Part 12
Egli sentiva che tutti quanti, conoscenze o estranei, amici o nemici, ammiratori o biasimatori, lontani o vicini, lo giudicavano malamente pel suo duello con Oldofredi; sentiva degli uni la pietà offensiva, degli altri il dispetto ironico, degli altri l'invidia rabbiosa, dei molti un disprezzo grande. Sentiva, che quell'impresa audace, di volersi misurare lui, nuovo, giovane, inesperto, contro uno spadaccino che niuno osava più d'insultare, contro un antico deputato, gli valeva le beffe, la compassione, il dispregio degli altri. In quell'ora egli aveva contro di sè tutta la pubblica opinione, sentiva la ingiustizia umana colpirlo. Per cui era felice di essere finalmente solo, di potersi chiudere nella sua amarezza e nella sua delusione. Non solo, no; qualche cosa scintillò sul divano. E come egli mosse la candela per veder meglio, una striscia lucente brillò. Nella sua veglia le sciabole dal taglio affilato vegliavano con lui.
Quelle almeno non mentivano. Ottusa la loro virtù offensiva e difensiva, era bastato farle strisciare per cinque minuti sulla cote, per ridar loro la potenza del male e del bene. Esse non s'infingevano, erano pronte, lealmente pronte a parare i colpi mortali, a ferire, a tagliare, a uccidere; una nelle sue mani, l'altra in quella dell'avversario, lama contro lama, taglio contro taglio: le sciabole erano fedeli. La parola dell'uomo agghiaccia il sangue per la indifferenza o avvelena il cuore per la sua acredine: la buona lama va diritta al suo scopo, recide, nettamente, profondamente. La parola umana strazia: la lama quasi non fa dolore per la rapida precisione del suo colpo.
Sangiorgio, attratto invincibilmente dallo scintillìo del metallo, andò a sedersi sul divano e passò il dito sul taglio sottilissimo di una sciabola.
Che importavano più i padrini, i deputati, gli amici, i nemici, i giornalisti? Tutto il nodo dell'azione era concentrato adesso in quelle due armi: la catastrofe spettava ora a quel pezzo di acciaio bene temprato e bene affilato. La catastrofe? Che catastrofe? Egli si guardò attorno, come per cercare chi avesse pronunziato quella parola; ma era solo, le sciabole giacevano accanto a lui; il suo sguardo era concentrato su loro. Per altri la notte che procede un duello è notte di agitazione, di nervi, di andirivieni: gli altri hanno tutti una donna, a cui infondere del coraggio con la disinvoltura: un parente a cui scrivere una lettera, un amico a cui mandare un biglietto, un servo a cui raccomandare un servizio importante; gli altri hanno tutti non la paura, forse, ma tutti una piccola pena, un pensiero molesto, una puntura di rimpianto; tutti gli altri al pensiero della catastrofe si esaltano o cercano distrarsi, i grandi interessi del cuore soffrono, l'anima è eccitata o accasciata, nervosa o sonnolenta. Sangiorgio, nulla di tutto questo: nè donna, nè parenti, nè amici, nè servi; non una linea da scrivere, non una parola da pronunziare, non un ordine da dare; Sangiorgio cercava invano, nel cuore, il grande interesse, per cui l'idea della catastrofe fosse dolorosa.
A chi poteva dolere se l'indomani Oldofredi lo avesse rimandato a casa gravemente ferito o morto? A quale donna, a quale uomo? Nessuno, nessuno: egli era solo, accanto alle sciabole, accanto alla catastrofe. E in quel freddo processo di eliminazione, in quella selezione misantropa di persone, di sentimenti, egli arrivò a sè stesso, arrivò al suo grande, unico, egoistico sentimento: l'ambizione politica. L'indomani, se egli era ferito, gravemente o lievemente, non importa, — il valore era sempre il medesimo, la disfatta era sempre eguale, — l'indomani, la catastrofe lo avrebbe colpito in pieno, nel suo profondo, fervido, ardente desiderio di fama e di potere. Non sarebbero discese su lui, ferito o morente, lagrime di donna, tenerezza d'amico, rimpianto di persone affettuose: ma lui solo, Sangiorgio, avrebbe pianto su sè stesso, sui propri desiderii di gloria dispersi, sui propri sogni d'ambizione svaniti nella vergogna fisica e morale del disastro. Il colpo di sciabola che l'indomani avrebbe tagliata la carne, recisi i muscoli, divisa una vena, avrebbe trovato la via del cuore, di quel cuore chiuso e duro dove un solo sentimento viveva, per ferire a morte questo sentimento. L'opera lenta e solida a cui egli lavorava da tanto tempo, con una pazienza da formica, con una ostinazione immutabile, domani, sarebbe crollata: a che valevano più tanti sforzi, tanto studio, tante privazioni, tante astinenze, tanti dolori sopportati in silenzio? Un colpo di sciabola: tutto diventava inutile. Così, al lume fumicante di quella candela stearica, nella notte, nella solitudine, quelle armi sguainate e fredde, per un minuto fugacissimo gli fecero paura.
