Chapter 2
--Ebbene, disgraziato, e che vuoi tu fare al presente?
Antonio che aveva ricevuta l'intemerata colla testa bassa e colle sembianze raumiliate d'un peccatore ravveduto, alzò la faccia, esitò un pochino poi disse colla maggior fermezza che lasciava alla sua voce il cuore che gli batteva forte forte:
--Voglio farmi pittore.
Lo zio fece un trasalto che avreste detto di spavento, quale avrebbe potuto avere se si fosse trovato inopinatamente innanzi ad un matto.
--Pittore! che è ciò? Che vuol dir questa bizzaria? Pittore! Sciagurataccio! mi faresti dire qualche sproposito.
Ma il nipote, il quale, impegnata una volta la lotta, aveva sentito accrescersi un poco il coraggio, riprese più franco:
--Sì, signor zio. Sono ammesso alla scuola dell'Accademia. I professori sono contenti dei miei progressi. (E' si vantava, lo scellerato!) Diventerò un artista di vaglia, illustrerò il nostro nome e...
--Un corno! esclamò lo zio furibondo... Poichè tu non sei capace di spacciar eloquenza alla ringhiera del foro, spaccerai pepe e cannella al minuto al banco della mia bottega. Sarai droghiere come tuo zio.
Antonio volle opporsi a questa fatale sentenza, ma il vecchio fu irremovibile. La lotta durò per un poco. Il padrino era ostinato, ma il figlioccio nella sua timidità era testardo. Un bel dì, quest'ultimo scappò di casa coi suoi colori, coi suoi pennelli, co' suoi rotoli di tela, colle sue cartelle, colla sua tavolozza, colla sua cassetta, colla sua povertà e col suo buon umore, e piantò le tende in una soffitta dove non gli mancavano la luce, la vista del cielo e quella di tutti i comignoli dei camini delle case.
Lo zio gli assegnò quindici giorni di tempo per tornare all'ovile. Passato quest'intervallo, gli mandò un involto con dentrovi alcuni biglietti di banco ed una lettera per la quale lo ammoniva che l'aveva cancellato affatto dal suo cuore, che qualunque vicenda gli capitasse non voleva più saperne di niente, che per lui era d'ora in avanti come se non avesse avuto mai nè figlioccio nè nipote.
Antonio rimase afflitto della lettera, perchè in realtà allo zio voleva bene; fu consolato dai fogli di valore, perocchè gli venivano più che opportuni; e non disperò di ottenere un dì o l'altro il perdono del padrino, massime quando sarebbe stato celebre e ricco per opera del suo pennello, cosa che secondo lui non solo non poteva mancare, ma non doveva nemmeno tardare di molto.
Si presentò due o tre volte al fondaco dello zio per rappaciarsi con esso; ma l'inesorabile vecchio, seduto sempre al suo scrittoio, dietro un paravento a vetri, sporgeva in fuori la testa coperta dell'eterno berretto di seta nera, guardava chi fosse entrato; vedendo il nipote, gettava due sbruffi di tosse, s'alzava da sedere, e senza far motto, additava con tacita eloquenza di gesto la porta per cui si doveva uscire; sopra la quale pompeggiavano al di fuori nella strada sette quadrilateri, i cui rispettivi colori erano rosso, turchino, giallo, verde, arancio, violetto e terra d'Italia.
Antonio chinava rassegnatamente il capo ed usciva; finchè si stancò della monotona ripetizione di questa scena muta, e non ci venne più.
Però, di quando in quando, nelle occasioni solenni dell'anno, al Natale, alle tremende epoche in cui si ha da pagar la pigione, venivano al pittore certi soccorsi anonimi, ch'egli sapeva indovinar molto bene da che mano partissero. E questi soccorsi conferivano a giungere in capo dell'anno senza troppi stenti; soddisfatto com'egli era del poco, e sì poco veramente bastando a lui, solo, nella modestissima esistenza che menava via allegramente, senza un fastidio al mondo.
