Part 14
E il forte e onesto uomo, che era ministro dell'interno, aveva ricevuti nel petto, senza muoversi, i colpi dell'onorevole Sangiorgio, quasi ammirando la forza del suo avversario: solo, verso la fine, come lo scioglimento di quella posizione si approssimava, un dubbio crescente lo assaliva. Dopo quell'attacco così vigoroso, fatto dal centro, da un ministeriale, da un uomo che aveva mostrato aver tendenze democratiche, la situazione era così grave, che solo la parola del presidente del consiglio poteva chiarirla. La difesa spettava al più vecchio, al capo, all'antico parlamentare. E un sospetto, sì, un nuovo sospetto, amarissimo, saliva dal cuore al cervello del ministro dell'interno: in quei cinque minuti di tumulto parlamentare, come quelle piante velenose del tropico che crescono in una notte, il sospetto gli si allargò nell'anima, immenso. Egli guardava il vecchio presidente, fiso fiso, come se volesse strappargli la verità, e temendo che una qualche emozione gli velasse la voce, non gli parlò, non gli chiese nulla: lo guardava, soltanto, aspettando che uscisse da quel silenzio, che scotesse quell'inerzia, che rivivesse, poichè dalla mattina pareva morto. Ma il presidente taceva e scriveva, carezzandosi con l'altra mano la barba. Allora il ministro, cedendo a un impeto del suo temperamento sanguigno, si piegò sul banco, per leggere che cosa scriveva il presidente. Niente scriveva: disegnava un pupazzetto, con molta attenzione di disegnatore, e si carezzava la barba con l'altra mano. E il ministro dell'interno si rifece indietro, calmo a un tratto, un po' pallido, senza sospetto. La certezza era venuta, innegabile. Egli sentì l'abbandono, sentì il tradimento. I colleghi, il presidente lo lasciavano cader solo. Erano già staccati da lui, come si fugge il morto, per nausea del puzzo.
Certo, il tradimento era completo, erano essi che avevano voluto liberarsi di lui, come di un braccio ammalato o di una gamba cancerosa. E la Camera non voleva più saperne di lui: lo sentiva. Quando il presidente della Camera gli dette la parola, per replicare, si udì la onesta e tranquilla voce dell'illustre uomo dire:
«Non ho nulla da aggiungere; accetto l'ordine del giorno Sangiorgio.»
Alla votazione egli ebbe trenta voti contro. Il ministro dell'interno era caduto.
Dopo otto giorni, il giornale officioso del ministero e tutti gli altri in seguito scrivevano:
«È quindi assicurato che nel rimpasto ministeriale, don Silvio Vargas passa dal ministero delle belle arti a quello dell'interno. L'onorevole Sangiorgio, invano pregato di prender parte alla nuova combinazione, ha sempre rifiutato ed è partito per la Basilicata.»
PARTE TERZA
I.
Un soffio molle di pianto; una luce mesta che le funebri tede pagane, lambenti con la fiamma azzurrognola le pareti di masso granitico, non diradavano; una luce velata che le gialle candele funebri cristiane, anime consumantisi nell'amore, non aumentavano; una fredda aura di sepolcro; un singhiozzìo frequente musicale; e una gran massa di gente nera, quasi perduta nell'ombra di quei funerali: e nell'aria, nella luce, nelle fiammelle, nell'ombra, nella musica, erano lacrime versate e desiderio di lacrime nuove, era la nota del dolore irrimediabile.
A lui, fermo al suo posto, e lasciantesi penetrare da quel languore melanconico che al dolore per infinite e continue gradazioni declina, un improvviso, intimissimo tremore scosse i nervi e fece battere violenti i polsi: e per naturale moto, sentendosi tremare e impallidire, egli si volse intorno, cercando scorgere qualcosa in quel fioco lume che scendeva dal velario.
Ora, egli vide, accanto a sè, questa dolcissima donna, questa donn'Angelica, dalla parvenza realmente angelicata. Era vestita di nero, di cordoglio profondo, come quei funebri reali, in quel Pantheon sacro alla gloria e alla morte dell'Eroe, lo comportavano: e tenea gli occhi languenti fissi in un cero che si struggeva. Nulla ella vedeva, nulla parea sentisse, assorta nei suoi pensieri sicuramente di mestizia, perduta nei suoi sogni di dolore. Seduta accanto a una colonna, aveva voluto leggere, nel suo libro di orazioni, le preghiere che chiedono pace, che invocano requie ai defunti; ma presto il libro le era caduto in grembo, semi-aperto e le mani inerti non avevano avuto forza di riprenderlo.
