Part 11
«Lo spero bene.»
«Infatti, egli non dice mai bene delle persone mediocri. Tu diventerai un grand'uomo politico, Franz.»
«Oh, ci vuol molto tempo,» rispose lui tranquillamente, annotando certe cifre sopra un pezzo di carta.
«Sono venuti Gallenga e Oldofredi, che mi fa molto la corte.»
«Ha ragione, Oldofredi,» mormorò lui, con galanteria.
Ella sorrise e scomparve nella camera. Era così fredda e brutta, che per un momento ristette, come disgustata. Guardava gli arabeschi di lana del piumino, che la serva aveva gonfiato a furia di manate; ma la grande macchia d'olio della poltrona di lana azzurra le fece voltare il capo; il suo istinto femminile la faceva soffrire di quella macchia. E girò per la stanza, cercando un oggetto introvabile: sul canterale non vi erano che due candelieri senza candele, una spazzola pei vestiti, nulla di quello che ella desiderava: sulla toletta, solo i pettini e una bottiglina di acqua di Felsina, dimezzata. Una nudità, una miseria da anacoreta. Finalmente, giunta presso il letto, sul comodino, ella trovò la bottiglia dell'acqua e il bicchiere, e, tutta felice, sciolse il suo fascio di rose, ne ficcò tre o quattro nel collo della bottiglia dell'acqua, un piccolo gruppo nel bicchiere, ne buttò due o tre sul tappetino a piedi del letto, poi non sapendo dove altro metterne, ne ficcò due sotto il cuscino. Camminando piano, andò al canterale, e ne aprì il primo cassetto, dove ci erano delle cravatte e dei guanti: anche lì lasciò le sue rose. Un ritratto era buttato lì dentro, ancora in una busta: il suo. Una lieve ombra di malinconia le passò sul viso, ma disparve. Ora su quella miseria della stanza, in quella luce bigiognola che veniva dal cortile interno, in quel tanfo di acqua di cucina, le rose mettevano una freschezza primaverile, un po' di giardino, un ricordo di sole, un piccolissimo profumo.
«Ho finito,» disse Sangiorgio, comparendo sull'uscio.
«Andiamo a far colazione.»
«Credi tu che avremo finito per l'una e mezzo?»
«Perchè?»
«Ho un convegno... con un elettore.»
«Avremo finito, spero. Tanto più che ho anche io un convegno... alle due.»
«Con un elettore?»
«Con Oldofredi.»
«Ah!» fece lui, infilandosi il soprabito.
«Mi deve raccontare come fu che non volle sposare donna Angelica Vargas.»
«Doveva sposarla?»
«Sì, e non la volle. Forse, è lei che non ha voluto. Oldofredi è antipatico a mezzo mondo: alla Camera, poi! Lo conosci tu?»
«No: e mi è indifferente.»
«Sei molto pallido; che hai?»
«Non so: sarà il freddo.»
«Andiamo, andiamo a casa, vi è il fuoco, ti riscalderai.»
Egli la seguì senza accorgersi delle rose.
L'onorevole Oldofredi non era un frequentatore troppo assiduo della biblioteca della Camera: ci andava qualche volta per cercarvi un amico; ma non leggeva, nè chiedeva mai libri e giornali. Dicevano anzi, le maligne lingue parlamentari, ch'egli non sapeva leggere. Ora, come quel giorno entrò in biblioteca, e trovò Sangiorgio seduto davanti a un vero monte di volumi, che scartabellava opere di statistica, e sfogliava libri di economia politica, di storia, di scienze sociali, con quell'intemperanza di ricerche e di preparazione che è propria dei provinciali meridionali, quel fatuo anconetano ebbe un lieve sorriso di scherno. Affacciò prima il capo all'uscio, per vedere se ci fosse il collega di cui andava in cerca; poi, spinto chi sa da qual nuovo pensiero, entrò, sebbene non avesse trovato il collega. Entrò, e cominciò a passeggiare in su e in giù, oziosamente, soffiando via dal piccolo bocchino d'ambra i rimasugli della sigaretta.
L'onorevole Oldofredi, malgrado la riputazione dongiovanesca e spadaccinesca che s'era acquistata, non era nè un bello nè un forte uomo: macchina d'ossa e di nervi mal connessa, aveva in tutta la lunghissima persona uno sconquasso sgradevole, nella faccia un color terreo antipatico, negli occhi una crudezza sciocca, e un dislocamento di tutte le membra che lo faceva parere un automa ambulante a caso.