Alle otto e mezzo preciso, vennero i padrini. Sangiorgio, vestito di tutto punto, la _redingote_ abbottonata, il cappello a cilindro ben lucido posato sopra un mobile, aveva la faccia un po' pallida, ma era tranquillo; solamente a un lato della bocca, che tremolava lievemente, aveva una piccola animazione.
«Dove sono le sciabole?» domandò Castelforte.
«Eccole.»
Castelforte le trasse dal fodero, l'una dopo l'altra, toccò le punte, poi passò il dito sul taglio, le ripiegò, puntandole a terra, le provò più volte, tirando dei fendenti nell'aria.
«Avete una sciarpa, un fazzoletto di seta, per legare la sciabola?»
Sangiorgio aveva apparecchiato una sciarpa. Scalìa chiuse le sciabole nel sacco, che legò con la sciarpa: prese il guantone gittato sul canapè, guardò Castelforte:
«Andiamo?»
«Andiamo.»
Scesero la scala buia. Il cocchiere aperse lo sportello del _landau_, Scalìa gettò sopra uno dei sedili le sciabole e il guanto: poi in fretta entrarono tutti tre in carrozza. Passarono per Via Due Macelli, ove già il fioraio aveva esposto molta ricchezza di rose, ed entrarono in Piazza di Spagna. Dalle nuvole mollicce che s'amassavano nel cielo, caddero poche gocce d'acqua che si attaccarono ai cristalli.
«Piove,» disse Sangiorgio.
«Non è nulla,» disse Castelforte, «il duello con la pioggia è più drammatico.»
In Via del Babuino si demoliva. Mucchi di rovine ingombravano gli sbocchi delle vie laterali: il principio di Via Vittoria era tutto sconquassato, perchè riparavano la fognatura. In Piazza del Popolo la pioggia ingrossò, e cominciò a cadere con uno strepito allegro, quasi fosse grandine.
«Cesserà,» disse Scalìa «c'è contrasto di venti, in alto.»
Fuori la porta, la carrozza si fermò, per prender su il dottore, che aspettava davanti al Caffè dei Tre Re. Aveva sotto il braccio un involtino coi ferri e le fasciature. Sedette dirimpetto a Sangiorgio, accanto a Castelforte. Aveva un'allegrezza briosa, parlava d'altri duelli a cui aveva assistito.
E mentre il _landau_ si slanciava al galoppo, sui ciottoli fangosi di Via Flaminia, il primo _tram_ di Ponte Molle si staccava dalla stazione e si avanzava, quasi vuoto, sbalzellando e tentennando sui binari.
La carrozza passò davanti al gazometro, e piegò rapidamente nella svolta che conduce a villa Glori. Sotto l'Arco Oscuro, si cominciò a veder la campagna: i primi alberi si affacciarono al disopra delle mura.
Allora Sangiorgio, che sino a quel punto era rimasto in una specie di stordimento del pensiero e dell'anima, in una stanchezza spirituale e morale, si svegliò, ed ebbe un brivido. Castelforte aveva abbassato un cristallo, e l'aria frizzante entrava fischiando. E, come la via era tutta in salita, la carrozza camminava piano. Sangiorgio cominciò a rivivere e a pensare. Mano mano che si andava innanzi, tutta la sua forza nervosa si concentrava nei denti che di minuto in minuto più si serravano. Anche, aveva preso fra le dita un fiocco dello sportello e lo stringeva con crescente energia. Sotto gli occhi, gli era nato un tratto di rossore caldo che cominciava a spandersi in giù, irregolarmente. Ma come l'animazione aumentava, ogni potenza d'espansione scemava in lui: si andava lentamente rinchiudendo in sè stesso, in una specie di prosopopea, romantica e orgogliosa di sè medesimo, e alle parole del medico o dei padrini non poteva più rispondere che con qualche movimento del capo più vibrato del solito. I cavalli, per la salita, rifiatavano forte; in fine, a villa Glori, cominciò la discesa. Allora, di nuovo, la carrozza si slanciò di gran trotto. Erano cessate le mura: oramai a destra e a sinistra le siepi fiorite passavano rapidamente davanti agli sportelli. A Sangiorgio parve un momento che delle ragazze corressero, offrendo fasci di biancospino. Poi cessarono le siepi, e la carrozza entrò fra due file di olmi che fremevano cupamente, agitati dal vento. Poi si fermò. Allora, un gran brivido corse i nervi di Sangiorgio, e quel piccolo rossore sotto gli occhi subito sparve. Erano arrivati. Egli si volle slanciare; Castelforte lo trattenne.
