Chapter 2
BALIA. Orsú facciamo che Lidia t'amasse come proprio vorresti, che sarebbe poi? che avresti fatto? sei donna come ella, come sodisfaresti a' suoi desidèri?
AMASIO. Non son state al mondo pur belle donne c'hanno amato altre donne? sarei forse io la prima? Balia mia, ho desiato molto tempo averti da sola a sola come ora: se tu vuoi aiutarmi a questo, io farò conoscere che sarò buona riconoscitrice del beneficio fattomi; eccoti questi scudi per arra, toglili per amor mio e per segno del mio buon animo.
BALIA. Ti ringrazio infinitamente e del dono e del buon animo che mi porti: dammi pur occasione di poterti servire, ché l'arò caro. Ma io non so dove sia per riuscir questo tuo amore.
AMASIO. Se tu prometti voler servirmi e aiutarmi, ti manifestarò cosa che forse nol pensi.
BALIA. Chi non servisse a te non servirebbe all'istessa cortesia.
AMASIO. Ti prego ad essermi secreta.
BALIA. Giurerò, se cosí vuoi.
AMASIO. Conosco la prontezza dell'animo: la tua promessa mi basta.--Balia mia, se ben ho questi panni di donna attorno, io son maschio di dentro....
BALIA. Io arei giurato prima che me lo dicessi che cosí fossi, vedendo che incontrandoti con Lidia impallidivi, arrossivi e inspiritavi. Gli sguardi tuoi troppo erano lascivi, gli atti senza modestia, i baci troppo affettuosi, anzi basciandola le mordevi tal volta le labbra. Ma perché ingannar gli amici cosí vestito da donna?
AMASIO. Anzi per ingannar gl'inimici.... Ma accioché sii consapevole del tutto e sappi dove aiutarmi, io ti dirò in somma tutto l'esser mio. Tu sai che siamo da Bologna della famiglia de' Malvezzi, principal in quella terra, e siamo ghibellini nemici affatto de' guelfi; e sai pur anco che l'una fazione cerca distrugger l'altra, e principalmente ne' Mafolti, per estirpar in tutto le famiglie. Piacque a Dio, dopo molto tempo avendolo desiderato, dar a Pedofilo mio padre me unigenito, e temendo della mia vita contro di cui fusse tessuto alcun laccio da' guelfi, diede nome di essergli nata una femina e mi vestí da femina; né tenendosi cosí sicuro, mi mandò qui in Napoli ad allevarmi, e non potendo patir che vivesse da lui lontano, se ne è venuto a viver qui meco. Or tornando a me, io conversando con Lidia mi sono acceso fieramente di lei e la torrei volentieri per isposa, né penso ch'io sia di lei inferior di nobiltá o di ricchezza. Or a questo mio desiderio vorrei che tu mi aiutassi.
BALIA. Ma perché non publicarvi per maschio e fari a chiedere al suo padre legittimamente per moglie, ché son certa non vi sarebbe disdetta?
AMASIO. Giá essendo acquietata e pacificata la parte guelfa lo potrei far liberamente, e mio padre ha giá deliberato di publicarlo. Ma chi sa se fratanto lo star cosí vestito da donna mi potrebbe esser giovevole in questo amore! Pur la vedo quando mi piace e raggiono con lei a mio gusto, che essendo vestito da maschio non mi sarebbe concesso; la bacio e abbraccio strettamente, né so come, tenendola cosí abbracciata, non s'accende della fiamma che vien fuori dall'infiammata anima mia.
BALIA. Non mi dispiace il tuo pensiero. Ma dimmi: che ho a far io per servirti?
AMASIO. Aiutar dove vedi l'occasione, porleme in grazia e Cintio in disgrazia; vorrei scoprirmi e non vorrei: in somma, io stesso non so quel che vorrei.
BALIA. Saria bene di porle in disgrazia Cintio e darle ad intendere un certo altro che l'ami; ché, desiando ella di saperlo, le scopriremo all'ultimo esser tu quello, e tentiamo con qualche inganno l'animo suo.