Sangiorgio, dal primo momento che lo vide, gli pose gli occhi addosso, e non potè più lasciarlo. Una specie di attrazione dispettosa distraeva il Basilisco dalle statistiche e dai libri di economia politica, e lo spingeva verso il deputato marchigiano, ch'egli disprezzava e odiava, per un istinto misto di regionalismo, d'amante e d'ambizioso. Lo guardò fissamente, intanto che Oldofredi passeggiava, pensando con la penna sospesa sulla carta. Quel Donchisciotte antipatico a tutte le donne, ignorante, sciocco, inabile, che pure con tutte queste qualità negative era sempre riuscito a farsi rieleggere, a far parlare di sè, ad avere nella vita politica e nella vita mondana una posizione spiccata, gli pesava sullo stomaco, come uno di quei cibi indigeribili contro di cui si ha una ripugnanza istintiva.
Oldofredi era lo sciabolatore politico: dei suoi duelli non si parlava più, se non vagamente, come di qualche cosa confusa e lontana, poichè da parecchi anni nessuno aveva più osato provocarlo; ma non c'era questione personale ove egli non fosse chiamato come padrino, o come arbitro, o come consigliere; ma non c'era, fuori o dentro la Camera, una più sicura e più salda autorità cavalleresca. Ciò dava a quel brutto e volgare uomo un'aureola romantica, e diceva la cronaca pettegola che le donne volentieri posavano i desiderii indecisi ai piedi di quel Rolando marchigiano, che appariva ad esse come un campione formidabile contro i pericoli del peccato.
«Avete visto, per caso, l'amico Bomba, onorevole Sangiorgio?» chiese Oldofredi, fermandosi innanzi allo scrivente.
«Io? No,» rispose l'altro, seccamente alzando il capo.
«Dove si sarà ficcato? Nell'aula non ci è: parla quell'asino di Borgonero, sopra non so quali sciocchezze. Ho cercato l'amico Bomba dappertutto: non può essere che qui, in compagnia di quell'imbecille di Giordano Bruno. Ci credete voi, Sangiorgio, all'esistenza di Giordano Bruno?»
«Io? Sì,» fece l'altro seccamente.
Sangiorgio guardava Oldofredi, fisso, con una freddezza di sguardo che avrebbe fatto tacere un chiacchierone meno vanitosamente distratto, ma quell'altro passeggiava, guardava in aria, aveva accesa un'altra sigaretta, dimenava quel suo lungo e antipatico corpo dinoccolato, empiendo di rumore quella cheta stanza da studio. Di già, dalla stanzetta accanto, a destra, l'onorevole Gasperini, il toscano dalla barba bianca, dal sorriso arguto e dagli occhi fini dietro gli occhiali, si era affacciato due volte, lasciando a mezzo certe teorie di finanza: e si era stretto nelle spalle, infastidito, al chiasso dell'onorevole Oldofredi. Costui, arrivato innanzi all'altra porta che dava sulla stanzetta a sinistra, sogghignò, ritto sulla soglia, appoggiato allo stipite, con le mani in tasca: nella stanza a sinistra, l'onorevole Giroux, un vecchio lento e grave, con le palpebre socchiuse, l'aria di addormentato, leggeva in un librone legato in pergamena. Oldofredi sogghignava. Poi, accostandosi di nuovo al tavolino di Sangiorgio, disse, sghignazzando ancora:
«È di là, sapete, con Copernico.»
«Chi?» chiese l'altro, con la medesima solita durezza.
«Giroux. Non bastandogli di seccare la gente con le sue fandonie filosofiche, ha inventato quelle di Copernico. Chi sarà questo Copernico? Ma... Giroux giura di averlo conosciuto, a Torino: anzi era _carbonaro_.»
E scoppiò a ridere. Egli non vedeva, Oldofredi, la prepotente e ostinata espressione di disprezzo sulla faccia di Sangiorgio: non vedeva quel lieve tremito nervoso che faceva ballare la penna nelle dita del deputato meridionale.
«E dall'altra parte ci è Gasperini, l'ex-segretario, che certo sta rileggendo gli atti del Parlamento inglese, per poter domani parlare contro Giroux. Che ne dite?»
«Io? Niente.»
«Ora prendo con due ditini Gasperini, e lo porto nelle braccia di Giroux: così la riconciliazione sarà fatta, Copernico e Bentham la benediranno, e la finanza, nonchè l'agricoltura italiana andranno sempre allo stesso modo, cioè malissimo.»
