Part 13
L'onorevole Freitag, grande, grosso, dalla testa incassata nelle spalle, dondolandosi mastodonticamente nel nero corridoio, domandò al deputato meridionale, con la sua vocetta sottile:
«Alla faccia, nevvero?»
«Alla faccia.»
Gli altri non facevano che fermarsi, congratularsi vivamente, stringere la mano: tutti quanti chiedevano i particolari del duello; Scalìa, Castelforte, finanche Melillo, erano circondati; i tre assalti con la botta finale circolavano; i deputati bellicosi li ascoltavano con gli occhi lustri, puntandoli, commentandoli con qualche esclamazione; i deputati pacifici ascoltavano in silenzio, sorridendo, figurandosi un combattimento da torneo. Alcuni, i più crudeli, si facevano ancora narrare e descrivere la lunghezza e la profondità della ferita di Oldofredi, chiedevano se vi era stata molta emorragia, se la cicatrice si sarebbe subito rimarginata, se lo sfregio sarebbe rimasto molto visibile. Ma dappertutto, in tutti, anche nei più cauti, anche in quelli che arrischiavano solo una parola e un saluto, trapelava l'antipatia profonda che i molti colleghi avevano per Oldofredi; in molti traspirava il rancore segreto per una parola, per uno sguardo, per qualche piccolo sgarbo ricevuto e sopportato solo per pazienza, per non far chiasso, per non fare scandali; in molti traspariva la noia naturale cagionata dall'individuo che vuol imporsi senza aver meriti, che fa il prepotente a ogni costo e a cui l'improntitudine tien luogo di coraggio e la insolenza tien luogo di spirito.
Qualche raro amico di Oldofredi si teneva in disparte, si contentava di non congratularsi con Sangiorgio. Quando Lapucci e Bomba entrarono, verso le quattro, nell'aula, come se niente fosse stato, le domande furono poche, dettate da una fredda curiosità: i due padrini sentivano, alla loro volta, l'isolamento del loro primo che giaceva in letto, con la faccia e la testa fasciata, in preda a una febbre violenta. Pochi domandarono di lui: pochi, i quali come gli altri, pensavano che quella ferita fosse meritata in castigo della soverchia insolenza, ma che convenisse essere pietosi anche coi vinti.
E l'entusiasmo per Sangiorgio durò nel pomeriggio, crescendo; aumentò durante il pranzo. Stordito, confuso, ma conservando sempre la sua freddezza esterna che solo uno stupido sorriso veniva a diradare, egli lasciava dire, lasciava fare, accogliendo tutto e tutti, abbandonandosi a quella popolarità novella.
Andò al Costanzi, dove si rappresentavano gli _Ugonotti_, prese una poltrona di orchestra, ascoltò la musica che non conosceva, come incretinito: dietro di lui, due giovanotti parlavano del duello, accennando a lui, come quello che aveva data la sciabolata a Oldofredi; essi parlavano sottovoce, ma egli udì benissimo, egli che non udiva la musica. Nell'intervallo sentì sul viso il calore di uno sguardo magnetico: donna Elena Fiammanti lo guardava da un palco. Salì lassù macchinalmente: schiudendo la porticina, entrando in quel camerottino che è separato dal palco e dal pubblico da una tenda rossa, egli sentì due braccia al collo e la voce quasi commossa dirgli:
«O Franz, o Franz, perchè battersi per me? Non ne valeva la pena.»
Quando scesero, finita l'opera, dopo aver ricevuto almeno dieci visite nel palco, mentre la Fiammanti si appoggiava al suo braccio, con gli occhi umidi di piacere orgoglioso, egli vide nell'atrio il grande Paulo che s'infilava un soprabito enorme. Subito tutta la nebbia superba gli si dileguò e gli venne voglia di buttarsi sul largo torace di quel galantuomo. Era lui, il molosso, che gli aveva consigliato di tirare alla faccia. Sul terreno, egli non aveva ricordato che quel consiglio.
V.
Il principio della questione si era manifestato due giorni dopo la festa dello Statuto, inopinatamente. In un paese d'Italia, in quella domenica di festa patriottica, la giunta municipale e il consiglio comunale, in parte, avevano dato la prova più manifesta di un repubblicanismo avanzato: i consiglieri monarchici si eran subito dimessi, telegrammi erano giunti ai deputati, ai giornali, agli uomini influenti, il caso era diventato grave, in un momento.
