La carità del prossimo

Chapter 8

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«Le cose furono intese appuntino, ed il giorno dopo doveva aver luogo il combattimento. Appena calmato un poco il bollore del sangue, nel signor Carlo era tosto entrato già un rincrescimento di quanto ora avvenuto, e s'era già pentito dell'aver così facilmente ceduto all'impeto del suo momentaneo risentimento. Che? Aveva egli da battersi col figliuolo dell'uomo che doveva a suo padre la rovina? Così, se il padre aveva danneggiato questa famiglia nelle sostanze e nella fama, egli, Carlo, l'avrebbe priva del suo unico attuale sostegno? Come ti dissi, Pannini erasi ammogliato ed era da pochi mesi padre d'un bambino; Carlo pensò a questo meschinello di fanciullo, ed avrebbe dato non so che cosa per evitare quello scontro... Ma sì, come s'aveva da fare oramai? Tutto era stabilito, l'ora fissata, preso il convegno: per ritrarsene ci voleva ben altro coraggio di quello che Carlo si credeva d'avere. Affrontare la lama dell'avversarlo era un nonnulla per lui, ma affrontare i severi giudizi, lo scherno, il disprezzo di tutto il reggimento, che sapeva non gli sarebbero mancati quando egli si fosse tirato indietro, era troppo, e non gli pareva affatto di sentirsene la forza.

«Era già notte, e Carlo, solo nella sua camera, preparava alcune carte e disponeva di alcune sue cose nella previsione d'una possibile disgrazia che gli toccasse nel duello la mattina a venire, quando il soldato che gli faceva da domestico venne ad annunziargli che una signora con fitto velo sul volto domandava con viva istanza parlargli. Carlo, che non indovinava menomamente chi esser potesse, ordinò che fosse introdotta. Entrò una donna che pareva appena potersi reggere in piedi, tanto era vacillante il suo passo, e di cui le mani tremavano come foglie mosse dal vento. Mentre Biale la salutava rispettosamente e muoveva verso di lei, la dama si sorresse al mobile che trovò più vicino colla sembianza di chi ha proprio esaurite tutte le sue forze.

«--Signora, disse Biale con accento incoraggiante, con chi ho l'onore di parlare, e che cosa mi vale il favore d'una sua visita?

«La signora, il cui petto ansimava penosamente, levò il velo che discendeva dal suo cappellino e mostrò il viso pallido, disfatto, inondato di lagrime della giovane moglie di Pannini.

«Biale diede indietro d'un passo meravigliato e turbato.

«--Signora, balbettò egli, non sapendo affatto che cosa si avesse da dire: signora, lei qui!....

«La donna per tutta risposta si lasciò cader seduta, e, coprendosi col fazzoletto la faccia, ruppe in un pianto dirotto ed angoscioso.

«Carlo stette un poco dritto innanzi a quella donna, assai imbarazzato di quel che avesse da dire o da fare; ma poichè alcun tempo era trascorso in silenzio ed ei sentiva che qualche parola gli toccava pure di rivolgere a quella desolata, cominciò con voce impressa di riguardo e di pietà:

«--Signora, si calmi, faccia coraggio, la prego... La sua venuta mi fa pensare ch'ella creda ch'io possa qualche cosa per lei; mi dica ciò che ha da comandarmi, ed io la accerto che mi farò una premura di servirla in tutto quanto mi sarà possibile.

«La donna si levò con impeto, si rasciugò in fretta le lagrime, e giungendo le mani come fa chi supplica con ardore, disse con accento pieno di commozione:

«--Sì, ella può molto per me. Ella può tutto, ed io sono venuti a scongiurarla non voglia gettar nella rovina e nel dolore una famiglia.

«Per farla breve, la moglie di Pannini era venuta a pregare il signor Carlo di non battersi col marito di lei; e lo fece con tante preghiere, con tanta insistenza, con tali ragioni, che un cuore anche meno umano di quello di Biale ne sarebbe rimasto commosso. Ma quello che la povera donna domandava pareva all'avversario di Pannini impossibile: come si fa a disdire un duello senza che ne sia offeso l'onore, massime trattandosi di militari? Egli promise che avrebbe fatto di tutto per risparmiare la vita del suo nemico; ma codesta promessa non valse a tranquillare quella povera anima sgomenta di moglie e di madre.