AMASIO. Cosí faremo: entriamocene in chiesa.
SCENA IV.
PEDOFILO, SINESIO, vecchi.
PEDOFILO. (Ho visto Amasio con la balia di Lidia che se n'entra in chiesa. Faccia Iddio che questa amistá che ha preso con Lidia non lo conduca a qualche mal passo, ché, se non m'inganno, mi par che n'arda fieramente. Ma veggio Sinesio venir verso di me, e pensa ad intronarmi la testa ch'io dia Amasio, come se donzella fusse, per isposa ad Erasto; cercherò schivarlo per questa strada).
SINESIO. Pedofilo Pedofilo! di grazia non partite cosí tosto, perché ho da ragionarvi d'un negozio.
PEDOFILO. Che negozio avete voi meco degno di tanta fretta?
SINESIO. Due parole e non piú.
PEDOFILO. Non ho orecchie per ascoltarne una sola.
SINESIO. Pregovi che mi doniate udienza.
PEDOFILO. Ed io vi prego che non mi tratteniate.
SINESIO. Userò con voi le piú brevi parole che potrò.
PEDOFILO. Orsú eccomi, con patto che la spediate tosto.
SINESIO. Fra gli amici non bisognano preamboli per guadagnarsi la volontá: però vengo liberamente all'importanza del fatto. Voi dovete sapere ch'io non son de' minimi della mia cittá, e che tra voi e me non ci sia molta differenza. ...
PEDOFILO. A che effetto cotesto?
SINESIO. ... E sapete che non ho altro figlio che Erasto, e toltone una picciol parte che darò a Lidia, le restanti mie facoltá seranno di Erasto. Le sue qualitá non bisogna che le dica, ché giá la fama con onorato grido n'ha ripiene l'orecchie di tutta la cittá.....
PEDOFILO. Niuno ve ne dice il contrario.
SINESIO.... E sapete ancora che se i padri amano i figli naturalmente, quando sono poi virtuosi, sono sproni e stimoli alla nostra vita, che ne trapassano insino all'anima, di contentarli. Or ascoltate quanto mi detta il mio desiderio. Vorrei che deste Amasia vostra figlia per moglie ad Erasto, perché ne sta innamorato; ed io vi prometto non far molto conto della dote.
PEDOFILO. Sinesio mio caro, se non compiaccio al voler vostro, molte son le cagioni, delle quali altre ne dirò liberamente altre non lece dire.
SINESIO. Oimè, negarmela cosí alla prima è un principio d'ingiuria!
PEDOFILO. Non fa ingiuria chi onestamente dice le sue ragioni. Il partito è cosí buono che io nol merito: le qualitá del giovane sono veramente riguardevoli. Ma dovete ricordarvi ch'io son da Bologna e non pretendo aver a vivere o a morir in Napoli; e massime ch'ora intendo la parte guelfa nostra contraria esser giá quietata, la vo' maritare alla patria, ché maritandola qui mi sarebbe molto discommodo.
SINESIO. Che val quell'amico che non si discommoda per un amico?
PEDOFILO. Anzi che val quell'amico che cerca il discommodo del suo amico? E vi fo sapere ch'ella non vuol marito napolitano, e in questo io non son per isforzarla altrimenti.
SINESIO. I presenti mutano gli animi feminili: ricami, perle, gioie e vesti le faranno mutar proposito.
PEDOFILO. Ella non stima vezzi feminili; è d'animo assai maschile, e tanto maschile che non le manca nulla di maschio.
SINESIO. Il parentado si chiama parentado perché si deve far tra pari, e fra pari ogni cosa va bene; e io non credo sia fatto parentado piú tra suoi pari come questo: sono nobili, ricchi, d'un'etá, virtuosi e belli egualmente, che par che sieno nati per esser sposi insieme; ed è un matrimonio molto proporzionato e naturale.
