La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Part 8
Rimediò per primo a questa rovina il Patisson, spalleggiato dall'Emo, grande e geniale ammiratore dell'arte e della disciplina marinara e militare inglese, ch'egli vagheggiava introdotte a Venezie. «Le polveri nostre sono umide--dichiarava il Patisson al Savio alla Scrittura--e non si provvede a sostituirle che con altre ugualmente cattive... Le artiglierie impongono urgenti provvedimenti per rendere utili i pezzi che sono nelle cinque principali piazze di Oltremare, cioè Corfù, Cattaro, Zara, Knin e Clissa, e validi i pezzi destinati all'armo dei pubblici legni, nonchè all'attual sottile armata di 18 navi, 6 fregate, 5 sciabecchi, fissato con decreto del 1° agosto 1780... alla difesa dei forti della Dominante, per il treno di campagna e per le altre eventualità»[147].
Il noto contratto con la ditta Spazziani doveva ovviare alla gravissima crisi, unitamente ai provvedimenti organici adottati per l'arma di artiglieria, alla abolizione delle _mezze paghe_ ai cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei veterani. Fu così possibile armare nell'estate del 1784 la squadra veneziana destinata all'impresa di Tunisi[148]; sforzo assai modesto se si riguarda il passato, ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se si considerano le critiche contingenze del tempo, le trascuranze e gli abbandoni degli istituti militari e marinari.
Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax. La bombarda _Distruzione_, nel combattimento del 30 luglio colpiva 31 volte il segno su 32 tiri, il 31 luglio 23 volte su 47, il 1° agosto infine 39 volte su 47. La bombarda _Polonia_ il 1° agosto stesso colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati. Il porto di Trapani--prescelto dall'Emo con sagace intuito militare e navale--per servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e delle artiglierie venete, ferveva allora di apparecchi guerreschi. Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti protette, ideate ed allestite dal grande ammiraglio.
«La poca influenza delle navi--così egli lasciò scritto--sopra le batterie rasenti del molo, suggerì alla mia imaginazione un espediente alla prima apparentemente ridicolo... di formare cioè, con artificiosa connessione, clausura e rivestimento della unita superficie di due masse di venti botti, due zattere o galleggianti munite di un grosso cannone da 40 ciascuno... protetto da parapetti formati da una doppia riga di mucchi di sabbia... bagnata e rinchiusa da sacchi»[149].
Il 5 ottobre 1785 l'Emo, coadiuvato dai suoi cannonieri, impiegava per la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel bombardamento della Goletta, «ed era molto cosa piacevole--scriveva un testimonio oculare--nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le nostre bombe sopra la rinomata Goletta che, tutta fumante, mi sembrava un Vesuvio»[150].
Queste batterie galleggianti--migliorate in seguito ed accresciute di numero--ricevettero due cannoni ognuna, tra cui un obice, e quindi appresso anche un mortaio da 200. Al comando dell'artiglieria di ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del reggimento, e le zattere stesse si denominarono _obusiere, bombardiere_ o _cannoniere_, a seconda del tipo dei pezzi che recavano a bordo.
Ma le imprese dell'Emo rappresentarono il canto del cigno della morente grandezza militare e navale dei Veneziani. Morto questi, il 1° marzo 1792, l'artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina.
* * *
Quale servizio prettamente tecnico, l'artiglieria faceva capo al Reggimento così detto all'_Arsenal_ ed all'Arsenale medesimo; talchè le due branche dell'attività artiglieristica--il tattico ed il tecnico--trovavano nella pratica due enti destinati a rappresentarle, cioè il reggimento suddetto e quello _all'artiglieria_.
Dopo i grandiosi ampliamenti introdotti nell'Arsenale ai tempi dello splendore[151], l'aggiunta del braccio nuovissimo, del riparto delle galeazze e della _casa del canevo_, ossia la corderia (denominata comunemente la _tana_), la meravigliosa fabbrica dei veneziani era caduta prima in abbandono e poscia in completa rovina.