«Quando sarebbero stati a fronte nel giuoco tremendo in cui si tratta di salvare la propria vita colla morte altrui, che sì che avrebbe avuto ancora molto potere una tale promessa! Ella aveva bisogno di sapere che non sarebbero andati sul terreno; ella si rivolgeva a quella generosità e pietà dell'animo che sapeva in Biale cotanta; ella lo pregava in nome d'un bambino che sarebbe rimasto orfano, gli svelava un doloroso segreto della sua famiglia, ed era che il marito col suo soverchio spendere aveva ormai consumato tutte le sue e le sostanze della moglie, così bene ch'egli morendo avrebbe lasciata la vedova e il figliuolino nella miseria. Avrebbe il signor Carlo voluto tanta jattura? Tu sai che eloquenza disordinata, fuori di tutte le regole, ma efficace, ha una donna commossa, che vuole arrivare a uno scopo, una donna che prega per ciò che ha di più caro al mondo. Biale aveva le lagrime agli occhi, ma non poteva dare alla supplicante una risposta qual essa desiderava.

«--Ma vuol'ella adunque, finì egli per esclamare, che io sacrifichi alla sua tranquillità il mio onore?

«--Voglio che non mi tolga il padre di mio figlio, l'unico sostegno che mi rimanga.

«E poichè vide che Carlo rimaneva irremovibile, ella con atto ed aspetto disperati partissi, ma lanciando sul giovane queste parole come una maledizione:

«--Dio non le possa perdonar mai, se ella avrà ad essere l'assassino della mia famiglia.

«Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli penetrarono profondo nell'anima.--L'assassino di quella famiglia!--Tutta notte sentì intronare nel suo cervello quest'orribile grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe stato padrone di sè. Dunque?... Non aveva egli verso il figliuolo della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso ogni altro?... Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lottò lungamente; alla fine vinsero la pietà e quel sentimento esagerato del suo debito verso Pannini, cui la sua anima di probità dilicatissima aveva concepito: determinò che non avrebbe a niun conto incrociato la spada col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo avversario; diceva in entrambe che più mature considerazioni fatte lo avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio, egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ciò che avesse offeso il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per l'avversario.

«Questo diportarsi di Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento, che lo tacciò senza esitazione per atto di viltà. I padrini di Biale accorsero strepitando al suo alloggio: ma un uomo come quello non aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza molto travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per ordine del medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.

«Per una settimana, durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionfò presso i compagni, di cui non uno era disposto ad approvare la condotta del signor Carlo: non una visita venne a dimostrare al malato la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi compagni d'arme. Solo una donna venne copertamente una sera a ringraziarlo piangendo di riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta l'ufficialità del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno di appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli prendere le sue dimissioni.

«Quando Carlo si presentò la prima volta dopo ciò ai suoi commilitoni, tutti gli volsero le spalle col più appariscente disprezzo, nessuno gli diresse la parola, ed a ciò ch'egli disse non fu risposto, come se da nessuno fosse udito: egli divenne più pallido di quel che già era in seguito a quella settimana di malattia, si morse le labbra, ma incrociate le braccia al petto, stette immobile senza più aggiunger verbo.

«Sopravvenne il colonnello, il quale naturalmente era stato informato di tutto. Per ragioni di servizio dovette egli rivolgere la parola a Biale, ma lo fece con più asciutta brevità e con burbero accento più che non mai prima, e innanzi di partirsi gli disse bruscamente che desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora in casa sua.

«Quando Carlo si recò dal colonnello, questi lo accolse nel suo salotto, dritto innanzi al camino, con una faccia delle più accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il colonnello interrogò Biale con impetuosa vivacità:

«--È egli vero ciò che apprendo sul suo conto, signor luogotenente?

«--Che cosa? domandò a sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e in contegno tutt'altro che di colpevole.

«--Che lei, sfidato da Pannini, al momento del duello ha rifiutato di battersi?

«--È vero: rispose con serena semplicità il signor Carlo.

«Il colonnello diede uno scossone e fece una fiera alzata di capo come cavallo che adombra.

