

E l'occhio acuto dell'uomo che amava distinse bene, per sè solo, sulla scollatura di velo un fiocchettino di mughetti quasi indistinguibile, messo là per aver il profumo e la poesia di un fiore, messo là perchè soltanto lo sguardo di colui che sapeva amare, lo distinguesse.

E invero fra tanto rigoglio di bellezza, talvolta mite e semplice, talvolta provocante, talvolta gracile e delicato, fra tanto espandersi di bellezza e di seduzione, donn'Angelica era la bellezza pura e pensosa, la bellezza nella sua espressione di candore malinconico, nella sua serenità di cuore che ha vissuto.

Tutto in lei era casto: il vestito bianco ricchissimo, ma di un colore appannato, senza sfarzo, con lieve scorrere di fili d'argento, fra la trama, qua e là, come pensieri, come idee dolci che allietavano la monotonia di quel candore; le pieghe nobili dello strascico che avevano qualche cosa di classico, come il panneggiamento di una casta statua antica; la scollatura giusta, in modo che nulla vi perdeva di attrazione la donna, tutto vi guadagnava come castità la signora, la ricchezza della spallina che nascondeva il punto provocante, quasi sensuale, dove la spalla della donna diventa braccio; il guanto chiarissimo, di un bianco rosato, di una pelle finissima, che oltrepassava castamente di cinque dita il gomito e si distendeva, senza far pieghe, modellando il braccio; non un braccialetto; due semplici e fulgenti stelle di brillanti alle orecchie. Tutto l'insieme casto, che nulla aveva della stupidaggine odiosa della fanciulla ritrosa, ma aveva tutta la castità di pensieri e di sensi della donna pura.

A Francesco Sangiorgio parve vedere la medesima purezza. Una lucentezza blanda negli occhi: lento e buono il moto delle palpebre: non un'ombra di veglia o di pena sotto lo sguardo, che si posava quietamente sugli oggetti e sulle persone che la circondavano: freschissime, di fanciulla, le tempie, dove la pelle aveva la tenuità del velo che circonda l'uovo; da cammeo la linea del profilo, dalle nari foderate delicatamente di roseo: sinuosamente colorita di rosso, come un fiore chiuso, la bocca. E in tutta la fisonomia la espressione pacata di chi è senza speranza, come senza desiderii: un'aureola più che umana, tutta spirituale, la quale trasfigurava quella bellezza.

Francesco Sangiorgio, a quell'aspetto, aveva sentito dileguarsi quell'acre desiderio che lo aveva signoreggiato in quella stanza da pranzo, nell'attesa spasimante di donn'Angelica che era fuggita, senza farsi vedere; i suoi nervi si erano placati a poco a poco: i sensi eccitati cadevano in un languore di contemplazione.

Quella castità, quella purezza scendevano su lui, come un soffio fresco a mitigare il calore della passione: penetravano in lui come la benedizione di una carezza tutta innocente, bacio di bimba, mano di sorella, abbraccio affettuoso di amica: s'impossessavano di lui, come un placido fiume di dolcezza dilaga senza rumore e senza disastri e copre le rive.

La febbre dei suoi polsi si era calmata: le vene delle tempie non battevano più precipitosamente, come prima; quel malvagio desiderio brutale era sfinito in una blandizie. E mentre donn'Angelica, ferma al suo posto, si riposava, egli sentì che ella lo guardava: sguardo chiaro e schietto, tutto umido di dolcezza, tutta luce quieta. Invero, per lui, ella era, in quell'ora e per sempre, la celeste Beatrice.