La stupenda officina delle armi e dei navigli veneti, verso la caduta della Serenissima si era quindi ridotta un'ombra di sè medesima, una bellezza stanca e disfatta dall'opera demolitrice degli anni, la cui fama richiamava ancora le genti a visitarla, ma più come un monumento delle passate età che come cosa viva. Così la visitò Giuseppe II nell'estate dell'anno 1769.
L'Arsenale conservava ancora a quel tempo oltre tre miglia di circuito, e tutto intero il giro delle sue muraglie guarnite di bertesche sulle quali, di continuo, vigilavano le sentinelle per preservare il cantiere da ogni funesto accidente, specie dal fuoco. Queste sentinelle erano in corrispondenza con una guardia centrale posta in mezzo all'Arsenale, con cui, ad ora ad ora, esse scambiavano alla voce il grido di _all'erta_ per sapere se vegliassero.
Dalla sera all'alba un drappello di soldati--Oltremarini in massima parte--girava tutt'attorno al grande cantiere veneziano, ed anche questi solevano chiamare dal di fuori l'attenzione di quelli che vigilavano sull'alto delle mura, di guisa che l'incrocio delle voci delle scolte era continuo e persistente. Dei due maggiori ingressi dell'edifizio, quello detto _da mare_, d'onde entravano ed uscivano le navi, era guardato sempre da un buon nerbo di truppa disposto presso al ponte di legno. L'ingresso detto _da terra_, che si apriva sul _Campo dell'Arsenal_, era invece custodito da un altro manipolo di cannonieri e di _schiavoni_, i quali facevano la scolta sotto la grande porta del leone alato, sopra alla quale troneggia la statua di Santa Giustina.
Vicino alla porta _da mare_--segno manifesto della corruzione e della decadenza dei tempi--sorgeva una _cantina_ o vascone che, «da tre bocche versava vino in gran copia per dissetare a pubbliche spese tutto quel popolo di operai[152], cresciuto tra l'ignavia universale e fatto baldanzoso dalle debolezze dei governanti. E gli _arsenalotti_, intorno all'anno 1775, ascendevano ancora a più di duemila, suddivisi in squadre comandate da appositi capi detti _proti_, _sotto-proti_ o _capi d'opera_, tutti vestiti con abiti talari [153].
Al riparto delle fonderie e dei metallurgi sopravegliava ancora a quei tempi la dinastia degli _Alberghetti_, «membri della famiglia benemerita di antico servigio la quale aveva mai sempre prodotto uomini valenti nelle meccaniche ed inventori di nuove artiglierie»[154]. E tra questi operai tutti si reclutava il grosso del _Reggimento Arsenal_, più corporazione e confraternita del tipo degli antichi _bombisti_, che corpo regolarmente ordinato. A tale arte facevano pure capo i lavori di ristauro più delicati delle armi portatili, quali il rinnovo degli _azzalini_ (acciarini), il calibramento delle canne e la trasformazione dei fucili dall'antico modello (1715) al nuovo, del _campione_ Tartagna.
Al lavoro delle vele ed alla fattura dei cordami sottili attendevano le donne «le quali, a togliere ogni sorta di scandalo, albergavano in un luogo disgiunto affatto dagli uomini, custodite da altre donne attempate e di buona fama, e con la sopraintendenza di un ministro di età matura»[155].
Altri operai--pure ascritti al Reggimento Arsenal--si occupavano di «filar canape e formarne gomene, alla qual cosa era destinato un luogo che è bensì dentro il circuito dell'Arsenal, ma separato da esso in modo che con quello non abbia comunicazione veruna»[156]. Questa era la _Tana_ sopranominata, laboratorio, deposito di cànapi e magazzino di legname da lavoro e di altri attrezzi marinareschi, governato dagli appositi _visdomini_, o sottointendenti.
Era questa _Tana_ un vasto locale lungo 400 pertiche, governato di un magistrato apposito, e non lungi da esso si ergeva il _real naviglio_ del Bucintoro, che una volta all'anno, la vigilia dell'Ascensione, usciva fuori dell'Arsenale per far di sè bella mostra il dì seguente, «nel più bello di tutti gli spettacoli che si possano mai vedere in qualunque parte del mondo»[157].