E a lui, quella gentilissima abbrunata, dal pallore di perla sotto il velo nero, dalle labbra soavi ancora schiuse pel passaggio della preghiera, dagli occhi perduti in mistiche e dolorose contemplazioni, parve una figura divina. E tutto, lume fievole azzurro di lampade, lume sottile di fiammelle che si allungavano, aria di dolore, musica di desolazione, profondo impregnamento doloroso che pareva avesse ammollito persino le antichissime, saldissime muraglie del Pantheon, incurabile male dello spirito, tutto per lui si concentrò in quella figura di donna, seduta presso a lui: ella personificò tutta quella tepida e umida giornata invernale, in cui il sole era morto; ella fu la sede morale di tutte quelle lagrime che sgorgavano dalle cose; ella fu l'abisso attraente del dolore, che tutto il dolore delle cose non arrivava a riempire; e sull'urto profondo dei nervi di lui, sulla vibrazione di tutto il suo essere, carne, sangue, nervi, muscoli, in tutta quella forte compagine di uomo forte, che sussultava, salì, crebbe, vinse un sentimento di pietà amorosa. Ella, inconscia, si abbandonava, fidente dell'ombra: si abbandonava alle sue fantasie di donna, vaganti fra i cerei, fra gli abiti neri lucenti d'oro dei preti, fra le grandi, quasi colossali cariatidi umane dei corazzieri, fra tante facce pallide, tristi, annoiate, sofferenti, o indifferenti. Malgrado quella immensa folla di gente che circondava il catafalco, malgrado l'indefinibile mormorio che se ne distaccava, ella si lasciava andare in quell'ora di libertà spirituale, l'ora breve, l'ora indisturbata, l'ora di liberazione, in cui il proprio dolore rinasce e si fonde e si trasforma nel dolore universale. Ogni tanto, a uno strappo più lugubre della musica, a una voce di cantore che pareva quasi bagnata di pianto, a una parola monotonamente cantata in _minore_ dal prete officiante, ella trasaliva e il suo sogno desolato ricominciava, percorrendo altre fasi, altri gradi, altri cerchi di malinconia: e in diverso e più profondo modo, ella procedeva per le vie amare, che le anime dolcissime sono condannate a percorrere. Non piangeva, no, perchè troppo vasta, troppo ampia era la visione funebre di quel giorno: ma egli vedeva bene, egli vedeva che le delicate palpebre, dalla fibra tenue, come petalo di fiore, erano ombrate di violetto: ivi erano state le lagrime e ivi dovevano correre.
E guardandola ardentemente nella faccia soavissima, a cui quell'ombra di dolore dava una espressione altamente spirituale, non considerando più altro che quel volto bianco quasi impregnato, quasi saturo di lagrime, avendo tutto dimenticato nella contemplazione amorosa di quella donna, egli sentiva in sè tutta una mirabile trasformazione. La infinita amaritudine ond'ella appariva compresa, a poco a poco, per naturale assorbimento dello spirito passò in lui: fu come una penetrazione di sentimento, lenta, ma sicura, infallibile. Egli non domandava che fosse, ma sentiva tutta la sua personalità scomparire, annegarsi, morire in quella donna: egli era preso, non da lei, forse, ma da quello che ella provava. Tutto il vago, l'arcano, il mistico di un dolore femminile, senza lamenti e senza lacrime, senza cause e senza limite, gli saliva dal cuore al cervello, allargandosi, prendendo possesso, scacciando quanto altro mai trovasse sul suo cammino. No, non era più la pietà, la grande natural pietà dell'uomo verso la donna che soffre: la pietà è ancora un sentimento personale, la pietà è ancora un egoismo, la pietà è ancora il grido dell'individuo. Era lui, lui che soffriva, ora, come se la tortura di quel cuore femminile fosse la propria tortura; era lui che sentiva la puntura acuta delle lagrime che ella non versava, abbruciargli le palpebre; era lui che spasimava nell'altruismo, parendogli di esser perduto nell'angoscia, in un grande vuoto angoscioso, come quella donna appariva perduta, nuotante nel vacuo della sofferenza.