Dalla grande poltrona reale, la sovrana piegava un po' il capo per discorrere con donna Clara Tasca, che sedeva accanto a lei sullo sgabello, come moglie di un cavaliere dell'Annunziata: l'ardente siciliana dagli occhi vivi spirituali sotto i capelli un po' brizzolati, dalla fisonomia mobile dove tutta l'espressione di un'anima irrequieta si dipingeva, rispondeva presto presto alla regina, piegandosi anche lei, dimostrando un interesse rispettoso. Le altre signore del mondo aristocratico, del politico, del diplomatico, riunite in gruppi, discorrevano fra loro, fingendo d'interessarsi al discorso, ma tenendo d'occhio, attentamente, ogni moto della sovrana: e non ballavano ancora, non accettavano inviti a ballare, distratte, assorbite nel pensiero di quello che avrebbe detto loro la regina. Tutte quante, malgrado il censo, il nome, la bellezza, tutte le fortune dell'anima e del corpo, non ambivano che questo minuto di colloquio pubblico, innanzi a duemila persone, con la regina; tutte quante dimenticavano ogni speranza, ogni desiderio, ogni interesse, ogni altro affetto, nell'ambizione muliebre di questo breve colloquio, al cospetto del pubblico. Le ragazze, soltanto, a cui non sarebbe mai toccato quest'onore, venute al ballo per mostrare la loro giovanile bellezza, per essere allegre, per ballare, per annodare uno di quegli innocenti e poetici legami d'amore, le ragazze, invece, già ballavano il _waltzer_, nel largo giro del salone, fra un grande volteggiare di veli bianchi, rosei, azzurri, scostandosi solo, con una certa timidezza, innanzi alla poltrona reale. Gli uomini andavano, venivano, si fermavano in gruppi, ballavano, chiacchieravano: niuno badava a loro. Francesco Sangiorgio, dopo la quadriglia reale, era scivolato fra le gonne seriche, lentamente, era distante da donn'Angelica soltanto venti passi e la vedeva discorrere col deputato di Carimate, il gran signore lombardo, dalla barba nera e dai principii vaghi di socialismo: ma ella stessa, donn'Angelica, era un po' distratta, con gli occhi bassi, che ogni tanto si rivolgevano verso la persona regale.

E come quell'astro si volgeva a destra e a sinistra, come faceva cenno di alzarsi, certi lunghi fremiti correvano per quei gruppi di donne: tutte volgevano il capo da quella parte, molte tacevano, aspettando, molte continuavano a chiacchierare o ad ascoltare, ma balbettavano: il loro spirito era altrove. La regina era passata al gruppo delle sue dame, mostrando il profilo regale alla sala: e lo squadrone delle dame, in piedi, la circondava: le due principesse americane maritate a due principi romani, una biondissima, più inglese che americana, l'altra magra, simpatica, elegante; donna Vittoria Colonna, dagli occhi di diamante nero: donna Lavinia di Sora, dal volto perlaceo, dai grandi occhi lionati, pensierosi: la contessa di Genzano, la bellezza fatata, dai fulvi capelli; la principessa Seraphita, dal volto ideale, vestita semplicemente di bianco, con un mazzolino di violette sul seno; la principessa Lalla, dal volto che serbava le giovanili, pure linee di cammeo, dalle spalle bianche e lunate; e infine la marchesa Paola, la gran dama di onore, la madre felice dai capelli ancora biondi e ondulati, le cui figliuole allegre e brune ballavano, nel salone.

Pazientemente, le signore del mondo diplomatico si stiravano i lunghi guanti di camoscio sulle braccia, chiudevano e schiudevano il largo, molle ventaglio di piume, lo agitavano, odoravano il mazzetto di fiori, guardavano curiosamente, per la centesima volta, il taccuino da ballo, come se non lo avessero mai visto. Ora, poco a poco, Francesco Sangiorgio era arrivato alle spalle di donn'Angelica, e pian piano, come un soffio, le aveva detto:

«Buona sera.»

«Buona sera,» mormorò lei, con quella profondità di accento, che era la sua particolare espressione.

E si rivolse un po' verso lui, chiedendogli se fosse arrivato suo marito, parlando a fior di labbro, mentre egli la fissava con certi occhi innamorati e così rispettosi, che una lieve fiamma salì a colorire le guance di donn'Angelica. La regina parlava, in francese, con l'ambasciatrice di Francia, una magra e ascetica signora, dal viso lungo. Laggiù, il re discorreva con donna Luigia Catalani, vestita di color bronzo, con un piumino azzurro e strano nei capelli biondi: e la viva, spiritosa siciliana sorrideva argutamente. Una quadriglia era cominciata, fittissima, con un grande fluttuare di strascichi: le signore che erano sul lato dove Sua Maestà discorreva, per non volgerle le spalle, ballavano di profilo, con gli occhi bassi, misurando i loro passi.

«Non ballate?» chiese Sangiorgio.

«Non ballo: il governo non può ballare,» rispose ella, placidamente. «Dopo, se volete, faremo un giro.»

