La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Part 9
Era però troppo tardi. Rimediare al passato non era più possibile, tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente. Tra il 1782 ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck, reduce da un lungo e fortunoso viaggio d'ispezione nei domini Veneti di Oltremare, così dipingeva al Principe il triste stato delle fortificazioni della Repubblica:
«Prima di ogni altra cosa--così scriveva il Moser--voglia V. E. consentirmi che, con il cuore veramente dolente, io mi lagni del deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni dei domini d'Oltremare... specie della piazza di Zara, il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia, e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne militari fabbriche. Non mi sorprende però, Eccellentissimo Signore, le grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse opere, bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti diligenze, che profittando delli primi intacchi in un'opera la riducono in consunzione in breve spazio di tempo, senza alcun riguardo nè timore. Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli stessi corpi di guardia. Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di fermissima attenzione ed attivo, avere registri esatti ed accompagnare gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare.... ma invece nulla avviene di tutto questo. Manca il ponte che traversa il fosso capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma, unica comunicazione con il continente, e per conseguenza la sola parte per la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia, per la via di terra; è rovesciato il molo dalla parte di mare. Vi si rimediò con un ponte provvisionale, ma è bisognevole di restauro, ed il molo è sfasciato dalla violenza delle onde»[180].
Nè in migliori condizioni di Zara--la Venezia della Dalmazia--erano le altre piazze e castelli del littorale e dell'interno: «Spalato--soggiungeva l'ora detta relazione--ha una situazione stupenda per sè. L'imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio verso l'interno e quello di Sign[181]. Ma Spalato è ora in decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano. Vale perciò meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di munizioni da bocca e da guerra, e fidarsi meglio degli appoggi di Clissa e Sign, però bene appropriati.
«Per Sign, fu il veltz-maresciallo Schoulemburg che dimostrò la necessità di fortificarla fino dal 1718. Ma il piano non ebbe seguito, e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare, Clissa e Dernis ed il passo di Roncislap, sulla Kerka[182]. Infine, nel 1752, furono fatti pochi lavori a Sign... ed a Spalato non furono toccate che poche rovine del vecchio forte e nulla più. Eppure Sign è luogo di confine, vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a Spalato e vi è una caserma confinaria.
«Clissa è disposta sull'erto di un greppo che domina il solo passo per il quale, da Sign, si può entrare nel contado di Spalato. I recinti della fortezza sono in buono stato e, con piccole aggiunte alle opere attuali, si potrebbe ridurre quel posto molto forte. Clissa è provvista di conservatorî da acqua (serbatoj), requisito assai necessario per una piazza di guerra in queste regioni. Qualche ristauro vi è però necessario, acciocchè possano contenere quest'ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili... Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign, per Clissa, fino a Spalato[183]. In questa strada, a quattro miglia circa da Spalato (dove sono ancora alcuni residui della città di Salona) è fissato un appostamento per una compagnia di _Dalmatini_ (Oltramarini), il cui quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel medesimo».
Proseguendo nel triste pellegrinaggio, dalla Dalmazia alle terre Levantine, le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche, come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa più vicine. «A Corfù--continua la ricordata relazione--le opere sono tutte ingombre, i parapetti rovesciati, disfatte le _embrasure_ (feritoie) ... sicchè confesso che grande fu la mia sorpresa nell'attraversare tanta rovina. A Cerigo ed Asso, la medesima desolazione. Quivi i N.N. H.H.[184] rappresentanti, nelle loro abitazioni, sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la pioggia entra per ogni parte. Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio di casa, essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero; i soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia. Ad Asso infine tutte le fabbriche militari sono in rovina. Le condizioni del forte di San Francesco di Cerigo... mi hanno poi fatto rabbrividire, ed invoco provvedimenti per il decoro del Principato. Li otto pezzi che quivi sono nella casa di San Nicolò, 3 da 30 e 5 da 20, sarebbe più decoroso che fossero interamente a terra, piuttostochè vederli appoggiati sui fracidissimi rottami dei loro letti (affusti).