«Restate in carrozza col dottore. Il luogo non è fissato precisamente. Aspettate un poco.»
Scesero i padrini. Sangiorgio affacciò il capo allo sportello. Erano giunti primi. La casina dell'Acqua Acetosa era abbandonata: le porte chiuse, le persiane chiuse: non vestigio d'anima viva. La grande spianata si stendeva lungo il fiume, verde, senza alberi, senza uomini: solamente lontano, lungo la staccionata di villa Ada, una lunga fila di pecore bianche spiccava dalla comune intonazione di cinereo e di verde, e un pastore incappato stava ritto, immobile.
Castelforte e Scalìa si allontanarono nella pianura, gesticolando. Il tempo s'era un po' calmato, ma brontolava e minacciava ancora: e quella enorme piattaforma, brulicante di erbe inutili, aveva una tristezza così straziante e così selvaggia, che quelle due sagome di gentiluomini eleganti, avanzanti tra la cicoria fiorita, stonavano bizzarramente. Il Tevere, gonfio e livido, tumultuava con impeto collerico. Castelforte e Scalìa tornarono indietro lentamente, discutendo. Sangiorgio cominciava a vibrare per l'impazienza. Pel fondo dello stomaco gli si era messo un tremolio breve e vivace, che gli si propagava sino ai nervi del palato e gli promoveva una salivazione incessante. La carrozza gli era diventata angustissima. Si sentiva soffocare.
I due padrini si accostarono a lui. Castelforte appoggiò le braccia allo sportello:
«Abbiamo trovato un buon terreno; si affonda un poco: ma non si scivola. Aspettiamo gli altri per vedere se sono contenti.»
«Eccoli,» disse Sangiorgio, i cui nervi erano stranamente aguzzati dall'eccitazione.
Infatti, il rumore d'una carrozza si udì, e ingrossò subito: la carrozza, di gran galoppo, voltò nella pianura, e andò a fermarsi in distanza, nel mezzo del prato. Si spalancò lo sportello. Oldofredi, Lapucci, Bomba saltarono giù.
Questi ultimi si avanzarono verso Castelforte e Scalìa che venivano incontro; il dottore di Sangiorgio e quello di Oldofredi si fermarono in disparte, e s'inginocchiarono svolgendo i fagottini, sull'erba, per aver tutto pronto. Oldofredi restò presso alla carrozza, col _paletot_ indosso, fumando, battendo gaiamente con una sua bacchettina di bambù la groppa d'uno dei cavalli. Sangiorgio, con mezzo il corpo fuori dallo sportello, guardava incertamente. Ciò che lo smaniava, era l'imperizia, la novità del fatto, e l'ignoranza delle formalità. Doveva restare in carrozza, o scendere come aveva fatto il suo avversario? Guardò i padrini. S'erano raccolti tutti e quattro, con amichevoli saluti e forti strette di mano, sul terreno arso, e discutevano. Ogni tanto, in quella strana e molle calma del tempo piovoso, veniva distintamente l'accento lombardo di Castelforte: le altre voci si udivano smorzate e senza senso, come suoni che uscissero da un involucro di bambagia. Poi Scalìa tornò indietro verso Sangiorgio, e Bomba andò a Oldofredi: Castelforte e Lapucci, chini a terra, sbarazzavano il terreno coi piedi, e segnavano delle linee coi bastoni. Scalìa giunse allo sportello:
«Spogliatevi. Lasciate la _redingote_ e il cappello nella carrozza.»