Diceva questo ad alta voce, noncurante che quei due lo ascoltassero. Sangiorgio guardò le due porte, come per esprimere questo timore; Oldofredi intese.
«Non odono, no. Quando Giroux è con Copernico, non sente nulla, e Gasperini è smarrito nella finanza inglese.... E anche se sentissero!»
Fece la sua stretta di spalle da bravaccio, uno dei suoi gesti che gli avevano procurato la riputazione di un uomo coraggioso.
«Potrebbero rispondervi,» osservò con un tono equivoco Sangiorgio.
«Ma che! Non risponderebbero affatto. Piuttosto se la legherebbero al dito, per rinfacciarmela più tardi, nell'aula, in un corridoio, in un giornale: così si usa, in politica. O piuttosto, cercherebbero dimenticare anche questa, come tante altre hanno dimenticate. Voi siete novello, mi pare: vi restano molte cose da imparare. Una, vedete, ve la insegno io: in politica non si risponde mai subito, mai in faccia, mai direttamente. O si dimentica o si aspetta.»
«E se vi rispondessero subito?» replicò Sangiorgio, sempre più freddo.
«Ma che! Figuratevi, mio caro deputato novello, che da cinque anni a questa parte vado dicendo tutta la verità, a tutti quanti, su fatti, uomini e avvenimenti, gridando, strillando, per sollievo del mio fegato. Avesse qualcuno il coraggio di difendersi, di rispondermi sulla faccia! Nessuno, nessuno, caro il mio deputato nuovo.»
«E perchè?» domandò Sangiorgio, tenendo gli occhi fissi sulla carta dove aveva scritto come se meditasse.
«O bella! perchè i vecchi hanno esaurito la quantità di coraggio che avevano, se ne hanno mai avuto: e i giovani non hanno ancora cominciato a usare la propria, se ne avranno mai una.»
«Voi credete, Oldofredi?»
«Perdio! se lo credo. La Camera è vigliacca.»
«No, onorevole Oldofredi.»
«Vigliaccheria e compagni! ecco la ditta.»
«Vi assicuro di no, Oldofredi.»
«Mi smentite, mi pare.»
«Sicuramente.»
«Voi mi smentite?»
«Io, proprio io.»
«Voi volete provarmi che la Camera non è vigliacca?»
«Sissignore.»
«Io abito in Via Frattina, 46, pranzo alle _Colonne_ e vado all'Apollo, questa sera.»
«Va bene.»
«Buon giorno.»
«Buon giorno.»
Oldofredi si strinse nelle spalle, scosse la cenere della sigaretta e uscì, dimenando la sconquassata persona. Sangiorgio intinse la penna nel calamaio e ricominciò a scrivere. Quelli della stanza accanto non avevano udito nulla: tanto più che il dialoghetto era avvenuto sul tono ordinario di voci. Gasperini sfogliava i bilanci della finanza inglese, Giroux s'immergeva in Copernico, e Sangiorgio ricavava delle note dalla _Storia dell'Internazionale_ di Tullio Martello.
IV.
Quando l'onorevole Sangiorgio entrò nel Caffè del Parlamento, alle sette, per pranzare, in quella cripta egiziana, affogante, rossa, quasi affumicata, varie teste si voltarono e il suo nome fischiò nel susurrìo educato di coloro che mangiavano. Restavano solo due o tre tavole disoccupate: Sangiorgio, dopo esser rimasto un momento indeciso, sedette a una, dove tre posti erano pronti. Subito, dal tavolino accanto a lui, l'onorevole Correr, il giovane deputato di destra, dalla barba nera e dalla molle pronuncia veneta, lo salutò amichevolmente, l'onorevole Scalatelli, il colonnello dei carabinieri, dal pizzo brizzolato e dagli occhi bonari, lo guardò con un certo interesse: gli altri due ex-onorevoli, il grande Paulo, il grosso Paulo, il forte Paulo continuò a litigare col piccolo Mefistofele padovano, Berna, lo spirito bizzarro.
«Dunque è vero, Sangiorgio, del duello?» domandò sottovoce Correr.
«È vero,» rispose l'altro, guardando la lista delle vivande.
«Primo duello?»
«Primo.»
«Avete mai fatto sala d'armi?»
«Un poco.»
«È un'imprudenza, Oldofredi è fortissimo.»
«Un duello, un duello!... chi si batte?» esclamò il grosso Paulo, finendo di dar dell'asino al suo amico Berna, che gli dava dell'imbecille.
