Part 15
Andò di là, nello studio, portandosi il segretario, parlandogli a voce bassa, ma seccamente. Rimasero soli, Francesco e donn'Angelica: egli ritto, ella col capo chino come nel Pantheon, nel minuto della preghiera, giocando con le dita attorno al cordone serico della sua vestaglia. E non parlavano e il minuto presente aveva vibrazioni prolungate come di suono musicale, come di palpito.
A un tratto, ella lo guardò coi bellissimi occhi rattristati, congiunse le mani e gli disse:
«Ma perchè avete voi voluto che noi fossimo ministro dell'interno?» e la voce tremava di emozione contenuta.
Don Silvio rientrava, con soprabito e cappello, stringendo fra le labbra il mozzicone spento e nero del suo sigaro toscano: il segretario lo seguiva con una cartella imbottita di fogli.
«Vuoi una rosa?» disse improvvisamente donn'Angelica a suo marito, facendo per mettergliela all'occhiello.
«Ma che ti pare?» esclamò lui, staccando con una certa durezza la mano bianca, «vuoi farmi burlare dall'opposizione? Un ministro con la rosa: mi farebbero subito la caricatura nei giornali.»
Donn'Angelica si ritrasse: guardò fuggevolmente Sangiorgio, ma non gli offrì la rosa.
Un cielo basso di nuvole bianche, grige, plumbee, scuricce, che si facevano nere all'orizzonte, sopra i colli tuscolani, sul Soratte che pareva anche esso un grosso nuvolone sceso sulla terra: una campagna brulla, bigia, qua e là ondulata, come se dovesse sbuzzar fuori; due siepi nere, due siepi ispide e scarnate, senza un'ombra di verde, senza un fiore: qualche _osteria di cocina_, dai rozzi dipinti sulla parete umidiccia — tre bocce nere che formavano triangolo, un pulcinella che beve una _foglietta_ — ma le porte e le finestre sbarrate, un cancelletto di legno che cadeva in frantumi: il grande fabbricato bigio dove la vedova Mangani dà da mangiare ai romani buontemponi dell'estate e dell'autunno la trippa in brodetto e l'_abbacchio alla cacciatora_, sopra un terrazzo, sotto un pergolato, in un cortile, dovunque si può mettere una tavola o un litro di vino bianco; quel rudere strano, perduto in un campo, che sembra una colossale poltrona dalla spalliera sbocconcellata e che infatti si chiama la _sedia del diavolo_; un carrettiere buttato giù, bocconi, sonnecchiante sopra un carro di pozzolana che rientrava verso Roma; ogni tanto, qualche grossa goccia di pioggia che cadeva sul terreno.
Prima di Sant'Agnese qualche carrozza di cardinale che tornava lentamente dalle catacombe, qualche prete pedone sui due marciapiedi; subito dopo Sant'Agnese due carabinieri a cavallo, avvolti dei mantelli neri, immobili; un soffio molle e sciroccale che radeva la terra; un odore acuto, quell'odore particolare della campagna romana, che va al cervello e dal cervello va nel sangue, come miasma sottile: un cane sperduto, tutto infangato, che andava annusando per le siepi e guardava il viandante, con certi tristi occhi di animale infelice: ecco le cose, le persone, gli animali, le parvenze che vide Francesco Sangiorgio, in quel cader del giorno invernale, sulla Via Nomentana. E in tutte le cose, gli animali, le case, le chiese, la grande malinconia della pioggia imminente, la immensa malinconia del tramonto romano, in campagna.
«Ecco il Ponte Nomentano,» gli disse il cocchiere, indicandoglielo con la bacchetta.
«Ferma; voglio scendere. E aspettami qua,» rispose Sangiorgio.
E a piedi fece la piccola erta che conduceva al ponte, lo strano ponte murato, dall'arco largo e molle che si piegava sull'acqua gorgogliante dell'Aniene, con le due larghe finestre che affacciano a monte e a valle del fiume. Sangiorgio si fermò sul ponte, si appoggiò allo sporto e guardò lontano, donde il fiume veniva. E veniva, stretto, ma profondo e sinuoso, con una rapidità di corrente singolare, aumentato dalle pioggie invernali: veniva, tutto bianco, con un colore di argento smorto, ma freddissimo; senza lucentezza, ma glaciale. Una quantità di piccoli gorghi vi si formavano, cerchiolini con un buco intorno a cui l'acqua si arrotondava, a piccole onde circolari.