* * *
Il _magistrato all'artiglieria_ aveva giurisdizione sull'Arsenale insieme agli altri colleghi[158], ma l'opera sua si esplicava più particolarmente rispetto al reggimento _all'Arsenal_, mentre quella del sopraintendente, o del brigadiere dell'arma, si riferiva in modo speciale al reggimento artiglieria.
Quel magistrato teneva infatti i ruoli dei «fonditori, carreri, fabbri, tornitori ed altri uffiziali unicamente dipendenti da esso», aveva in consegna i parchi dei cannoni di bronzo e di ferro, le munizioni, le bombe, gli apprestamenti d'ogni genere ed i salnitri. Funzionava adunque, sotto questo punto di vista, da ufficio burocratico ed amministrativo; còmpito non lieve nè facile quando si pensi allo svariatissimo numero di bocche da fuoco che la Repubblica manteneva ancora in servizio alla sua caduta, claudicanti sui _letti_ che invano attendevano l'opera riparatrice e rinnovatrice della ditta mercantile Spazziani. Erano 24 modelli diversi di cannoni, tra bronzo e ferro, 5 di falconetti, 6 di colubrine, 4 di petrieri, 13 di mortaj, 3 di obusieri, 3 di _obizzi_; senza contare le artiglierie di minor calibro e le speciali, come gli _aspidi, i passavolanti, i saltamartini, i trabucchi, le spingarde, gli organetti ed i mortaretti_ per la prova delle polveri[159].
Ma il peggior lavoro da Sisifo in questa decadenza delle armi veneziane si era per certo quello di resistere alle continue insidie che si tendevano al _Deposito intangibile_, di cui il magistrato all'artiglieria era responsabile coma prima autorità tecnica del reggimento all'Arsenale. Questo deposito era costituito da una cospicua raccolta d'armi d'ogni fatta, composte in alquante sale dell'Arsenale medesimo, «le cui pareti erano tutte maestrevolmente guernite, dall'alto al basso, di loriche, di elmi, di spade, di archibugi e di altri militari strumenti. Alcuni di questi saloni forniti erano di armi per 25,000 soldati, tali altri per 30,000, tali altri ancora ne somministravano fino a 40,000: e ve ne erano ancora altri per 25,000 o 30,000 galeotti. Le dette sale si vedevano ancora adorne con le imagini di molti ed illustri capitani»[160].
Il deposito intangibile, ampliato e riordinato nella parte moderna dal sopraintendente Patisson e nell'antica del maggiore Gasperoni[161], era così detto perchè ad esso non si doveva ricorrere salvo che al caso di estrema urgenza ed immediato pericolo di guerra, dappoichè agli usi correnti dell'_armo_ o della _neutralità_ dovevano sopperire altri depositi detti di _consumo_, pure stabiliti dentro la cinta dell'Arsenale con annesse riserve di cannoni e di munizioni.
Ora un organismo come il veneto della decadenza, il quale consumava senza produrre, doveva necessariamente intaccare il patrimonio del passato senza reintegrarlo in alcuna guisa, e mordere dentro l'eredità del deposito intangibile senza ricostituirla. Ed al magistrato all'artiglieria toccò di assistere a questa lenta morìa delle armi veneziane, registrandone a mano a mano i battiti decrescenti del polso, assistendo inoperoso ed inutile a questo sfasciarsi, grado a grado, di una potenza militare accumulata da secoli, la quale andava sgretolandosi come sotto le percosse monotone ed uniformi di un mare ondoso e profondo.
I registri del magistrato all'artiglieria rilevano tutto questo con impassibilità e precisione. Il deposito intangibile faceva così bancarotta, ed ogni fucile ed ogni spada che si toglieva da esso e non si rinnovava, sembrava una nuova e fiera rampogna all'ignavia della Serenissima.
Nel 1794 i presidi di Brescia, di Bergamo e di Verona, erano sprovvisti di schioppi per armare le cerne pur allora arruolate, le quali abbisognavano di 2300 fucili e di 66 moschetti da cavalletto. Il Reggimento all'Arsenal non potendo fare fronte alle richieste con le armi del deposito di consumo fu autorizzato, «a fare le relative pratiche», cioè «a far passare dal deposito intangibile a quello di consumo il numero dei fucili occorrenti, guarniti di bajonetta»[162].