Ma i fastidii soprarrivarono pur troppo, poco tempo dopo che ebbe la cattiva ispirazione di prender moglie. Quest'essa era una povera figliuola del popolo, abilissima cucitrice, ma con poca istruzione, pochissima educazione e senza denari. Non aveva che la sua gioventù, una piacevolezza di tratti che non poteva dirsi beltà, e il suo buon cuore. Antonio la vide nell'occasione dolorosissima, ch'ella perdette l'unico parente che ancora le rimanesse. Stavano vicini d'alloggio, e il povero pittore si mise a consolare la povera orfanella. In breve dovettero sposarsi. Antonio si guardò bene dal darne avviso allo zio; ma pur tuttavia questi lo seppe la stessa cosa, ed andò nuovamente sulle furie e peggio che mai. Da quel giorno le anonime sovvenzioni cessarono; ma in compenso cominciarono a venire i figliuoli.
Il lavoro, per maledetta sorte, non imitava il bell'esempio della prole; non veniva nè punto nè poco. Un quadro su cui Antonio aveva fondato le sue più belle speranze fu giudicato unanimemente alla pubblica mostra, dove l'aveva esposto, una porcheria insuperabile. Il bisogno aveva incominciato ad insinuarsi pian piano nella casa; la miseria faceva capolino dalla finestra e digrignava minacciosamente i denti alla porta.
Aveva vissuto un po' di tempo in compagnia di quei suoi amici dell'Università, fra cui principale il Selva, che erano venuti ad alloggiare con esso lui; s'erano immischiati nella politica, ed avevano congiurato prima del quarantotto per l'unità e l'indipendenza d'Italia. Ma la rivoluzione appunto di quell'anno meraviglioso aveva disciolta e dispersa la piccola colonia. Quasi tutti quegli amici erano andati soldati; ed Antonio, trattenuto dalla sua famiglia, era rimasto solo. Di poi l'aveva aiutato assai l'amicizia d'una buona e generosa famiglia, i Cioni, di cui l'unico figlio, Adolfo, dilettante di pittura, aveva saputo trovare mille ingegnose maniere di soccorrerlo col pretesto di dargli del lavoro. Ma una sciagurata catastrofe era avvenuta in quella famiglia. Adolfo amava in segreto, e riamato, la moglie d'un vecchio e fiero capitano, il quale, scoperta la verità, aveva in un orribil duello ucciso il giovane, e la donna seco via condottasi che mai più nessuno ne aveva saputo novella. Il padre di Adolfo non molto era sopravvissuto all'unico figlio, tanto era stato il suo dolore. Antonio aveva perso il suo maggior sostegno.
Egli aveva visto chiaro le sue condizioni, ma non si era perso dell'animo ed aveva bravamente lottato. Aveva consumato colla più meravigliosa parsimonia tutto quel poco di risparmio che fino allora era riuscito a mettere in disparte con un vero miracolo di economia: poi una gran parte dei suoi mobili, cominciando dai meno necessari e venendo poi agli abiti, avevano preso il cammino del Monte di Pietà, e neppure uno aveva ancora saputo trovare quello del ritorno a casa.
Il povero Antonio, smesso ogni orgoglio, andò a dimandar lavoro a questo ed a quello. Le ripulse non lo stancavano, ebbe il coraggio di affrontare i più superbi rifiuti, e dalla sua perseveranza ottenne qualche buon risultato. Dipinse un orrido turco dall'orrida barba con una lunga pipa in bocca pel tabaccaio; una slombata fortuna (e la fece brutta per dispetto) che gettava pioggia di denari da un corno d'abbondanza, pel banco del lotto; e persino (che umiliazione!) una bottiglia che schizzava il turacciolo per aria ed il vino nei due bicchieri che gli stavano a fianco, per l'oste a cui doveva sei lire. Il tabaccaio gli diede poco, il banco del Lotto anche meno, ed il mercante di vino un bel nulla.
Come se non bastasse tutto questo, mentre la miseria cresceva, l'umore taccoliero della moglie cresceva ancor esso in proporzione. Non è già che la Rosina non volesse bene al suo Antonio, oh! per codesto ella si meritava ogni elogio, chè glie ne voleva anche troppo; da prendersi tanta cura d'ogni fatto di lui che gli riusciva fastidievole.
Guai s'egli non tornasse a casa appuntino all'ora che aveva detto!
--E dove sei tu stato? e che hai fatto? e come perdi il tuo tempo? e che pensiero ti dai della tua famiglia? E tu a spasso, ed io a rodermi qui dentro d'inquietudine con questi marmocchi intorno che mi tolgono la testa ecc., ecc.
E tocca via con un mondo di parole cosiffatte e di ragioni sragionate e di rimbrotti senza causa e di lamentazioni e di chiaccole da non finirla più.