Sulla riva un po' di terriccio più chiaro, non una pianta, non sabbia, non pozzolana e attorno il grande deserto della campagna romana.
Non pioveva ancora: ma le nebbie del fiume e lo scirocco morbido avevano dato una tinta di bagnato alla vecchia costruzione nomentana: e toccando la parete del finestrone donde si affacciava, Sangiorgio sentì un'umidità gocciolante; i gomiti stessi del suo soprabito erano già bagnati e sporchi.
Aguzzò gli occhi su tutta la campagna, ma non si vedeva nè il gramo profilo di un albero, nè il meschino profilo di un uomo: attraverso di essa, il fiume che a Tivoli è così bello, così allegro, così sonante, metteva la larga nota mestissima delle acque correnti.
Allora egli si affacciò dal finestrone a sinistra, sul fiume, guardando l'acqua che correva a valle, rapidamente, per ricongiungersi al Tevere. Qui, si vedeva la Via Nomentana prolungarsi fra la pianura, fare un gomito e scomparire: in mezzo a un campo, una casetta, un tugurio di due stanze, senza soffitto, diruto dalle mura simili a denti spezzati; al gomito della strada, una casetta bianca e pulita, piccolina, l'_Osteria dei cacciatori_, e di lì un larghissimo prato discendente al fiume.
Qui a valle, di mezzo l'acqua sorgevano dei boschetti di salici, rami nerastri e scarni; una chiatta tenuta per mezzo di una fune a un piuolo di legno conflitto, sulla riva: contro la chiatta, contro i salici, contro la fune, l'acqua si rompeva, gorgogliando.
Nell'ora oscura che discendeva, parea che discendesse anche il cielo. Guardando, con l'ardore concentrato di chi cerca, Sangiorgio vide una carrozza chiusa, ferma presso l'_Osteria dei cacciatori_, ma era rivolta in modo che non si vedevano nè i cavalli, nè il cocchiere. E poi, di lontano lontano, sulla riva destra del fiume, vide lentissimamente un punto bruno ingrandirsi ingrandirsi, e riconobbe la dolcissima donna che aveva visto piangere nella chiesa.
Solitaria, vestita di nero, ella camminava lungo il fiume, arrestandosi ogni tanto a veder fuggire la corrente, contro cui andava: camminava piano, molto rasente l'acqua, affondando nel terreno bagnato, movendo i passi con lentezza.
Come fu più vicina, egli potè scorgere, sul bruno del vestito, il fascio di rose bianche che ella aveva in casa, nel salotto tutto pieno di piante verdi: con le mani ella lo teneva stretto alla cintura. Due o tre volte, ella si rivolse verso l'orizzonte, mirando la tristezza del cielo che pareva volesse soffocare la terra, cercando invano i lieti colli di Tuscolo che il temporale già aveva nascosti; poi riprese la sua passeggiata solinga, con tale lentezza di movenze che sembrava appena appena radesse la terra.
Giammai ella alzò gli occhi sulle mura del ponte, dal cui largo finestrone, colui che aveva pianto per lei, la contemplava. Certo, ella si credeva profondata nella solitudine, in quella vasta campagna nuda, in quella minaccia crescente di bufera, in quell'ora ultima della giornata, in quel paesaggio triste da cui rifugge la gente volgare: si credeva sola, come nel tempio, pregando Dio, parlando a Dio.
A cinquanta passi dal ponte, presso il piuolo mezzo marcito dove la fune della chiatta era attaccata, donn'Angelica si fermò. Pareva che una stanchezza l'avesse presa, a un tratto, malgrado la lentezza della passeggiata: o forse aveva agito su lei il grande fascino delle acque correnti che si prendono lo spirito di coloro che le contemplano e ne assorbono la volontà. Difatti, appoggiata al piuolo, come confitta sulla riva, a un passo dall'acqua che correva, inclinando i rami neri dei salici, donn'Angelica si smarriva nella contemplazione del fiume.
