La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi

Part 7

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Intanto su questo terreno delle mezze misure il tempo passava veloce. Scoccati due anni dalla coscrizione delle prime cerne con ferma biennale, nella primavera del 1796 convenne provvedere ad altre levate in Terraferma ed Oltremare[131]. I ruoli _ben preparati dai merighi_, o capi plotoni delle cerne, dovevano rimanere esposti nelle chiese per 8 giorni almeno prima della rassegna e del sorteggio, _onde aprire l'adito ad ognuno di produrre i propri gravami_, o titoli di esenzione. Per coloro che comunque avessero beneficiato di questi ultimi, il Savio aveva in animo di adottare una speciale _tansa_, o tassa militare alle ordinanze, sicchè riducendo i _gravami_ personali allo stretto indispensabile, o magari sopprimendoli, il passo verso una coscrizione regolare e perfino verso una leva in massa sarebbe riuscito semplice ed agevole[132]. Ma il tempo per attuare tali riforme mancò.

Per questa seconda grande levata delle cerne il Savio alla Scrittura aveva promulgato non poche norme, da osservarsi scrupolosamente da tutte le cariche cioè autorità militari competenti. I drappelli dei congedandi della levata del 1794 dovevano essere riaccompagnati alle rispettive case da ufficiali: tutti i mezzi di trasporto oltremare dovevano sfruttarsi all'uopo, come tutte le lusinghe dovevano pure adoperarsi nell'intento d'indurre le cerne più volonterose ad assoggettarsi ad una riafferma con premio[133].

E ciò urgeva oltremodo. La proporzione delle cerne ai «_regolati_», causa l'inaridirsi delle fonti di reclutamento di questi ultimi, minacciava di far traboccare il piatto della bilancia a favore delle milizie paesane, ciò che se poteva sorridere ai novatori non poteva talentare per certo ai conservatori. Sicchè le riafferme mantenendo alle armi un certo numero di cerne che, sotto molti rispetti, potevano considerarsi come «_regolati_», dovevano funzionare quasi da vàlvola di sicurezza del sistema dell'amalgama.

* * *

Le unità dei soldati permanenti, intristite dall'indisciplina, scheletrite dalle diserzioni, si fondevano infatti come neve al sole.

«Devo infatti far presente alla E. V.--scriveva il 16 febbraio 1796 il Savio alla Scrittura Priuli al Doge,--che presidiate essendo le presenti piazze e fortezze d'Oltre-Mincio compresa Verona da fanteria italiana, con teste 2712, artiglieri 173 e 1223 nazionali (_Oltramarini_), eseguito lo _sbando_ tra giugno e novembre degli Istriani, delle Craine e delle Cernide Italiane levate nell'anno 1794, il totale delle pubbliche forze della Repubblica in Italia verrà a ridursi a 4 compagnie di invalidi--in tutto teste 327--che formano il presidio delle città di Palma, Udine, Treviso, Padova, Rovigo e Vicenza, a 7 compagnie di cavalleria ed a 325 invalidi Oltremarini disposti tra gli appostamenti del Lido, Istria e Padova, e finalmente a 24 compagnie di Nazionali formanti teste 789, tra il Lido e la Terraferma, oltre a 4 compagnie di cannonieri, con teste 141 ed Italiani attive compagnie 13, con teste 325. In tutti, teste 2187, che occorrer dovranno alle molteplici esigenze della sanità, biave, oltre le guardie, i dazi etc.»[134]

A questi estremi si era oramai ridotto l'esercito della Serenissima. Epperciò parlare ancora di amàlgama in tali frangenti come nella primavera del 1794 sarebbe stato follia, dal momento che l'esercito dei «_regolati_», il quale doveva funzionare da crogiuolo della fòndita, più non esisteva se non di nome: ostinarsi a mantenere un sistema di reclutamento che i tempi e le circostanze unanimi designavano per anacronismo, sarebbe stato lo stesso che chiudere le caserme per sciopero di soldati. Tutto questo avrebbe oltre a ciò contrariate le viste politiche della neutralità armata, «non sospetta, ma necessariamente richiesta dall'onore e dalla salute della Repubblica,», come aveva pubblicamente dichiarato in Senato Francesco Pesaro in una concione diventata poi memoranda[135].