Da quel punto la rovina non ebbe più ritegno. Nel 1796 il deposito di consumo--secondo scrisse il colonnello Molari del Reggimento Arsenale--si era ridotto a soli 360 fucili con bajonetta, a 199 senza, a 200 _tromboni_ per uso delle navi, a 639 _palossi_ di bordo ed a 359 _palossetti_; vale a dire a nulla o pressoché[163].
Il deposito intangibile era pure disceso a quel tempo a 24,084 fucili completi, a 7750 pistole poco atte al servizio e _difettose di azzalini_, a 1558 _palossi_ e ad 89 moschettoni [164]. È bensì vero che si trovavano oltre a ciò sparse alla rinfusa nelle sale 20.966 canne _da rimontarsi in fucili_, 7455 lame da _palosso_, 2624 _azzalini_, 11,862 guardie da _palosso_, 3366 lame da _palossetto_ e 2500 guardie corrispondenti; ma per adattare tutte quelle parti d'arme occorrevano tempo, fede e lavoro, e così come si trovavano potevano rassomigliarsi ai frantumi di una grande e meravigliosa nave sfasciata dalla tempesta.
Pure, in mezzo a tanta dissoluzione, si rileva dai documenti la nota semplice ed ingenua, cioè l'offerta fatta da taluni abitanti dell'estuario veneziano di crescere, comunque, con le loro vecchie e logore armi il deposito dell'Arsenale. Erano i cittadini di Burano che in tali frangenti facevano omaggio al Principe di 20 schiopponi e di 25 schioppi da _brazzo_, «(braccio) serventi alla _cazza_ (caccia) dei volatili»[165].
La piccola e modesta profferta se lumeggia il patriottismo dei bravi Buranesi, rivela nondimeno la fatalità e la grandezza della rovina militare della Repubblica, e riflette ancora molta luce sul modo di intendere e di comprendere la guerra in quei tempi.
CAPO VII.
Il corpo degli ingegneri militari.
Quando nacque il corpo degli ingegneri militari veneti, esso legava il suo nome ad un'opera che può sembrare benaugurante anche oggigiorno. Nella primavera dell'anno 1771 il _Capitanio del Golfo_ segnalava al Senato la necessità di ridurre _in quarto_ il grande disegno topografico dell'Albania, e ciò per gli usi correnti e per conservarne copia nella _Fiscal Camera_ delle Bocche di Cattato.
Il lavoro fu commesso dal Savio alla Scrittura al tenente colonnello Lorgna, e questi l'affidò a sua volta ai migliori allievi del Collegio Militare di Verona destinati ad uscire in quell'anno alfieri nel nuovissimo corpo degli ingegneri militari; così quei giovani uscirono dall'ombra delle scure torri scaligere al sole di una vagheggiata vita di operosità e di studi guerreschi, con la visione davanti agli occhi di quella grande provincia sulla quale, in altri tempi, si era largamente e fortemente diffuso il nome e la gloria di Venezia.
La decisione di istituire un corpo di ingegneri militari giungeva infatti in buon punto. Si poteva beneficiare delle tradizioni e della pratica compiuta altrove, specie in Francia, dai corpi analoghi; costituire un prezioso ausilio per l'esercito veneto, oltre che quale organo tecnico anche come istituto direttivo, uniformandosi ai còmpiti che gli altri corpi del genio militare esercitavano altrove disimpegnando gli affici inerenti al servizio di stato maggiore [166].
Ma non basta. Il novello corpo del genio militare veneto avrebbe potuto rendere grandi servigi anche nelle relazioni civili. Infatti le condizioni speciali del suolo della Repubblica, il regime delle sue acque costiere e rivierasche, la lotta continua e tenace sempre impegnata con queste affine di conservare igienico e fruttifero il suolo, portuosi gli scali, facili e spedite le vie fluviali di transito ed i canali navigabili, avrebbero offerto una inesauribile materia di attività e di lavoro fecondo agli ingegneri militari veneti, una auspicata occasione insomma per bene meritare del pubblico benessere.