«--Diavolo! esclamò egli, mandando lampi dagli occhi. Questo è grave... molto grave... Ed io che ho sempre stimato in lei un buon ufficiale!... Alla croce di Dio, avete voi paura?

«Biale arrossì fino alla radice dei capelli: ma i suoi occhi mostravano che non era di vergogna quel suo rossore.

«--No, signor colonnello, non ho paura: diss'egli fermamente, ma senza tono di millanteria.

«--Orsù, vediamo un poco... Qui sotto ci dev'essere una qualche ragione, ed io non sarò malcontento di saperla.

«--Sì signore, la ragione c'è: una ragione che mi rende la vita del signor Pannini più sacra di qualunque altra, ma questa ragione è un segreto, ed io non lo posso dire a nessuno, nemmanco a lei.

«La faccia del colonnello s'imbrunì minacciosamente.

«--Eh via, queste son favole: diss'egli crollando il capo con espressione di molto malcontento. Crede lei che la cosa possa passar così liscia senz'altro?

«Tacque, come per aspettare una risposta: Carlo rimase immobile e taciturno.

«--Avrà visto che accoglimento grazioso le hanno fatto i suoi compagni...

«Biale ebbe una dolorosa contrazione del volto, come uomo a cui si tasta aspramente una piaga; ma tornò tosto nella sua impassibilità.

«--Ho visto, diss'egli freddamente.

«--Ed hanno ragione, corpo di bacco! proruppe con collera il colonnello. Sa ella, un ufficiale che rifiuti una soddisfazione d'onore, che cosa gli resti di meglio da fare?

«--Dare le sue dimissioni, rispose freddamente Carlo.

«--Lei lo ha detto: disse con forza il colonnello, che pareva perdere la pazienza.

«Biale s'inchinò.

«--È ciò che faccio fin da questo momento. Le manderò la mia domanda per iscritto quest'oggi medesimo.

«Il colonnello aggiunse seccamente:

«--Procurerò che il Ministero soddisfi il più presto possibile il suo desiderio.

«Fece un lieve cenno del capo per indicare che il colloquio aveva da esser finito, e Biale uscì di là col tormento maggiore e la rabbia repressa che uomo possa soffrir mai.

«--Anche il colonnello mi disprezza!.... pensava egli. Oh! non ho io ripagato abbastanza il debito di mio padre?

«La notizia che Biale aveva domandata la dimissione corse sollecita per tutto il reggimento: si rise alle sue spalle e si dissero di lui le più schernevoli parole del mondo.

«Alla prima riunione degli ufficiali che ebbe luogo di poi, Carlo presentandosi ebbe un accoglimento ancora più insultante ed offensivo di prima. Ogni sguardo egli se lo sentiva addosso oltraggioso come una ceffata: una voce chiara e spiccata disse forte:

«--Eccolo qua il codardo.

«Carlo camminò con passo risoluto verso colui che aveva pronunciate cotali parole: era egli uno dei più arditi e battaglieri uffiziali dell'esercito. Tutti i presenti si volsero a prestar attenzione a ciò che stava per succedere.

«--È egli a me, domandò Biale con voce fremente ma contenuta, ch'ella ha dato del codardo?

«Quell'altro lo guardò dall'alto al basso con supremo disprezzo.

«--A lei: rispose villanamente.

«Carlo non fu più padrone di sè: gli era da parecchi giorni che soffriva cotanto, e la sua anima inasprita non ne poteva più, e il suo sangue agitato dalla febbre gli bolliva irrefrenabilmente. Alzò la mano ed un solenne schiaffo risuonò sulla guancia dell'ufficiale che aveva detta quella parola: codardo.

«Naturalmente il percosso fece per gettarsi sul suo offensore, i vicini s'intromisero perchè la lotta non si cambiasse in ignobile pugillato, e, senza lasciar tempo in mezzo, i due contendenti, accompagnati da quasi tutti gli ufficiali del reggimento si recarono fuori della città a battersi colla sciabola medesima che avevano allato.