Prese le sciabole e il guanto, e tornò verso il luogo dello scontro: anche Bomba tornava, con le sciabole e con un altro guanto. Sangiorgio, che cominciava ad avere un brivido nel petto e alle scapole, brivido di impazienza e di desiderio, buttò via il cappello, si trasse furiosamente il _paletot_, la _redingote_, la sottoveste, la cravatta, e s'avviò in furia verso i padrini. Il crollo acuto e secco delle sciabole buttate sull'erba da Scalìa lo fece trabalzare. Castelforte gli gridò da lontano:
«Tenetevi il _paletot_: fa freddo.»
Sangiorgio tornò indietro, prese il _paletot_, se lo buttò sulle spalle, raggiunse i padrini. Nel mezzo del terreno, Castelforte e Lapucci traevano a sorte il comando del combattimento e la scelta delle sciabole. Scalìa e il dottore si posero in mezzo Sangiorgio, gli parlavano piano:
«Avete bevuto un sorso di _cognac_?»
«No.»
«Male; bisogna sempre fortificarsi.»
«Non ce n'è bisogno,» rispose Sangiorgio mentalmente.
«Io comanderò l'azione. Voi scegliete le sciabole,» disse Castelforte. «Volete esaminare le nostre?»
«Scelgo le nostre,» disse Lapucci. «Eccole.»
Oldofredi, dall'altra parte del terreno, con un anemone ai denti, guardava il paesaggio, voltandosi intorno. Castelforte venne incontro a Sangiorgio, gli fece impugnare la sciabola, gli legò l'elsa al polso, lo accompagnò al suo posto. I due dottori si scostarono di venti passi, Scalìa si fermò alla sinistra di Sangiorgio, Bomba alla sinistra di Oldofredi. Lapucci e Castelforte si posero a mezzo il terreno, uno di qua, l'altro di là, ciascuno con una sciabola in mano.
Oldofredi aveva l'aria più sciocca e insignificante del solito: certamente, non ancora il suo spirito s'era fermato al fatto di cui egli era tanta parte.
Castelforte, con quella sua aria di capitano di cavalleria, guardò Sangiorgio, poi guardò Oldofredi, imperiosamente.
«Signori.....» disse con intonazione di cantilena.
La faccia di Sangiorgio, a cui era corso un violento impeto di sangue, si affissò in lui: Oldofredi sputò via l'anemone, e con un movimento elegante si scosse il _paletot_ dalle spalle.
«Signori: a due gentiluomini come voi sarebbe ingiuria raccomandare di comportarsi con perfetta cavalleria. Vi rammento soltanto che dovete fermarvi immediatamente appena udrete la parola _Alt!_ che non dovrete attaccare se non al comando: _A voi!_ Andiamo.»
Diede un'occhiata a Lapucci, che gli rispose con un'altra occhiata; e comandò:
«In guardia.»
Oldofredi, con un movimento quasi insensibile avanzò la gamba destra, piegò ad un angolo il braccio e la sciabola, si appoggiò sulle gambe. Sangiorgio andò in guardia con un salto, stendendo il braccio destro e la sciabola in una linea così retta e così dura, che pareva un pezzo di ferro.
«A voi!» comandò Castelforte.
E si slanciarono. La sciabola d'Oldofredi battè quella di Sangiorgio che s'era buttata di punta, e la scartò, poi cadde sul guantone imbottito; ma Sangiorgio rialzando con impeto brutale il braccio e il ferro, sollevò la lama del nemico, e per poco non gli ruppe il muso con l'impugnatura.
«Alt!» gridò Castelforte, interponendo la sua sciabola. I due combattenti si staccarono e tornarono al loro posto. Oldofredi, un po' pallido, sorrideva: aveva capito l'avversario; ma Sangiorgio, a cui era entrata nel petto una furia di toro che abbia visto del rosso, teneva la bocca chiusa e respirava con violenza dal naso.
«In guardia!» disse di nuovo Castelforte. Sangiorgio, col braccio teso e la punta della sciabola alla faccia dell'avversario, lo guardava fisso con occhio così torbido e così minaccioso, che Oldofredi se ne avvide.
«A voi!» disse Castelforte.
Questa volta si slanciò Oldofredi, minacciando al ventre dell'avversario. Sangiorgio, immobile, col braccio teso e la punta agli occhi del nemico, non parò; e come vide la lama, che aveva finto una botta al ventre, passar luccicando davanti a' suoi occhi per ferire alla faccia, la respinse con una battuta strisciante così franca e così pronta che la sciabola escì di mano ad Oldofredi, e restò sospesa per la fasciatura.