«Qui, l'onorevole Sangiorgio, con Oldofredi,» spiegò Correr.
«Bell'avversario, perdio! È mancino, Oldofredi: bisogna che Ella ci pensi, onorevole Sangiorgio.»
«Non lo sapevo: ci penserò.»
«E i padrini, chi sono i padrini?» domandò l'enorme Paulo, il colosso, il molosso, che qualunque duello inebbriava.
«Il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa: li aspetto a pranzo,» disse cortesemente Sangiorgio.
«Benissimo, buona scelta, sono padrini poco arrendevoli, non vi riconcilieranno sul terreno.»
«Era inevitabile il duello, Sangiorgio?» chiese Scalatelli.
«Inevitabile.»
«Oldofredi è fortunato, Sangiorgio; mi sono battuto con lui, anni sono: m'ha ferito al polso,» spiegò placidamente Scalatelli.
In questa, il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa entrarono, cercando con gli occhi Sangiorgio. Il conte conservava la sua freddezza aristocratica che emanava da tutto, dalla magra e alta persona, dalla lunga barba nera che si brizzolava, dalla compostezza un po' naturale, un po' letteraria di scrittore e di signore; Rosolino Scalìa aveva la sua aria di militare elegante in borghese, il fiore all'occhiello e il mustacchio profumato; ma era anche lui freddo e grave. Castelforte si fermò a parlare con Correr e Scalatelli, mentre Scalìa si cavava il soprabito.
«Ebbene,» domandò Sangiorgio, «che si fa?»
«Nulla ancora,» rispose con riserva Scalìa, «o molto poco.»
Sangiorgio non chiese altro. Il pranzo fra quei tre cominciò in silenzio: Castelforte era sempre contegnoso, Scalìa grave e Francesco Sangiorgio indifferente.
«I padrini sono Lapucci e Bomba,» disse Scalìa, versandosi del vino. «Abbiamo convegno alle nove e mezzo. Avete provveduto alle sciabole, Sangiorgio?»
«Sì.»
«Bene,» disse Castelforte. «Spero che le abbiate fatte arrotare: niente più odioso, in un duello, che le sciabole mal affilate. Il duello si prolunga, e le ferite sono sempre ridicole, larghe, una indecenza.»
«Le ho fatte arrotare dallo stesso Spadini.»
«Bravo,» fece Scalìa. «Un duello lungo ha tutti gli inconvenienti; si presta alla burletta. Una cosa sola vi raccomando, Sangiorgio; non pensate a nulla e di nulla vi preoccupate, ma al primo assalto, andate giù, non aspettate l'avversario, non calcolate nulla, buttatevi: quelli che cominciano, non possono riescire che così.»
«D'altra parte,» aggiunse Castelforte, «come ho potuto intendere dalle parole di Lapucci, le condizioni saranno piuttosto gravi. Ma voi non ci badate, Sangiorgio: è naturale che fra due persone serie, queste cose siano prese sul serio.»
«Io non ho intenzione di scherzare,» soggiunse Sangiorgio, prendendo dell'insalata.
«Tanto meglio. Il medico ce l'avete?»
«No.»
«Prenderemo il solito Alberti,» disse Scalìa, «ci penserò io, questa sera.»
Un fanciullo in piccola livrea, che portava scritto sul berretto _Caffè di Roma_, entrò nella trattoria, cercando qualcuno. Era un biglietto per l'onorevole Sangiorgio.
«Il presidente della Camera mi manda a chiamare, al Caffè di Roma, dove resta fino alle nove e mezzo.»
«E voi andateci,» rispose Castelforte, «ma siate fermo, non vi lasciate convincere.»
«Scalìa, Scalìa,» chiamò dall'altro tavolino il molosso Paulo, che non poteva resistere, «badate al posto del duello. Che sia vicino a una casa, a una osteria, a una capanna, a un ricovero qualunque. Da che ho dovuto ricondurre per tre miglia di strada maestra, piena di sassi e di solchi, il povero Goffredi, con una ferita nel polmone, che boccheggiava e sputava sangue a ogni sbalzo della carrozza, ho fatto voto che, se non vi è un letto pronto a cinquanta passi, non faccio il padrino.»
«Sarebbe meglio, allora, in una casa....» osservò Correr.
«No, no, che casa!» esclamò Scalìa, «è malaugurio, in una casa. Tutti i duelli in casa finiscono male.»