PEDOFILO. Anzi, sproporzionato e contro natura.
SINESIO. E chi dicesse che non stessero bene insieme, meritarebbe una forca!
PEDOFILO. E chi dicesse che stessero bene insieme, meritarebbe il fuoco!
SINESIO. E quando i matrimoni son ben accoppiati, ogni cosa va per suo dritto.
PEDOFILO. Il qual è che ogni cosa qui andrebbe a roverscio.
SINESIO. Giovani e gagliardi nel fior dell'etá loro, non garrirebbono mai.
PEDOFILO. Non giostrarebbono se non di lancia, non giocarebbono se non di pugnale.
SINESIO. Mi fo gran meraviglia che non me la concediate.
PEDOFILO. Non vi sarebbe di meraviglia se ne sapeste la cagione.
SINESIO. Vi cerco cose giuste, però ne vorrei saper la cagione perché non vi contentiate.
PEDOFILO. Altre ne ho dette, altre ne restano a dire: però vi conchiudo che il matrimonio sará impossibile a riuscire.
SINESIO. Avertite che le cagioni che mi spingono a pregarvene sono che non accaggia alcun scandalo fra la vostra casa e la mia.
PEDOFILO. Avertite voi bene alla vostra casa, ch'io son sicuro che alla mia non sia per accadervene alcuno.
SINESIO. Voi dovete molto attribuire al vostro giudizio ed esser amico del parer vostro; ma vorrei che v'ingannaste, ché gli uomini sono piú cattivi che buoni, e riesce piú tosto il male che il bene. Il mio figlio sta innamorato della vostra figlia; e chi ama non istima periglio, poco l'avere e manco la vita. Vi passeggia tutto il giorno d'intorno la casa; tirato dal desiderio può far qualche errore, e questi errori si tirano dietro le ruine delle case. Perciò avertite di nuovo che non siate constretto patir a vostro malgrado qualche sorte d'ingiuria.
PEDOFILO. Passeggi quanto vuole e faccia quanto puote, ché perde il tempo: ed io temo tutto il contrario di quello che voi temete.
SINESIO. I giovani del nostro tempo, appena spuntano fuor della buccia, che sentono cillicarsi dalle dolcezze d'amore e hanno il pizzicore, s'amano e desiano trovarsi insieme; e quando vi sono, il maschio usa la forza e le sue armi, e la femina le soffre volentieri. Non vi dico altro.
PEDOFILO. Usi la forza quanto gli piace, ché l'armi non riusciranno.
SINESIO. Se voi sapeste quel che so io, pensareste a' casi vostri.
PEDOFILO. E se voi sapeste quel che so io, pensareste a' casi vostri.
SINESIO. Se mi date licenza, v'avisarò del tutto.
PEDOFILO. Tutte le licenze sieno vostre.
SINESIO. Voi stimate che vostra figlia sia vergine e io stimo che la partorirá.
PEDOFILO. E io temo d'ogni altra cosa piú di questa.
SINESIO. Parlerò piú chiaro: dico che la troverete impregnata.
PEDOFILO. E io dico che sará piú tosto l'impregnante che l'impregnata.
SINESIO. Il vostro umore è cosa da ridere: sète di quei matti che non vogliono guarire.
PEDOFILO. E il vostro umore è da far ridere tutto il mondo.
SINESIO. Ah, ah, ah, chi non ridesse?
PEDOFILO. Ah, ah, ah, chi non scoppiasse?
SINESIO. Mi duole il fianco per tanto ridere.
PEDOFILO. E a me il polmone.
SINESIO. Ah, ah, ah! ti lascio, adio.