Il partito militare novatore della Serenissima, il fautore cioè delle milizie paesane in tutto e per tutto, aveva così vinta la propria tesi mentre la Repubblica moriva. Le novelle di Francia, i metodi rapidi e decisi delle guerre della Rivoluzione, i sistemi di leva in massa avevano spinta la loro eco fino alla città delle lagune. L'ultimo Savio di Terraferma alla Scrittura se ne era fatto persino il portavoce, unitamente al Savio _uscito_ Bernardino Renier, a Francesco Gritti Savio alle Ordinanze in carica ed a Domenico Almorò Tiepolo Savio alle Ordinanze _uscito_, al tenente generale Salimbeni, e, tutti insieme--come si costumava per le deliberazioni di maggior rilievo--avevano proposto al Senato di adottare anche per l'esercito Veneto un sistema di reclutamento per coscrizione, con ferma triennale[136].

Un premio di due ducati doveva essere corrisposto subito agli _estratti_ nelle rassegne delle cerne, il doppio a coloro che si offrissero spontaneamente alle bandiere. Ai nuovi soldati si prometteva oltre a ciò una licenza di almeno un mese all'anno, da fruirsi alle proprie case durante il periodo invernale, e più precisamente dal 1° novembre al 31 marzo. Al termine della ferma triennale gli inscritti dovevano ricevere un donativo di 18 ducati ognuno.

Questa fu l'ultima evoluzione delle vecchie cernide venete, conforme al concetto che presiede al reclutamento degli eserciti odierni. Per essa l'antico preludeva il nuovo, ed il passato di Vailate e di Rusecco avrebbe schiuso la strada ad una nuova serie di memorande imprese, se la Repubblica avesse avuto occhi per vedere e cuore per intendere. E Giacomo Nani, l'ordinatore delle nuove milizie paesane in battaglioni regolari vestiti ancora della fiammante divisa degli _Oltremarini_,[137] avrebbe eguagliato per certo la fama di Bartolomeo d'Alviano, se il popolo veneto che vide cadere la Repubblica come un lògoro e vecchio castello di carte da giuoco davanti alla furia di Napoleone Buonaparte, fosse stato pari in vigore e tenacia al popolo della Lega di Cambrai.

* * *

Ma i tempi, i condottieri e le buone milizie non si improvvisano, perchè sono frutto dell'evoluzione lenta dei principi e, sopratutto, della rude esperienza individuale e collettiva. Epperciò la vecchia Repubblica doveva prima, perire e poscia rinnovarsi nell'anima del suo popolo.

In queste condizioni di fatto, il fermento delle nuove età ed i sintomi precisi e sicuri di un rinnovamento prossimo non potevano manifestarsi--anche agli occhi dei più apparecchiati a comprenderli--se non con contorni indecisi e mal definiti, come una linea di orizzonte ampia e nubilosa alla luce dalla prima aurora. Di tali sentimenti fanno fede alcune scritture dell'epoca, e specialmente è suggestiva una dovuta alla meditazione, più che alla penna, di un antico allievo del Militar Collegio di Verona discepolo del maestro Giambattista Joure, cioè il capitano del genio Leonardo Salimbeni, figlio del tenente generale comandante delle milizie venete concentrate a Verona:

«Mi sono fatto incontro al generale Buonaparte--dice quella scrittura--verso la città di Brescia. Tutte le terre ed i villaggi dello Stato Veneto per dove i Francesi si incamminano si mostrano pieni di spavento e di terrore. Gli abitanti si ritirano con i loro effetti nei paesi più lontani e lasciano deserte le case e le campagne. Ho sentito qualche soldato francese lamentarsi di questo (così lo chiamano) difetto di fidanza, epperciò io ho cercato di far cuore agli abitanti delle terre per le quali sono passato... I soldati francesi _sono tutti giovani e volonterosi_..... in una colonna forte di 20.000 uomini almeno non ne ho veduto alcuno che giungesse all'età di 40 anni. _Erano molto allegri_, cantavano di continuo canzoni repubblicane, e mi si mostrarono persuasi della capacità e del coraggio dei loro condottieri, lodando sopra tutto e _levando al cielo il merito di Buonaparte_. Fui assicurato da molti che quei soldati non disertano mai, da quelli infuori che temono imminente un qualche severo castigo. _Infatti le loro marce senza le solite cautele per impedire la diserzione_ mi hanno persuaso che ciò _sia proprio vero_; ma non sarebbe forse così al caso che fossero battuti.