Un larghissimo coperchio nero di nuvole, una cappa che affrettava il sopraggiungere della sera, chiudeva oramai tutto l'orizzonte, intorno: e pareva che la luce a poco a poco morisse, schiacciata fra il cielo e la terra. Sangiorgio non vedeva più nulla, salvo quella figura di donna, immobile come una statua, sulla riva del fiume. Pure, uno strepito sordo venne dalla Via Nomentana, un rumore di ruote, di cavalli trottanti: e in tanto bigio qualche cosa di rosso, di acceso balenò. Sotto il mantice abbassato di una _daumont_, qualche cosa di bianco, un viso fulgido il viso regale, passò: passò l'equipaggio reale sul ponte, al trotto, mentre la regale donna salutava al saluto di Sangiorgio; e tutta la visione, brevissima, accesa, fulgida, scomparve verso Roma. Sangiorgio si rivolse di nuovo al fiume.
Nulla sapeva la donna: perduta nelle sue visioni, il rumore, il passaggio purpureo dell'equipaggio regale, quella specie di cometa bionda e luminosa che aveva per un istante animato quello scurore di tramonto nuvoloso, le era sfuggita. Pareva non sapesse più distaccarsi dalla vista del severo Aniene dalle acque gelate. Egli la vide inchinarsi due o tre volte, quasi volesse contemplarsi nell'acqua o vedere il fondo del fiume. Poi le mani di lei sfogliarono una rosa e ne gittarono i petali bianchi nell'acqua fuggente che li portò via: e una dopo l'altra, tutte le rose furono sfogliate e, a manate, i petali lasciati andare alla corrente. Non ella strappava rabbiosamente quelle foglioline bianche dallo stelo, ma le distaccava con un moto di abbandono, come se realmente tutto partisse, tutto morisse nel suo spirito, insieme a quei petali che partivano, che morivano. Vi era nelle mani che lasciavano andare via quelle vite di fiori, la desolazione di altre vite morte. E l'ultima foglia, invero, le svanì fra le dita. Non egli vedeva tutto questo, per la distanza, ma lo indovinava: e come l'ultima foglia se ne andò, perduta, travolta, sentì uno struggimento come di morte. La donna, dato un ultimo sguardo all'Aniene, risalì senza voltarsi; pel prato della strada, rientrò in carrozza. Sul ponte, la carrozza passò con una velocità grandissima: donn'Angelica non vide Sangiorgio, ma egli vide bene che la pallida donna stringeva ancora alla cintura gli steli nudi delle rose morte.
II.
Dal suo banco del centro, dove fingeva di scrivere delle lettere, ma dove in verità tracciava macchinalmente il suo nome, venti, trenta volte sopra un foglietto di carta, egli vedeva perfettamente donn'Angelica Vargas sola sola nella tribuna diplomatica, appoggiantesi con un braccio sul parapetto di velluto. Ne aveva sentita la presenza, subito, a un sussulto dei nervi; aveva osato voltarsi due o tre volte e anche salutarla; — ella aveva risposto con un sorriso profondo, ma aveva immediatamente guardato altrove. Ora egli non provava altro desiderio che salire lassù, sederlesi accanto: ma pensava che non era forse conveniente farsi notare da tanti colleghi, darsi in spettacolo. Pure, il desiderio era così forte che si levò dal suo posto, attraversò l'aula e uscì nel corridoio, gironzando, distratto, rispondendo qualche monosillabo a chi gli parlava della riforma della legge universitaria. Rientrò, non avendo avuto il coraggio di salire su: e vergognoso della propria vigliaccheria. Presso il banco dei ministri, don Silvio Vargas lo chiamò:
«Sentite, Sangiorgio...»
E gli disse qualche cosa sopra la legge comunale e provinciale, di cui si parlava di nuovo, per la terza volta.
La simpatia di don Silvio per Sangiorgio era cresciuta rapidamente, in poco tempo: ogni volta che aveva un dubbio politico o amministrativo, lo chiamava, se lo portava a casa, lo consultava, lo conduceva al ministero, aveva con lui delle lunghissime conversazioni. Ora, di nuovo, aveva qualche cosa da sottomettergli. Sangiorgio gli dette il suo avviso; poi:
«La signora è lassù...» soggiunse.
«Ah sì?» fece don Silvio, senza voltarsi, con una perfetta indifferenza. «Credete vi sarà viva discussione sugli articoli?»