«Ad una così seria offesa non poteva corrispondere che un seriissimo duello. Biale aveva ancora il sangue eccitato e non aveva più campo ad ascoltare voce alcuna di ragione. Si gettò contro l'avversario con tutto l'impeto d'un uomo che vuole la morte di chi gli sta di fronte, mentre l'avversario con pari ardore si slanciava contro di lui. Fu un duello breve, ma terribilissimo per furore dei combattenti. Biale più aitante di persona e più destro rimase vincitore: per una finta al capo indusse il nemico a scoprire il petto, ed allora con rapida mossa partendo a fondo lo colpiva in pieno petto con una puntata e lo passava fuor fuori.

«Fino allora la sua esaltazione feroce era durata in Carlo; a quel punto cessò ad un tratto. Nel volersi ritrarre indietro, dopo tirato il colpo, egli senti la sciabola trattenuta, e pesare grave su di essa il corpo dell'avversario. Nello stesso tempo i suoi occhi, fissi sul volto del nemico, videro i lineamenti di costui contrarsi, poi distendersi tosto, le labbra aprirsi e non mandare che un'esclamazione soffocata, ed un pallore di morte spargersi sulla fronte e sulle guancie dell'infelice. Carlo gettò un grido e spiccò un salto all'indietro, abbandonando la guardia della sua sciabola. Il corpo dell'altro ufficiale non più sostenuto cadde stramazzone per terra. Tutti, eccetto Biale, gli furono attorno. Era morto.

«L'uccisore stava là, quasi più pallido dell'ucciso, ch'egli guardava fisso con occhi sbarrati che esprimevano il più profondo orrore. Quando gli fu pôrta la sua sciabola sanguinosa estratta dal cadavere, e' la ruppe al suolo e ne gettò i pezzi lontano.

«Egli si allontanò solo di colà e lungamente si aggirò per la più deserta campagna. S'era fatto omicida volontario ed un tremendo rimorso gli tormentava l'animo: per risparmiare Pannini aveva ucciso un innocente: a cagione di costui adunque egli vedeva spezzata la sua carriera, fatto incerto il suo avvenire, chè nella vita militare non voleva più continuare a niun patto, e macchiate le mani di sangue.

«Dopo quest'orribil fatto i suoi compagni gli avevano restituita la loro stima: ma egli aveva orrore di sè medesimo. Fu mandato per tre mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopportò la pena, a suo giudizio troppo mite, con una dolorosa rassegnazione. Il colonnello nel frattempo gli fece capire che se avesse voluto ritirare la domanda della dimissione, ciò vedrebbero molto volentieri e il reggimento ed egli stesso; Carlo rispose che non avrebbe più cinto una spada finchè non si trattasse di combattere un nemico straniero.

«Tornato alla esistenza di semplice cittadino, cercò un impiego privato e l'ottenne presso una casa di commercio. Più tardi prendeva moglie, e ne aveva un'unica figliuola, che è la signora Lisa.

«Quanto il signor Carlo amasse moglie e figliuola è superfluo il dirlo: eppure questo grandissimo affetto non lo impedì che, scoppiata la guerra dell'indipendenza in quel meraviglioso anno che fu il quarantotto, egli non avesse più bene finchè non fosse riammesso nell'esercito a spartire con esso i rischi di quella gloriosa lotta. Chiese l'antico suo grado e l'ottenne; ed a quarant'anni cominciò la guerra cogli spallini da luogotenente.

«La Lisa aveva allora poco più d'un lustro, ed era la più cara ed intelligente bambina che si potesse vedere. Ella piangeva, serrandosi colle piccole braccia al collo del padre; sua madre piangeva reclinando il capo addolorato sulle spalle del marito: ma nulla valse a smuovere il signor Carlo dal fatto proposito. Abbandonò moglie e figliuola, ed ebbe la fortuna di essere uno dei primi a varcare il Ticino e calpestare il suolo lombardo.

«Vedi stranezza del caso! Nel giugno, dopo la battaglia di Goito, dove il comandante del battaglione a cui Biale apparteneva cadde gloriosamente, fu nominato un nuovo maggiore: e questo che veniva da un altro reggimento era nientemeno che Pannini; il quale, continuata la carriera militare, trovavasi in tale occasione promosso a quel grado.