«A Cefalonia le due fortezze sono ora interamente disabitate... Prèvesa acquistata nell'ultima guerra contro il Turco, nel golfo di Arta, insieme a Voniza[185] esposta alle incursioni nemiche, è fortezza solo di nome ma in realtà è un mal conservato trinceramento».
Ed il sopraintendente Moser dopo questa fiera requisitoria così concludeva: «Si faccia presto a provvedere. Siano fornite le milizie di quartieri e di ospitali che loro sono urgentemente necessari, capitali i più preziosi per le convenienze del Principato. Se no, a nulla servono le bene intese e solide fortificazioni, gli utensili, gli attrezzi da guerra, armi di buona tempera e ben conservate, se non vengono difese le une e maneggiate le altre da destro e robusto braccio».
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Il triste spettacolo delle province d'oltremare in rovina, senza difesa, senza cannoni, senza milizie, l'imagine delle residenze dei rappresentanti della Repubblica sul punto di crollare; dei picchetti di Oltremarini usciti fuori delle caserme per cercare miglior sicurezza e riparo sotto le tende, presso le rive di quel mare che fu già pieno del nome e della gloria di Venezia, quasi attendessero di momento in momento di mutare dimora, deve avere per certo commosso lo spirito del Senato Veneto. Ma poichè l'azione era a quel tempo assai più ardua della commiserazione ed i mezzucci assai più facili delle decisioni pronte e virili, si ricorse anche questa volta ai timidi tentativi, tanto per ingannare il pericolo dell'ora.
Così avvenne che in risposta al disperato appello del Moser, la Serenissima si contentò di istituire il corpo dei _Travagliatori del genio_.
Taluni storici della Repubblica--ed il Romanin tra gli altri[186]--vollero attribuire a quel corpo un significato moderno, qualificandolo per precursore dell'odierna arma del genio. Ma il paragone a tutto rigore di critica non regge. Al massimo i _travagliatori_ veneti potevano rassomigliarsi alle compagnie di _ouvriers_, che esistevano nell'esercito francese prima dell'anno 1776; compagnie che vennero poi surrogate dai _soldati pionniers_ con precisi attributi di arma tecnica, ciò che significa che i predecessori degli _ouvriers_ non possedevano i requisiti dei pionieri o, quanto meno, in modo assai incompleto.
Ma anche facendo astrazione da questi còmpiti e da questi paralleli, occorre mettere in rilievo qualche altro aspetto che meglio serva a chiarire il valore militare e morale del nuovo corpo dei _travagliatori_, e le differenze sostanziali con il corpo dei _soldati pionniers_ di Francia, cui si vorrebbe troppo corrivamente ricollegare le tradizioni organiche dei _travagliatori_ veneti.
Il Moser adunque, esponendo l'urgenza di far argine al decadere delle fortificazioni veneziane, proponeva d'impiegare nei ristauri un personale militare ordinato in compagnie, con reclutamento, còmpiti e trattamento assai analoghi a quelli delle odierne compagnie di disciplina. Era quindi una specie di stabilimento di correzione militare che si trattava di istituire, realizzando con esso due vantaggi precipui: quello cioè di purgare i corpi dai soggetti più pericolosi e di impiegare la loro mano d'opera nei restauri delle fortificazioni e delle caserme a prezzo più conveniente della mano d'opera borghese.
Quest'opera di risanamento dal lato morale militare--particolarmente caldeggiata dal Savio di Terraferma alla Scrittura in carica Niccolò Foscarini--piacque al Senato che l'approvò anzitutto per tali viste. «Per togliere i perniciosi effetti--come diceva la relazione premessa dal detto Savio al decreto che ordinava la costituzione del corpo dei _travagliatori_--derivati dalla introduzione nella truppa dì quelle figure che, quantunque ree di non gravi delitti, chiamano tuttavia la pubblica vigilanza ad impedire loro maggiori trapassi,... e nell'intento precipuo di tenere aperta una via per allontanare dalla Terraferma e dalla Dominante gli individui infesti alla comune quiete, si assoggetta l'ora intesa scrittura.