«Dopo?»

«Dopo.»

Egli non capì subito, non aveva guardato attorno, concentrato solo in colei che era l'amor suo, non aveva sentito intorno a sè la febbre di quella grande ambizione femminile. Ma intese che qualche cosa di importante, di supremo in quella festa tutta muliebre andava accadendo: intese la profonda preoccupazione di quelle donne che avevano scordato tutto, financo di essere belle. Nel centro della sala era grande il movimento pel ballo: e la folla degli uomini era diminuita, dirigendosi verso i salotti, verso le stanze da fumo, verso il _buffet_.

Qui, sulla destra, era sempre grosso, sempre fitto fitto il gruppo delle donne che aspettavano, desiose, a cui altre si venivano ad aggiungere, credendo che il loro turno fosse venuto, incapaci di girare, avendo il cuore e la mente e l'attenzione là, in quel lato del salone.

La regina seduta quasi nel vano di un balcone, lasciando vedere solo lo strascico e il fermaglio del monile sulla nuca, s'intratteneva con donna Lidia, la moglie del presidente del consiglio, la piccola, buona e amabile signora che usciva dalla modestia della famiglia, solo in qualche festa ufficiale.

— Quella è donna Lidia, donna Lidia, la regina parla con donna Lidia, — si susurrava nella folla delle signore e fra i giovanotti bene informati. Il colloquio durava da cinque minuti, e, per una invincibile attrazione, tutti gli occhi delle signore che aspettavano, erano fissati su donna Lidia e sulla sovrana, di cui si misuravano i movimenti: sarebbe andata a destra o a sinistra, alzandosi, uscendo da quel vano di balcone? Nel salone era una passeggiata di tutte le coppie che avevano ballata la quadriglia; gli impegni per la _polka_ si prendevano, dei giovanotti scrivevano, con la matita, nei taccuini delle ragazze; le signore straniere, anziane, mature o vecchie, rimanevano sulle ultime panchette di velluto rosso, con la loro aria corretta di persone che si annoiano volontariamente, coperte di gioielli e di merletti ricchissimi, col capo piumato.

Quelle che già avevano avuto l'onore della parola reale, circolavano, tutte rosee, sorridenti, soddisfatte, con una lucentezza di felicità negli occhi, ripetendo l'una all'altra il motto amabile ricevuto; e non si curavano più di altro, non badavano più alle altre, che aspettavano ancora, celando l'impazienza. Il re discorreva con la forte e bella signora del primo patriotta italiano, la buona e bruna signora, dal volto colorito, dal viso schietto, tutta vestita di azzurro.

«Speravo di vedervi prima, questa sera,» disse Sangiorgio, come un collegiale.

«Infatti...» rispose vagamente lei.

E subito gli voltò le spalle. Un improvviso solco si era aperto fra la folla: innanzi a loro, nello spazio libero, fra due siepi di persone, si avanzava, maestosamente e graziosamente bella, la sovrana, in una luce tremolante di stella. Ella veniva verso donn'Angelica: e Sangiorgio dette addietro, intimidito, sentendo in quella coppia muliebre, la donna semplice e serena, la donna regale e sorridente, tutta la potenza femminile.

_Dopo_, Francesco Sangiorgio e donn'Angelica passeggiavano per le sale, lentamente, attraverso gl'ingombri degli strascichi, formando delle piccole file, arrestandosi ogni tanto, come la circolazione femminile si ammucchiava, si accalcava. Nel grande salone da ballo, le ragazze, le mogli dei segretari, le signore innamorate del ballo, le spose borghesi, le dame che non avevano alcun posto ufficiale, si davano intieramente al piacere della danza, l'orchestra strideva nelle note eccitanti di Metra e di Fahrbach, l'animazione giovanile e femminile era al suo colmo.

Invece le _altre_ passeggiavano, sedevano sui divani dei salotti, tenevano circolo, si allargavano dappertutto.

L'ambasciatrice d'Inghilterra, tenendosi accanto la bella e poetica figliuola che pareva una madonnina del Botticelli, nel salone azzurro, teneva intorno a sè un circolo di giovani diplomatici: per due minuti parlarono in inglese, dolcemente, con donn'Angelica: Sangiorgio ascoltava, senza intendere, ma gli sembrava una musica deliziosa.