La conquista di Roma

Part 10

Chapter 103,750 wordsPublic domain

Fuori, ella distinse subito la propria carrozza e vi si cacciò premurosamente, attirandosi dietro Sangiorgio.

«A casa,» ella aveva detto al cocchiere.

Ma quando fu dentro, dietro gli sportelli chiusi, ella si tolse rapidamente il velo dal capo e lo buttò sul sedile di rimpetto: si disciolse, con un po' di nervosità, strappando le spille, stracciando la frangia, da quel mantello orientale: una pelliccia col cappuccio era nel fondo della carrozza, ella la indossò. Sangiorgio l'aiutava, in silenzio. Ella guardò un momento nella strada.

«Ah! vi è la luna!» mormorò con una grande dolcezza.

E picchiò sui cristalli per dire qualche cosa al cocchiere. Subito la carrozza si fermò, in Piazza Barberini. Ella discese presto e si rialzò sul capo il cappuccio del mantello.

«Va' a casa,» disse al cocchiere: «dì' a Carolina che vada a letto: ho la chiave.»

Restarono soli, in Piazza Barberini. Lo zampillo della fontana, alto, mormorante, scintillava sotto la luna.

«Volete che passeggiamo un poco? Nel teatro si soffocava.»

Egli le offrì il braccio, deciso a non meravigliarsi di nulla. Andarono per Via Sistina, la grande via che ha un'aria così aristocratica di giorno e così paurosa la notte. Ella si stringeva a lui come se avesse freddo e paura, come se volesse farsi piccola, per mettersi sotto la sua protezione: ma restava forte e alta nel suo mantello nero: sotto il cappuccio gli occhi brillavano. E quella persona, quegli occhi avevano la qualità singolare, che è la simpatia: un fascino violento che turba i sensi. Di nuovo Francesco Sangiorgio si sentiva preso, come nel salotto, quando ella disprezzava così brutalmente l'amore. E l'impressione era profonda e acuta, senza niuna dolcezza, uno sconvolgimento, un tumulto, un principio di ebbrezza.

«Che silenzio!» diss'ella, con una voce che fece vibrare tutt'i nervi di Sangiorgio.

«Dite ancora qualche cosa,» mormorò lui.

«Che cosa?» domandò ella, piegandoglisi sulla spalla.

«Quel che volete, quel che volete: la vostra voce mi piace tanto.»

Invece donna Elena non rispose. Erano arrivati sulla piazzetta di Trinità dei Monti, illuminata dalla luna. L'obelisco si allungava nella blandizie lunare e la sua ombra, alta e sottile, si disegnava sulla facciata della chiesa; il viale alberato che conduce a villa Medici e al Pincio era tutto chiaro. Essi si accostarono all'alto parapetto della piazzetta, da cui tanti malinconici contemplatori hanno guardato Roma, nelle ore del tramonto. Ma Roma si vedeva molto confusamente, annegata in una chiara nebbia plenilunare che pareva quasi la continuazione del cielo bianchissimo, una discesa di orizzonte che aveva avvolto le case, i campanili e le cupole.

«Non si distingue nulla, peccato!» disse donna Elena.

E forzando un po' il braccio di Sangiorgio, lo condusse verso una scalettina che si allunga sulla facciata della Trinità: non la scalettina a due rampe della chiesa, ma la scaletta che porta al convento, dove le monache e le bimbe in educazione vivono in comunione. Quella scaletta ha un piccolo pianerottolo di fronte alla porticina e un parapetto. Lassù donna Elena fece salire Francesco Sangiorgio.

«Bussiamo al convento?» domandò ella quasi tentando la catenina di ferro. «Noi siamo due pellegrini freddolosi che chieggono ospitalità.»

E rise, mostrando quei bianchi denti raggianti che rendevano irresistibile la sua risata. Già, ella non sorrideva mai: rideva. Ma anche dal poggiuolo nulla si vedeva: soltanto il mare di nebbia, trasparente, biancastro, latteo, sembrava più vasto. In linea retta si scorgevano i pochi lumi che restavano ancora accesi, alle tre dopo mezzanotte, in Via Condotti. Sotto, Piazza di Spagna si dilungava, nella sua calma e grandiosa bellezza architettonica, da Propaganda Fide a Via Babuino.

«Andiamo via,» diss'ella.