Era già l'estate e le sedute si trascinavano lente e fiacche: la politica estera si era già addormentata del suo sonno estivo: leggi importanti non ve ne erano; lo scoppio, dunque, fu improvviso, inaspettato, bene accolto, tutti vi s'interessavano. Gli amori fra la Camera e il Ministero si erano illanguiditi, come tutte le passioni corrisposte e soddisfatte; la gran sazietà empiva di nausea costoro che si erano troppo amati; e il principio della lite che sempre più si complicava, fu il colpo di frusta che risvegliò gli amanti disgustati e sonnolenti. Non avevano più voglia, nè più forza di amarsi con furore: la ritrovarono per litigare, per insultarsi, par darsi a una guerra di sospetti, di maldicenze politiche, di calunnie private. Il maggior accusato era il ministro dell'interno, che, obbedendo a un suo ideale amore della libertà, non aveva voluto sciogliere il municipio di quel paese.
Uomo profondo, d'idee larghe, di un grande carattere, abituato a considerare le questioni politiche con un'ampiezza che la meschinità degli altri uomini politici non perdonava, elevandosi sempre a un ordine di concetti molto superiore, egli aveva detto che bisognava rispettare la libertà della coscienza politica: in privato, ridendo un poco della gravità inusata che si dava a questo caso, aveva detto, come i monatti di Milano a Renzo Tramaglino: andate là, andate là, non saranno questi piccoli assessori camuffati da Erostrati, che abbruceranno il tempio delle istituzioni. Rispondeva a tutti che l'affare era di poca importanza, e alle facce serie, preoccupate, di coloro che lo venivano a interpellare, opponeva la sua serenità di uomo superiore, che pareva una _posa_ ed era l'intima sicurezza di una coscienza quieta.
Ma intorno a lui, sottomano, trapelante, ferveva il desiderio della crisi: tutti i malcontenti, tutti gli ambiziosi a cuore aperto, tutti i mediocri, tutti gli sciocchi invidiosi, tutti i cretini presuntuosi si agitavano, si radunavano, si davano convegno, discutevano, mettendo insieme la mediocrità e l'invidia, l'ambizione e la presunzione, il malcontento e la cretineria. Si strillava al caffè, si perorava nelle trattorie, si ordivano piccoli complotti parziali nei salottini delle case mobiliate dove i deputati alloggiavano, si aveva l'aria di congiurati davanti ai piccoli tavolini che il liquorista Ronzi e Singer mette innanzi alle sue botteghe, nell'estate, a Piazza Colonna.
Ogni giorno, alla stazione, da tutte le parti d'Italia, arrivavano deputati, con una piccola valigia: la valigia della settimana di crisi, dove la moglie mette quattro camicie, sei fazzoletti, le pianelle, una spolverina, giacchè il deputato verrà via subito, in qualunque modo. Erano già in Roma trecentocinquanta deputati, numero eccezionale che le più palpitanti sedute invernali non arrivano mai a formare. E forse, ognuno dei trecentocinquanta aspettava, credeva, voleva, desiderava, era sicuro di diventar ministro, per la crisi.
Il ministro, l'uomo forte e buono e sapiente, o non sentiva, o sentendo, non dava molta importanza a questo crescente tumulto di crisi.
«Non vi sarà crisi,» rispondeva, sorridendo, a coloro che lo interrogavano amichevolmente. «Non vi sarà crisi,» soggiungeva a chi glielo affermava con una certa aria di protezione preoccupata.
In fondo, egli conosceva il mondo politico e gli uomini che lo compongono: sapeva bene che il presidente del consiglio era con lui, che eran con lui gli altri sette ministri, che questo corpo vigoroso di nove individui non si sarebbe fatto scalzare, così, senza una ragione al mondo, perchè un municipio non ha voluto firmare un indirizzo al re e ha levato la croce dalla bandiera tricolore. Egli conosceva bene la passione furibonda dei suoi otto colleghi pel potere, la tenacia di quelle ostriche attaccate allo scoglio; per arrivarci avevan dovuto soffrire e agonizzare politicamente, sarebbero morti prima di andar via. Egli sorrideva, pensando quanta forza può dare la debolezza: sorrideva, ed era sicuro.