Ad Antonio, benchè ci avesse ormai fatto il callo, quelle scene erano gravi. Aveva tentato di tutto per farla smettere alla moglie; ma sì, imporre silenzio ad una di cotali donne, era impresa da ben altri che il povero pittore non fosse. Quindi per lo migliore, ei s'atteneva il più sovente al silenzio, e lasciava passare senza ostacoli l'onda abbondevole e furiosa delle muliebri parole.
Rosina s'accorgeva d'essere grave al marito, e ne soffriva, e se ne adontava e ne imbizzarriva peggio con esso lui.
--Già tu ti vergogni di me: diceva essa delle volte, mezzo piangente, mezzo furibonda: non sono che una popolana io.... oh! lo so.... e tu sei della razza de' signori tu... Bel signorone affè mia, che lasci crepar di fame e moglie e figliuoli!... Non ho le belle maniere delle dame io!... Ma toccherà a me un bel giorno guadagnare il pane della famiglia con queste dieci dita che m'ha fatto la mamma.... O belle le cerimonie!... O care le stampite della buona società.... o grazioso il saper discorrerla in quinci e quindi!... Ed io non ne so nulla del vostro bel gergo.... Io quando parlo, tu mi fai gli occhioni che pare mi vogli mangiare cruda e fatta.... E se ti duole di me, e se te ne pesa, e tu non dovevi sposarmi.... O che son io che vi ti ho costretto col coltello alla gola forse?... T'adonti perfino di accompagnarmi per istrada... Oh! nei primi tempi del nostro matrimonio non era così che facevi.... E me lo dice persino messer Agapito, che non è di questa guisa che uno si governa colla moglie se le vuol bene.
--Messer Agapito s'immischi nelle sue spezierie e non venga a romperci le tasche: gridava a questo punto Vanardi spazientito.
--Gli è che ha ragione: ripigliava la moglie con maggior calore: tu non mi vuoi più bene... Sei un cattivo, sì... perchè dovevi lasciarmi stare... Ed io col mio ago mi guadagnerei da vivere un po' meglio...
Antonio voleva placarla. Essa lo respingeva bruscamente; afforzava i suoi rimbrotti; terminava con piangere, e si ritraeva musonando e singhiozzando in un angolo della stanza. I fanciulli vedevano piangere la madre e si cacciavano a strillare ancor essi. Vanardi faceva a calmar l'una e ad azzittire gli altri; ragionava, pregava, gridava, minacciava: niente vi riusciva, finiva per andare in collera, bestemmiava come un turco, e stucco, intronato, infastidito, si cacciava il suo cappellaccio in testa e si precipitava fuori di casa, a passeggiare, le mani in tasca, guardando da vero sfaccendato i dipinti esposti nelle vetrine di tutti i mercanti di stampe, ai quali terminava sempre per andare ad offrire un quadro di suo, cui tutti, a buona ragione, si affrettavano sempre a rifiutare con entusiasmo.
--Oh che vita! oh che vita! esclamava talvolta il povero diavolo. E pensare che la debbo all'amore dell'arte, e ad un matrimonio per amore! C'è da disgustare chicchessia dell'una cosa e dell'altra. Mah! se avessi fatto il droghiere!... Eh! via, questa è viltà! Che? Rinunzierei al nobile sacerdozio dell'artista? Mi lascierei scoraggiare dall'impertinenza della sorte? Oibò! Tutti i grandi uomini sono crepati un pochino di fame: ed Andrea del Sarto aveva una moglie peggiore della mia... Sono un pusillanime s'io indietreggio innanzi a quest'iniziazione alla gloria.
E ripigliava la sua tranquillità e il suo buon umore, che erano figliuoli dell'eccellenza del suo carattere.
III.
Ma esaminiamo più minutamente il quartiere del nostro pittore cui centosessanta scalini separano dal fango della strada.