«Specialmente sull'articolo quarto: la estrema sinistra ci tiene molto.»
«Parlerete voi, Sangiorgio?»
«Non so bene.»
«Dovreste parlare.... Sentite, venite domani a pranzo con me, vi spiegherò certe mie idee...»
«Verrò,» disse Sangiorgio, dopo aver esitato un momento.
E si allontanava; ma sottovoce il ministro lo richiamò.
«Giacchè ci siete a sacrificarvi per me, andate un po' lassù a far compagnia a mia moglie. Quella si annoia a morte: io non ho tempo neppur di salutarla.»
«Si annoia?»
«Essa odia la politica: la femmina è egoista, caro Sangiorgio,» rispose filosoficamente don Silvio, conficcandosi la lente sotto l'arco sopracciliare.
Sangiorgio raccolse le sue carte con una fretta che non giungeva a dissimulare, le ficcò nel cassetto e attraversò l'aula, i corridoi, salì le scale, frenandosi per non correre. Donn'Angelica non si voltò neppure, udendo schiudere la porta della tribuna.
«Si annoia molto, signora?» le chiese lui, alle spalle, a voce bassa.
«Non più del solito, onorevole,» disse lei, voltandosi un poco e dandogli la mano, senza manifestare nessuna sorpresa.
Egli sedette alle sue spalle: ella, sebbene fosse rimasta rivolta a lui, gli parlava senza guardarlo, tenendo gli occhi sull'aula.
«E ci viene spesso, mi pare?»
«Spesso: anche la noia diventa un'abitudine. E poi... Silvio è ministro, molti credono che io sia una donna influente, a casa è un viavai di persone che vogliono qualche cosa.»
«Si proibisce l'entrata.»
«Sì, quando si è una semplice signora, non quando si è moglie di un uomo politico, di un ministro. Don Silvio ha sempre paura che io gli faccia perdere la popolarità.»
E la voce le si velò d'amarezza.
«Ella dovrà dunque subire dei contatti volgari?» chiese lui, con una dolcezza di pietà, per cui ella si tramutò di colore.
«Sì. Io sono piena d'indulgenza, mi par naturale essere indulgente: ma la volgarità mi offende e mi addolora.»
«Bisogna mettere in alto il cuore.»
«Il cuore? Il cuore non ci entra, in questo. È la fibra morale che soffre, sono i nervi. Così, preferisco venir qua: fra due mali, il minore.»
«Tanto Ella odia la politica?» arrischiò lui.
«Non la odio, non posso amarla.»
«Eppure è una forte e nobile idea,» azzardò egli ancora.
«Lo dicono: ma io non la intendo. Capisco altre idee nobili, buone, forti, generose, feconde di bene: non questa. Io sono troppo ignorante,» soggiunse, poi, umilmente.
«No, no,» si affrettò a dire lui, «Ella ha forse ragione.»
«Non posso amarla, questa idea. E poi, per noi donne certe idee, anzi le idee astratte, non rappresentano nulla. Noi abbiamo bisogno di una realtà che le concreti: la religione nella chiesa, nella figura della Madonna, del Cristo: la patria, nel dolce paese, nel mare, nella collina, fra la gente che amiamo: — la politica, idea, chi la rappresenta?»
«Gli uomini politici,» mormorò lui, dopo aver esitato.
«Ah sì!» fece lei, come pocanzi aveva esclamato suo marito, con una indifferenza disdegnosa.
«Anche quelli li odia?»
«Li compatisco.»
Egli non ebbe un impeto di ribellione, ma una impressione dolorosa gli si rivelò sulla faccia.
«Li vengo a guardare, ogni tanto: li guardi anche lei, onorevole. Che facce scarne, consumate, gialle di bile, verdi d'invidia! Che facce grasse e flosce, pallide e malaticce! Che stanchezze precoci in certi corpi, che movimenti nevrotici in certi altri! Sembrano tutti ammalati di una medesima infermità, un morbo fatale che li corrode o li gonfia. Così, forse, debbono essere i giocatori, nelle bische.»
«Almeno, è una grande passione,» soggiunse lui, timidamente.