Poi, come l'ora funebre procedeva, pel tempio pagano dove degnamente posava l'Eroe, si diffuse un sottile odore cristiano, d'incenso: e le spire eleganti salirono dall'altare alla vòlta, sempre più sfumate, sempre più lievi, perdentisi come preghiere per salire sino al trono della divinità. E l'incenso aveva anche sapore aromatico di pianto: e il profumo, salendo dalle nari al cervello, agiva profondamente sui nervi, carezzandoli con una amarezza voluttuosa. Nella penombra tutto parve ondeggiasse a quel bacio triste e aromale, i volti femminili parve si piegassero tutti, per nascondere il tremolìo delle labbra: e la testa della donna che egli guardava, reclinò, come se le mancasse la forza. Egli trasalì, fece quasi per accostarsi a lei e sostenerla: ma una singolare paralisi teneva legati i suoi movimenti. L'incenso bruciava, bruciava, nei vaselli d'argento, senza fiamma incandescente, vincendo le ultime forze sue.
Un campanello risonò, con uno squillo che parve sonoro in tanto silenzio ed era debole: donn'Angelica scivolò dalla sedia sul marmo freddo del pavimento, chinò la testa fra le mani, non era che un mucchio di roba nera, abbattuta per terra, ignorata, ignorante, smarrita. E lui, senza inginocchiarsi, senza chinare il capo, senza pregare, sentiva di essere annientato nell'annientamento di quella donna, tutto gli sembrava finito, come tutto era finito per lei. A ogni nuovo squillo del campanello, come ella sussultava, quasi chiamata da una voce lontana, lo stesso movimento si ripercoteva in lui: nulla che nascesse in lei, spiritualmente, che non si svolgesse in lui, subito, per ripercussione.
Attorno al catafalco, una fila di preti si schierò, tenendo nelle mani i cerei accesi: la croce d'argento, dove era confitto il Cristo Redentore morente, stette immobile, di fronte alla bara. E dalla musica, una voce partì, stridula, straziante, una voce che non cantava, ma gridava, una voce che non pregava, ma chiedeva: _libera, libera, libera me, Domine_. L'invocazione cristiana, il grido di dolore che chiede la liberazione, fece levar gli occhi alla dolcissima donna. E nei suoi tratti, che il pallore di fiore languente facea sembrare quasi consunti, nei suoi tratti sfigurati, un potente verissimo desiderio nasceva.
Ora, mentre la voce aspra e quasi straziata del cantore domandava al cielo, con la emozione mistica, la liberazione, donn'Angelica, dopo aver percorso tutti gli stadi imprecisi, roteanti del dolore, sentiva in sè precisarsi la necessità del suo cuore. Ella parlava al Signore, ora; le sue labbra si agitavano, chiedendogli la liberazione. Quanto era stato d'indefinito sin allora, si definiva: la liberazione. La liberazione di tutto quello che era stato, bene o male, felicità o infelicità. — Tutto, fuorchè questo, Signore: tutto, fuorchè quello che è stato, Signore misericordioso: tutto, fuorchè il tremendo passato, Signore pietoso. — La liberazione: e per Colui che giaceva nel sepolcro e di cui si celebravano i funebri, la liberazione era giunta, in cima al vertice glorioso dove egli era salito, — era giunta, chissà, forse gradita. E peso reale della corona, pondo di regno, responsabilità grave di leggi e di volontà regali, cumulo di pensieri, di cure, tutto, la liberazione era venuta a cancellare da quell'anima, quietandola nella pace suprema. — Come dorme il re, fatemi dormire. Signore di bontà, come avete liberato la forte anima del re, o Signore, liberate la debole anima mia. Sia pure la morte, la liberazione; fatemi morire e liberatemi, Signore!
In un momento supremo, la bella donna straziata tese le braccia al cielo, nella penombra; e in quella preghiera, le calde lacrime ribelli, tanto tempo frenate, le scesero giù per le guance.