I due padrini si levarono, parlarono altri cinque minuti sottovoce col loro primo, in piedi, stretti a gruppo. Dalle tavole si guardava con curiosità, ma le tre facce erano impassibili: fu fatto un grande scambio di strette di mano vigorose e di saluti. Sangiorgio, rimasto solo, pagava il conto. Quelli dell'altro tavolino andavano via anche essi, si licenziavano da Sangiorgio.
«Buona fortuna, collega: in bocca al lupo,» disse Correr.
«Buona mano, onorevole Sangiorgio,» soggiunse Scalatelli.
«Si metta un corno addosso, se crede alla _iettatura_,» suggerì Berna.
Ma dal mezzo della sala, l'immenso Paulo subitamente familiarizzato, urlò, ridendo:
«Addio, neh, Sangiorgio: tira alla faccia!»
Egli capì che tutti e quattro se ne andavano poco convinti dell'esito. Uscì due minuti dopo di loro. Sulla porta incontrò un _reporter_ di un giornale del mattino che gli chiese notizie.
«Nulla ancora,» rispose Sangiorgio.
«Nel caso.... nel caso, domani, posso venire a casa Sua per prendere notizie?» insistette il giovanotto imberbe, dall'aria ingenua.
«Angelo Custode, 50,» fece l'altro, allontanandosi.
Al Caffè di Roma, il presidente finiva di pranzare col suo amico, il colonnello Freitag, il grosso uomo dall'aria infantile, dalla voce stridula e sottile: il presidente aveva l'aria stracca di persona che si riposa finalmente da una fatica improba. E subito, vedendo Sangiorgio, andò allo scopo:
«Si può conciliare questo brutto affare, onorevole collega?»
«Non lo credo, signor presidente.»
Il presidente frenò un piccolo moto nervoso e si morsicò un po' le labbra.
«Vediamo, onorevole collega, non vi è stato un po' di malinteso? Un duello fra due deputati è una cosa grave, non bisogna farlo per nulla.»
«Non vi è stato malinteso, glielo assicuro, presidente.»
«Capisco queste cose: Oldofredi è un po' vivace, Ella è giovane, avrà preso a male qualche scherzo. Bisogna badarci a queste cose, collega: domani i giornali parleranno, ne nascerà uno scandalo.»
«Spero di no: a ogni modo, non vi è rimedio.»
«Nessuno tratterrà Oldofredi dal dire che Ella, Sangiorgio, ha cercato questo duello per far del chiasso.»
E il presidente gittò uno sguardo scrutatore sulla faccia del deputato meridionale, ma vi lesse la indifferenza, l'impassibilità, e parve che rinunziasse al suo progetto di riconciliazione.
«E i padrini fissarono le condizioni?» domandò.
«Non ancora: ho convegno con loro alle undici,» e si levò per andarsene.
«Mi raccomando, non parli con giornalisti: un duello parlamentare è per loro un grande pascolo. Buona fortuna, onorevole collega.»
Sangiorgio se ne andò, sentendo che la freddezza della voce del presidente e la tranquillità taciturna dell'onorevole Freitag si equivalevano.
Nella via, sul Corso, si fermò, indeciso. Aveva dato convegno ai suoi padrini al caffè Aragno; ma una invincibile ripugnanza gli vietava oramai questo vagabondaggio notturno di caffè in caffè, in quell'artifiziale attendamento di deputati, di giornalisti e di curiosi che non hanno famiglia e passano la loro serata in quelle sale calde, piene di fumo; gli veniva, gli cresceva un fastidio immenso della gente che domanda, che chiede, che vuol sapere, che commenta, sempre indifferente. Sapeva che Castelforte e Scalìa si sarebbero trovati con Lapucci e Bomba agli Uffici: preferì risalire, verso Montecitorio, lentamente, comprando i giornali al chiosco di Piazza Colonna, leggendo sotto un lampione, sotto il portico di Velo.
I due o tre giornali della sera annunziavano il duello con una certa solennità, uno metteva solo le iniziali, ma aggiungeva che i tentativi di riconciliazione erano riusciti infruttuosi. Egli li conservò in tasca, e, preso da un po' d'impazienza, andò a passeggiare su e giù innanzi al Parlamento. Le grandi finestre degli Uffici erano tutte illuminate, i commissarii lavoravano ancora: ma la piazza era deserta, la grande piazza senza botteghe. Egli andava su e giù, girando attorno all'obelisco, dagli Uffici del Vicario agli Orfanelli, dagli Orfanelli alla Missione, con le mani in tasca, la testa abbassata, camminando presto per combattere l'umidità che gli entrava nelle ossa.