Ma l'occasione desiderata di creare un cosiffatto strumento, utile insieme all'esercito e dallo Stato, mancò per l'ignavia degli uomini e per l'indifferenza dei tempi. Rimase solamente traccia del buon proposito, della sua pratica assai tardiva, e, come simbolo, il prestigio del nome di un illustre ufficiale degli ingegneri militari veneti che, da solo, bastò alla deficienza di tutti gli altri. Tale fu il brigadiere Giovanni Mario Lorgna [167]--più volte ricordato--la cui sfera d'attività va indivisibilmente congiunta a quella di Bernardino Zendrini [168], il celebre matematico della Repubblica che studiò e costrusse _Murazzi_, ed a quella degli ingegneri idraulici che sistemarono l'alveo del Brenta ed il suo _Taglio Nuovissimo_.[169]
Ma la fama militare del brigadiere degli ingegneri Lorgna va sopratutto collegata alla pratica degli insegnamenti da lui professati per sette lustri nella scuola d'applicazione di artiglieria e genio della Serenissima in Verona, agli studi sull'impiego delle mine, sul miglior rendimento degli esplosivi e sul tracciamento delle gallerie, a qualche restauro ed ampliamento nelle fortezze di Mantova, di Legnago e di Peschiera, ai rilievi topografici da lui intrapresi nel territorio irriguo del Polesine, con il concorso dei suoi allievi, con la cooperazione di Giacomo Nani e con l'aiuto delle tavolette pretoriane commissionate, per iniziativa del Lorgna medesimo, in Inghilterra[170].
Frutto di questi ultimi lavori fu la grande carta corografica della regione del basso Adige, pubblicata però dalla Serenissima tanto tardi che essa servì prima ai suoi nemici--Austriaci e Francesi--che ai Veneti. Risultavano in questa carta chiaramente tracciati il corso dei fiumi, dei canali, l'andamento degli scoli, degli argini e delle strade rispetto alle province finitime, nonchè la postura delle chiuse e delle conche. La scala era circa del 50.000.
Anche lo stato delle fortificazioni e dei castelli di Venezia e d'Oltremare--dei quali si parlerà più avanti--ovunque in rovina, richiedeva urgentemente l'opera riparatrice degli ingegneri militari. A questo compito avevano atteso fino allora--però in modo insufficiente ed inadeguato--il personale dei provveditori alle fortezze, i quartiermastri alle fortificazioni e perfino gli _ingegneri ai confini_, corpo di professionisti di Stato dipendenti dalle _Camere ai confini_, incaricati in special modo del tracciamento e della manutenzione della viabilità sulle frontiere della Repubblica[171].
Con questi auspizî adunque, nel 1770, venne creato con apposito senato-consulto il _Corpo degli Ingegneri militari_, unitamente al Reggimento di Artiglieria[172]. Il grande favore, tutto proprio del tempo, verso quanto di tecnica militare e navale proveniva dall'Inghilterra, indusse il Savio alla Scrittura a ricercare da quella parte anche il primo sovraintendente nel corpo novello--come si era fatto per l'artiglieria--; e questi fu il colonnello Dixon, scozzese di origine.
Gli organici degli ingegneri militari furono stabiliti come appresso: 1 colonnello, 1 tenente colonnello, 2 sergenti maggiori, 8 capitani, 8 tenenti ed altrettanti alfieri, da trarsi questi ultimi annualmente dal Collegio Militare di Verona. In totale il corpo doveva contare sul _primo piede_ 28 ufficiali senza alcun riparto di truppa.
L'uniforme era «di scarlatto, con fodera, giustacuore e calzoni bianchi, con paramenti e mostre fino alla metà del vestito di velluto nero, dragona d'oro alla spala, e spada con fioco uniforme»[173].
Adunque la buona volontà di costituire il corpo degli ingegneri militari veneti non mancava, almeno alle apparenze. Ma, tra il detto ed il fatto, le correlazioni non erano nè semplici nè rapide sotto la decadenza del governo della Serenissima.