Egli si lasciava condurre: quella prima avventura romantica gli dava un piacere intenso. Quella signora, poichè era una dama, malgrado la leggerezza e l'audacia della sua condotta, parlava a tutt'i suoi desiderii di uomo forte, provinciale, fantastico e naturalmente casto. Era proprio un romanzo, un piccolo romanzo d'amore quello che gli accadeva: e quella bella donna avvolta nelle pellicce, profumata, dai grandi orecchini di brillanti che scintillavano alla luna, che aveva rimandata la sua carrozza per girare con lui, di notte, a piedi, per le strade di Roma, quella creatura lo seduceva per tutto quello che rappresentava. Egli ne subiva il fàscino personale, complicato dalla stranezza del caso: e in fondo, nel crescente smarrimento della volontà, in quella specie d'ubbriachezza che lo vinceva, gli restava la coscienza che non commetteva nulla di grave. Così i suoi scrupoli di solitudine e di ordine erano vinti e si lasciava prendere, in questo nuovo trionfo del suo amor proprio, carezzato, lusingato, sentendo la delizia di questa vittoria.

Scendevano gli scalini, al chiarore lunare che pareva bagnasse di mollezza le pietre della vecchia Roma. Sull'antipenultimo, donna Elena ritrasse il suo braccio da quello di Sangiorgio e sedette per terra. Ora sembrava piccola, tutta nera, accovacciata sullo scalino, con la testa appoggiata sulle ginocchia, guardando la bella fontana del Bernini, la barca sommersa nell'acqua. Sangiorgio non si era seduto: ritto accanto a lei, la guardava con un senso di orgoglio maschile, che filtrava attraverso quella sua dedizione. La bella signora sembrava abbattuta, seduta per terra come una misera, un mucchio di vesti nere dove forse palpitava un'anima ansiosa in un cuore tumultuante: e lui pareva quasi che la dominasse.

«Vi piace la fontana?» chiese ella con la sua voce armoniosa, alzando la testa.

«È bella assai.»

«Sì,» disse lei, chinando il capo. «Perchè non sedete?»

E pareva che non si dirigesse a lui, che parlasse alle acque mormoranti, che ricadevano continuamente nella barchetta naufragata. Egli sedette sullo scalino, accanto a lei.

«Non avete sigari? Fumate dunque un poco.»

«Mi duole di non aver sigarette per voi.»

«Non importa. Fumate, fumate voi.»

Egli accese il suo sigaro: ella aspirò l'aria.

«Che sigaro è?»

«Un _Minghetti_.»

«Questi _Minghetti_ odorano talvolta,» osservò lei.

E attese che lui fumasse, guardando la sottile striscia di fumo che se ne andava nell'aria chiara. Una carrozza sbucò dai Due Macelli, chiusa, rapidissima, passò innanzi a loro, scomparve verso il Babuino.

«Vengono dal veglione,» disse lui.

«Che brutta cosa è il veglione!» susurrò donna Elena con un filo di voce armoniosissima.

«Sì,» rispose Sangiorgio a quel suono melodioso che gli carezzava così acutamente i nervi che quasi quasi ne soffriva.

D'un tratto ella si rizzò in piedi, scattando come una molla.

«Ho freddo, ho freddo, andiamo via,» disse rudemente.

E si strinse sempre più nella pelliccia, calò il cappuccio più avanti sulla fronte, si attaccò al braccio di lui e lo strascinò via, verso Propaganda. Egli aveva gettato via il sigaro: e sentiva a un tratto mutato lo spirito di quella donna, sentiva che quel momento gli sfuggiva, che non poteva più contare su nulla. Ma, superbo, taceva. Forse la sua era stata una fantasticheria di orgoglio. Contare sopra il capriccio di una donna? E si stringeva nelle spalle, ridendo di sè stesso, che per un istante aveva creduto di poter dominare una di queste creature frivole e vili.

Ella non parlava, affrettando il passo per Via Due Macelli, come presa da un gran freddo che volesse vincere, camminando: guardava a terra, non si volgeva al suo compagno. Sangiorgio non chiedeva dove andassero così; era risoluto di secondarla sino all'ultimo, malgrado la defezione di amor proprio che ella gli procurava. Quando furono all'angolo dei Due Macelli, ella voltò risolutamente in giù, per l'Angelo Custode.

«Qui abito io,» disse lui, per dire qualche cosa.

«Qui?» — esclamò lei, fermandosi un istante. «Dove?»

«Al numero 50..... là.»

«Solo?»

«Solo.»