Era una specie di gabbia quadrata che sorgeva sul tetto in mezzo alle più umili soffitte, e generosamente concedeva i buchi delle sue muraglie all'esterno alla nidificazione dei passeri. La luce, come vi ho già detto, pioveva per entro da un lucernario che si trovava a mezzo il soffitto; alcuni suoi vetri, mal difesi da una graticella rotta di ferro, erano stati fracassati da una grandinata della state e sostituiti dall'arte provvida del pittore con fogli di carta unta. Le pareti avevano su una tinta di color grigiastro, sopra il fondo della quale facevano da arazzi i ragnateli, e frammezzo ad alcune braccia e gambe di gesso appiccatevi contro si scontorcevano le più bizzarre figure disegnate dal matto pennello o dalla bianca creta di Antonio. Un gran paravento alto più che la statura ordinaria d'un uomo divideva la stanzaccia in due: dall'una parte, appena entrati dall'uscio, trovato lo studio: ve lo definiscono tosto per tale due cavalletti, di cui uno zoppo, senza tele, un alto seggiòlo senza spalliera, che perde la paglia di sotto il piano da sedere, e un trespolino su cui una cassetta di colori dalle boccettine assecchite, una tavolozza più secca ancora che pende dal muro, e un esercito--irregolare--di pennelli di ogni fatta e misura, che giacciono dispersi, come dopo una sconfitta, da tutte le parti.
Una piccola stufa in ferraccio sta lì, quasi a metà dello spazio, colla bocca aperta ad aspettare inutilmente un po' di pasto di legna o di carbone. Sopra ci si vedono in disordine l'uno addosso all'altra una tazza vuota senza maniglia, una crosta di pan secco, una pipa, una borsa da tabacco floscia ed un romanzo illustrato di Paolo di Kock colla copertina tutta strappata e i fogli laceri. La misera stufa innalza bensì un tubo di ferro che traversa per lo lungo la stanza, disposta a mandar calorico per esso; ma la deve rimanersene alla buona intenzione, e il tubo medesimo è tanto freddo da gelar la mano imprudente che si avventuri a toccarlo. Voi capite da ciò che colà dentro regna senza temperamento una atmosfera da Siberia.
Nella parte seconda della stanza, separata dal paravento, voi ci vedreste: in mezzo, un desco a cassetto; da un lato, alla muraglia, un letto pei genitori, dall'altro, uno stramazzo pei tre bambini più grandicelli; appiè del letto, la culla dell'ultimo nato. Nell'angolo destro c'è un fornelletto a due buchi, in quel sinistro un acquario; lì vicino una secchia colla tazza di latta sopravi; poi una cassapanca che fa da canterano, una scancia su cui qualche stoviglia, tre bicchieri, una bottiglia nera, una caraffa bianca incrinata e un acetabolo senz'ampollini; appesi al muro un ramino, un mestolone ed una padella. Cinque seggiole fanno meraviglie d'equilibrio per tenersi ritte sulle loro gambe scassinate.
Un solo oggetto di qualche valore si nota fra tanta miseria; ed è un quadro con una cornice dorata, che rappresenta dipinta con colori a olio una giovine donna.
Era una bella figura che aveva nell'espressione del viso alcun che di soave e di mesto per cui era impossibile il guardarla senza simpatia e quasi direi senza commozione. Vanardi teneva quel ritratto, perocchè fosse un ritratto, come cosa preziosissima. Di ogni altro oggetto, anche del più necessario, si sarebbe prima spogliato che non di quest'esso. Era il ritratto della donna che il suo amico Adolfo Cioni, che vi ho già nominato poc'anzi, aveva amato, e per cui era morto. Adolfo medesimo l'aveva dipinto, copiando l'immagine che di Gina (così aveva nome la donna) eragli così profondamente impressa nell'animo. Quando l'infelice era stato ucciso in quel duello fatale dal marito di lei, il padre di Adolfo aveva consentito che Antonio prendesse nello studio del morto amico, tutti quegli oggetti che preferisse a memoria di lui. Vanardi, fra le altre cose, aveva preso questo ritratto. Tutto il resto era sparito poco a poco sotto la crescente stretta del bisogno; ma il ritratto di Gina era ancora lì, e Antonio aveva giurato di conservarlo ad ogni patto sino alla morte.
Di belle volte per questa cagione erano già avvenute delle dispute fra Vanardi e sua moglie. Costei non sapeva il perchè suo marito ci volesse tener tanto al possesso di quell'inutile ornamento, e come mai, avendo vendute tante cose assai più necessarie, non volesse manco udire a discorrere di sbarazzarsi di quel dipinto. Inutilmente Antonio le aveva contato tutta la storia; la Rosina tentennava il capo, ne sentiva o fingeva sentirne sempre i sospetti più ingiuriosi intorno alla fede del marito, e di quando in quando ne pigliava pretesto, come se altri e troppi pretesti non ci fossero già, per una buona sfuriata.