«Grande? Forse. Lo dicono: non lo credo. Quando essa è entrata in uno spirito, lo restringe in un meschino orgoglio, in un'ambizione piccolina. Ecco trecento persone, quaggiù, che hanno ingegno e che hanno studiato, che hanno coraggio fisico e coraggio morale, che hanno coscienza onesta e carattere d'uomo. Ebbene, questi trecento ingegni, queste trecento audacie, queste trecento volontà, queste coscienze e queste intelligenze, che cosa vogliono tutte, senza eccezione, a qualunque costo?»
«Esser ministri.»
«Ministri: a qualunque costo. E in questa voglia implacabile, ditelo voi, non si sgretola forse miseramente l'ingegno? Questo ingegno che farebbe miracoli di bellezza e di utilità, applicato all'arte e alla scienza, non si sfinisce, senza risultato?»
«È vero,» disse lui.
«Inventare una macchina che renda gli uomini più felici, moralmente o fisicamente, non è forse meglio che far cadere un ministero? Non è meglio fare una statua, dipingere un quadro, scrivere un libro?»
«È vero,» rispose lui.
«E il coraggio, crede Ella che conservi lo stesso impeto d'azione, lo stesso slancio di audacia, qui, dove tutto si riassume in un discorso, dove ogni nobile iniziativa si spreca in venticinque sedute pomeridiane e in quattordici discussioni negli uffici? Tante parole, tante parole!»
«Noi abbiamo combattuto, quando si doveva.»
«Sì,» disse lei, pensierosa a un tratto, «quelli eran tempi! Noi donne, vede, comprendiamo l'eroismo dei campi di battaglia e quello delle cospirazioni, — questo parlamentare ci sfugge.»
Tacquero un momento. Una fiammolina ardeva le guance di donn'Angelica: e le calde parole sue ondeggiavano nell'anima di Sangiorgio, vi s'imprimevano come sulla cera molle.
«Resta poi la coscienza,» riprese lei, che voleva dire tutto. «Ahimè, come restar saldi fra tanti istinti personali che scoppiano, fra tante necessarie transazioni, fra tanti equivoci? Come restar immobili, inflessibili, quando la maggior virtù per riuscire è proprio la elasticità?»
«È vero, è vero,» ripeteva lui.
«Una grande passione, la politica: lo so bene,» continuò ella, chinando gli occhi sull'aula, battendo con le dita sul velluto del parapetto, «lo sappiamo tutte noi altre, mogli di uomini politici. In questi cuori di uomini, questa passione scaccia tutte le altre. Se stiamo in provincia, l'uomo ci abbandona per nove mesi dell'anno, senza badare alla gioventù, alla bellezza, alla solitudine della moglie. Se veniamo in Roma, peggio: la casa diventa un piccolo Parlamento, dove si congiura, se non siamo al potere: dove si preparano i mezzi di difesa, se siamo ministri. Non più amici: alleati, clienti, servi, invidiosi, interessati, niente altro. Non si chiede loro l'affetto: si chiede il voto. Ha detto _sì_? è un amico. Ha detto _no_? è un traditore. In casa sparisce la intimità: la invade un fiume di gente estranea che la deturpa, che la rende simile a un porticato, a un cortile, a una via pubblica, a una piazza. La cordialità sparisce: il marito è inquieto, è annoiato, cercate di saperne la cagione, — non ve la dice, crede che non possiate capirla, gli uomini politici disprezzano il consiglio delle donne. A tavola? Il marito legge i giornali o risponde ai telegrammi. Al ballo? È difficile che vi possa accompagnare, eppure bisogna andarci, per rappresentare il governo, parlare coi deputati influenti, far la riverenza alle mogli dei capi-parte, dare la mano a creature insignificanti che non esisterebbero, se la grande passione politica non esistesse. La solitudine malinconica in provincia, come una povera creatura abbandonata: o la folla affogante in città, senza un soffio di poesia, senza un sorriso d'ideale. Grande passione, certo: ma così furiosa e invadente e sequestrante che fa spavento o fa nausea.»
Di nuovo, silenzio grande. Nell'aula, don Silvio Vargas parlava, con la sua voce stridula, con le mani in tasca, piegando un poco l'alta persona scarna, guardando dietro la sua lente lucida colui che lo aveva interrogato, quasi burlandosi di lui, con quella forza d'ironia che irritava l'avversario.