Il portone dell'_Albergo Milano_ che dà sulla piazza si chiuse, dopo l'arrivo dell'ultimo _omnibus_ della stazione: i padrini non discendevano ancora. E lui si seccava di lasciarsi vedere dai deputati che avevano passato la serata alla Camera, e quando qualcuno ne compariva sulla porta, si fermava, o si allontanava colto dall'impazienza. Finalmente Scalìa e Castelforte comparvero sugli scalini: la lunga figura del conte lombardo si delineò accanto a quella più piccola, ma membruta del deputato siciliano. Parlavano fra loro, vivamente, poi scesero e si avviarono verso giù. Sangiorgio li raggiunse correndo:
«Non ho voluto aspettarvi al caffè: è pieno di gente e tutti vogliono sapere e io non voglio aver l'aria di _posare_,» spiegò lui, ai padrini.
«Avete fatto bene,» disse Scalìa. «Quand'uno deve battersi, è meglio non lasciarsi vedere, per delicatezza. Quel _posatore_ di Oldofredi ha declamato tutta la serata alle _Colonne_: ora è al teatro, all'Apollo, per farsi ammirare. Basta, tutto sembra combinato.»
«L'acqua Acetosa, fuori Porta del Popolo, è un buon posto,» soggiunse Castelforte, «poichè ci si va presto. Abbiamo fissato per le dieci, verremo a prendervi alle otto e mezza.»
Camminavano tutti e tre verso la casa di Sangiorgio. Egli taceva, fumando.
«Siete nervoso, voi?» domandò Scalìa.
«Io? per nulla.»
«Allora cercate di dormire. _Cognac_, in casa ce ne avete?»
«No.»
«Il _cognac_ è buono, in caso di duello. Domattina ne porterò io, sul terreno. Ma voi, cercate di dormire.»
«Diamine! dormirò.»
«Non abbiamo escluso nessun colpo,» riprese Castelforte. «Era quello che volevate, mi pare?»
«Proprio questo.»
«Ho avvisato il dottor Alberti,» soggiunse Scalìa, «egli verrà; molto dipende dalla sua esperienza. Non pensate alla carrozza: verremo noi col _landau_. Solo fatevi trovare pronto; bisogna arrivare in tempo.»
«Come è, Sangiorgio, che non vi siete mai battuto?»
«Oh, noi di Basilicata abbiamo la collera molto lenta.»
«Non parrebbe,» disse ridendo Castelforte.
Poi, come salivano per l'Angelo Custode, tacquero. Nella via deserta le tre ombre salienti si proiettavano: quella di Castelforte scarnata, quasi fantomatica; quella di Scalìa, nella sua rigidezza militare; quella di Sangiorgio, piccola ma solida.
Finalmente, solo. La candela stearica illuminava a mala pena il salotto freddo e nudo dove il tanfo di chiuso si mescolava, sempre, a quelli odori cattivi di cucina che venivano dalla corte interna. Finalmente, solo: e ne era contento, con quella selvaggia necessità d'isolamento che rinasceva ogni tanto nel suo temperamento.
In quel pomeriggio e in quella serata erano cresciuti in lui tutti gli istinti di disprezzo per l'uomo, che covavano, latenti, nel suo spirito: egli passava, da sette ore, per una di quelle grandi prove umane, donde l'anima esce amareggiata, delusa, nauseata. Nella solitudine del suo piccolo quartiere, nella lucidità notturna del suo cervello che niuna cosa, niuna persona, niun avvenimento era sinora venuto a turbare, tutte le vigliaccherie, le transazioni, le freddezze, le indifferenze, le premure misurate della gente che aveva incontrata, si affollavano, si aggruppavano, si precisavano: prima la difficoltà di trovar padrini contro Oldofredi che aveva fama di sciabolatore, poi l'entusiasmo molto limitato di Scalìa e di Castelforte, e tutti i consigli, tutti i suggerimenti, tutti gli avvertimenti poco caritatevoli, tutti i discorsi lugubri, tutte le domande a base di compassione, tutti i complimenti a fior di labbro, poco convinti, questo ammasso di parole, di frasi, d'intonazioni dispiacevoli, lo disgustavano, sfilandogli di nuovo innanzi, per dimostrargli ancora un'altra volta la miseria e l'ipocrisia serena dell'uomo.