«_Alt!_» gridò Castelforte.
Lapucci e Bomba corsero a rilegar l'arma al polso d'Oldofredi.
«Animo. Un'altra botta!» disse piano Castelforte all'orecchio del suo primo. Sangiorgio s'era rasserenato. Un riso interiore di superbia contenta gli spianava la faccia. I suoi denti si schiusero. Oldofredi era di nuovo a posto, con la sciabola in pugno, ma questa volta bianco d'un pallore iroso: aveva lui, ora, i denti sbarrati, e le sopracciglia tese come se dovessero scoccar saette.
E al comando si buttò addosso al nemico, d'uno sbalzo, senza finte, senza artifizi di scherma, per spaccargli la testa. Ma prima che la sua sciabola arrivasse allo scopo, la punta di quella di Sangiorgio gli entrò nel labbro inferiore e squarciò tutta la guancia, sino, alla tempia. I quattro padrini si buttarono in mezzo, i due medici accorsero. Oldofredi fu tratto in disparte, posto a sedere sopra un _pliant_, circondato dai sei uomini. Sangiorgio restò solo, con la sciabola in mano, mezzo nudo, stupefatto, sotto il cielo di piombo che da capo schizzava una pioggerella fangosa.
Confusamente, intorno a sè, mentre la carrozza passava sotto Porta del Popolo, egli sentiva chiedere da Castelforte al medico:
«Quanti punti ci son voluti?»
«Dieci.»
«Per quanti giorni ne avrà?»
«Venti: ammeno che non si dichiari una febbre forte.»
«Perdio! che bel colpo!» interveniva a dire Scalìa, fumando voluttuosamente un sigaro.
«E resta la cicatrice,» aggiungeva Castelforte, ridendo. «Oldofredi non se lo scorderà, il colpo.»
Il medico discese all'ospedale di San Giacomo, dopo essersi dato l'appuntamento per firmare il processo verbale. A quella fermata Sangiorgio si scosse dal suo silenzio.
«Avrai fame?» gli chiese Scalìa.
«Lo credo io: se l'è meritata bene,» soggiunse Castelforte.
E ambedue sorrisero di compiacenza.
Sul terreno, per non far vedere, i due padrini non avevano abbracciato il loro primo, ma come ritornavano, in carrozza, si lasciavano andare a poco a poco a un esaltamento affettuoso. Avevano perduta la freddezza, la rigidità: guardavano Sangiorgio amorosamente, con certi occhi lucidi, parlavano di lui con orgoglio, con dolcezza, come di un figlio valoroso che ha subìto un esame, riportando il massimo dei punti: Castelforte arrivò sino a battergli due o tre colpettini sulla spalla, con una familiarità insolita in quel gran signore. Quasi quasi lo accarezzavano con gli occhi, col tono della voce, con certe frasi lusinghiere, fieri di lui, lasciando travedere come diversamente lo apprezzassero e gli volessero bene dopo il duello. Egli riceveva quietamente questa onda novella di amicizia, coi nervi che si ammollivano sempre più, lasciandosi andare a un gran bisogno di vita fisica, non pensando più, avendo voglia soltanto di mangiare, di digerire in una stanza calda, di dormire due, tre ore, profondamente. Sorrideva ai suoi padrini, come il giovanetto che ha fatto magnificamente gli esami, come la fanciulletta che ha preso la prima comunione: tutta la visione dell'Acqua Acetosa, e quella gran cicatrice sanguinante a fiotti sul viso pallido dell'avversario, erano scomparse, egli non sentiva che la soavità letificatrice del riposo nel trionfo. Le linee del volto si erano spianate, gli occhi avevano perduto la loro lucentezza quasi febbrile, la chiostra dei denti si riposava, addolorata: Francesco Sangiorgio aveva l'aria di un ebete.
La colezione fu rumorosa e allegra, al Caffè di Roma. Ogni momento Castelforte e Scalìa versavano del vino a Sangiorgio; egli mangiava e beveva molto, tutto felice di mangiare, ringraziando col capo ai discorsi amabili dei due padrini, ridendo quando costoro parlavano del dispetto di Oldofredi, tanto più doloroso della sua ferita.
Alle frutta le espansioni divennero maggiori:
«... Perchè» continuava a dire Scalìa, «perchè, io ho lunga esperienza di duello, ho temuto per te, caro Sangiorgio. L'avversario era forte e coraggioso e si era battuto venti volte: tu, novello, inesperto... è naturale, ho temuto...»