E passava a un giro d'idee più morale: lo scetticismo non aveva intaccato certe sue nobili credenze, la sua fede nella coscienza umana non era ancora scossa. Egli sentiva che questo culto supremo della libertà era l'amore di tutte le intelligenze, di tutti i cuori italiani: egli sapeva che gli stessi meschini possono per un istante traviare questi cuori e queste intelligenze, ma che di fronte alla grandezza di un'idea, tutto sarebbe scomparso.
Invano, ogni tanto, arrivavano sino a lui i soffi maligni, le voci calunniose, le notizie false o falsificate; invano, qualche vero amico gli suggeriva di diffidare, di considerare la situazione da pessimista: il ministro dell'interno conservava quella sua spiritualità appena appena velata di amarezza, egli non poteva esser vinto; moralmente e materialmente, si sentiva saldo, stretto coi colleghi, fatto forte da una causa generosa. Non voleva sentire lo sviluppo della crisi parlamentare, il ministro: eppure in quella grande caldaia politica bollivano tutti i temperamenti, e tutti i caratteri delle regioni italiche si manifestavano. I Siciliani si davano a quella loro foga simpatica, mescolata d'ironia e di buon senso; i Napoletani gridavano e gesticolavano; i Romani aspettavano, attenti, temporeggiando, sapendo il momento in cui dovevano intervenire; i Toscani ridevano dietro gli occhiali, sogghignavano sotto i baffi, ambiziosi, mefistofelici, burloni di sè stessi e degli altri; i Lombardi si aggruppavano, un po' solitari, un po' aristocratici; i Piemontesi e i Liguri andavano e venivano, si agitavano, senza parlare, intendendosi a occhiate. Ma i più ardenti, i più ribelli, i feroci, erano i rappresentanti delle piccole province, gli Abruzzi, le Marche, le Romagne, la Campania, le Calabrie, i rurali, i rappresentanti le province che danno la vita e le ricchezze alle grandi città, i deputati che veramente si appassionano alla politica, che ci credono, che la stimano come la più grande potenza umana, che si inebbriano come di un vino generoso.
Solamente, fra tanto tumulto represso, gli uomini della Basilicata non si riunivano, non formavano gruppi, non parlavano, non si chiedevano nulla e non rispondevano nulla, freddi e corretti. Il ministro, l'uomo integro e nobile, era sicuro: non avrebbe mai temuto, in nessun caso; e sorrideva.
Il giorno dell'interpellanza, quando il ministro dell'interno entrò nell'aula, vi fu un lungo mormorio sui banchi. Egli se ne accorse, ma, forte lottatore nelle piccole come nelle grandi cose, ebbe lo spirito di non volgere gli occhi intorno, di non alzarli su alle tribune: pensò subito, però, che la cosa era più grave di quello che gli era sembrata sino al giorno prima. Anche il giorno prima, egli aveva detto, così, con una certa noncuranza, al presidente del consiglio:
«Vi è molto rumore per quest'affare del municipio.»
«Calori estivi,» aveva risposto, sorridendo, il presidente.
«Ella è d'accordo con me?»
«D'accordo, naturalmente,» soggiunse l'altro, senza però stabilire su che cosa.
«Crede che il discorso di don Mario Tasca sarà importante?»
«Uno dei soliti discorsi.»
E si parlò d'altro. Gli altri colleghi si erano mantenuti in un grande riserbo: solo Vargas, il ministro delle belle arti, il vecchio asciutto e segaligno, disseccato da una divorante ambizione, aveva fatta qualche opposizione vaga, a cui aveva risposto vagamente il ministro dell'interno. Le cose erano restate lì. Ora, nella Camera, egli si accorgeva che la giornata sarebbe stata bollente. Sfogliando certe sue carte, con gli occhi bassi, egli sentiva, dal ronzìo parlamentare, che vi dovevano essere almeno quattrocento deputati: alzò gli occhi alla tribuna diplomatica, la contessa di Santaninfa, la bella pensierosa, vestita di nero, chinava gli occhi malinconici sull'aula; la contessa di Malgrà, la pallida bionda seducente, aveva quel giorno un cappellino di paglia di oro e non lasciava mai di considerare l'aula attentamente. La tribuna degli impiegati era piena: in quella dei giornalisti una triplice fila di teste si piegava curiosamente.