PEDOFILO. Ah, ah, ah, andate con Dio! Or chi non ridesse di costui a crepacuore? fa del mastro e presume saper piú degli altri, e non è buon discepolo. Egli si pensa che Erasto suo figliuolo faccia l'amor con Amasia mia figlia, e tien per certo che l'abbi impregnata; ed io giocherei che Amasio sia tanto maschio e piú maschio del suo figlio, che se ne potrebbono far duo maschi, e dubito che Amasio non faccia l'amor con Lidia sua figlia e che un giorno me l'impregni. Or mirate come van le cose del mondo: che quello è piú sciocco che si pensa saper piú degli altri. Io l'ho vestito da donna per ischivarlo da un pericolo e l'ho fatto cader in un altro: ecco piena la scena di una falsa apparenza. Ma lo veggio che vien con Lidia: mira come la guata e come la tien stretta! L'avea vestito da donna per tenerlo ristretto sotto le leggi di donna, ma l'abito non fa l'uomo: ha un spirito--che Iddio lo dica per me--che non può capirlo l'angustia di quella donna; non ha altro di donna che l'imperfezione di correr col suo desiderio, e avengane quel che si voglia.
SCENA V.
LIDIA innamorata, AMASIO, BALIA di Lidia.
LIDIA. Siché avete pur inteso, Amasia, mia carissima sorella, dalla mia balia l'ostinata ostinazione di questo crudel di Cintio, cui né servir lungo né la gran conosciuta fede a mille segni han potuto tanto rammorbidire, che d'una finta parola mi fusse stato cortese e liberale. E' non m'uccide per privarmi d'una giocondissima morte; né all'incontro, perché m'usi tanta impietá, scema in me punto l'infinito amor che gli porto. O Lidia, odiata da tutti e da te stessa!
AMASIO. Lidia mia carissima, voi sapete giá che voglio dirvi.
LIDIA. Lo so e mi rincresce saperlo: che l'abandoni affatto, eh?
AMASIO. Non è peggior cosa al mondo, vita mia, che pascere il desiderio di speranze vane e di vani consigli; però vi dico alla libera che la piú lodevole cosa che potesse mai fare saria liberarvi da cosí fatto pensiero e far una ferma deliberazione di lasciar d'amarlo; e sará meglio sentir una morte in lasciarlo che patirne ben mille il giorno per seguitarlo.
LIDIA. Ahi! che bisognarebbe privarmi prima della vita, bisognarebbe che non conoscessi lo splendore della sua bellezza se volessi arrestarmi d'amarlo.
AMASIO. Ed io vorrei che piú tosto opponeste il giudicio e la ragione in considerar che tanto tempo l'avete servito piú dell'istessa servitú senza esser stata giamai con un sol piacevol atto guiderdonata, e non pensar a quella bellezza ch'è sol bella per chi è pietosa; ché per l'amor che vi porto e che conosco che portate a me, pato le medesime passioni che patite voi, anzi a voi non cade una minima lacrimuccia dagli occhi che tutti non sieno rivi di sangue che mi piovono dal core e m'affligono d'un'afflizione intolerabile: né posso far che non vel dica.
BALIA. Non è il maggior rabarbaro, figlia, per purgar l'animo di amore che l'ingratitudine, e io non so come per tante che n'avete patite voi stiate cosí ostinata in questo amore; però scioglietevi, vi dico, da questo laccio.
LIDIA. Oimè, che quante volte ho tentato di sciormene me ci sono piú strettamente aviluppata, per esser a questa guisa tessuti i lacci amorosi! O mio cuor troppo ardente, o suo troppo freddo, o sua bellezza che tanto mi piaci, o mio volto che cosí gli spiaci, o dolor insoportabile, ahi, ch'io sola li so ché sola li provo!
AMASIO. Lidia mia, ascolta un consiglio.
LIDIA. Amor non ascolta consiglio.
BALIA. Avete dunque ad impazar per Cintio? Maladetta sia tal sorta d'amore! io non so come lo potete amare pensando che siate disamata.
LIDIA. Son disamata, odiata e schivata da ciascuno.
AMASIO. Non dite cosí, ché conosco persona che v'ama tanto che non so se voi cosí amate Cintio svisceratamente.
BALIA. Ascolta, figlia mia, ché non è morto il mondo per te giá.