«Una grande passione, una grande passione...» mormorava donn'Angelica, «la donna ne capisce una sola...»
«E quale?»
«L'amore.»
«È vero,» rispose Sangiorgio.
«Si pranza soli, oggi,» aveva detto don Silvio a Sangiorgio, sedendosi a tavola, «donn'Angelica è dietro a vestirsi pel ballo del Quirinale.»
Alla piccola tavola dei pranzi familiari sedeva anche il segretario: un quarto posto, quello della padrona di casa, restava vuoto. In mezzo alla tavola, in un vasello di cristallo dal collo sottile, stava in fresco un ramo di gigli rossi: e gli occhi di Sangiorgio andavano continuamente da quel posto vuoto e a quel grande fiore rosso. I due deputati, il ministro e l'importante uomo politico discorrevano vivacemente di politica, mangiando senza badarci, don Silvio tagliuzzando nervosamente la carne, mentre si infiammava sulla legge comunale e provinciale, Sangiorgio ascoltandolo, rispondendogli, facendogli obbiezioni, dimenticando di pranzare: ma il suo pensiero si staccava da quella piccola stanza, tutta in legno biondo, resa tiepida dalla fiamma allegra del caminetto, per andare dietro quella porta chiusa, per indovinare dove fosse donn'Angelica.
Solo il segretario, dunque, pensava a pranzare e ci si dedicava con tutto lo stomaco: ma serbava un contegno serio; ogni tanto, a una frase del ministro, approvava col capo, con un'aria di ammirazione contenuta; a ogni osservazione di Sangiorgio, inarcava le ciglia, come se si preoccupasse anche lui della difficoltà.
Così il pranzo continuava, fra l'andirivieni dei due servi che ora portavano un telegramma, ora una lettera, ora un giornale, ora una pietanza: don Silvio stracciava subito la busta del dispaccio, apriva e leggeva la lettera, rompeva la fascetta del giornale, ne scorreva con l'occhio le colonne, non assaggiava la pietanza, la guardava con l'occhio distratto dello spirito assente.
Accanto a lui un calamaio, una penna, della carta da telegrammi, dei foglietti da lettere: e subito rispondeva dopo aver respinto il piatto dinanzi a sè, passava il giornale al segretario, dopo averci fatto un segno col lapis rosso in qualche posto: il segretario leggeva il passaggio segnato, con l'aria imperturbabile di un vecchio diplomatico. E Sangiorgio invano tendeva l'orecchio per cogliere qualche rumore femminile, invano stava attento al minimo incidente: non una cameriera passava, non un campanello risonava, niente di femminile trapelava la ricerca di un fiore, il passaggio di un candelabro, l'affaccendamento dei servi, nulla, proprio nulla.
Donn'Angelica aveva radunato nel silenzio delle sue stanze tutta la poesia nervosa e febbrile di una donna che si veste pel ballo: e il gran mistero della bellezza che si adorna, fatto di acque lustrali e di profumi, di capelli disciolti e di fiori sparsi, di veli volanti e di gioielli luccicanti, di stoffe spiegate e di molli pellicce, il gran mistero d'Iside della donna moderna, si compiva come in un tabernacolo.
Un desiderio sempre più cocente di sapere, di udire, assaliva Sangiorgio in quel tepore della stanza da pranzo, fra tanti discorsi di politica, tanto odore di inchiostro: un desiderio che nasceva da quel posto bianco e vuoto dove il seggiolone di legno era accostato, come se allora allora ne fosse partita colei che l'occupava: che nasceva da quel ramo di gigli rossi, i focosi gigli di san Luigi, che pare uniscano alla purezza il calore della passione. Almeno fosse venuta fuori un momento, a salutare suo marito, a salutare il suo ospite: si fosse fatta vedere, fiorente di gioventù e di bellezza! A ogni schiuder di porta, come l'ora si avanzava, Sangiorgio trasaliva, chiudendo gli occhi, credendo di vederla comparire nello splendore della venustà e della acconciatura. Ma di nuovo capitava un dispaccio, un plico, una lettera: a un certo momento, don Silvio cavò di tasca la _cifra_ per interpretare un telegramma politico. Dov'era dunque donn'Angelica? In quali onde di profumo si annegava la sua persona?