— Fiutano l'odore della polvere, — pensò lui.
E guardò i suoi due o tre colleghi ministri, come se volesse dir loro qualche cosa: ma costoro avevano l'aria così indifferente, che egli non disse più nulla. Solo guardò la Camera: essa si era chetata, ma aveva un'aria dura e solida, una massa profonda di quattrocento persone che tacciono, aspettando. E dopo una quindicina di minuti, alle tre, l'oratore della destra, don Mario Tasca, cominciò a parlare dal più alto banco del penultimo settore, in mezzo a un silenzio di grande chiesa vuota: pianamente, il presidente del consiglio era entrato nell'aula e si era seduto alla punta del banco dei ministri. Don Mario Tasca, il vecchio bianco, dal collare di barba candido, dalla pelle rosea, parlava con una eleganza di forma, con una rotondità di periodo che talvolta il gesto della mano, circolare, accompagnava e compiva, come il movimento di una piccola ruota. Il discorso filava, filava, dolcissimamente, senza mai un abbassamento di voce, senza un'esitazione, come un canto d'usignuolo: l'oratore non guardava il ministro, guardava in aria, come un _virtuoso_; non si chinava mai a guardare le sue note, come uno che conosca la sua parte a memoria. Ma in tutta quella dolcezza esteriore, il discorso suonava di rampogna: l'oratore non parlava nè di persone, nè di fatti, ma pur restando in una certa vaghezza di termini, diceva che erano state offese certe istituzioni e certe idee, a cui sin allora niuno aveva toccato. Era un discorso senza ingiuria, un po' nebuloso, forse, ma accusava: taceva i nomi, ma feriva le coscienze.
Il ministro ascoltava attentamente e ogni tanto sogguardava il presidente, che non si voltava mai dalla sua parte: gli altri ministri ascoltavano con attenzione profonda don Mario Tasca, che continuava nella bella fluidità della sua prosa: i deputati tutti rivolti verso la destra ascoltavano: lassù tutto il pubblico delle tribune si piegava ai parapetti: le due contesse, la bruna e la bionda, pareva che sorbissero le parole di don Mario Tasca.
Costui parlò per un'ora, appena appena pigliando fiato, senza bever mai, senza che mai il timbro della sua voce si alterasse di colorito. Egli incalzò il ministro, negli ultimi periodi, più brevi, sempre rotondi, a ruote sempre più concentriche, a rispondere se voleva continuare in questo dannoso sistema di noncuranza, di lasciar fare, di lasciar passare. Un lunghissimo, lunghissimo mormorìo di approvazioni salutò don Mario Tasca.
Il ministro, prima di rispondere, interrogò con l'occhio il suo presidente: ma costui scriveva; era inutile. Allora egli si alzò e rispose con molta pacatezza, con molta giustezza, riducendo la questione ai suoi termini minimi, dichiarandola di poca importanza, attenuando e sfrondando tutti i fatti, ricorrendo a una quantità di ragioni piene di buon senso, rinunziando al gonfiamento delle grandi frasi, che egli credeva inopportune. E discorrendo placidamente, si guardava attorno, interrogava i volti dei deputati, quasi volendone ricavare in loro approvazione. Ma i volti non si rischiaravano, chiusi, molto malcontenti: i deputati non erano soddisfatti, no, erano venuti nell'aula esaltati da otto giorni di discussione e di aspettazione, la questione era molto grave, il ministro voleva cambiar loro le carte in mano, riducendola a un piccolissimo affare.
Invano egli prodigava certe sue finezze di talento ingegnoso, certe sue risorse stringenti e lucide di logica: egli continuava a sbagliare la nota, non avendo intesa l'intonazione di quel giorno, non comprendendo che il vento era alla grande rettorica delle giornate di crisi. Sentiva lo scontento, ma non ne capiva il perchè: gli pareva sempre di poter vincere questa battaglia con le semplici armi della ragione, — ma un silenzio glaciale regnò nell'aula, alla fine della sua risposta. Poi Niccolò Ferro, il deputato radicale, chiese la parola. Il ministro aggrottò lievemente le sopracciglia: in quel minuto si accorgeva del pericolo.