«Ed essa si dirige a stabilire l'istituzione di due _Corpi di Travagliatori_[187] che raccoglier abbiano le sopra indicate figure ed inoltre quei soldati che, per indisciplina e scostumatezza, venissero giudicati dalle pubbliche cariche d'Oltremare e Savio alla Scrittura degni di tale correzione, per essere impiegati nelle fabbriche ed in ogni altro pubblico lavoro d'Oltremare. Ed il Senato, che adatto ciò riconosce alle viste del suo servizio ed alla tranquillità dei suoi sudditi, avvalora il provvedimento con la sua approvazione.
«I soldati _travagliatori_ avranno la paga di soldato di fanteria italiana, più una _diaria_ di cinque _gazzette_[188] nei giorni di continuato lavoro, onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle fatiche: ai capi-squadra saranno corrisposte dieci _gazzette_. Il vestiario dei _travagliatori_ deve esser fatto dal Magistrato sopra Camere[189] e di due in due anni loro somministrato, giusta il modello che l'esattezza della conferenza assoggetta, e che si rileva corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa italiana»[190]
Tale fu l'ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in due compagnie: una destinata ai lavori di Levante, l'altra a quelli della Dalmazia[191]. È chiaro adunque che l'idea di istituire un corpo del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti veneti nel 1785. E come non bastassero ad attestarlo le espressioni del senatoconsulto ora citato, v'ha ancora il libro dei _Doveri del Corpo dei Travagliatori_, pronto a ribadire tale concetto. A custodia delle principali residenze delle due compagnie--cioè la _Cittadella_ di Corfù ed il _Forte_ di Zara--erano stabiliti dei grossi picchetti di guardia, ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo.
L'anzidetto libro dei _Doveri_[192] specifica ancora meglio tale condizione pressochè ergastolana dei _travagliatori_ quando prescrive che, «a far parte di _diritto_ dei detti corpi sono chiamati quegli individui che, dai varî tribunali, uffizi, magistrati e reggimenti, vengono _condannati_ a servire nella truppa. Non possono però introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti, nè incapaci al lavoro... Dietro parere delle primarie cariche delle province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura, si possono altresì _condannare a servire nei corpi dei travagliatori_ quei soldati che si mostrassero di mal costume, o indisciplinati, o che meritassero almeno due anni di correzione. Spirati questi due anni e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi l'ingaggio. I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa dove saranno nuovamente trasferiti».
I _travagliatori_ non erano adunque che tristi soggetti allontanati dall'esercito, e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra ogni altra, ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e della fosca dipintura del sopraintendente Moser. Fu soltanto pochi mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo del genio militare, con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno; «formando _finalmente_ un corpo di _guastatori_, istrutto nella costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio dei fiumi. Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare, tanto per muovere la truppa contro l'oste nemica che per assicurarle una forza superiore alla medesima».
Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796[193].
CAPO VIII.
La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il riparto difensivo e territoriale. I veterani.
Le glorie della cavalleria leggera _stradiotta_ erano sfiorite da gran tempo. I fieri cavalieri albanesi--o _cappelletti_--al soldo della Repubblica, vestiti di abiti succinti, armati di piccolo scudo, di lancia e di spada, che avevano empito delle loro fulminee gesta i campi d'Italia nel Cinquecento, si erano a grado a grado ammansiti. Avevano dapprima smussate le unghie, poscia ripiegate le zanne e si erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti cavalleggeri Dalmati e Croati. L'essenza dell'arte del combattere leggero alla stradiotta, fatto di balenare d'incursioni, di tagli ratti e violenti inferti sul corpo greve dell'avversario, di solchi sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro rapacità, era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi al diritto delle genti, specie in Francia, dove si era raccolta e tramandata, con qualche sapore di _venezianità_, sotto le insegne del reggimento cavalleggeri _Royal Cravates_[194].