«Il nuovo maggiore, al primo presentarglisi degli ufficiali del battaglione, riconobbe tosto Biale; onde, non manifestato nulla in presenza degli altri, quando furono in sul congedarsi, egli pregò l'antico suo collega di volersi soffermare un momento con lui. Rimasti soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca spiegazione da colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era per nessun ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con Pannini, e il colonnello a costui aveva ripetute di poi le parole dettogli da Biale medesimo: che una segreta ragione gli aveva impedito d'incrociare il ferro con colui che l'aveva sfidato; Pannini ora, al momento di veder cominciare una nuova fase di necessariamente seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere questa segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.

«Senza punto esitazione Biale s'affrettò a dichiarare che quest'ultimo supposto non reggeva menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva sempre avuto piena stima; ma poi circa allo svelare questo segreto motivo egli esitò, apparve manifestamente impacciato, e finì per dire che la memoria della stretta relazione che passava un tempo fra le loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte, gli faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.

«Il padre di Gustavo si contentò di questa spiegazione; gli anni lo avevano fatto più calmo e più assennato anche lui: tese francamente la mano al suo antico avversario, e disse che aveva riconosciuto in appresso come in quella circostanza la ragione non istesse dalla sua parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e poichè egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia d'infanzia volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e considerar lui come suo antico camerata ed amico.

«Biale rispose, non senza commozione, a quel franco e leale parlare, ch'egli avea tutto dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai dato colpa a lui dei tristi avvenimenti che gli erano capitati, ma piuttosto alla sorte, e che nulla eragli più caro di risuscitare l'antica domestichezza e l'antica affezione.

«Così fu in realtà, e da quel punto ogni rancore fra quelle due famiglie fu spento; cosa di cui non poco si rallegrò il bravo cuore del signor Carlo.

«Il quale al fuoco delle battaglie erasi mostrato uno de' più valorosi. Dopo il primo scontro a cui prese parte il battaglione, sotto il comando di Pannini, questi domandò ed ottenne pel suo antico rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un fatto d'armi posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso Biale il grado di capitano nel medesimo battaglione.

«Le loro condizioni domestiche erano quasi identiche, ed uguali le apprensioni e i timori del loro cuore di padre. Pannini aveva un figliuolo di dodici anni incirca, di cui era solo sostegno, ed a cui morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur cessare d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che avrebbe lasciato solo al mondo in sì infelici condizioni il figliuolo. Biale aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con pena pensava egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli soccombesse. Vennero a promettersi scambievolmente che quello dei due sopravvivesse non avrebbe abbandonato la famiglia del caduto e glie ne terrebbe luogo per quanto gli fosse possibile.

«Dopo ciò Pannini, il quale da qualche tempo sembrava agitato da funesti presentimenti, fu più tranquillo, e con maggiore audacia ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando il capitano di troppa imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto finì senza che nè l'uno nè l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era stato ferito bensì, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere il comando della sua compagnia.

«Durante l'armistizio, il capitano era venuto ad abbracciare la moglie e la figliuola, e Pannini, accompagnatolo in una licenza di pochi giorni, gli aveva fatto conoscere suo figlio Gustavo cui faceva educare in un collegio convitto di provincia. Il giovinetto aveva una cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che molto erano andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a considerare costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo del genitore con tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitività: «Oh no, papà, non morire, non dirlo nemmanco!» che il signor Carlo n'era stato commosso ed avea preso ad augurare assai bene del carattere e del cuore di Gustavo.

«I presentimenti di Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta e disastrosa campagna del quarantanove. A Novara, in sul primo avanzarsi verso il nemico del suo battaglione, il maggiore cadeva colpito in pieno petto da una palla tirolese. Raccolto sanguinoso egli non fece che chiamare con tutta istanza presso di sè il capitano Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che gli mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla bocca.

«--Ricordati di mio figlio.... per me la è finita... mio figlio... mio figlio... per carità!

«Lo sguardo inquieto, convulso, supplicante diceva assai più d'ogni parola.

«Biale gli prese una mano e stringendola pronunziò con accento solenne:

«--Sta tranquillo: gli farò da padre; te lo giuro!

«Il moribondo, chè oramai gli era tale, si rasserenò; i suoi occhi, chè la parola non poteva più, ringraziarono con effusione; fu portato alle ambulanze e dopo pochi minuti morì.