Niccolò Ferro, l'oratore migliore della estrema sinistra, il parlatore lucido, freddo, imperturbabile, forte nella logica, come forte nella rettorica, chiarì così limpidamente la situazione, che non vi fu più dubbio. La dimostrazione di quel municipio era rialzata al suo vero e grande valore, era un segno del tempo, niuno avrebbe osato mai violare la libertà delle coscienze, sino a voler proibire o punire queste manifestazioni. Egli parlò della tradizione storica dei Comuni, di tutto il lungo sforzo italico per giungere a questo stato di libertà, ancora incipiente, ma che presto avrebbe avuto un largo sviluppo. Un consigliere è un uomo, è un cittadino: egli pensa come crede e agisce come pensa. Le istituzioni non decadono per mano degli uomini, ma decadono per la loro naturale corruzione: non sono gli uomini che le uccidono, ma le nuove idee che le distruggono. Fatalmente esse si imputridiscono pel germe morboso che contengono: nulla le salverà mai, quando il corrompimento è così avanzato. In fondo Niccolò Ferro era scontento e contento del ministro: lo dichiarava apertamente. Scontento perchè lui, uomo di libertà, aveva voluto quasi mettere in ridicolo la coraggiosa e audace manifestazione di quel municipio che agiva a viso aperto: contento, perchè sapeva bene che la fede antica non vacilla mai nel cuore degli uomini integri, malgrado le allucinazioni tiranniche del potere — ed era sicuro che giammai un atto di repressione sarebbe partito dalla volontà dell'illustre uomo.
L'illustre uomo aveva inteso tutto, torcigliandosi un po' nervosamente il mustaccio bigio: guardava Niccolò Ferro, il suo amico, con molta dolcezza, senza un rimprovero. Si sentiva affogare: sentiva lo sgomento della Camera innanzi all'audacia novella del partito radicale; sentiva l'equivoco in cui tutti lo volevano trascinare, amici e nemici, e contro il quale non poteva difendersi. Nè poteva dichiararsi solidale con Niccolò Ferro, nè combatterlo: e solidale, pel suo silenzio, lui, il ministro della Corona, tutti lo avrebbero creduto. Sentiva, in quel momento, il lungo errore di una politica troppo leale, solamente fondata sulla verità, solamente inspirata agli alti principii, astratta dalle persone e dai fatti, quindi poetica e fallace: una politica così poco pratica, che, ecco, prestava il fianco indifeso alla destra e alla sinistra. Tutto questo capiva l'illustre uomo; ma non poteva dire nulla. Forse, in quel frangente, il vecchio presidente del consiglio, parlando lui, con quella sua temperante bonomia poteva salvar la posizione: egli poteva metter a suo posto le paure mistiche e canore di don Mario Tasca, come le spavalderie intempestive di Niccolò Ferro. Ma il vecchio presidente leggeva una lettera, placidamente, come se si trovasse nella pace del suo gabinetto e non nel tumulto dell'aula.
La parola fu data all'onorevole Sangiorgio e subito l'assemblea si chetò; il presidente del consiglio alzò la testa canuta, e guardò fisamente il deputato di Basilicata, come se volesse leggergli nell'anima: il ministro dell'interno respirò, sollevato, immaginando che quanto nè lui, nè il presidente avevano detto, lo avrebbe detto Sangiorgio. Era intelligente, amico sicuro del ministero, non poteva che rimettere le cose al loro posto.