«Il vestiario di questi giovani soldati di fanteria consiste in un paio di calzoni lunghi di panno bianco, o di tela, in un farsetto di roba simile ed in una _velada_ turchina, del taglio ordinario, fornita di mostre e di paramani bianchi. Hanno cappello in testa, buone scarpe, camicie proprie e grosse cravatte al collo. Gli artiglieri differiscono nel colore delle mostre e dei paramani, che sono di rosso. La cavalleria è meglio vestita, ma in varie maniere. Non si vede però alcuna eleganza di vestiario in nessun corpo di questa armata, nè l'uniformità e la proprietà osservata dalle truppe tedesche, sicchè si riscontrano molti soldati aventi i loro vestiti affatto lògori e coi gomiti fuori.

«La fanteria è armata di fucile leggero con una lunga baionetta e di una _sciabla_ al fianco. La cavalleria al solito, ma con carabine più corte, ed è fornita di cavalli eccellenti. Gli artiglieri sono tutti a cavallo in vicinanza dei loro pezzi, il che rende quanto mai spedito il loro manneggio durante l'azione, sì volendo avanzare che in ritirata. Nella colonna che ho incontrata non eravi che _artiglieria leggiera_. Abbondano di pezzi da 8 del calibro francese e di obusieri da 8 pollici, sicchè hanno per questo conto un vantaggio grande sopra gli Austriaci i cui pezzi sono per la maggior parte di calibro minore.

«Un capitano mi ha permesso di esaminare i suoi pezzi e mi spiegò tutte le innovazioni delle nuove artiglierie di Francia.

«Si ottiene tutto da essi con la civiltà e con la franchezza. _La disciplina di questa armata è tutta di una nuova natura_, e non è veramente in vigore se non quando i soldati si mettono sotto le armi. Dormono sempre allo scoperto e senza tende, passano i fiumi di poca larghezza sempre a nuoto ed i loro ufficiali di fanteria, fino al capitano incluso, marciano a piedi alla testa dei loro uomini. Ufficiali e soldati tutti portano delle bisacce sul dorso, essendo assai piccolo il numero dei domestici permessi dalle loro ordinanze militari....

«_Bisogna ora fare un succinto ritratto del generale Buonaparte_. La sua statura è al disotto della mediocre, viso scarno e pallido, occhio vivace, corpo esile. È assai composto di sua persona e molto riflessivo. Egli dà ordini così chiari e precisi ai generali subalterni, che ad essi poco o nulla rimane da aggiungere. Conosce siffattamente la forza delle sue armate, anche nelle più diverse posizioni di manovra, che a memoria ed in un istante egli ne ordina i movimenti senza per ciò ricorrere ad altri aiuti.

«Buonaparte è fertile in progetti che sa condurre a fine sempre per li modi i più semplici. È risoluto nell'operare ed ama in sommo grado la gloria, e la lode.

«Così lo ho veduto e così me lo hanno dipinto i suoi ufficiali ed i suoi soldati»[138].

Con questa confusa visione di un esercito dell'avvenire levato dalla nazione e per la nazione, pulsante della vita, della volontà e della forza cosciente di quest'ultima di cui rappresentava il fiore; con l'imagine davanti agli occhi di un esercito condotto da un generale come Napoleone Buonaparte, _amante al sommo della gloria e della lode_, cadeva l'esercito veneto dei soldati di mestiere per lasciare il posto al nuovo, sull'esempio di quelli che dalla Francia venivano allora ad affacciarsi alle lagune di Venezia.

CAPO VI.

L'artiglieria veneziana.