LIDIA. Che miserabil uomo deve essere costui che si sia posto ad amar me?
AMASIO. È nobile e ricco quanto voi; bello non dico quanto voi, ché voi avanzate l'istessa bellezza.
LIDIA. Voi sète tanto bella che mi contenterei esser bella quanto voi.
AMASIO. Ma è tanto bello che voi poco anzi l'avete lodato.
LIDIA. Dove abita?
AMASIO. Poco lungi da vostra casa.
LIDIA. Sa egli che amo altri?
AMASIO. Sí bene; e i suoi dolori e i cigli sono pari ad una bilancia.
LIDIA. Come può amarmi se sa ch'io amo altrui?
AMASIO. È tanto l'amor sviscerato che vi porta che, sapendo che voi non siate vostra ma d'altri, non lascia far cosa per liberarvi dall'amor di questo ingrato di Cintio.
LIDIA. Come sapete voi che m'ami?
AMASIO. Ragionamo spesso de' vostri amori.
LIDIA. L'ho veduto io mai?
AMASIO. Come avete veduto me.
LIDIA. Ha ragionato meco mai?
AMASIO. Come avete ragionato con me.
LIDIA. Di che etá egli è?
AMASIO. Della mia.
LIDIA. E dice che mi ama?
AMASIO. Anzi arde; né ardentissima fornace nodrisce tante fiamme nel suo seno quante egli ne nudre nel cuor suo per amor vostro.
LIDIA. Perché non mi si scuopre?
AMASIO. Perché vede che vi struggete per altri miseramente senza speranza alcuna.
LIDIA. Certo che ha ragione ed è uomo di giudizio.
BALIA. Ama, figlia, chi t'ama e odia a morte chi t'odia.
LIDIA. Digli che me si scuopra.
AMASIO. Se promettete di amarlo, lo fará volentieri.
LIDIA. Dimmi prima chi sia.
AMASIO. Non è negozio questo da spedirsi cosí in fretta; né egli è tanto vile che stia buttato in mezo la strada, che si lasci raccôr da ognuno.
LIDIA. Che dice dell'amor mio?
AMASIO. Che Amor è cieco, non ferisce chi deve, è ingiusto, poiché patisce che non sia riamato chi ama; maledice la sua mala ventura; chiama Cintio ingrato e senza core, ché non corrisponde con amore a tanto amore.
LIDIA. Dicete una bugia: c'ho lasciato d'amar Cintio.
AMASIO. Non lece dir bugie.
LIDIA. È vero; ma è manco male quando giova a chi la dice e non nuoce a chi l'ascolta.
AMASIO. Non giova dircela, perché sa tutti i miei pensieri.
LIDIA. Deve esser vostro amico.
AMASIO. Tanto amico che son come egli stesso.
LIDIA. E dice che m'ama molto?
AMASIO. Cosí amaste voi me!
LIDIA. Sappiate, Amasia, sorella cara, che non è persona al mondo che v'ami piú di me, perché vedo che veramente mi amate di cuore e compatite i miei dolori.
AMASIO. Certo che se voi m'amaste mille volte piú di quello che dite, non paghereste una minima scintilla dell'amor che vi porto. Orsú, fate ferma risoluzione: lasciate d'amar Cintio e abbiate pietá di colui.
LIDIA. Essendo usata tanta crudeltá contro me stessa, non posso aver pietá di niuno; ma io ho scherzato cosí con voi, Amasia mia dolcissima. Si cangiará piú tosto il mondo che cangi io voglia o pensiero, o Amasia. Lasciar io di amar Cintio? sarebbe piú possibile lasciar la vita: sarò di Cintio o della morte!
AMASIO. (O miserabil effetto d'amor vano, o insuperabil pertinacia contro di me!). Certo costui v'ará ammaliato.
LIDIA. Le malie che ave usate contro di me sono i suoi gentil modi, i graziosi costumi e la sua bellezza.