Egli aveva inteso, misticamente, quanto ella domandava al Signore: e quella preghiera funebre, quell'ultimo affanno doloroso, riassunto in una parola, quella richiesta del cristiano agonizzante, erano sgorgate anche da lui, nella musica, nella voluttà triste dell'incenso, nel crepitìo sepolcrale delle fiammelle, nell'ondeggiare vago della luce, in quel cerchio azzurrognolo del velario che parea si muovesse. Nacquero, sgorgarono dal suo cuore virile le frasi di desolazione, che ella aveva proferite: egli volle quello che ella voleva. Un piacere dell'anima, altissimo, si svolgeva da questo desiderio comune: lo spasimo era così acuto, la volontà era così intensamente concentrata in una sola cosa, che la vita parve a lui si moltiplicasse. E quando si volse e la vide piangere, spossata, cedendo all'intenerimento successivo ai grandi piaceri, ai grandi dolori, egli abbassò il capo superbo. In verità, egli piangeva, per amore.
Col viso quasi nascosto da un fascio di rose bianche, con cui ella giocherellava e il cui fresco, invernale profumo, le coloriva le guance, donn'Angelica ascoltava la conversazione fra suo marito e Francesco Sangiorgio.
Essi parlavano di politica, da un'ora: in verità, era piuttosto don Silvio Vargas che ne parlava, un po' arrovesciato nella sua poltroncina, fumando un pestilenziale sigaro toscano, guardando i delicati fiori dipinti sul soffitto grigio chiaro del salottino. Ne parlava con la sua secca voce fischiante, a sussulti, a frasi spezzate, sbuffando fumo, tirandosi ogni tanto il mustacchio rimasto rado malgrado la vecchiaia, rimasto castagnino come i capelli, malgrado gli anni. L'età non si vedeva in quel vecchio magro che nelle rughe finissime all'angolo dell'occhio, un ventaglio che si allargava verso le tempie; in due rughe profonde, agli angoli delle labbra, che il sorriso vi scavava: nella durezza di tutta la fisonomia diventata quasi lignea; nel collo scarno, dove i tendini si movevano come corda di strumento. Ma del resto era forte e robusto nella sua magrezza, come quei legni di quercia che s'induriscono per tanti anni nell'acqua prima di poter essere adoperati: e quando conficcava sotto l'arco sopracciliare destro la lente rotonda, senza cornice, sospesa a un cordoncino nero, la fisonomia acquistava una vivacità, quasi una giovanilità.
E quella lente, in don Silvio Vargas, era un barometro infallibile: nelle ore di riposo quasi quasi l'arco del sopracciglio non la reggeva: nelle ore d'indifferenza pareva smorta, appannata, l'occhio dietro di essa era chiuso o socchiuso, immobile; nelle ore di stanchezza profonda, di delusione, la lente si staccava dalla sua orbita, ricadeva sul petto, si perdeva fra le pieghe del soprabito e della sottoveste; nelle ore di battaglia, di scaramuccia, di combattimento, la lente stava ritta, al suo posto, lucida, nitida, l'occhio era aperto e scintillante. Gli avversari e gli amici, troppo passionati per essere osservatori, non avvertivano questi mutamenti che più tardi, dopo: il barometro politico essi lo trascuravano: sentivano la gagliardia o la debolezza, non vedevano dove si manifestavano.