La veneta repubblica, romanamente e saviamente, ha sempre prediletta la massima _in pedite robur_. Sui 18 reggimenti di fanti italiani e sugli 11 di oltramarini essa non contava infatti, alla caduta, che 4 reggimenti di cavalleria, 1 di artiglieria ed 1 di operai (il così detto reggimento _Arsenal_), proporzione per certo assai favorevole all'arma del popolo, qualora si consideri il fondamento oligarchico ed aristocratico dello Stato e la necessità di ben presidiare i numerosi castelli e fortezze che esso aveva sparsi, dall'Adda e dall'Oglio, giù per il littorale dalmata, fino allo scoglio di Cerigotto. A cifre tonde, a 262 compagnie di fanteria non facevano quindi riscontro che 43 compagnie, tra dragoni, corazzieri, croati e cannonieri.

La prevalente soverchianza numerica della fanteria sulle altre armi non fece però dimenticar mai alla Serenissima la cavalleria e l'artiglieria, e quest'ultima in particolar modo. Quale ramo progredito dell'arte, l'artiglieristica vantava anzi a Venezia belle tradizioni dottrinali e bibliografiche: basta sfogliare la cospicua e diligente raccolta del Cicogna per convincersene[139].

Figurano in essa, tra le opere più conosciute, il _Breve esame da sotto-bombardiere, capo e scolaro_, redatto sotto forma di dialogo, l'_Esercizio dell'artiglieria veneta e maneggio del fucil_, oltre all'opera classica del maggiore Domenico Gasperoni, ricordata più sopra e dedicata al doge Paolo Renier.

Però, fino all'anno 1757, l'esercito veneto non ebbe un corpo di artiglieria a sè, a somiglianza dei reggimenti delle altre armi. Nè la specializzazione tattica dei cannonieri era giunta ancora a tal segno da richiedere particolari provvedimenti a loro riguardo, sicchè la Serenissima si compiaceva di conservare loro, al possibile, quella tal veste di maestranza, rimasuglio di vecchi statuti e consorterie, dalla quale il corpo medesimo, con poca spesa, ritraeva grande prestigio e saldo vincolo organico. Al servizio ordinario nei castelli, nelle fortezze e sui pubblici legni armati, provvedevano i così detti _artiglieri urbani, bombardieri o bombisti_; propaggine delle cerne e particolare aspetto delle Landwehr venete che, in origine, erano così ricche di multiformi e fecondi atteggiamenti da milizia popolare.

Ai bombardieri appartenevano infatti per obbligo gli affigliati alle maestranze ed alle _scuole_ devote al culto di Santa Barbara, il quale rifletteva sulla consorteria uno spiccato carattere religioso militante. Dopo il 1570 la confraternita si ridusse in _fraglia_, cioè scuola o associazione laica, sotto la protezione della medesima santa, con capitolari che prescrivevano ai componenti dell'arte alquanti esercizi personali obbligatoli da compiersi al Lido. Il Consiglio dei Dieci ed i Provveditori del Comun[140] dovevano scrupolosamente vegliare all'assetto di questa scuola ed all'osservanza dei doveri degli affigliati, d'accordo con il magistrato alle artiglierie[141] e con «quello _alle fortezze_».

Ogni città fortificata o castello disponeva di un nucleo organizzato di codesti bombardieri, istruito, disciplinato e condotto da ufficiali medesimamente prescelti tra le maestranze. I bombardieri di Venezia, dell'estuario e dei riparti Oltremare, con le rispettive scuole, dovevano provvedere al servizio delle artiglierie sui pubblici legni, oppure assoggettarsi al pagamento della relativa _tansa_, o tassa di esonerazione come si è detto più sopra.

I bombardieri--secondo i capitolari dell'arte--dovevano presentarsi a raccolta ad ogni _tocco di generala_, o assemblea, sottomettersi alla _estrazion del bossolo_, cioè a dire al sorteggio, come praticavasi con le cerne ove occorresse designare gli artigiani necessari per servire le artiglierie sulle navi, formare pattuglie notturne nelle città murate, montare dì guardia alle porte, scortare convogli di polveri e di munizioni da guerra ed estinguere incendi nelle province di terraferma. I bombardieri di Venezia infine, dovevano esercitarsi nei pubblici bersagli di S. Alvise e del Lido, «onde ammaestrarsi nel maneggio di tutte le armi che usar debbono in guerra, con cannoni ad uso di mar e di terra, moschettoni a cavalletto, fucili e carabine, lancio delle bombe e maneggio della spada».