BALIA. O immutabil petto di femina, certo che voi non parete donna! Non v'accorgete come Amasia è tutta mutata di colore e par che venghi meno?
LIDIA. Amasia mia, che hai? che mutazione è questa? e che doglia t'è sovraggionta?
AMASIO. Soverchia passione mi occupa il core!
LIDIA. Balia balia, sostieni, ch'io stropiccerò l'orecchie.
BALIA. Mordile le labbia, ché cosí gli ravviverai gli spirti.
LIDIA. Rivieni, Amasia mia.
BALIA. I vostri baci l'han fatta rivenire.
LIDIA. Sia ringraziato Iddio! Amasia mia, abbi pietá di me, aiutami con Cintio tuo vicino.
AMASIO. Non convien aver pietá di chi la niega ad altri.
LIDIA. Amore vuole che s'ami un solo e si schivi ogni altro.
AMASIO. E però Cintio schiva voi perché ama altra.
LIDIA. O infelice mio stato, che non posso arrivar chi voglio e corro dietro a chi mi fugge!
AMASIO. L'ostinazione ha cosí indurito il suo cuore contro voi, come avete indurito il cuor vostro contro gli altri.
LIDIA. Amasia mia, voi usate contro me le mie ragioni e mi ferite con quelle armi con che ferisco altri.
AMASIO. Lidia mia, fate conto che questa sia una lite di cui è giudice Amore: quella pietá, che voi chiedete ad altri, è chiesta a voi da altri; se non date, non riceverete.
LIDIA. Adopratevi prima che Cintio m'ami, ed io mi sforzerò di amar questo vostro amico.
AMASIO. Fate prova d'amar prima quel mio amico, ch'io poi mi adoprarò che Cintio v'ami.
LIDIA. Se non avrò presto aita mi morrò disperata, cosí è immensa la mia passione!
AMASIO. L'istessa sente quel mio amico per voi.
LIDIA. Ditegli che pensi in altro.
AMASIO. E Cintio dice che pensiate in altro.
LIDIA. Amasia, conservatrice della mia vita, Cintio è vostro amico e vicino, e volendo voi potreste aiutarmi.
AMASIO. La difficultá grande mi spaventa, l'amor che vi porto è piú grande: farò ogni cosa per amar vostro, mi sforzerò far ufficio che ne restiate sodisfatta.
LIDIA. Deh, non mi ponete in falsa speranza!
AMASIO. Statene sicura, perché il vostro travaglio non men tiene occupato il vostro animo che il mio. Ma io farò di modo che v'ami, se vi dovessi perder la vita.
LIDIA. Io non ho altro schermo contro il dolore che la vostra sofficienza e amorevolezza, e con ciò resto in vita; però vi priego per quella cosa che voi piú amate al mondo, che quando ragionarete con Cintio me lo facciate intendere, accioché con le mie orecchie ascolti la sentenza che mi condannerá a morte.
AMASIO. Orsú, quando arò l'agio ve ne renderò avisata.
LIDIA. Io non so altro che darvi baci in vece di preghiere, io resto piena di felici speranze; adio. Balia, falle compagnia insino a casa, ch'io son gionta, non ne ho piú bisogno.
SCENA VI.
AMASIO, BALIA di Lidia.
AMASIO. Quanto sarei felice se quei baci, che mi dá pensandosi che sia donna, me li desse nella mia forma! O dolcezza che ho gustato in quei baci! par che ancora mi siedano nelle labra, anzi mi son discesi nel cuore e mi respirano d'un infocato piacere. Ahi, che di finti baci ne raccoglio veraci pene!
BALIA. La poverina si pensa trattar con pecorelle e sta in mezo di lupi arrabbiati. Oh quanto fuggirebbe da voi, se li fussero palesi i vostri secreti e sapesse quello che si nasconde sotto la gonna!
AMASIO. Le carezze che mi fa mi conducono alla strada della morte. Balia mia, pensa al mio male, ché beata te!