Donn'Angelica Vargas, quando aveva inteso annunziare, dopo colezione, il deputato Sangiorgio, si era levata per andarsene. Ma il marito, mentre chiudeva un giornale e ne apriva un altro, le aveva detto di restare, brevemente, come quando voleva essere ubbidito. Ella era rimasta ritta, presso una giardiniera fiorita di cinerarie, malgrado il rigore invernale: e salutato colui che entrava, non era intervenuta nella conversazione. La svelta e giovanile persona, smesso l'abito di cordoglio, era mollemente avvolta in una vestaglia a grandi pieghe, di colore, di stoffa, di foggia monacale: un grosso cordone di seta girava intorno alla cintura: le belle mani fini erano perdute nell'ampiezza delle maniche. Ella, ogni tanto, si voltava: e a un motto arguto o vivace di suo marito, sorrideva per dimostrare che prendeva parte alla conversazione, che intendeva, che approvava: a una risposta di Sangiorgio, a una osservazione, a una riflessione, ella si voltava a guardarlo, una breve occhiata, ma intelligente, ma apprezzatrice. Pure, si occupava delle piante, amorosamente, osservandole con una grande attenzione, togliendone via la polvere dalle foglioline che ne erano coperte, staccando i piccoli rami secchi e i fiorellini già fracidi, che deturpavano la bellezza di quelli freschi. Si vedevano andare e venire, intorno alle molte piante verdi, onde il salottino pareva un boschetto primaverile, le mani bianche, piccoline, uscenti dalla larghezza claustrale delle maniche: e le dita avevano una gentilezza infantile. Chinandosi sulle pianticelle, la testa abbassata lasciava vedere il biancore attraente della nuca, dove i capelli neri segnavano una linea sinuosa e fitta. Quando si rivolgeva verso don Silvio o verso Sangiorgio, nel volto soave era scomparsa, dalle palpebre, l'ombra violetta delle lagrime versate o delle lagrime soffocate: una pacatezza amabile vi regnava. Poi, a un certo punto, ella aveva di nuovo interrogata la faccia legnosa di suo marito: l'occhio vivido dietro la unica lente le aveva detto di rimanere. E poichè ella aveva finita la visita quotidiana alle sue piante, da un vasello aveva preso il fascio delle rose, era andata a sedersi in una poltroncina presso un balcone e odorava i fiori, mentre un po' di sangue le saliva alle guance pallide. In verità, sulle sedie, sui tavolinetti, sulle mensole era un grande trascinar di giornali, aperti, buttati via, non aperti ancora, con quell'acuto odor d'inchiostro di stamperia: sul tappeto le fascette, sparse, multicolori, a brani, strappate con violenza e con noncuranza. Ma donn'Angelica non li prendeva, i giornali, non li toccava, non li guardava neppure: il suo piede aveva scartate due o tre fascette, come per istinto di pulizia intorno a sè. Odorava i fiori.
Francesco Sangiorgio era venuto in quella casa, in Piazza dell'Apollinare, chiamato da don Silvio Vargas: il ministro dell'interno si era fermato con lui, sulla soglia del Pantheon, gli aveva passato il braccio sotto il braccio ed aveva parlato con lui, sottovoce, per qualche minuto. Poi, aveva insistito perchè andasse da lui, non al ministero, non a quel dannato palazzo di Braschi che sembra un mercato, che è ancora Piazza Navona, nella notte della Befana: venisse a casa sua, all'Apollinare, dopo colezione, doveva parlargli, che diamine, non si lasciava veder mai.
«Domani, allora?» chiedeva Sangiorgio, esitando. «Ma che domani, oggi stesso;» aveva bisogno di parlargli. E passando dal braccio di Sangiorgio a quello di sua moglie, se ne era andato. Sangiorgio era capitato, all'una, all'Apollinare; temendo fosse ancora troppo presto, fu preso da una esitazione innanzi al campanello. Ma dentro, si era inteso subito bene, tranquillo, innanzi alla cordialità di don Silvio; soltanto, mentre il ministro parlava, giudicando uomini e cose, egli ascoltava, sì, ma seguiva tutti i movimenti molli ed eleganti di donna Angelica.
«Fumate, fumate,» gli aveva detto don Silvio, offrendogli dei sigari e continuando a masticare il suo toscano.
Egli aveva guardato dalla parte della signora:
«Mia moglie è abituata, non le fa nulla,» aveva soggiunto brevemente il ministro.
Pure, Sangiorgio non aveva fumato, malgrado il bel sorriso di donn'Angelica. Seduto presso un tavolino, più che parlare, ascoltava: poichè a don Silvio piaceva di essere ascoltato. Il ministro che adorava la politica, ardentemente, come un appassionato ventenne, era quel giorno in collera con lei: e negli stessi rimproveri che le dirigeva, nel disprezzo che mostrava di averne, nella nervosità, ora sarcastica, ora collerica, con cui ne parlava, si sentiva la passione, la vecchia passione, tutta fiammeggiante ancora, che gli abbruciava le vene di antico parlamentare. A Sangiorgio, in don Silvio, come in un sogno, gli pareva di udire una parte dei propri pensieri, uno sfogo del suo spirito vaneggiante, i cui deliri mai a nessuno aveva confidati.