Invece, dalla prima frase crudele, l'onorevole Sangiorgio cadde addosso brutalmente alla politica interna, con un furore concentrato. Avevano detto troppo poco don Mario Tasca e Niccolò Ferro, come attacco e come difesa: le cose erano diversamente gravi, da un anno a questa parte; il più profondo disordine regnava nella politica interna, non vi era più nessuna guida, non vi era più freno, i pubblici funzionari agivano a casaccio, o non agivano punto, non avendo ordini. La politica interna era fondata sull'equivoco e sulla noncuranza colpevole: le teorie elastiche di libertà vi portavano la rovina. E questo tono acuto, quasi tragico, di attacco, doveva essere indovinato, era quello della giornata, perchè ad ogni frase la Camera mormorava per approvazione. Sangiorgio citò fatti: non era soltanto quello che dava da pensare, nè il primo; disse il numero delle associazioni repubblicane che in un anno era cresciuto a dismisura; citò i comizi che si moltiplicavano dappertutto; e gli atti di ribellione, non di quel solo municipio, non di quella sola Giunta, ma di altri pubblici funzionari; parlò di un prefetto che aveva consentito ad assistere ad un banchetto, dove era stato proibito di brindare al re, — e il ministro dell'interno, malgrado lo sapesse, malgrado gli articoli dei giornali monarchici, non aveva punito quel prefetto. I prefetti, i questori, i delegati, lasciati in balìa delle loro opinioni, della propria volontà, si abbandonavano ad atti di autoritarismo o di debolezza inqualificabile: ma la nota principale era la indolenza, una trascuraggine colpevole. Da Roma non partiva una circolare energica, mai: i rapporti dei più zelanti funzionari restavano senza risposta, o avevano una risposta ambigua: a Roma si facevano una quantità di deduzioni filosofiche e sociali, ma nessun atto di volontà. La Camera approvava tanto forte, che il suo presidente dovette due volte richiamarla all'ordine. Sangiorgio parlava con una speciale durezza di voce, con una brevità di accento e di frasi, con una tale aridezza di forma, che le più piccole cose facevano effetto: e parevano, quei fatti, tanti scatti di un'arma infallibile, tutti colpivano al segno, implacabili.
Era un atto di accusa, una requisitoria compilata con la crudeltà fredda di un magistrato, dalla collera legale e morale. Sangiorgio aveva la faccia rude e concentrata, i lineamenti immobili, non sorrideva, non gesticolava, non ricorreva a nessuna delle solite astuzie dell'oratore: pareva così profondamente sicuro e compenetrato della sua causa, che solo l'enunciazione precisa e glaciale bastava. Non faceva commenti, o quasi mai: era una enumerazione di fatti, passava dall'uno all'altro, dicendo, ogni tanto: _ma non basta, vi è dell'altro_. Questa frase, ripetuta ogni tre o quattro minuti, monotona come un ritornello tragico, faceva una grande impressione: dei brividi nervosi parea corressero lungo la spina dorsale di quel grande corpo che era la Camera.
L'aria parlamentare era carica di elettricità: nessuno scriveva, nessuno leggeva, tutti erano rivolti verso l'oratore, dei gruppi di ascoltatori si erano fermati sotto il suo settore; della gente era financo scaglionata sulla scaletta, quasi volesse bere le parole di Sangiorgio, in una esagerazione di attenzione. Lassù, nella tribuna diplomatica, la già bella, e ancora bella contessa Lalla D'Ariccia, il più sicuro barometro della crisi, era comparsa: ella non veniva che nei giorni di elettricità. Donna Luisa Catalani chinava la piccola testa fasciata da una veletta bianca, e, accanto a lei, donna Angelica Vargas piegava la bella faccia senza velo, tutta rossa ai pomelli, quasi esaltata dalla curiosità.
L'oratore riassumeva, con una forza di sintesi martellante sull'uditorio, tutto quello che aveva detto: e senza aggiungere osservazioni, senza chiedere risposta, senz'aspettarne, con un disprezzo di qualunque argomento, detto da qualunque avversario, propose, leggendolo, il seguente ordine del giorno:
«La Camera, disapprovando la politica interna del ministero, passa all'ordine del giorno, — Francesco Sangiorgio.»
Nel rapidissimo minuto di silenzio, si udì, chiaro, nitido, pronunziato dall'on. Schuffer:
— Perdio!
Poi sorse un tale vocìo, così alto, così irrefrenabile, che per cinque minuti il presidente scampanellò invano. Si discuteva nell'aula, sulle scale, nell'emiciclo, nei banchi, nelle tribune, dapertutto: le signore, da quella diplomatica, guardavano, guardavano, prese forse anche esse da un tremito nervoso.