BALIA. Vivete sicuro che per amor vostro un poco il cervello ho in volta, ché son rissoluta che il vostro desio giunga a felice fine.
AMASIO. Ecco dieci altri scudi: tutte le mie speranze son volte a te. Vanne in buon'ora.
BALIA. Restate felice.--Se Lidia non l'amerá da vero, farò con alcun inganno che l'ami. «Chi non rubba non ha robba»; «Con arte e con inganno si vive la mettá dell'anno, con inganno e con arte si vive l'altra parte».
ATTO II.
SCENA I
ERASTO innamorato, CINTIA.
ERASTO. (Non ho lasciato luogo nella cittá, dove suol conversar Cintio, che non abbia cerco, e non ho avuto ventura d'incontrarlo).
CINTIA. (Ho caminato gran pezza con desio di veder un poco Erasto, perché son risoluta narrargli il mio caso sotto altri nomi e altre persone, per iscoprir qual sia il suo animo verso il mio).
ERASTO. (Dove potrá esser gito costui?).
CINTIA. (Giá lo veggio. Vo' narrarglielo in ogni modo).
ERASTO. (Ma eccolo). Dove si va, Cintio mio caro?
CINTIA. Cercando di voi. E voi?
ERASTO. Col medesimo pensiero son uscito di casa ancor io, ché non è ben di me quel giorno che non vi veggio; però vi andava cercando.
CINTIA. Cercavate uno che non si parte da voi mai.
ERASTO. M'amate al solito, eh?
CINTIA. Al solito, perché non si può piú, e salito al colmo non si può piú crescere.
ERASTO. Non so come stiate di mala ciera, Cintio mio, e con un ventre gonfio: patite forse d'oppilazione o d'idropisia?
CINTIA. Di cuor piú tosto; e i dolori son fatti meco sí familiari che non si partono da me mai e mi tengono oppresso cosí di corpo come d'animo. Ahi, ahi!
ERASTO. Voi sospirate: certo che sète innamorato, e gli occhi ve lo manifestano.
CINTIA. Ragionamo d'altro, di grazia.
ERASTO. Se non ragionamo de' nostri amori, di che ragioneremo noi?
CINTIA. Dite il vero, ché a niuno appartengono quanto a noi.
ERASTO. Quante dolcezze e gioie ho conseguito in questa vita, tutte l'ho conseguite per vostro mezo.
CINTIA. È vero che senza me non areste avuta niuna dolcezza, né di ciò mi dovete aver obligo alcuno, perché di quella ne ho avuto altretanta anch'io, anzi il doppio, ché ho avuto il mio e il piacer del vostro piacere.
ERASTO. Orsú, narratemi i vostri amori, ché farò tutto il possibile accioché abbiate il vostro intento.
CINTIA. Fusse pur cosí che lo diceste col core e non per complemento con parole di cerimonie!
ERASTO. Mi sia cavato il core se non lo dico con tutto il core!
CINTIA. Volendo voi favorir i miei amori, son gionto a quel segno a cui son volti tutti i miei pensieri.
ERASTO. lo non m'offerisco di nuovo, accioché non ponga in compromesso quello che vi ho offerto da prima. Vorrei che mi comandaste, accioché io cominciassi a sciôr uno di quegli oblighi che vi tengo, e ogni affanno che patissi sarebbe ben impiegato per voi.
CINTIA. Non vi feci alcun serviggio mai che non l'avessi fatto con animo di farvene degli altri: bastará solo che conosciate che io vi ami.
ERASTO. Non moltiplichiamo in cerimonie; pregovi per quanto amor mi portate, che mi scopriate i vostri amori.
CINTIA. Poiché mi giurate per cosa alla quale io non posso venir meno, io vo' narrarvi i miei amori.
ERASTO. Orsú, dite.
CINTIA. Gli dirò. Ma fate conto che voi siate quella persona che tanto amo e a cui sia accaduta questa mia amorosa istoria, accioché ne possiate far quel giudicio che si conviene....
ERASTO. Volentieri.