Riconosceva quella febbre interiore che lo travagliava da anni, senza sfogo, mentre in don Silvio quel morbo spirituale trovava il suo sviluppo nell'idea e nella parola: era troppo vecchio e troppo appassionato, il ministro dell'interno, per celare più il suo sentimento: non era più tempo d'infingersi. Questo fuoco intimo aveva dovuto conservare ancora vivo lo spirito di don Silvio: Sangiorgio si spiegava ora la ragione di tanto lunga e ostinata vigoria.
Ogni tanto, don Silvio, guardando Sangiorgio, smetteva quel ghigno che rendeva più profonde le rughe degli angoli labiali e sorrideva come intenerito. Oh, egli non dimenticava, no, che il suo predecessore era caduto dietro un discorso e dietro una mozione di Sangiorgio: nè si scordava del reciso rifiuto di Sangiorgio a voler entrare nel rimpasto. Non gli aveva mai potuto dire la sua riconoscenza, ma da quando la Camera si era riaperta, egli lo guardava affettuosamente, lo chiamava a sè, lo consultava, con un'aria fra la deferenza e la cordialità.
«In fondo, il potere vi secca», disse, in una pausa di silenzio, Sangiorgio.
«No,» rispose francamente Vargas, «non mi secca, mi piace, era quello che desideravo. Ma la opposizione mi fa nausea: talvolta sciocca, talvolta ipocrita, talvolta bestiale, sempre in mala fede. Dov'è quella bella opposizione leale, audace, crudele, implacabile? Invece dell'accusa aperta, il pettegolezzo da serve al pozzo; invece della battaglia, l'agguato; invece dell'attacco, il tranello.»
«L'uomo è una meschina cosa,» disse Sangiorgio.
«Non dev'essere: o non deve parer tale, quando è. Perdio! sono stato anch'io all'opposizione. Te ne rammenti, Angelica, quando ero all'opposizione?»
«Me ne rammento,» rispose costei con una dolcissima voce minore, alzando il capo.
«Ero un diavolo: non avevo e non davo pace ai miei avversari. Senza tregua! Ora, impoltronisco. Io non posso fare guerra: debbo aspettarla, e questa sequela di avventure brigantesche m'inacidisce il sangue. Come attaccaste il ministro, quel giorno, Sangiorgio: ed eravate ministeriale! Ci eri tu, Angelica, quel giorno?»
«Sì, vi ero.»
«È a voi che dobbiamo di esser ministri, qui all'interno, Sangiorgio,» fece Vargas preso dalla tenerezza.
«Ma no,» mormorò Sangiorgio, sorridendo.
«Sì, sì, il presidente non avrebbe mai avuto il coraggio di disfarsi apertamente del suo collega. Mi meraviglia persino che ne abbia parlato a voi: nessuno lo sapeva, neppure io.»
«Il presidente non mi aveva detto nulla,» rispose lentamente Sangiorgio.
«Come? Non sapevate nulla?»
«Nulla.»
«Non eravate di accordo?»
«No.»
«Perdio!» esclamò Vargas, «siete fortissimo!»
E squadrò Sangiorgio con ammirazione. Costui rideva, macchinalmente: ma vedeva bene che il viso di donn'Angelica perdeva la serenità, — una stanchezza l'invadeva.
«Venite alla Camera, meco, Sangiorgio: sono le due,» e si alzò per andare di là.
«Rientri presto?» domandò donn'Angelica, scotendo quell'espressione di lassezza.
«No. Ho la Camera, prima: poi il Senato; dopo debbo andare al Ministero per concordare un movimento di prefetti.»
«Verrai alle sette?»
«Alle otto o alle nove, non so.»
«Debbo venirti a prendere alla Camera?»
«No. Va' pure a passeggiare, a villa Borghese, fuori Porta Pia, dove vuoi: è inutile venire al Parlamento. Io pranzerò, quando avrò finito. Questo affare dei prefetti è molto serio, Sangiorgio: vi dirò, strada facendo. Qualunque lettera o plico o dispaccio arrivi, mi vengano a cercare dove sono, alla Camera, al Senato, al Ministero: subito. Aspetto notizie importanti: ora vengo, Sangiorgio.»
E gli ordini partivano brevi, concisi, alla moglie, al segretario che era comparso sulla soglia, erano dati con un tono militare di comando: don Silvio stava ritto e robustamente piantato, come un giovanotto; la sua febbre era la sua salute, il suo morbo era la sua salvazione.