«Andiamo su,» fece ella, avviandosi per traversare la strada. «Mi riscalderò al caminetto.»

«Non vi è caminetto.»

«Non importa. Mi riscalderò, suonando il pianoforte.»

«Non vi è pianoforte,» disse lui, deciso a volere udir tutto.

«Non importa,» disse lei, senz'altro.

Due giorni dopo, Francesco Sangiorgio era eletto membro della commissione del bilancio.

III.

Un applauso debole ma gentile, formato da piccole mani femminili bene inguantate e un po' indolenti, salutò il finale fragoroso del pianista, un piccolino magro, bruno, meschinello, che scompariva dietro il pianoforte.

«Che sentimento!» esclamò la moglie di un deputato pugliese, una grassona con una pioggia di riccioli neri sulla fronte rossa e lucida.

«Bene, bene, è deliziosa,» disse la signora di Bertrand, la moglie di un alto funzionario, piemontese, ma delicatina, dal viso di madonnina, con un mantello di broccato, dove scintillava dell'oro.

E di signora in signora, di gruppo in gruppo, lungo i divani, sulle poltrone, sugli sgabelli, sotto le foglie di palma delle giardiniere, accanto alle mensole cariche di statuine, dal pianoforte alla porta, l'approvazione femminile si andò man mano affievolendo: quelle che stavano ancora sulla soglia del salone ministeriale, crollarono il capo, due o tre volte, come se annuissero tacitamente. Solo Sua Altezza, il principe orientale in esilio, accasciato grassamente in una poltrona, rimase immobile; nel viso gonfio, scialbo, macchiato qua e là dalla barbetta incolore e brizzolata, con quella flemma contemplativa di orientale enorme, rimase immobile, pensando forse alle drammatiche canzoni di _Aida_ che erano state uno degli splendori del suo trono, socchiudendo gli occhi rossi e rotondi sotto la striscia rossa e sottile del _fez_.

E il chiacchiericcio femminile ricominciò, e donna Luisa Catalani, la moglie del ministro, la padrona di casa, che si era riposata un poco durante la musica, riattaccò i suoi giri di saluti, di riverenze, di sorrisi: e il vestito di casimiro bianco, le rosette di brillanti, la piccola testa, il viso piccante, la pettinatura un po' strana, si scorgevano in ogni posto, quasi nello stesso momento, come se ve ne fossero dieci, di donne Luise, e non una.

«Che fatica questi ricevimenti!» disse languidamente la contessa Schwarz, una donna magrissima, dal volto livido, dai capelli arruffati, che imitava, per forza, Sarah Bernhardt. Sprofondata in una poltroncina soffice, rannicchiata nelle pellicce come un uccello ammalato e freddoloso, ella muoveva solo le labbra per sorbire la sua tazza di thè.

«Donna Luisa non si stanca: è di ferro,» mormorò la Gallenga, segretariessa generale delle finanze, tossichiando un poco, spianando le sopracciglia arcuatissime, cinesi. «Io, non ci reggerei, sono felice che i miei ricevimenti sieno familiari. È stata alla Camera, oggi, contessa?»

«Io non ci vado mai.»

E la svelta piemontese intese l'errore della sua domanda. Il conte Schwarz era riuscito a diventare consigliere provinciale, ma deputato mai.

«Ci sono stata io,» intervenne la signora Mattei, la moglie di un altro segretario generale, una toscana bruna come un acino di pepe, dagli occhi di fuoco, dalla chiacchiera rapida, dal cappello nero, ricco di papaveri. «Una seduta interessante.»

«E non esserci stata!» esclamò la signora Gallenga, «che sfortuna! Ha poi parlato Sangiorgio?»

«Sì, sì.....