«Oldofredi non se lo aspettava...» aggiunse Castelforte.
«Pareva che scherzasse, sul terreno,» osservò Sangiorgio.
«Oldofredi non scherza mai,» disse sentenziosamente Scalìa. «Non bisogna credere alle sue _pose_. Al terzo assalto, ve lo assicuro io, cari colleghi, egli era furioso: è andato addosso a te, Sangiorgio, che pareva ti volesse spaccar la testa. Che colpo, santo diavolo!»
«Che colpo, perdio!» fece coro Castelforte.
E gli stessi discorsi di compiacenza ricominciavano sempre, un po' monotoni, un po' da trasognati, come proferiti da coloro che stanno sotto una grande impressione recente e ne rifanno la storia cento volte, cullandosi in quella stessa musica, incapaci di pensare ad altro. E tre o quattro volte fu rifatta la storia; l'onorevole Melillo, che aveva fatto colezione con l'onorevole Cermignani alle _Colonne_, un po' preoccupato della sorte del collega basilisco, era venuto in su pel Corso, per vedere se incontrava la carrozza, e chiacchierando di politica, gridando, riscaldandosi, strillando, enumerando cifre e demolendo bilanci, avevano scorto nella trattoria il gruppo dei tre che mangiavano: l'onorevole Melillo, il biondone dal viso rosso e dalla sottoveste bianca, era giunto sino ad abbracciare Sangiorgio, mentre Cermignani, il deputato abruzzese, restava in piedi, ascoltando la storia dai padrini, tirandosi la barba nera macchinalmente, esclamando, preso da un furore bellicoso, postato quasi in una posizione di attacco.
Il Bencini, il vecchio deputato di destra, il vecchio cattolicone arguto, in sospetto di burlarsi di Dio come del diavolo, che era in fondo alla sala chiacchierando vivamente e ridendo, con quel buon vecchione placido, dalla barba argentea, il Gambara, il decano dell'antico partito conservatore, il Bencini curioso e arzillo come una femminetta, venne anche lui a congratularsi quantunque non conoscesse punto il Sangiorgio: ma il Toscano spiritoso e paradossatico aveva un'antipatia profonda per la stupidità vanagloriosa e spadaccina dell'Oldofredi. Egli sghignazzava pensando alla collera del deputato marchigiano.
— Non se la lega al dito questa cosa, Oldofredi: gliel'ha già ricucita sulla faccia! Per fortuna che non siamo in canicola, non siamo: lui avrà una voglia di mordere! —
E tutti, intorno a Sangiorgio, ridevano: Scalìa comperava dei fiori da Nerina, Castelforte narrava ancora il fatto a Gambara che si era accostato anche lui, e sorrideva placidamente guardando Sangiorgio con l'occhio del vecchio parlamentare che ama i giovani deputati laboriosi e coraggiosi; Cermignani e Melillo ascoltavano il chiacchiericcio sfavillante del Bencini dalla voce chioccia e dal riso secco. Fu quasi un corteo che accompagnò il deputato Sangiorgio sino al _landau_. Era uscito il sole, la carrozza fu aperta, Melillo volle salire anche lui. E come pel Corso passava la carrozza, vi era un allargarsi, un propagarsi di saluti, di cenni, di congratulazioni, di gesti, di sorrisi: pel Corso dove andavano su e giù deputati e giornalisti, uomini d'affari e _reporters_, dopo colezione, aspettando l'apertura della seduta, facendo il chilo, godendo quel piccolo raggio di sole prima di andarsi a chiudere nel caldaione del signor Comotto.
L'onorevole Chialamberto, il breve deputato ligure, discorreva col colonnello Dicenzo, un abruzzese magro dall'aria ascetica; ambedue salutarono profondamente i quattro deputati che passavano, accennando fra loro. In quanto al deputato Carusio, in Piazza Colonna, egli si buttò allo sportello, volle si fermasse, abbracciò e baciò Sangiorgio, gridando, tutto affannato, che correva dal presidente del consiglio a portargli il felice esito del duello.
Ma, nella Camera, la dimostrazione crebbe, crebbe sempre, intorno a Sangiorgio.
In verità, il presidente della Camera serbò, come sempre, il suo contegno corretto: ma vi fu nel sorriso con cui accolse Sangiorgio qualche cosa di cordiale, di amichevole, una specie di luce affettuosa.