In questo momento in cui v'introduco nel misero alloggio di questa famigliuola, intorno alla quale vedremo svolgersi le scene del dramma che ho intrapreso di raccontarvi, tutti i componenti della medesima sono raccolti nel secondo scompartimento dell'unica stanzaccia.
Antonio passeggia in lungo ed in largo, le mani in tasca, la chioma rabbuffata, le orecchie livide pel freddo, la barba ispida, una pipa spenta in bocca, battendo i piedi di quando in quando, tutto, a vederlo, rattrappito dall'intirizzimento. Rosina siede vicino al deschetto e rappezza, con mani che hanno il colore delle orecchie di suo marito, dei logori panni pei bambini; innanzi a lei v'è la culla e in essa il piccino: ella col piede lo fa dondolare perchè dorma e gli va canticchiando una tediosa cantilena che interrompe tratto tratto per discorrere coll'uomo; i tre altri bambini ruzzano qua e là per la casa e fanno un diavoleto da toglier la testa.
Come già ho accennato, la Rosina non può dirsi bella; ma possiede un'aria tra la capricciosa e l'allegra che può piacere. Ha il capo avvolto in un fazzoletto logoro di panno-cotone; le spalle e il seno ha serrati da uno scialle di lana a brandelli, e tratto tratto deve interrompersi nel suo cucire per soffiarsi sulle dita delle mani pavonazze, non bastantemente difese dal freddo per certi mezzi guanti di grossa lana in maglia.
--Sicuro! diceva essa tutto ingrognata; il signor Marone ha detto che passerebbe quest'oggi senza fallo... e non ci manca di certo... e vuol essere pagato, quell'impostore birbone... e tu sai che uomo egli è!... E tu stai lì colle mani in tasca come un melenso che tu sei; e noi ci toccherà andar nella strada con questo bel caldo... e me mi converrà trascinarmi dietro e portarmi in collo i bambini ed andare accattonando, che Dio ti... Uh! me la faresti dire.
Antonio chinava il capo e camminava più lesto.
Il bambino, cui la mamma avea cessato di cullare e che non sentiva più la cantilena della ninna nanna, si cacciava a strillare: i due più grandicelli, rincorrendosi l'un l'altro, rovesciavano una seggiola e finivano di romperle una gamba.
--Eh! vuoi tacere! esclamava impazientita Rosina, ripigliando a dondolare rabbiosamente la culla, e tirando l'ago più rabbiosamente ancora: che sbraitatore è questo biricchino! E' mi vuol far diventar tisica... La li la lerà, la li la lerà... Volete finirla anche voi altri, sbarrazzini, che ora mi alzo e vi tocco il tempo io di santa ragione!... Dio buono! Ecco che mi hanno fracassato la sedia... Volete star fermi una santa volta!... Non avrete da colazione; ecco lì... La li la lerà, la li la lerà, la li là là.
I ragazzi, all'intemerata materna, si guardavano per di sotto tra di loro, timorosi, e quietavano un poco; il bambino cullato, sentendo ripresa la cantilena, cessava dal piangere; succedeva un istante di tranquillità.
--Ma come fare? come fare? dimandava Antonio parlando a sè stesso.
--Come fare? ripigliava stizzosa la Rosina. Sta a vedere che ha da essere la donna a trar d'impiccio un omaccione di quel calibro... Ma gli è da lungo tempo che ci avresti dovuto pensare e provvedere... e non aspettare che si fosse proprio allo stremo come siam'ora... Via, sta buono, Carlinuccio... oh, oh, oh, il bel cuorino... fa la nanna, via ghiottoncello... sì, carino, sì bellino... che il diavolo lo porti; questo maledetto è il fistolo, tant'è fastidioso!
E tornava a cantare per acchetarlo.
--Papà, ho fame! gridava il primo dei fanciulli.
--Sta zitto. La mamma ti ha messo in penitenza... Non avrai da colazione.
--Ih! ih! ih! Io ho fame, io...
--Ed anch'io, ed anch'io; gridavano gli altri due marmocchi.
--Volete finirla? sclamava la madre.
--Ih! ih! ih!...
E i tre ragazzi piangevano di conserva e della più bella.
--Giuggiole! che delizia! gridò Antonio levando le mani di tasca per cacciarseli entro i capelli: e corse al desco, ne tirò fuori a mezzo il cassetto, vi prese dentro un tòcco di pane inferrigno che c'era, lo divise in tre pezzi e ne porse uno a ciascuno de' ragazzi.