Ma un zittìo corse per la sala. Una robustissima signora, dal seno prepotente, stretto in una corazza di raso rosso, dalla faccia larga e bonaria, cantava una straziante romanza di Tosti: ella aveva sbottonata la sua pelliccia, arrovesciandola sugli omeri e con le mani nel manicotto, la veletta del cappello abbassata sugli occhi, serena, senza che una linea del suo volto si movesse, ella seguitava a lamentarsi nella musica del maestro abruzzese. Donna Luisa, ritta in mezzo al salone, fra le cinquanta signore sedute, ascoltava con l'attenzione cortese della padrona di casa: ma una leggiera inquietudine l'assaliva, ella sentiva che nei due salotti attigui vi era gente, delle signore che aspettavano per entrare. Era il ricevimento più importante della stagione, nel salone vi era una calma di serra e il lieve odore zuccherino, dolcissimo, dei posti dove sono molte donne. Veramente, lungo il muro, in piedi, chiusi nelle _redingotes_ severe, vi era una fila di commendatori, calvi, taciturni, usciti alle quattro e mezzo dalla Corte dei Conti, dagli uffici di finanza, dagli altri ministeri: ma conservavano la glacialità statuaria dei temperamenti burocratici, la lunga pazienza, l'aspettazione incalcolabile, strabocchevole, con cui passano da un grado all'altro, e arrivano a fare quarant'anni di servizio: quel ricevimento era per loro una frazione infinitesimale dei quarant'anni di servizio. Un respiro di sollievo corse per la sala: la dolorosa romanza era finita, e la cantante riceveva i complimenti di donna Luisa Catalani, sorridendo nella faccia di luna piena. La padrona di casa scappò subito fuori: vi erano sette od otto signore nel salottino.

«Che vi è stato alla Camera?» chiese ella alla bionda e pallida figlia di un ministro, che era arrivata allora.

«Molto caldo: non so come i nostri uomini non vi si ammalino,» e tirò fuori il ventaglio, per originalità.

«Sangiorgio ha parlato bene», mormorò la signora Giroux, una piccola dama dai capelli bianchi, dal sorriso soavissimo, la signora del ministro dell'agricoltura.

«Un meridionale,» fece donna Luisa Catalani. «Vi era gente alla tribuna diplomatica?»

«La contessa di Santaninfa e la contessa di Malgrà».

«Bei capelli?»

«Così,» rispose la biondina, pallida e distratta.

Qui, in un angolo, un circolo di ragazze cinguettavano allegramente, con le giacchettine sbottonate per aver meno caldo, mostrando le vitine sottili negli abiti di lana oscura. Enrichetta Serafini, la figliuola del ministro dei lavori pubblici, una brunetta in lutto, vivacissima, chiacchierava per quattro: e attorno la stavano a sentire la ragazza Camilly, un'italiana nata in Egitto, la ragazza Borai, una zitella anticuccia, afflitta dalla ostinata gioventù di sua madre, la ragazza Ida Fasulo, una creatura linfatica, dagli occhi larghi e pensierosi, nipote di un ragioniere, la ragazza Allievo, una gentilina taciturna; e unico fiore aristocratico, biondo sotto la piuma bianca del cappello, donna Sofia di Maccarese.

«Io preferisco Tosti a tutti quanti,» sosteneva Enrichetta Serafini. «Mi fa venir da piangere.»

«Anche Denza, alle volte, fa piangere,» osservò la ragazza Borla, che non sapea cantare, e che era condannata a udire la voce cinquantenne di sua madre.

«E voi, donna Sofia, chi preferite?»

«Schumann,» mormorò essa semplicemente.

Le altre ragazze tacquero: non conoscevano quella musica. Ma la ragazza Serafini, nervosa e vivace, rispose:

«Ma tutta questa musica bisogna cantarla bene. Scusate», e abbassò la voce, «forse che vi piace la signora di poco fa?»

E il gruppo delle ragazze ridacchiò sottovoce.

«Quella che canta meglio, in Roma, è la Fiammante,» soggiunse la fanciulla Camilly, dal volto grasso e bianco, dagli occhi socchiusi di orientale trapiantata in Italia.

Le altre ragazze tacquero: la Boria strinse le labbra in segno di riprovazione, la Fasulo chinò gli occhi, l'Allievo arrossì; solo donna Sofia di Maccarese non mutò viso: non conosceva, o non si curava della Fiammante.

«È vero che sposa il deputato Sangiorgio?» chiese la Serafini.

«No, no,» rispose la Camilly, con uno strano sorriso.

Questa volta le ragazze si guardavano fra loro, con quelle occhiate mute ed espressive in cui il mondo le obbliga a condensare la loro intelligenza. Nel salone era cresciuta una folla di signore, e vi si addensava un calore di stoffe, un odore di thè e di _opoponax_, di lontra e di martora. Ora quasi tutte chiacchieravano, a coppie, a gruppi di tre o quattro, con certe leggiadre inclinazioni di testa, con certe modulazioni squisite di voci, frivoleggiando sulla Camera dei deputati, discutendo gravemente la voce dell'onorevole Bomba, dicendo quale era la tribuna che preferivano, parlando del colore dei tappeti, discutendo le sottovesti carnicine dell'onorevole conte Lapucci, e la fisonomia romantica, da Cristo pensoso, dell'onorevole Joanna. E la Gallenga, che s'intendeva di letteratura, pronunziò questa frase:

«Quest'anno è di moda l'Abruzzo nella letteratura e la Basilicata nella politica.»