Il _Piano regolatore_ del corpo, studiato dal colonnello Dixon, prescriveva che, «esaminato fosse il merito non solo degli ufficiali già titolati come ingegneri e destinati a comporlo, ma degli altri ancora da inserirsi nel medesimo». E poichè si constatò, con opportune prove ed esami, che _nessuno_ dei candidati possedeva i necessari requisiti di idoneità--all'infuori di uno--[174] il Senato deliberò subito di rimandare a miglior epoca la definitiva costituzione del corpo medesimo.
Trascorso un biennio, lo scozzese Dixon, contrariato dalle lungaggini e dalle oscitanze verso quel corpo degli ingegneri che egli non aveva fino allora comandato che sui lindi specchi dei _Piedilista_, nella primavera del 1772 chiese ed ottenne di essere esonerato dallo sterile servizio, e gli successe il colonnello Moser de Filseck, tirolese di origine e proveniente dall'esercito austriaco. Pure tra il vecchio ed il nuovo, tra lo scozzese che abbandonava la città delle lagune ed il tirolese che gli subentrava, il Senato continuò a nicchiare, ad onta che le istanze e le circostanze incalzassero per indurlo una buona volta a dare corpo e vita al _Piano regolatore_ decretato fino dal 1770.
«È oramai tempo di decidersi--lasciò scritto il Savio nel 1779--e con ciò noi non facciamo che rappresentare non già sciogliere i dubbi che si affacciano su quest'argomento degli ingegneri militari, ma giudicheremo tuttavia colpa tacere e ritenere alcune riflessioni in merito e che lo zelo ci indica... La disciplina è l'anima dei militari, e la differenza nei gradi rende più sicura la dipendenza ed il buon ordine. Un sopraintendente degli ingegneri adunque, occupato nelle generali riviste per tutto lo Stato, il colonnello ispettore, costante e necessario al Collegio militare di Verona, esercitato per di più ben di frequente in molteplici e varie commissioni... il corpo senza ufficiali... tutto ciò insomma non giova a conservare l'armonia nel medesimo. Bisogna decidersi!...»[175]
Finalmente, nel 1782, il corpo degli ingegneri militari cominciò a contare qualche ufficiale ritenuto capace di disimpegnarne gli uffici. Ma siccome quel numero era pur sempre esiguo e di gran lunga inferiore all'organico, così si adottò un servizio promiscuo tra gli ingegneri militari ed i colleghi _ingegneri ai confini_, una specie di compromesso tra i due corpi tecnici veneti. Sulla fine di quell'anno si trova infatti che i tenenti ingegneri Carlo Canòva e Francesco Medin, unitamente al tenente colonnello Milanovich, prestavano la loro opera nell'arginatura dell'Adige, alle dipendenze del magistrato al detto fiume ed in collaborazione a taluni ingegneri civili[176].
Indi appresso, rendendosi sempre più frequenti i casi di questo servizio cumulativo, particolarmente nelle province d'Oltremare, le meno desiderate e le più trascurate, «per lo stato di desolazione di tutte le caserme, opere interne ed esterne di fortificazione, ospitali, magazzini, depositi, cisterne ed altro»[177], il Savio alla Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione comune dei due corpi, e stabilì «che l'aiuto dovesse essere per l'avvenire reciproco, ma libero da ogni vincolo l'un l'altro»[178].
Il senso della disposizione non era molto chiaro. Rimase però inteso, in tanta indeterminatezza di forme, che gli ingegneri ai confini dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere, ed in ispecie delle vie del Canale del Ferro, di Venzone, di Gemona, di San Daniele, del _Taglio Nuovo_ di Palma, della prosecuzione dei lavori in corso sull'Isonzo, a Porto Buso, nell'Istria, alli scogli di Tessaròlo, lungo la strada di Campara in Val Lagarina, nel territorio di Cremona e verso gli Stati del Pontefice; e che gli ingegneri militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori di carattere militare, cioè alle opere di fortificazione, ai castelli ed alle caserme[179].
Cosicchè, soltanto nel 1785, vale a dire dopo circa quindici anni dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti, questo principiava ad avere un inizio di vita, assicuratagli da nuove cure e previdenze del brigadiere Lorgna, concretate nella riforma delle «_Leggi, regole e scuole del Militar Collegio di Verona_».
* * *