I quali, con un'unanimità maravigliosa d'avviso, cessarono di botto dal piangere per mordere dentro il pane a piena bocca.
Ma non tacque la Rosina.
--Che storia è questa? saltò su essa cessando dal cucire per mettersi le mani sui fianchi, incollerita. Che cosa sono io? un ceppo forse? o un coccio? o una pantofola? Ho detto che quei furfanti sarebbero stati senza colazione; ed è a quel modo che tu insegni a' figliuoli a rispettare la mamma? Che sì, ch'io non so chi mi tenga dall'andar a levar loro quel tozzo di mano e trartelo sul naso a te che più che vizi non sai dare a que' martuffini, degni figli tuoi... E veramente che sei tu a guadagnar loro il pane! Quell'avanzo lì, sai che cos'è? È l'ultimo resto de' miei pendentini d'oro che si sono portati al Monte... Ma tu hai in dispregio la moglie...
--Ma no, ma no, protestò Antonio.
--Ma sì, ma sì; insistette la Rosina; e vuoi che anche i tuoi bambocci abbiano in un calzetto la mamma...
--Via, via Rosina: disse Antonio umilmente, stai buona; vuoi che lasciassi romperci i timpani da que' strilli?...
--Uhè! uhè! uhè! cominciò il bimbo nella cuna, il quale non era più dondolato.
--Oh che vita! oh che vita! esclamò la Rosina rimettendosi ad agitare la culla.
--Oh che vita! oh che vita! ripetè Antonio riprendendo la sua passeggiata traverso la stanza.
Così stettero un poco senza parlare nè l'un nè l'altro.
Antonio fu il primo a riappiccare il discorso.
--Se provassi ancora una volta a ricorrere a mio zio? diss'egli piantandosi innanzi alla moglie.
Questa crollò le spalle e non levò neppure il capo dal suo lavoro.
--Eh? che ne dici? insistette il marito.
--Tuo zio è un cane: rispose brusca brusca la Rosina: e tu.... tu sei un altro animale.
--Un asino: suggerì Antonio: dillo pure.
--L'hai detto tu!
--Grazie tante!
Ed Antonio si rimise ad andare e venire.
--Vuoi star fermo una volta? gridò dopo un poco la moglie. Tu sembri l'arcolaio della strega che va e che va.... e m'hai già fatto tanto di testa.
--Oh! la mia arte! la mia arte! esclamò il marito arrestandosi di botto. Che cosa fa l'arte mia che dovrebb'esser quella a darmi la salvezza?
--Bell'arte la tua! se ne vedono gli effetti.
--Oh! un'idea! gridò Antonio percotendosi la fronte.
--Che?
--Forse ho trovato il modo di farmi conoscere, di ammansare mio padrino, di trovar lavoro e di farmi aprir le braccia dallo zio.
--Sentiamolo un tratto questo modo meraviglioso: disse la moglie, e riprese a cantarellare la sua nenia fra i denti.
--Ecco! Mi metto senza indugio a dipingere per mio zio, cioè pel suo fondaco, una insegna, una bella insegna, una grande insegna, una strepitosa insegna.... Oh! la vedo già dinanzi a me come se fosse fatta: un metro di altezza su quattro di lunghezza: in essa una dozzina d'amorini, più, due dozzine, anche più, tre, quattro se occorre.... d'amorini nudi e belli come il sole. L'uno porterà una scattola di pepe, l'altro un pane di zuccaro, il terzo cioccolato, il quarto caffè, un quinto un mazzo di candele, un sesto una matassa di cotone e via dicendo.... Sarà un'opera bella, stupenda, sublime, grandiosa. Glie la mando al fin del mese come omaggio di capo d'anno. Ei la fa appiccare sopra la porta del suo fondaco. Tutto il quartiere ne va in rivoluzione: un'ammirazione universale. Ogni giorno si fa un'assembramento in istrada di entusiastici spettatori col muso in aria; e la bottega non si vuota più di gente che vuol procacciarsi l'onore di comperare all'insegna degli amorini. Chi è l'autore di quel capo lavoro? domandano tutti. Antonio Vanardi: risponde la fama. Le commissioni fioccano nel mio studio, e dietro queste i denari e la gloria. Intanto mio padrino, commosso, lusingato, avvantaggiato da questo mio successo, mi spalanca le sue braccia e la sua cassa, e....
--E tu sei un matto da legare: interruppe con impeto Rosina.