Così esse credevano di fare della politica, sul serio, esaltate dal cicaleccio, con le loro testoline leggiere. Ma senza che nessun pianista si fosse presentato al pianoforte, mentre che la signora pacifica e veneranda che aveva singhiozzato con Tosti, sorbiva la sua terza tazza di thè, un zittio sottilissimo circolò nel salone: e donna Angelica Vargas, alta e bella, col suo passo ritmico, attraversò il salone, cercando con gli occhi donna Luisa Catalani.

Era vestita di nero, come al solito, con qualche cosa di scintillante nella persona e nel cappello: e donna Luisa le corse incontro, col suo più bel sorriso. Le due riverenze furono profonde; un piccolo colloquio, a voce bassa, cominciò tra loro, una tutta bianca, coi capelli di un biondo dolce, l'altra tutta nera, coi dolci capelli bruni ondulati sulla fronte.

Il salone fingeva di non ascoltare, per rispetto: ma vi era quel silenzio imbarazzante di molte persone adunate insieme, quando nessuna di loro osa principiare a discorrere. Sua Altezza Mehemet pascià aveva spalancato gli occhi, e guardava la bella italiana, così casta nella figura, ma i cui occhi larghi gli rammentavano le sue donne d'Oriente, di cui forse pativa la nostalgia. Poi quei begli occhi larghi, scintillanti come le perle nere del vestito, guardarono la sala, intorno intorno, un'occhiata intelligente, e come donna Luisa Catalani si voltava, a una, a due, a tre, le signore vennero a circondare donna Angelica Vargas, a chiederne il saluto, e sebbene suo marito non fosse il presidente del consiglio, sebbene ella fosse la moglie di un ministro di affari, non politico, sebbene in quel salone vi fossero tre o quattro mogli di ministri politici, importanti, le colonne del gabinetto, ella era il centro di tutti quei complimenti, ella conservava nella sua semplicità qualche cosa di regale.

Per aver meno freddo, mentre scriveva, in quel salottino lungo e stretto, senza fuoco, di via Angelo Custode, Francesco Sangiorgio s'era messo sulle gambe un vecchio soprabito. Alle otto la serva gli aveva portato una tazza di caffè, in letto: e mentre ella rassettava quel glaciale salotto, egli si era vestito, per mettersi al lavoro. La serva aveva rifatta, in un momento, anche l'altra stanza, e se n'era andata senza parlare, con la faccia imbronciata e stizzosa delle creature povere che non sanno rassegnarsi alla miseria e al lavoro.

Ma lo spazzamento, fatto in fretta, aveva lasciato sudici gli angoli del pavimento: le cortine delle finestre erano giallastre di polvere, e il nauseante odore di spazzatura stantia restava in quelle due stanze. Sangiorgio, appena scomparsa la serva che strascicava i suoi scarponi da uomo, senza dare uno sguardo a quella triste corte interna, dai balconi pieni di casse vecchie e di cocci, dalle loggette di legno tarlato e sudicio, si era messo a scrivere, sopra un piccolo tavolino da studente; si era posto a scrivere, fra gli stampati della Camera e un mucchio di lettere della Basilicata, sopra certi larghi fogli di carta bianca commerciale, intingendo la penna in un miserabile calamaio di creta. Verso le dieci aveva sentito un insopportabile freddo ai piedi e alle gambe: aveva ancora tre ore di lavoro; andò in camera a prendere un vecchio soprabito, e se ne ravvolse le gambe: tutto questo come un automa, senza distogliere il suo pensiero da quella relazione parlamentare a cui si occupava da otto giorni. Il fuoco interno che lo divorava si manifestava in quella scrittura grande, svelta, chiarissima, di cui ricopriva quei grandi fogli di carta: si manifestava in quell'assorbimento di tutto il volto, in quello sguardo quasi rientrato in sè stesso, estraneo a tutte le cose esterne. I fogli si ammucchiavano alla sua sinistra, egli non si fermava che per isfogliare i resoconti parlamentari, per consultare un grosso volume sull'inchiesta agraria, o un piccolo taccuino vecchio e sdrucito. Alle undici, nel fervore del lavoro, si udì un piccolo scricchiolìo di chiave, e una donna entrò, richiudendo la porta senza far rumore.