A Venezia rimase, come di tutto il bello ed il buono del passato, soltanto l'eredità delle memorie. Trascorso il periodo delle grandi guerre e delle lotte di conquista, nelle quali la cavalleria stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l'arma per eccellenza; ripiegatasi la Serenissima in sè medesima, la cavalleria divenne nell'esercito veneto un'arma esotica. Si restrinse cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini, alla scorta dei convogli di privative dello Stato[195] e delle reclute, alla guardia d'onore delle missioni e delle alte cariche governative; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di staffetta lungo le principali rotabili, per trasmettere con qualche celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio alla Scrittura.
Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma combattente.
Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli, mentre tendevano a raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio, obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo scarseggiava. E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del servizio di scorta e di staffetta. La campagna bresciana e la veronese primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di cavalleria potevano stare più raccolti: la provincia del Friuli, specie il circondario di Pordenone[196], pur essendo assai più ricca di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù, e ciò per antico privilegio.
Nei dintorni del Chievo (_Clevo_) stava quindi alloggiato un buon terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza, ed a Verona risiedeva il suo sopraintendente. I possessori di quelle praterie acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano obbligati--per vecchi statuti--a somministrare le decime dei loro fieni alla cavalleria[197].
Ma quel vincolo--fatto di antiche schiavitù terriere--era diventato insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della Repubblica, che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano, offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante. Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle guarnigioni che dell'onere che loro derivava per la presenza della cavalleria nelle loro terre.
Ma il Senato, nel 1782, riconfermò nel modo più esplicito il pieno vigore delle antiche servitù, «essendochè la fornitura delle decime alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti, per il mantien di quell'arma»[198].
A squadriglie, a drappelli, il rimanente della cavalleria era suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del Bergamasco, ed in parte tra i centri di Padova, Rovigo, Treviso, Udine e Palmanova. Delle province di Oltremare, la sola Dalmazia aveva cavalleria preferibilmente croata, oppure di corazze; e poichè a questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso le frontiere turchesche e nell'interno, i nomi di _corazze_ e di _croati_ suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di sgherri[199].
Inauguratosi poi, nel 1783, il sistema dei cambi di guarnigione o dei _turni_--come si disse più avanti---fra i grandi riparti territoriali della Serenissima, questa tradizione poliziesca andò a grado a grado affievolendosi, ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso egualmente ripartito tra le diverse specialità dell'arma che si avvicendavano nei presidi d'Oltremare.
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I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi mobili, cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito insidiate dai malviventi, nella sorveglianza delle linee di confine, nella protezione dei convogli di _biave_ (frumento) che dovevano servire alla panificazione per la truppa[200] e nei servizi fissi di guardia e di vigilanza locale; cioè nei così detti _appostamenti_ dell'arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo, nelle vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti. Sotto quest'ultimo aspetto, la cavalleria veneta si prestava all'occorrenza anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere, come si è ricordato più sopra.
Il senso di cosiffatto servizio spigliato, disimpegnato a piccoli nuclei, contribuiva nondimeno a rendere l'arma maneggevole, usa alle fatiche e bene allenata. I frequenti contatti tra l'una e l'altra riva dell'Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona pratica degli imbarchi, degli sbarchi e dimesticità nelle traversate oltremare, abbenchè nessuna prescrizione regolamentare si occupasse della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto[201]. I trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le _manzere_, o barche per il trasporto dei bovini, ed in genere «approfittando di tutti i legni in partenza, sia per armo che per scorta delle reclute»[202].
Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto considerevole. Nel 1794, le quattro compagnie di _croati_ del _Reggimento Colonnello Avesani_ e le quattro compagnie di _dragoni_ del _Reggimento Colonnello Soffietti_, che avevano stanza attorno al Chievo, fornivano appostamenti a Mozzecane, Valeggio (Valeso), Sorgà, Villanova, Castelnuovo, San Pietro in Valle, Caldiero, Cà de' Capri, Sega, ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze di Legnago e di Peschiera[203]. Le rimanenti quattro compagnie di ciascuno dei reggimenti sopra ricordati, che tenevano guarnigione nella Bresciana, provvedevano a loro volta agli appostamenti di Palazzolo, Ospedaletto, Ponte San Marco, Orzinovi, Àsola, Pontevico, Salò e Crema. Infine, due compagnie del reggimento croati del _Colonnello Emo_ distaccate nel Bergamasco, somministravano gli appostamenti di Cavernago, di Vercurago, Lavalto, Sorta, Villadoda, Cividale, Barican, Sola, Brambat, Lurano, San Gervasio, Romano e Pontida[203].
E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo, «detratti gli ufficiali, bassi-ufficiali, _camerata_ (attendenti e piantoni di scuderia) _selleri_, forier e marescalco, che non fanno servizio...» si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna[204],
Intorno a questo medesimo tempo l'arma si suddivideva in due reggimenti di _croati_, in uno di _cavalleria dragona_ ed uno di _cavalleria corazziera_. I reggimenti di croati e di dragoni avevano la forza di otto compagnie ciascuno, quello di corazzieri ne contava solamente sei.
Le compagnie di dragoni, croati e corazzieri, accoppiate due a due, formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore.
I corazzieri, per vecchia tradizione nobilesca, costituivano anche nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e ragguardevole, e la legge di _Ottazione_ assicurava ai loro graduati alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della Serenissima[205]. I dragoni erano destinati a combattere occorrendo anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni[206]; i croati infine formavano la cavalleria leggera.
Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell'arma il già colonnello delle _corazze_ conte Giulio Santonini. Quando questi fa elevato alla suprema carica della cavalleria veneta (1788) con l'anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente maggiore di battaglia, il Santonini contava 52 anni di servizio e 67 di età, dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle guarnigioni di Dalmazia e di Levante[207].
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Il grande frazionamento delle truppe venete, le loro unità stremate di gregari e decrepite nei quadri, il servizio anfibio che esse prestavano tra terra e mare, tra le frontiere turchesche e le isole sperdute dell'arcipelago ionico, rendevano assai rare le occasioni utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo, per affinare il senso dell'arte, per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei di qualche rilievo, conforme a quanto si usava a quell'epoca nei campi di manovra di Francia e dell'Impero. Richiamate poi a nuova vita le cerne nel 1794, con il loro _innesto_ nei riparti di soldati del _vecchio piede_ le unità si rinsanguarono alcun poco, sicchè le compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini, da una trentina di soldati appena salirono in media a circa il doppio.
Si presentava allora propizia l'occasione per addestrare le truppe venete in qualche simulacro di campo o di manovra, ed il tenente generale Salimbeni--il tacciato di giacobinismo nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato--la colse ben volentieri a Verona, là dove, sulla fine del detto anno, si trovavano raccolti ben 2507 tra fanti e cannonieri, con 326 tra dragoni e croati[208].
«Il capitanio di Verona (Alvise Mocenigo) come pure il tenente generale Salimbeni--così diceva una relazione del Savio al Doge--si mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali esercizî, ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta delle cernide e di qualche rèmora nelle successive. Nè per essere di già terminata la stagione delle campali evoluzioni[209] si introdusse l'inazione nella piazza. Mentre quel _comandante delle armi_ profitta di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio, senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche _riunite in corpo_, il medesimo si propone alla ventura primavera di eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica»[210].
Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa. Più tardi, nel luglio del 1796, il sergente generale conte Stràtico--il fautore di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed oltremarina--riaffermava ancora la necessità di queste manovre d'assieme, nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla Scrittura in carica.