Oltre a questo tirocinio, i bombardieri veneziani dovevano far mostra di sè nelle pubbliche solennità, in quella dello _Sposalizio del mare_, nelle feste dell'incoronamento del Doge ed all'atto dell'ingresso dei patriarchi, procuratori e cavalieri della _Stola d'oro_.Tutti questi servizi erano gratuiti--compreso quello di pompiere cui erano astretti i bombardieri di Terraferma--salvo una bonifica di 8 ducati, corrisposta annualmente dallo Stato per ogni componente dell'arte a pro' della confraternita ed a titolo di _maestranza perduta_[142].

* * *

Col tempo queste costumanze derivate dalle età eroiche, da una condizione semplicista ed arretrata dell'evoluzione industriale e della compagine operaia, cominciarono prima a scadere e dopo a degenerare. Molti bombardieri si svincolarono dal giogo del servizio personale obbligatorio pagando le _tanse_, individuali dapprima, collettive di poi--vale a dire le insensibili--quando cioè, con l'insofferenza del servizio, crebbero l'avarizia ed il disamore alle armi, ed il mestierantismo militare attecchì su questo terreno brullo ed infecondo come una fioritura di erbàcce selvatiche.

Sulla seconda metà del secolo XVIII quasi tutte le compagnie venete dei bombardieri si erano assottigliate in modo straordinario, e con esse--ridotte in totale a poche centinaia di uomini--si doveva provvedere al servizio dei 5338 [143] pezzi esistenti a quell'epoca sui rampari e sui navigli della Repubblica. Quale truppa infine, i seguaci di Santa Barbara si erano ridotti--come scriveva il maggiore Domenico Gasperoni--_nè più nè meno che un branco di individui, la cui uniforme e le stesse baionette erano quasi sempre impegnate o in vendita ai cenciauoli_.

Urgeva quindi porre riparo a tanta rovina, resa ancor più grave dal progresso cospicuo che altrove aveva realizzato l'arma d'artiglierìa nella tecnica e nella tattica, mercè l'addestramento continuo ed intenso dei cannonieri; laddove i bombardieri veneti dedicavano all'arte di Santa Barbara soltanto il limitato tempo che le giornaliere occupazioni loro concedevano, ed anche questo di malavoglia o facendosi surrogare dai peggiori rifiuti della società.

Ebbe così vita, nel 1757, il primo nucleo del _Reggimento veneto all'artiglieria_, reclutato con i soliti metodi delle milizie di mestiere, mercè le cure del sopraintendente dell'arma di allora, che era il brigadiere Tartagna, venuto al servizio della Repubblica dall'Austria. Successivamente il brigadiere Saint-March ed il sergente generale Patisson[144]) proseguirono l'opera del Tartagna, specie il secondo che può considerarsi il vero e proprio riformatore dell'artiglieria veneta della decadenza.

Tra il 1770 ed il 1778 il reggimento crebbe di forza e migliorò d'assetto. L'istituzione del Collegio militare di Verona--avvenuta pressochè al tempo della creazione del primo nucleo stanziale dell'arma--doveva inoltre assicurare alla medesima una corrente continua di ufficiali, tratti dal miglior ceto della società veneta, convenientemente addestrati ed istruiti; uno stato maggiore insomma degno dei migliori eserciti e dei più bei tempi della Serenissima.

In sei anni di corso si studiava infatti nel Collegio la grammatica usando i libri di Fedro, i _Commentari_ di Giulio Cesare e le _Vite degli uomini illustri_ di Plutarco, il latino, il francese, le matematiche pure, _tanto teoricamente che in pratica_ ed infine le matematiche miste, «quali sono adatte al matematico ed al fisico, abbracciando perciò la meccanica, la balistica, l'idrostatica, l'idraulica, l'ottica, la perspettiva, l'astronomia, l'architettura civile e militare, la nautica e la geografia»[145].

E poichè era «scopo principale dell'istituto di rendere i giovani, al possibile, perfetti nell'ufficio di artiglieri, di ingegneri e di battaglisti», così si doveva, oltre alle materie teoriche di cui sopra, «insegnare loro il modo di guerreggiare degli antichi, l'uso di accamparsi, la condotta delle mine, l'arte teorica e pratica dell'artiglieria ed il modo di guerreggiare presentemente in rapporto con gli antichi».