«Sono io,» diss'ella chetamente, stringendo al petto un fascio di rose. Egli alzò la testa, e la guardò con gli occhi stralunati di chi non si toglie ancora alla sua preoccupazione, tanto da non riconoscere la persona che entra.

«Ti disturbo?» chiese Elena, con la sua voce cantante. «Sì, sì, ti disturbo. Resta a scrivere, fa il tuo lavoro. Mi annoiavo tanto stamane, in casa, con questo tempo plumbeo, che mi son fatta trascinare in carrozza per due ore, il povero cavallo scalpitava nel fango, ho visto scivolare della gente, le donne che andavano a piedi avevano gli stivaletti inzaccherati, una pietà. Dovendo aspettare sino all'una, perchè tu venissi a colezione, ho preferito venir qua. Ma tu scrivi... Leggerò un libro.»

«Cara, non ve ne sono, di libri per te,» rispose lui, senza pensare a ringraziarla di esser venuta.

Ella cercava fra le carte, con le mani sottili inguantate di nero, imbarazzata dal suo gran fascio di rose. Sangiorgio la guardava sorridendo di compiacenza. Era sempre così attraente con quelle grosse labbra umide e rosse, con gli occhi strani dal colore incerto, con quella eleganza opulenta della persona, che il contemplarla, l'averla presente, là, nella sua stanza, era per lui un diletto sempre nuovo. Ogni volta che la sua signoria maschile si affermava in qualunque modo, egli provava un delicato e intenso piacere di orgoglio.

«Non vi è nulla,» diss'ella, ridendo, «non posso mica leggere quanta polenta mangino i contadini lombardi, e quante patate i meridionali. Ciò mi affliggerebbe troppo; scrivi, scrivi, Franz: non occuparti di me.»

Egli si alzò e venne a baciarla sugli occhi, attraverso il lieve velo, come a lei piaceva: ella fece un risolino di bimba golosa a cui si dà un pasticcino, egli ritornò a scrivere. Elena camminò su e giù nel salotto, come per riscaldarsi: in quella stanza, in quel giorno brutto di marzo, si gelava.

«Non hai freddo, Franz?» chiese Elena, dal divano, dove contemplava curiosamente il lusso dei quadrati all'uncinetto.

«Un poco,» mormorò lui, senza lasciar di scrivere.

Ella contemplò di nuovo la stanza tutta nella sua meschinità, sentì quel fiato di miseria decente che vi alitava, e contemplò lui che scriveva alacremente, su quel piccolo tavolino, dove gli toccava stringere i gomiti per non far cadere le carte. E negli occhi della donna guardante quella testa indomita di lavoratore, si dipinse una tenerezza nuova che egli non vide. Due volte ella fu per dirgli qualche cosa: ma pensando, tacque. Appoggiata alla _console_, ora, ella ridacchiava fra sè, guardando le tre fotografie, di un caporale, di un grasso signore, di un ragazzotto collegiale del Nazzareno, guardando le tre sacrileghe oleografie che rappresentavano la famiglia reale.

«Franz? ti sei mai fatto la fotografia?» domandò, mirandosi nello specchio, e aggiustandosi il fiocco del cappello.

«Una volta, a Napoli, quand'ero studente,» disse lui, sfogliando gli atti parlamentari.

«E ce l'hai?»

«No, naturalmente.»

«Se ce l'avessi, io la vorrei,» soggiunse ella con voce infantile.

«Non ne hai abbastanza dell'originale?»

«No,» rispose Elena, tutta pensosa.

Egli si alzò di nuovo, venne a prenderle le mani, e le chiese:

«Dunque mi vuoi bene?»

«Sì, sì, sì,» cantò ella, su tre note musicali.

Francesco se ne ritornò di nuovo al tavolino, dove si rimise al lavoro. Ella si azzardò sulla soglia della stanza da letto, e vi gettò un'occhiata.

«Franz,» disse di là, «iersera non sei venuto al Valle?»

«Vi era la commissione del bilancio, sino alle undici. Dopo, ero stanco.»

«Sono venute molte persone a trovarmi in palco. Giustini... perchè sei tanto legato con lui?»

«Mi serve,» diss'egli semplicemente, senza alzare il capo.

«Dice male di te.»