Nel _piedilista_ del 1781 adunque il reggimento di artiglieria appare di già adulto. Esso contava 681 cannonieri suddivisi in 12 compagnie, quattro delle quali erano dislocate nei presidi di Levante, tre in quelli di Dalmazia e le rimanenti cinque in Italia. Dai diversi presidi poi si prelevavano in proporzione i contingenti necessari per il servizio delle navi armate in guerra. Alla disciplina, all'istruzione ed all'impiego dei cannonieri imbarcati sopravvegliavano a turno, due degli otto capitani del reggimento residenti a Venezia, l'uno a bordo della _nave capitana_, l'altro a bordo della _galera provveditrice dell'armata_, e ciò durante il tempo in cui la squadra teneva il mare, vale a dire ordinariamente dal giugno all'ottobre di ogni anno.

Il numero dei cannonieri imbarcati sulle navi era, di regola, di una ventina per ogni fregata e di una dozzina per ogni sciabecco. L'impiego delle batterie galleggianti verificatosi in quei tempi gloriosi per le imprese coloniali dell'Emo, richiedeva oltre a ciò uno speciale contingente anche per tali navigli, pari in forza a quello che si usava sulle fregate.

All'infuori di questi còmpiti essenziali del reggimento, di servire cioè sui pubblici navigli, esso funzionava da centro d'istruzione e da istituto di collaudo dei materiali dell'arma. Queste pratiche si eseguivano al tiro al bersaglio del Lido--l'antico _palio_ dello splendore veneziano--dove si trovavano raccolti i falconetti ed i cannoni, in prevalenza del calibro da 12 e da 16, necessari per eseguire i tiri di prova, il saggio delle polveri e dei proiettili e per verificare la resistenza dei materiali. Pure al poligono del Lido si esperimentavano i prodotti della _Casa all'Arsenal_, l'officina classica delle armi, degli arredi e degli strumenti guerreschi veneziani, i _letti_ o affusti da cannone, gli attrezzi e gli armamenti, e si collaudavano pure i lavori che l'industria privata somministrava alla Repubblica, specie i cannoni forniti dalla ditta Spazziani.

Le artiglierie e le munizioni--regolarmente apprestate per qualche tempo dalla detta _casa mercantile_--erano assoggettate al Lido ai prescritti tiri forzati, e così anche le canne dei fucili di nuovo modello, tipo Tartagna, fucinate a Gardone in Valtrompia, le armi bianche e da fuoco somministrate dagli stabilimenti metallurgici della Bresciana.

Infine, al Lido ed a Mestre, i cannonieri del reggimento si esercitavano nelle prove di traino con buoi e cavalli, e d'inverno si adoperavano per riconoscere lo spessore dei ghiacci al margine della laguna e nei canali navigabili, per determinare la capacità di transito dei veicoli sopra le superficî congelate.

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Ma tutte le previdenze del sergente generale inglese Patisson e poscia dello Stràtico, nominato sovraintendente delle _cose tutte all'artiglieria_ nel 1786,[146] coadiuvato dal capitano Buttafogo elevato alla carica di ispettore--non sarebbero state sufficienti per assicurare al corpo degli artiglieri veneti quel prestigio che essi toccarono alla caduta della Repubblica, senza l'opera del grande contemporaneo Angelo Emo.

Occorre perciò menzionare a questo punto i progressi della tecnica artiglieristica, realizzati per opera ed impulso dell'ultimo ammiraglio veneto.

Prima di lui la decadenza batteva il suo pieno nell'Arsenale e sulle navi armate. «Le sale di quel vecchio e grande edifizio--scriveva Giovanni Andrea Spada--erano adorne a pompa, non a difesa, nè v'era in esso quanto bastasse a l'armamento completo di tre reggimenti. I cannoni quasi tutti di ferro e non adatti agli usi della nuova arte della guerra, le palle in relazione..., le maestranze erano poi così svogliate, ignoranti e corrotte, che un operaio lavorava alle volte un solo giorno al mese».